Domenica di Pasqua (A)
Giovanni 20,1-9

Il primo giorno della settimana, Maria di Magdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. (…)
(Letture: Atti 10,34a.37-43; Salmo 117; Colossesi 3,1-4; Giovanni 20,1-9)
Amare è dire: tu non morirai. Ed ora è una realtà
Ermes Ronchi
Come il sole, Cristo ha preso il proprio slancio nel cuore di una notte: quella di Natale – piena di stelle, di angeli, di canti, di greggi – e lo riprende in un’altra notte, quella di Pasqua: notte di naufragio, di terribile silenzio, di buio ostile su di un pugno di uomini e di donne sgomenti e disorientati. Le cose più grandi avvengono di notte.
Maria di Magdala esce di casa quando è ancora buio in cielo e buio in cuore. Non porta olii profumati o nardo, non ha niente tra le mani, ha solo la sua vita risorta: da lei Gesù aveva cacciato sette demoni.
Si reca al sepolcro perché si ribella all’assenza di Gesù: «amare è dire: tu non morirai!» (Gabriel Marcel). E vide che la pietra era stata tolta. Il sepolcro è spalancato, vuoto e risplendente nel fresco dell’alba, aperto come il guscio di un seme. E nel giardino è primavera.
I Vangeli di Pasqua iniziano raccontando ciò che è accaduto alle donne in quell’alba piena di sorprese e di corse. La tomba, che avevano visto chiudere, è aperta e vuota.
Lui non c’è. Manca il corpo del giustiziato. Ma questa assenza non basta a far credere: hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno messo.
Un corpo assente. È da qui che parte in quel mattino la corsa di Maddalena, la corsa di Pietro e Giovanni, la paura delle donne, lo sconcerto di tutti. Il primo segno è il sepolcro vuoto, e questo vuol dire che nella storia umana manca un corpo per chiudere in pareggio il conto degli uccisi. Una tomba è vuota: manca un corpo alla contabilità della morte, i suoi conti sono in perdita. Manca un corpo al bilancio della violenza, il suo bilancio è negativo. La Risurrezione di Cristo solleva la nostra terra, questo pianeta di tombe, verso un mondo nuovo, dove il carnefice non ha ragione della sua vittima in eterno, dove gli imperi fondati sulla violenza crollano, e sulle piaghe della vita si posa il bacio della speranza.
Pasqua è il tema più arduo e più bello di tutta la Bibbia. Balbettiamo, come gli evangelisti, che per tentare di raccontarla si fecero piccoli, non inventarono parole, ma presero in prestito i verbi delle nostre mattine, svegliarsi e alzarsi: si svegliò e si alzò il Signore.
Ed è così bello pensare che Pasqua, l’inaudito, è raccontata con i verbi semplici del mattino, di ognuno dei nostri mattini, quando anche noi ci svegliamo e ci alziamo. Nella nostra piccola risurrezione quotidiana.
Quel giorno unico è raccontato con i verbi di ogni giorno. Pasqua è qui, adesso. Ogni giorno, quel giorno. Perché la forza della Risurrezione non riposa finché non abbia raggiunto l’ultimo ramo della creazione, e non abbia rovesciato la pietra dell’ultima tomba (Von Balthasar).
Una pietra spostata, una vita ri-donata
Luca Rubin
Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Non c’è domenica che tenga: se devi fare qualcosa, se il pensiero occupa prepotentemente tutte le tue risorse cerebrali e cardiache, devi lasciargli il passo, assecondarlo, e seguirlo. Era ancora buio, saranno state le 5 di mattina? Più o meno. Fatto sta che era buio, un buio che dura da ore, da giorni, un buio che è oscurità e ha sconvolto la vita di quella donna; ora, dopo aver dormito poco e male, esce di casa, e va là dove il suo pensiero non ha mai cessato di essere: al sepolcro, contenente il corpo del Signore, del Maestro, di Gesù.
