Vangelo della Settimana
Commento di Paolo Curtaz

Lunedì 6 Aprile (Feria – Bianco)
Lunedì fra l’Ottava di Pasqua
At 2,14.22-33 Sal 15 Mt 28,8-15: Andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno.
Martedì 7 Aprile (Feria – Bianco)
Martedì fra l’Ottava di Pasqua
At 2,36-41 Sal 32 Gv 20,11-18: Ho visto il Signore e mi ha detto queste cose.
Mercoledì 8 Aprile (Feria – Bianco)
Mercoledì fra l’Ottava di Pasqua
At 3,1-10 Sal 104 Lc 24,13-35: Riconobbero Gesù nello spezzare il pane.
Giovedì 9 Aprile (Feria – Bianco)
Giovedì fra l’Ottava di Pasqua
At 3,11-26 Sal 8 Lc 24,35-48: Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno.
Venerdì 10 Aprile (Feria – Bianco)
Venerdì fra l’Ottava di Pasqua
At 4,1-12 Sal 117 Gv 21,1-14: Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce.
Sabato 11 Aprile (Feria – Bianco)
Sabato fra l’Ottava di Pasqua
At 4,13-21 Sal 117 Mc 16,9-15: Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo.
Domenica 12 Aprile (DOMENICA – Bianco)
II DOMENICA DI PASQUA o della Divina Misericordia (ANNO A)
At 2,42-47 Sal 117 1Pt 1,3-9 Gv 20,19-31: Otto giorni dopo venne Gesù.
Lunedì fra l’Ottava di Pasqua
Mt 28,8-15: Andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno
In questo primo giorno della settimana che segue la grande festa, è la vita quotidiana della fede che comincia. Una fede che non si accorda spontaneamente alla vita passata. Perché, se quello che noi cantiamo e diciamo a Pasqua è vero, è solamente quando il Cristo risuscitato fa sapere ai suoi che egli resta con loro e per loro fino all’ultimo giorno che tutti gli uomini riscoprono il significato della vita.
I fatti di Pasqua che gli evangelisti hanno vissuto e riassunto nella loro narrazione sono una testimonianza. Testimonianza contestata nella loro epoca, come oggi.
San Matteo parla di Maria di Magdala e dell’“altra Maria”, che incontrano un angelo al levarsi del giorno vicino alla tomba. Quando gli obbediscono e lasciano la tomba, il Cristo risuscitato va ad incontrarle. Conferma egli stesso la missione che li aspetta: “Andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno”.
Ed è anche presso la tomba vuota che si sviluppano la nuova opposizione – che contesta la risurrezione – e il rifiuto di credere. Mentre le due donne sono in cammino, le guardie si recano in città dai loro capi. Questi sanno che è inutile sigillare e sorvegliare la tomba di Gesù, perché nessuna potenza terrestre può resistere od opporsi all’opera di Dio. Pertanto, poiché non possono accettare la verità della Pasqua, danno al mondo una “spiegazione”. Spiegazione che può trarre in inganno solo coloro che si rifiutano di incontrare il Signore.
Questa giornata è tutta giocata sul filo dell’incomprensione… Le donne pensano di andare ad imbalsamare un cadavere e trovano una tomba vuota, gli apostoli, maschilisti come conviene all’epoca, non credono alla testimonianza emotiva delle donne, il sinedrio si trova davanti alla scomparsa del Nazareno e inventa un clamoroso depistaggio… Sembrano essere proprio la menzogna e la favola i temi che ritroviamo nelle reazioni di tutti alla notizia della scomparsa del Signore! E ancora oggi è così! Molti, semplicemente, pensano a Gesù come ad un personaggio mitologico e al racconto della resurrezione come ad una pia favoletta edificante. Altri immaginano complotti (in qualche modo c’entra il Vaticano, sicuramente!) e formulano ipotesi fantasiose sullo svolgimento dei fatti. Dobbiamo arrenderci all’evidenza: se la vita e la missione di Gesù, la sua passione, morte e resurrezione sono eventi storici, realmente accaduti, accogliere la testimonianza di chi li ha vissuti ci porta nella dimensione della fede. Ed è proprio su quella tomba vuota che si fonda tutta la nostra fede cattolica!
