Veglia Pasquale nella Notte Santa (A)
Matteo 28,1-10
1 Il quel giorno dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba. 2 Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. 3 Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. 4 Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte. 5 L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. 6 Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. 7 Presto, andate a dire ai suoi discepoli: «È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete». Ecco, io ve l’ho detto». 8 Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. 9 Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. 10 Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».

Veglia della Notte santa, la Madre di tutte le veglie. Così S. Agostino definisce questa celebrazione. Essa si colloca al cuore dell’Anno liturgico, al centro di ogni celebrazione. Ad essa si preparavano i nuovi cristiani, in essa speravano i peccatori, tutti potevano di nuovo attingere dalla mensa ai “cancelli celesti”. Essa rappresenta Totum pasquale sacramentum. Infatti in essa si celebrano non solo i fatti della risurrezione, ma anche quelli della passione di Cristo.
La Veglia è suddivisa in quattro parti:
– dopo il lucernario e il preconio pasquale (che costituiscono la prima parte di questa Veglia),
– la santa Chiesa medita le meraviglie che il Signore Dio fece fin dall’inizio per il suo popolo, confidando nella sua parola e nella sua promessa (seconda parte o liturgia della Parola),
– fino al momento in cui, avvicinandosi il giorno della risurrezione, con i nuovi membri rigenerati nel Battesimo (terza parte),
– viene invitata alla mensa che il Signore ha preparato per il suo popolo, memoriale della sua morte e risurrezione, finchè egli venga (quarta parte).
La Pasqua del Signore
Enzo Bianchi
In questo giorno, il primo dopo il sabato, inizio di una nuova settimana, in verità inizia un nuovo tempo, il tempo della vittoria dell’amore sulla morte, un tempo che durerà fino alla fine del mondo (cf. Mt 28,20). È il tempo in cui Gesù, il Signore vivente, “viene” per incontrare gli uomini e le donne che cercano di dare un senso alla loro vita; è il tempo in cui i discepoli e le discepole di Gesù, senza averlo visto, convinti che egli è vivente, cercano di seguirlo e di conformare la loro vita quotidiana alla sua vita umanissima (cf. 1Pt 1,8-9). Questo giorno che segna una svolta nella storia è la Pasqua del Signore, il Giorno del Signore!
Che cosa è accaduto nella storia, all’alba di quel 9 aprile dell’anno 30 della nostra era, il terzo giorno dopo la crocifissione e la morte di Gesù? Tutti i vangeli ci danno una testimonianza concorde: la tomba nella quale Gesù era stato sepolto viene trovata vuota. Ma seguiamo il racconto di Matteo, come ci chiede la liturgia della grande e santissima veglia pasquale. Passato il sabato, all’albeggiare del primo giorno della settimana, le donne discepole che erano state testimoni della morte di Gesù in croce (cf. Mt 27,55-56) e avevano accompagnato il suo seppellimento da parte di Giuseppe di Arimatea (cf. Mt 27,61) vengono alla tomba di Gesù. Perché? Matteo dice che lo fanno per “contemplare” (verbo theoréo) il sepolcro, mentre Marco e Luca per ungerlo (cf. Mc 16,1; Lc 24,1). Il loro affetto fedele le spinge a tornare dove Gesù è stato deposto, al suo corpo, perché queste donne continuano a essere attratte dal loro maestro e profeta, seguito a caro prezzo fino alla fine. Sono Maria di Magdala e l’altra Maria, venute a Gerusalemme dalla Galilea con Gesù.
In quell’inizio del giorno sono assenti i discepoli, quelli che avevano lasciato tutto per seguire il rabbi Gesù (cf. Mt 4,18-22) ma poi durante la sua passione lo avevano abbandonato per fuggire, tutti, nessuno escluso (cf. Mt 26,56). Anche questa assenza mette in risalto la presenza delle discepole, che nel loro legame perseverante con Gesù diventano le prime testimoni della sua resurrezione. Non appena queste donne si avvicinano al sepolcro, ecco accadere l’indicibile: avviene una rivelazione da parte di Dio e viene dato alle donne un annuncio che solo Dio poteva dare, annuncio che si impone.