Si reca, si sposta da un luogo all’altro, a un passo normale, tanto più che è buio, e deve guardare dove mette i piedi. Questo è il passo di chi ha perso tutto, e procede quasi per inerzia, è il passo di chi vive un dolore che sconquassa la sua intera esistenza, e vive, e muore dentro, ma vive, in qualche maniera.
Ecco l’elemento che dà inizio a un nuovo capitolo: la pietra era stata tolta dal sepolcro. Il primo annuncio ci viene dal regno minerale, da una pietra che doveva custodire un corpo, una pesante pietra con la vocazione di schiacciare, contenere, nascondere e anestetizzare un dolore immenso. Immagina di andare presso la tomba di un tuo familiare e vedere la lapide rimossa: vandali? Ladri? Dispetto? Oltre alla gravità del fatto in se stesso (esiste un reato chiamato “violazione di sepolcro”), quella pietra è l’unica modalità fisica per poter vedere, simbolicamente, i nostri cari defunti. Vedere, appunto. Era ancora buio, e a questa tenebra se ne aggiunge un’altra: il sepolcro è stato manomesso e non è possibile “vedere”. Eppure nella notte e senza pietra, Maria vede.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Di corsa! Appena si rende conto di questa oscurità raddoppiata, Maria corre: questo verbo fa proprio riferimento al corridore che mette tutto il suo impegno per arrivare primo e vincere la gara. La corsa di Maria raggiunge “Pietro e l’altro discepolo, quello che Gesù amava”, Giovanni, autore del vangelo. Quando siamo atterriti da una notizia cerchiamo un amico, una persona cara con la quale condividere il peso della situazione. Maria corre dai suoi amici e amici di Gesù, ai quali non parla di pietra spostata, ma dà la sua interpretazione: sottrazione di cadavere, pur evidenziando che il suo problema principale è “non sappiamo dove l’hanno posto”.
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Tutti che corrono. Pietro e Giovanni si dirigono al sepolcro, per vedere, anche loro, e anche loro di corsa. Anche qui assistiamo a una dinamica di gara podistica: Giovanni corre più veloce di Pietro e arriva prima (vince facile Giovanni: era molto più giovane!) Appena Giovanni arriva “si chinò, vide i teli posati là”, si china per guardare meglio, per capire cosa è successo. Maria vede e corre, Giovanni vede poi corre e si ferma: come non pensare a questi giorni di lockdown, di quarantena, nei quali siamo chiamati tutti a fermarci?
Giovanni è colui che impersona meglio questa situazione: corro, vedo, mi fermo, e mi fermo per vedere meglio, per cogliere la portata dell’evento. Non entra dentro al sepolcro, Giovanni, qualcuno sostiene che è una forma di rispetto nei confronti di Pietro, più anziano. Non dimentichiamo che Giovanni era l’unico dei Dodici rimasto sotto la croce: ha visto in faccia la morte, non aveva bisogno di perlustrare il sepolcro, vuoto o pieno che fosse.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Maria vede e corre, Giovanni corre, vede e si ferma, Pietro corre, entra e non vede, dice il testo greco, ma osserva, scruta: è la stessa radice da cui deriva ‘teatrò: guardare per coglierne un significato, fare discernimento. Pietro oltre ai teli vede anche il sudario: come in uno zoom sempre più dettagliato l’evangelista ci fa entrare nel sepolcro, ed è Pietro, come un attento ricercatore, che raccoglie ogni dettaglio, per poter ricostruire i fatti, le possibili soluzioni, per fare discernimento e cogliere il significato profondo. Pietro, a differenza di Giovanni, ha bisogno di entrare, di toccare, di scrutare e capire: due notti fa lui era sconvolto dalla paura, e in un pianto amarissimo; ora torna sui suoi passi per fare esperienza, ed entra così nel mistero di una vita e di una morte, nella dinamica di un tutto orientato all’amore senza misura.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.