Martedì fra l’Ottava di Pasqua
Gv 20,11-18: Ho visto il Signore e mi ha detto queste cose
Il quarto evangelista racconta l’esperienza pasquale di Maria di Magdala, che ha vissuto con i discepoli il dolore della separazione e dell’esclusione quando Gesù si è ritrovato solo con le sue sofferenze e con la morte. La sera del venerdì santo, le autorità restituiscono il suo corpo morto. Giuseppe di Arimatea e Nicodemo lo portano alla tomba.
Se la sua tomba e il suo corpo dovessero essere tutto quello che resta ai discepoli, potrebbero diventare il pegno del ricordo, il luogo della commemorazione e il centro di una comunità legata a una reliquia.
E Maria è in lacrime vicino alla tomba. Non sente nulla dell’esultanza pasquale, né della risurrezione. Gli angeli seduti, uno al posto della testa e l’altro al posto dei piedi di Gesù, li nota appena. Essa non vede che lo spazio vuoto tra i messaggeri di Dio: “Hanno portato via il mio Signore…”, ecco la sua pena. Vuole sapere dove lo hanno messo, assicurarsene, tenerlo e restare vicino a lui… Questo futuro che lei si è immaginata distrugge Maria nel momento di lasciare la tomba.
È in questo momento che i suoi occhi si aprono. Che sente il timbro di quella voce familiare: che lo riconosce vivo. Egli non le parla del loro passato comune, ma del suo avvenire, che sarà anche l’avvenire dei discepoli che hanno fede. Le dice che va verso Dio, suo Padre, che è anche nostro Dio e nostro Padre.
Possiamo essere talmente accecati dal dolore da non riuscire a riconoscere la presenza del Signore che disperatamente stiamo invocando. Possiamo essere talmente fermi al venerdì santo da non riuscire a girarci, ad alzare lo sguardo per riconoscere che il crocefisso è veramente risorto. Come accade a Maria di Magdala, stordita dall’assenza del cadavere del suo Maestro: a strazio aggiunge strazio, non avendo nemmeno più un corpo da venerare. Ma sbaglia clamorosamente, la discepola. Il Signore le viene incontro e la chiama per nome. Chiamare per nome, in Israele, significa credere e conoscere profondamente la persona che si chiama. Gesù conosce bene l’affetto e il dolore di Maria e la invita ad uscire dalla sua sofferenza per convertirsi alla gioia. Anche noi, paradossalmente, possiamo dimorare nella sofferenza; non c’è che un modo per superare il dolore: non amarlo. Troppo spesso, proiettando nella sofferenza del crocefisso la nostra stessa sofferenza, siamo fermi al venerdì santo. Il tempo di Pasqua ci educa al cambiamento, ci spinge oltre, ci aiuta a cercare le cose di lassù, a risorgere con Cristo, finalmente.
Mercoledì fra l’Ottava di Pasqua
Lc 24,13-35: Riconobbero Gesù nello spezzare il pane
Gli evangelisti ci consegnano, condensata in un racconto, l’esperienza pasquale che porta una risposta sempre nuova a coloro che si interrogano.
San Luca racconta dei due discepoli in cammino il giorno di Pasqua: lontano da Gerusalemme e dalla comunità degli altri. Essi vogliono lasciare dietro di sé il passato che li lega a Gesù, ma non possono impedirsi di parlare senza sosta del peso che hanno sul cuore: Gesù è stato condannato, è morto sulla croce… non può essere lui il Salvatore promesso. Tutti e due, immersi in se stessi, non riconoscono colui che li accompagna sul loro cammino di desolazione. La fede nella potenza di Dio non basta loro per superare la morte. Ed è per questo che non capiscono cosa egli vuole dire quando fa allusione a Mosè e ai profeti.
È a sera, nell’ora della cena, mentre egli loda il Signore spezzando e dividendo il pane, che i loro occhi e i loro cuori si aprono. Anche se non vedono più Gesù, sono sicuri che è rimasto là, vivo; che lo si può incontrare attraverso la parola, e le cene. Con questa certezza, fanno marcia indietro per ritornare a Gerusalemme, nella comunità dei discepoli. È qui che si riuniscono e discutono gli avvenimenti di Pasqua, sui quali si basano i principi della fede. “È risuscitato e apparso a Simone” (il primo degli apostoli): ecco una delle frasi nelle quali si inserisce l’incontro pasquale dei due discepoli di Emmaus.