La terra stessa sembra partecipare alla rivelazione, sussultando come in un terremoto, e un messaggero del Signore discende dal cielo, inviato da Dio, con il volto lampeggiante di luce e le vesti risplendenti. Abbiamo qui le immagini veterotestamentarie che tentano di raffigurare il mistero non raccontabile a parole e, insieme, abbiamo la descrizione del timore che sempre coglie chi è avvicinato da Dio. Questo messaggero – solo Matteo narra tale particolare – scende dal cielo e fa rotolare la grande pietra che chiudeva il sepolcro, sigillata dalle guardie poste a presidio dalle autorità religiose (cf. Mt 27,62-66); poi fa di questa pietra un trono, sedendosi gloriosamente sopra di essa. La pietra che chiudeva la tomba, segno della morte implacabile e invitta, viene rimossa dal messaggero, il quale sedendosi su di essa proclama che la morte vinta, che non è più l’ultima realtà. Egli si impone anche sulle guardie, che “sono scosse e rimangono come morte”.
Il messaggero può dunque rivolgersi alle donne, dicendo loro: “Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, osservate il luogo dove giaceva”. Il messaggero innanzitutto le rinfranca e attesta di conoscere la loro ricerca: cercavano Gesù! Cercavano colui che avevano visto crocifisso tre giorni prima, colui che era morto in croce e sepolto nella tomba da loro visitata. Ma la tomba è vuota, è questo è un segno per passare dall’aporia alla fede. Nel sepolcro vuoto non c’è una prova della resurrezione: si sarebbe infatti potuto dire che i discepoli erano venuti a rubare il corpo (cf. Mt 27,64), che Gesù non era morto ma fuggito; si sarebbero potute addurre altre spiegazioni… Ma ciò che è decisivo è che all’annuncio: “Non è qui. È risorto”, il messaggero aggiunga: “come aveva detto”, mettendo in evidenza che c’erano delle parole dette da Gesù, che andavano ricordate e credute.
Le donne iniziano così il faticoso cammino del ricordare, del rivivere le parole di Gesù come affidabili, sorgente di fede, di convinzione. In loro nasce la fede: ricordando le parole di Gesù (dicono Marco e Matteo), ricordando anche le Scritture dell’Antico Testamento, vera profezia (dice Luca), interpretando tutto ciò alla luce della tomba vuota, esse aderiscono alla rivelazione: “Gesù, il crocifisso, è risorto!”. E non appena le donne giungono a interpretare l’evento accaduto nella storia, l’evento della tomba vuota, subito sentono in loro la spinta, il desiderio, la forza di annunciare l’evento. Devono andare dai discepoli impauriti e chiusi nella loro abitazione a Gerusalemme, per annunciare loro la buona notizia pasquale della resurrezione di Gesù. E in Galilea avverrà l’incontro:
dove c’era stata la chiamata,
l’incontro e l’intimità,
il coinvolgimento con la vita di Gesù,
là occorreva ritornare, con un cammino che non è geografico ma esistenziale. È un riandare all’inizio per ricominciare e dunque trascendere l’ora del rinnegamento, dell’abbandono del Signore, della propria caduta.
Le donne allora corrono, abbandonano in fretta il sepolcro, che per loro non ha più alcun significato e, convinte che Gesù è risorto, vanno a portare il Vangelo ai suoi discepoli. Sì, le donne sono state le prime destinatarie dell’annuncio pasquale, sono state inviate a quelli che si dicevano inviati (apóstoloi) del Signore: questo dato appare ancora oggi non pienamente accettabile dalla cultura ecclesiastica… Ma in verità questo non è un particolare da poco, e noi oggi dobbiamo metterne in risalto la peculiarità: le donne discepole, e non i discepoli, sono i soggetti della prima testimonianza, della prima evangelizzazione pasquale. È un fatto che resta innegabile, che non può essere tralasciato o ricordato solo superficialmente, ma deve interrogarci oggi ed essere fonte di domande per la cultura cristiana dominante nelle chiese, in tutte le chiese. Quel mattino di Pasqua, quell’inizio della salvezza, ha come protagoniste le donne discepole: i discepoli restano al chiuso, i sacerdoti e gli scribi restano convinti che Gesù è morto e corrompono le guardie perché attestino il falso, e la gente vive la solita indifferenza che la induce a non porsi domande.
Matteo ci dice che non solo le discepole hanno annunciato la fede pasquale ai discepoli, ma che hanno anche potuto vedere una manifestazione di Gesù risorto. Egli viene loro incontro, quasi a ringraziarle per la missione svolta presso i discepoli, e le saluta dicendo: “Rallegratevi!” (chaírete). Allora si avvicinano a Gesù e gli stringono i piedi, cioè cadono a terra e prostrate gli abbracciano i piedi, constatando che è vivente, esprimendogli il loro affetto fedele, rallegrandosi perché la sua morte non è stata un fallimento, ma un passaggio (questo significa il termine “pasqua”) a vita nuova, la vita eterna di Dio. Gesù, in risposta, dà loro il comando già consegnato dal messaggero: “Non abbiate paura; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno”.