Terminato il lockdown, Giovanni entra anche lui nel sepolcro. Mentre prima ha visto fisicamente i teli, ora il testo originale usa un verbo diverso: Giovanni non solo vede fisicamente degli oggetti, e neppure osserva come Pietro, ma guarda con attenzione. Questi tre modi di usare gli occhi (vedere, osservare, guardare) sono il percorso che il discepolo compie, aiutato dalla corsa, dal chinarsi e dallo stare fermo. Non è solo: Pietro e Maria in modo diverso hanno compiuto anch’essi un cammino.
La resurrezione del Signore è esigente tanto quanto la sua passione e morte, perché anch’essa è regolata e normata dalla dura legge dell’incarnazione. Gesù risorto non è il supereroe invincibile circondato da lampi, tuoni e bagliori, bensì è una lampada accesa nel buio della notte, come le torce dei nostri smartphone. Pasqua non è un lieto fine ma è fare esperienza concreta che Dio abita la mia notte e con Lui posso arrivare all’alba del nuovo giorno. Come la primavera, che fiorisce nonostante il corona-virus, Gesù risorge e vive nella tua notte, facendola propria.
Che tu corra come Maria, che tu stia fermo come Giovanni, oppure che tu corra come Pietro, vedi, guarda, osserva, ma soprattutto credi, credi, credi che Dio non ti abbandona, non ti lascia. Sia questo per te Pasqua: la certezza della presenza e dell’amore di Dio per te, oggi.
“Cristo Risorto”:
la buona notizia che cambia l’uomo e la storia
P. Romeo Ballan
“Il primo giorno della settimana” (Vangelo, v. 1), Gesù è risorto! Esplode la vita, inizia la storia nuova dell’umanità: nulla è come prima, tutto ha un senso nuovo, positivo, definitivo. L’annuncio di quel fatto storico – che è il tesoro fondante della comunità dei credenti in Cristo – rimbalza di casa in casa, di chiesa in chiesa, ad ogni latitudine, in tutti gli angoli del mondo; diventa ‘vangelo = bella notizia’ per tutti i popoli. “Il sepolcro vuoto è diventato la culla del cristianesimo” (S. Girolamo). La tomba vuota ha marcato il passo decisivo della fede per Giovanni: egli corse al sepolcro, “si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò”; poi entrò insieme con Pietro, “e vide e credette” (v. 4.5.8). Era l’inizio della fede in Gesù risorto, che più tardi si rafforzò quando lo videro vivente.
La fede è graduale: Maria di Màgdala, Pietro e Giovanni corsero al sepolcro con l’intenzione di recuperare un cadavere sparito; erano impreparati ad un avvenimento che non era nei loro calcoli; solo più tardi arrivarono alla fede nel Signore risorto; e ne divennero perfino testimoni ed annunciatori coraggiosi (I lettura): “Noi siamo testimoni… testimoni prescelti da Dio… E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare…” (v. 39.41.42). Da allora, il cammino ordinario della trasmissione della fede cristiana è la testimonianza di persone che hanno creduto prima di noi. Per questo, noi professiamo che la fede è apostolica: perché è radicata nella fede degli Apostoli e nella loro testimonianza. “Il fatto principale nella storia del cristianesimo sta in un certo numero di persone che affermano di aver visto il Risorto” (Sinclair Lewis).