Sono tristi, i discepoli di Emmaus. Il loro ritorno a casa è cupo e pieno di pensieri negativi. Quel noi speravamo è l’affermazione più scoraggiante dell’intero vangelo. Significa non crederci più, ammettere un fallimento, un’illusione, una sconfitta. No, Gesù non è la speranza di Israele, è stato spazzato via come altri prima di lui. Nessuna salvezza, nessuna prospettiva: anche il giusto è stato ucciso come molti. Come Maria di Magdala, anche i discepoli sono travolti dal loro dolore al punto da non riconoscere il Signore che cammina accanto a loro. Anzi: sono quasi offesi quando questo straniero dimostra di non conoscere quanto (gli) è accaduto. Quando capiremo che Dio è sempre un passo avanti! Che non si ferma alla sofferenza! Ma i discepoli devono convertire il loro cuore e il Signore li invita a rileggere quanto accaduto alla luce della fede, scrutando le Scritture. Solo davanti al gesto del pane spezzato, finalmente, lo riconoscono. Come se l’evangelista ci dicesse che solo attraverso dei segni, la Parola, il pane spezzato, possiamo oggi riconoscere il risorto, farne esperienza, vivere insieme a lui.
Giovedì fra l’Ottava di Pasqua
Lc 24,35-48: Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno
Gli uomini e le donne che hanno conosciuto Gesù testimoniano la sua risurrezione. Dicono che è venuto vivo verso di loro, che si è offerto ai loro occhi.
Siccome la risurrezione oltrepassa tutti i limiti dell’esperienza terrena, non esistono termini né frasi fatte per ritrasmettere la realtà che tocca queste persone. I discepoli di Gesù cercano delle parole e delle immagini (già pensando alle domande che verranno poste) per esprimere l’inesprimibile.
Succede la stessa cosa per l’ultimo incontro pasquale con il quale termina il Vangelo secondo san Luca.
L’apparizione di Gesù agli apostoli è strana e tuttavia familiare. Dice loro: “Pace a voi!”. Ma essi sono colti dalla paura e pensano – come tanti tra coloro che hanno bisogno di una spiegazione – che si tratti di uno “spirito”. Allora, egli fa toccare loro il suo corpo, e mangia davanti ai loro occhi.
Perché, siccome la fede nella morte e nella risurrezione di Gesù è il fondamento di tutta la predicazione, questa non tollera alcun dubbio.
Gerusalemme, città della morte e della risurrezione, diventa la città dove gli apostoli ricevono lo Spirito promesso e, con lui, la onnipotenza, che fa di loro dei testimoni per tutti i popoli della terra.
I discepoli di Emmaus parlano del risorto e il risorto appare! Quando annunciamo Gesù con convinzione, quanto raccontiamo di Lui a chi ci sta accanto il Signore viene! E porta la pace. Non la pace del mondo, non la pace fatta di armistizi, non la pace che è mesta rassegnazione, ma la pace che solo il Signore ci sa donare… Ma è troppo bello per essere vero e gli apostoli dubitano: è reale Gesù, è un fantasma? Il Signore mangia con loro: è reale, è presente, è lui. Non stiamo annunciando un fantasma smarrito fra le pieghe della storia ma Gesù di Nazareth morto e risorto! È concreta la nostra fede, non si fonda su fiabe ma su fatti! Se accogliamo la presenza del Signore egli ci apre all’intelligenza delle Scritture, alla comprensione della Parola di Dio che ci permette di leggere ed interpretare il mondo e ciò che viviamo. Solo così possiamo annunciare al mondo il vangelo della presenza di Dio e diventare testimoni credibili della conversione e del perdono dei peccati che noi per primi abbiamo sperimentato. Lasciamo che il Signore risorto ancora ci stupisca e ci spalanchi la mente all’accoglienza della Parola!
Venerdì fra l’Ottava di Pasqua
Gv 21,1-14: Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce
l Vangelo di san Giovanni termina con la descrizione di un incontro ricco di simboli: Pietro e altri sei discepoli sono sulle rive del lago di Tiberiade. Là dove si trovavano prima che Gesù li chiamasse per seguirlo e diventare pescatori di uomini. Pietro decide: “Io vado a pescare” – ma senza pensare agli uomini. Gli altri si uniscono a lui.
Nella notte – propizia ai pescatori – vanno sul lago. La mattina, rientrano con le reti vuote. E, sulla riva, qualcuno domanda loro un po’ di pesce.