Questo comando di andare in Galilea significa per le discepole e i discepoli: “Ricostituite la comunità, dopo la dispersione avvenuta a Gerusalemme. Riprendete il cammino della fede insieme e in quella terra di frontiera tra Israele e i territori delle genti iniziate ad annunciare la buona notizia della resurrezione, perché questo è il fondamento del Vangelo”. Su questo evento della resurrezione i discepoli, gli evangelisti e poi tutti i cristiani torneranno a raccontare, a interpretare, celebrando così la loro fede fino a oggi. Cristo è risorto: questa la nostra speranza, il nostro debito verso l’umanità tutta!
Due donne al sepolcro
Paul Devreux
Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba. Bellissimo l’annuncio di Pasqua. L’alba del primo giorno della settimana è domenica. Due donne vanno a visitare la tomba, segno di affetto e di attaccamento a Gesù. Desiderano stargli ancora vicino, anche se è morto, come noi quando ci lascia una persona cara.
Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte. L’angelo del Signore è il Signore. Il fatto che il suo aspetto è come folgore ci dice che è arrabbiatissimo con la morte, tant’è vero che toglie la pietra e si siede sopra per dirci: “Io sono il Signore e non voglio che la morte prevalga sulla vita”. Il suo vestito è bianco come la neve, segno di luce e di serenità. Toglie la pietra definitivamente eliminando così ogni ostacolo tra noi e i nostri cari defunti. Le guardie si spaventano, anche perché se non c’è più la morte e la paura della morte, il loro mondo è sconvolto.
L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto». Il Signore dice alle donne, alla chiesa e a noi: “Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso”. Di questo è importante prendere coscienza: Il Signore sa chi lo cerca e desidera stare con lui. Sa chi desidera seguirlo e mettere in pratica i suoi insegnamenti, e si manifesta a lui. Ci dice di non cercarlo tra i morti perché è risorto e ci aspetta in Galilea; là lo vedremo. Cosa significa? La Galilea è dove tutto è cominciato ed è simbolo anche del quotidiano. È lì che posso vedere Gesù, nelle cose di tutti i giorni, perché lui è con me. L’importante è fare le cose di sempre ma in comunione con lui, cercando di farle come lui l’avrebbe fatto, amando, perdonando e tendendo la mano a tutti per primo! Avendo sempre come riferimento il suo vissuto.
Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Che bello correre per dare una buona notizia. Signore fa’ che anche noi possiamo dare buone notizie, cominciando con quella della tua risurrezione.
Ed ecco, Gesù venne loro incontro Come sempre, è sempre lui che prende l’iniziativa.
e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. I piedi rappresentano il cammino che ha fatto per arrivare qui. Abbracciarli è riconoscere che la sua vita è da prendere a modello; luce per il nostro cammino.
Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno». Di nuovo questo annuncio: Non temete, non abbiate paura e andate in galilea; là lo vedremo! Signore grazie per il dono della tua vita, per la tua risurrezione, per il tuo ritorno tra noi e per la tua disponibilità a continuare a donarci la tua vita. Pensateci un attimo: Se vi avessero trattato come hanno trattato Gesù, sareste tornati indietro? Io no. Anche questo mi fa capire quanto è Dio e quanto è grande il suo amore per noi. Buona Pasqua e portate a tutti l’annuncio che Gesù è veramente risorto.
Sabato Santo: vita ritrovata
don Fulvio Bertellini
Gli ultras del derby
La Veglia Pasquale avrebbe sette letture, più l’epistola e il Vangelo. Generalmente se ne scelgono solo tre o quattro, altrimenti sarebbe troppo lunga. Non siamo abituati a reggere una celebrazione di questo tipo. Dobbiamo ammettere che è così, purtroppo: è troppo lunga PER NOI. Perché siamo duri, incapaci di ascoltare la sua parola, non realmente interessati alla risurrezione.