Ma non hanno pescato nulla, niente per loro stessi, niente che possano dividere. Fidandosi di una sua parola – che non hanno riconosciuto – gettano le loro reti e pescano molti pesci (anche se il mattino non è il momento migliore per la pesca). Allora il cuore del discepolo che Gesù amava si apre. “È il Signore!”, esclama. In modo conforme alla sua posizione nella comunità, Giovanni è il primo a riconoscere Gesù; e Pietro è il primo a raggiungerlo. Gli altri seguono con la barca e le reti, piene di centocinquantatrè grossi pesci, una quantità inaudita.
L’incontro sulla riva è colmo di una strana paura. Nessuno osa domandare: “Chi sei?”. Essi lo sanno, ma tuttavia provano un’impressione di estraneità e di cambiamento. Questa volta, Gesù non mangia. Prende il pane e i pesci. Li dà a loro ed essi li prendono dalle sue mani: il pane e la vita.
Pietro è l’ultimo fra i discepoli a convertirsi. C’è troppo dolore nel suo cuore, è troppo fallimentare il suo percorso. Il fatto di avere rinnegato Gesù davanti ad una serva lo ha gettato nello sconforto più assoluto, Gesù è risorto, certo, ma non per lui… Torna a pescare, riprendendo quelle reti che tre anni prima aveva lasciato per iniziare la folle avventura col Signore. Gli amici di sempre lo seguono, stanno con lui per incoraggiarlo e sostenerlo. Ma, come spesso accade, al danno si aggiunge la beffa: non pesca nulla durante la notte e l’umore di tutti, ora, è nero. Ma alla fine di ogni notte infruttuosa il Signore ci aspetta, come aspetta Pietro. Quando tocchiamo il fondo, il Signore è lì che ci aspetta per farci risorgere. Chiede informazioni l’importuno curioso, i discepoli rispondono appena; poi, accade. La frase, quella frase sentita tre anni prima, nello stesso luogo: prendete il largo. Si guardano, ora, stupiti, silenziosi. Prendono il largo, le reti si gonfiano di pesci. Un nuovo segno, il segno di una pesca fruttuosa, un segno che indica una realtà inattesa: è Lui, è il Signore. Venuto apposta per Pietro, per tirarlo fuori dal baratro…
Sabato fra l’Ottava di Pasqua
Mc 16,9-15: Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo
Il Vangelo di san Marco termina con una catechesi sulla fiducia che meritano gli undici apostoli, la cui testimonianza è il fondamento della fede della Chiesa: Gesù stesso li ha chiamati per andare dalla Galilea a Gerusalemme.
Dopo il Venerdì santo, delusi e senza speranza, restano in città. Maria di Magdala che – secondo questo racconto, che fa fede – è stata la prima alla quale il Signore è apparso, spiega loro di che cosa l’ha incaricata il Cristo risuscitato. I due discepoli che il Signore accompagna lungo il cammino verso Emmaus rientrano a Gerusalemme. Tuttavia, essi non li ascoltano, né credono loro. Né la testimonianza della donna, né quella dei due discepoli fa uscire gli apostoli dalla loro afflizione e dai loro lamenti.
È soltanto quando Gesù stesso è vicino a loro e rimprovera loro la mancanza di fiducia nella parola dei suoi testimoni, che i loro cuori e i loro occhi si aprono.
Vedendolo, capiscono che il vangelo di Dio che Gesù aveva predicato, e che diventa la loro missione, ha un avvenire senza fine. Capiscono che la loro missione comprende “il mondo intero” e “la creazione intera”, tutta la comunità dei viventi.
Il vangelo di Marco si era chiuso in maniera troppo brusca, con le donne che il giorno delle resurrezione erano fuggite piene di spavento, senza dire niente a nessuno. Per questa ragione un discepolo dell’evangelista si era sentito in dovere di aggiungere qualche versetto, fornendo un riassunto delle apparizioni del risorto conosciute da tutta la comunità e aggiungendo una frase finale che è un capolavoro: i discepoli sono invitati ad andare in tutto il mondo ad annunciare il vangelo. Per farlo sono loro per primi a dover superare l’incredulità, a dover affrontare i propri dubbi… Nell’anno della fede, alla fine della settimana dell’ottava di Pasqua, la Parola ci ricorda che anche i discepoli che hanno vissuto l’esperienza della resurrezione in presa diretta devono poi scontrarsi con le proprie incertezze! Non spaventiamoci, allora, se anche noi dobbiamo fare i conti con i dubbi della nostra fede! È salutare il fatto che ci interroghiamo, necessario, però, è il fatto di renderci conto delle nostre insicurezze, approfondendo con intelligenza le verità della nostra fede. Il Signore ha bisogno di discepoli dinamici e credibili, non di mummie piene di dottrina inviolabile!