Prendete i tifosi di calcio. Gente stupida e ignorante, dirà qualcuno. Gente focosa e simpatica, dirà qualcun altro. Gente che la domenica si ritrova fin dalla mattina per preparare cori, striscioni, coreografie, petardi, forse anche piani di battaglia con tifosi avversari e forze dell’ordine, e va avanti tutto il pomeriggio, finché il materiale viene portato allo stadio, controllato dal servizio di sicurezza, e una-due-tre ore prima della partita si entra a prendere il posto. Durante la partita si realizza tutto quello che è stato preparato: canti, esibizione di striscioni, esultanza, sfottò e anche pestaggi, se capita. Per una partita in notturna abbiamo quindi due ore circa di partita, qualche ora di attesa nello stadio e una giornata (forse una settimana) di preparazione. E’ davvero troppo lunga la veglia pasquale?
Ci interessa?
Cronometricamente no. Solo che ci interessa – temo, e spero di sbagliare – meno di quanto a un tifoso interessa la partita. Il tifoso vive per quell’appuntamento settimanale (che sia la domenica, come da noi, o il sabato, come negli altri paesi); ma noi viviamo per la celebrazione della Pasqua?
Nella Passione Gesù affronta le domande fondamentali della nostra esistenza: ha senso vivere? Ha senso amare? Ha senso soffrire? Domande a cui il tifoso ultras dà una risposta grezza ma efficace: vivere è bello perché c’è un’ora alla settimana in cui soffri e gioisci con la tua squadra e con i tuoi compagni, e in quell’ora dimentichi tutto il resto, che magari è uno schifo.
E’ dura la vita
Non è una risposta diversa da quella che di fatto vivono tante persone: vivere è bello finché sei giovane e non hai responsabilità, vivere è bello se ti puoi divertire, vivere è bello se puoi goderti la vita, quando c’è la salute c’è tutto, ma te ne accorgi soltanto se la salute non ce l’hai, e quando arrivi a un certo punto è meglio farla finita, per non soffrire tu e non far soffrire gli altri.
Le letture della veglia pasquale ci fanno scoprire un’idea diversa della vita: un’esistenza bella in ogni suo aspetto, dalla prima all’ultima delle cose create (prima lettura); la possibilità di fidarsi di Dio, anche nell’ora della prova (il sacrificio di Isacco); Dio che libera il suo popolo dalla schiavitù e lo guida alla Terra Promessa (terza lettura); Dio che offre il perdono al popolo adultero e peccatore (quarta lettura), che guida la storia con la potenza della sua parola (quinta lettura), che insegna la via della vita, e dona un cuore nuovo per camminare in essa (sesta e settima lettura).
Uomini nuovi
Nella notte pasquale veniamo strappati ad una vita a compartimenti stagni, un’infelicità continua, inframmezzata da rari momenti di divertimento o di evasione o di soddisfazione. Gesù ci offre una vita piena: dove ogni momento può e deve diventare dono, condivisione, offerta, ringraziamento, comunicazione, comunione, solidarietà… è la sua presenza di Risorto che anima la nostra esistenza. Qui cominciamo anche a capire il perché della Passione, che per noi resta incomprensibile e intollerabile: infatti noi non pretendiamo la salvezza. Ci accontenteremmo di molto meno: qualche momento sicuro di felicità; poter vivere intorpiditi nella comodità; al limite, di una “dolce morte”. Per tutto questo non ci serve un salvatore: ci basta un mago, un astrologo, un fattucchiero (o anche un medico-scienziato, tanto il risultato non cambia; o anche un santo – perché no? -, purché faccia il mago, e non pretenda di fare il santo). Soprattutto, non abbiamo nessun desiderio di uno che ci ricordi che siamo peccatori.
Il Risorto
Gesù invece viene per salvare la nostra vita; ma TUTTA la nostra vita, senza mettere da parte le sue fatiche e le sue sofferenze, senza dimenticare che siamo peccatori; e non ci salva per via magica: ci salva come uomini, facendosi uomo come noi, portando su di sé le nostre gioie, i nostri dolori, le nostre malattie; accettando le conseguenze del nostro peccato, e manifestandoci l’amore del Padre. “Non abbiate paura, voi!”… andate a dire ai suoi discepoli: E’ risuscitato dai morti e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Il Gesù che accetta la sofferenza e la morte non ne rimane prigioniero, e ci invita a seguirlo, a muoverci, a compiere lo stesso passaggio. Questo è il segreto della nostra vita di cristiani, quel segreto che non riusciremo a capire per tutta la nostra vita, e che anche quest’anno rischiamo di festaggiare per abitudine, senza lasciarci trasformare.