Domenica 12 Aprile (DOMENICA – Bianco)
II DOMENICA DI PASQUA o della Divina Misericordia (ANNO A)
Gv 20,19-31: Otto giorni dopo venne Gesù.
Dopo la morte di Cristo, gli apostoli rimasero soli. Ebbero paura al punto di rinchiudersi per il timore delle persone malevole. Avevano vissuto tre lunghi anni con il Maestro, ma non l’avevano capito, al punto che Cristo dovette rimproverarli seriamente (Lc 24,25). Non l’avevano capito perché il loro modo di pensare restava troppo terra terra. Vedendo Cristo impotente e senza coscienza sulla sua croce, essi avevano gettato tutt’intorno sguardi impauriti, dimenticando ciò che era stato detto loro: “Vi vedrò di nuovo, e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia” (Gv 16,22). Ed ancora: “Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!” (Gv 16,33).
I discepoli si rallegrarono al vedere Cristo, furono rassicurati dalle sue parole: “Pace a voi! Ricevete lo Spirito Santo!”. Ma essi dovettero attendere la Pentecoste perché lo Spirito Santo venisse a purificare i loro spiriti e i loro cuori, a dare loro il coraggio di proclamare la gloria di Dio, di portare la buona novella agli stranieri e di infondere coraggio ai loro seguaci. Dio si è riavvicinato agli uomini ed essi si sono rimessi nelle sue mani, per mezzo di Cristo e dello Spirito Santo.
Concedendo agli apostoli il potere di rimettere i peccati, Cristo ha detto loro: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi” (Gv 20,22-23). Come Cristo ha fatto con gli apostoli, così il vescovo, imponendo le mani ai sacerdoti che vengono ordinati, trasmette oggi il potere dello Spirito Santo, che permette loro di dispensare i sacramenti e, attraverso di essi, di assolvere i peccati. Ogni sacramento, non solo evoca il ricordo di Cristo, ma è Cristo in persona, che agisce immediatamente per salvare l’uomo. Nel dispensare i sacramenti, la Chiesa si mette in un certo senso ai piedi della croce per portare la salvezza ai credenti. Come potrebbe quindi dimenticare la fonte dalla quale scaturiscono le grazie di salvezza che sgorgano dalle sue mani?
Dio realizzerà il suo più grande desiderio, renderà l’uomo felice se egli lo vorrà, se risponderà “sì” al Padre che gli offre la gioia, a Cristo che gli porta la salvezza, allo Spirito Santo che gli serve da guida.
Dio non impone il suo amore agli uomini. Egli attende che l’uomo stesso faccia un passo in avanti. Dio salva chi si apre a lui per mezzo della fede, della speranza e dell’amore. Dio si avvicina, e anche l’uomo deve avvicinarsi a lui. Allora Dio e l’uomo si incontrano sullo stesso cammino, in Cristo, nella sua Chiesa.
Cristo non è solo uomo, né solo Dio. È Dio e uomo allo stesso tempo; grazie a questa duplice natura, egli è come un ponte teso tra l’umanità e Dio. Il sacrificio offerto a Dio da Cristo ha cancellato le colpe passate, presenti e future. “Egli ha fatto questo una volta per tutte, offrendo se stesso” (Eb 7,27). Da allora gli uomini possono “per mezzo di lui accostarsi a Dio” fiduciosi del fatto che “egli resta sempre” (Eb 7,25).
Così, per la sua natura prodigiosa e il suo sacrificio completo, Cristo è il solo Intercessore e Sacerdote Supremo. In Cristo, gli uomini ritornano al Padre. In Cristo il Padre rivela agli uomini l’amore che egli porta loro.
È sempre più facile avvicinarsi a Dio prendendo la mano caritatevole che il Padre tende all’uomo per aiutarlo a seguire Cristo, nostro Redentore. Tale è il senso del salmo che evoca l’uomo miserabile il cui grido giunse fino agli orecchi del Signore, e che fu liberato dai suoi mali.
Bagliori di folgore escono dalle sue mani
Wilma Chasseur
Domenica della misericordia. Le letture di oggi ruotano tutte attorno al tema della misericordia, a cominciare dalla preghiera iniziale, ribadita dal Salmo e culminante nel brano di Vangelo dove Gesù, apparendo ai discepoli riuniti nel Cenacolo, mostrò loro le mani e il costato trafitto. Tutte le altre ferite e lividure sono scomparse ma queste rimarranno in eterno e da ferite si trasformeranno in feritoie che irradieranno luce splendente per i secoli eterni.
Sappiamo che il fondamento teologico della devozione al Cuore di Gesù, è proprio quel Cuore trafitto dal colpo di lancia dal quale scaturiscono sangue ed acqua: sangue che ci rigenera alla vita della grazia ed acqua che ci purifica dai nostri peccati. E il quadro di Gesù misericordioso, ce lo mostra proprio col Cuore trafitto dal quale scaturiscono due raggi: uno rosso che simboleggia il sangue versato, l’altro bianco che simboleggia l’acqua che ci purifica.
– La segretaria di Gesù misericordioso
Questo quadro e relativa Festa della Divina Misericordia, era stata richiesta espressamente da Gesù a Santa Faustina Kowalska (che definiva sua segretaria) e precisò che doveva essere celebrata la seconda domenica di Pasqua. Cosa che il Papa fece nell’aprile del 2000, quando promulgò ufficialmente il decreto che in questa domenica si celebrasse la Festa della Divina misericordia e il 29 giugno 2002 è stato emanato l’altro decreto che vi accorda l’indulgenza plenaria. Quest’anno poi coincide con la beatificazione di Giovanni Paolo II, profeta della misericordia (una delle sua prime
encicliche fu proprio la Dives in misericordia).
E’ preceduta da una novena di preparazione e, annessa, c’è una grande promessa di Gesù: a tutti coloro che -confessati e comunicati- celebreranno degnamente questa Festa, saranno rimesse pene e colpe e ritroveranno la veste candida battesimale.
Diceva Padre Joseph Barth che è quasi paragonabile ad un nuovo Battesimo.
– Piena remissione…
Sappiamo che il Battesimo ci rende nuovi fiammanti cancellando non solo il peccato originale, ma ogni altro peccato commesso perché opera una consacrazione ontologica consacra cioè una volta per tutte l’essere della persona che lo riceve, e perciò, non può essere mai sciolto né ricevuto una seconda volta. Quindi per noi che il Battesimo non lo possiamo più ricevere, questa Festa contribuisce a ridarci la candida veste battesimale, secondo quanto disse Gesù a Santa Faustina:
“Desidero che la prima domenica dopo Pasqua sia la Festa della mia misericordia. L’anima che in quel giorno si sarà confessata e comunicata, otterrà piena di remissione di colpe e castighi.
L’anima che ricorrerà alla mia misericordia, non perirà: Io, il Signore, la proteggerò come mia gloria e nell’ora della morte non verrò come giudice ma come Salvatore. Dì all’umanità sofferente che si rifugi nel mio Cuore Misericordioso ed io la ricolmerò di pace”.
– Buone notizie…
Ecco un’altra buona notizia dopo quella della Risurrezione. Coi tempi che corrono ne abbiamo proprio bisogno: siamo sommersi da valanghe di notizie che ci vengono trasmesse da ben altri canali (quelli televisivi) quali nuovi vangeli -anzi vangeli al contrario perché diffondono tutt’altro che buone notizie- che ci sommergono, ci travolgono e ci riempiono il cuore e la testa di parole che fanno ammutolire la Parola -l’unica che annuncia vita, speranza e salvezza- e ci rendono incapaci di percepire la verità degli avvenimenti, bombardati come siamo quotidianamente da parole pronunciate a vanvera, senza discernimento, senza discrezione e senza pudore. Dobbiamo recuperare l’orientamento della verità, nel labirinto di informazioni deformanti e disinformate che oggi asseriscono, domani smentiscono, dopodomani rettificano e chi si raccapezza e non perde la testa è bravo! Anzi è superdotato!
Facciamoci diffusori della buona novella della salvezza e della misericordia, e fiumi d’acqua viva irrigheranno il mondo. E una nuova primavera sorgerà!
Testi ripresi da:
http://www.lachiesa.it