Da sempre, la Chiesa missionaria dà inizio a nuove comunità di fedeli proprio annunciando che Gesù Cristo è il Figlio di Dio, crocifisso e risorto. È Lui il motivo radicale e il fondamento della missione. Il fatto storico della risurrezione di Cristo, avvenuto intorno all’anno 30 della nostra era, costituisce il nucleo centrale e dirompente del messaggio cristiano, mentre la catechesi ne arricchisce i contenuti e li trasmette con metodologia adeguata. La missione è portatrice del messaggio di vita, che è Cristo stesso: il Vivente per la sua risurrezione, dopo la passione e morte. Questo è il kerigma, annuncio essenziale per quelli che non sono ancora cristiani; e annuncio fondamentale anche per risvegliare e purificare la fede in coloro che si soffermano quasi soltanto alla prima parte del mistero pasquale. Vi sono cristiani, infatti, che si concentrano quasi solo sul Cristo sofferente nella passione, e quasi non fanno il salto della fede nel Cristo risorto. Sembra loro più facile e consolante identificarsi con il Cristo morto, soprattutto quando si vivono situazioni di sofferenza, depressione, povertà, umiliazione, lutto… In realtà, tale consolazione sarebbe soltanto apparente e passeggera senza la fede nel Risorto.
La testimonianza, che unisce insieme annuncio e coerenza di vita, è la prima forma di missione (cfr. AG 11-12; EN 21; RMi 42-44). I veri testimoni del Risorto sono persone contagiose. Le persone trasformate dal Vangelo di Gesù risorto, che vivono i valori superiori dello spirito (II lettura), sono le uniche in grado di contagiare altre persone e interessarle agli stessi valori: quali l’accettazione e la serenità nella sofferenza, la speranza anche davanti alla morte, la preghiera come abbandono nelle mani del Padre, la gioia nel servizio agli altri, l’onestà a tutta prova, l’umiltà e l’autocontrollo, la promozione del bene altrui, l’attenzione ai bisogni degli ultimi, la testimonianza dell’Invisibile… La missione si estende e si realizza capillarmente così, ancor prima e meglio che attraverso le sole parole, le strutture e le gerarchie. “Celebra la Pasqua con Cristo solo chi sa amare, sa perdonare… con un cuore grande come il mondo, senza nemici, senza rancori”, come insegnava in una catechesi il vescovo Mons. Oscar Arnulfo Romero, poco prima di essere ucciso a San Salvador il 24 marzo 1980.
La missione è un evento eminentemente pasquale, perché affonda le sue radici e i contenuti nella Risurrezione di Cristo. Questa è la notizia più bella di cui il mondo ha bisogno: in Cristo crocifisso, morto e risorto “Dio dona la vita nuova, divina ed eterna. È questa la buona novella, che cambia l’uomo e la storia dell’umanità e che tutti i popoli hanno il diritto di conoscere” (Giovanni Paolo II, in RMi 44). “L’evangelizzazione, nel nostro tempo, sarà possibile soltanto per contagio di gioia”. (Papa Francesco). Tale evangelizzazione – gioiosa, paziente e progressiva – è la prima attività della Chiesa missionaria presso tutti i popoli.
Pasqua di risurrezione:
Testimone è chi “ha visto” il Signore
Fernando Armellini
Sono commoventi le parole appassionate con cui Giovanni inizia la sua lettera: “Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita… noi lo annunziamo anche a voi” (1 Gv 1,1-3). Un’esperienza invidiabile, ma irrepetibile la sua. Tuttavia, per divenire “testimoni” di Cristo, non è indispensabile aver camminato con Gesù di Nazaret lungo le strade della Palestina.
Paolo – che pure non ha conosciuto personalmente Gesù – è costituito testimone delle cose che ha visto (At 26,16) e riceve dal Signore quest’incombenza: “Come hai testimoniato per me a Gerusalemme, così è necessario che tu mi renda testimonianza anche a Roma” (At 23,11).
Per essere testimone, basta aver visto il Signore realmente vivo, al di là della morte.
Testimoniare non equivale a dare buon esempio. Questo è certamente utile, ma la testimonianza è un’altra cosa. La può dare solo chi è passato dalla morte alla vita, chi può confermare che la sua esistenza è cambiata e ha acquistato un senso da quando è stata illuminata dalla luce della Pasqua, chi ha fatto l’esperienza che la fede in Cristo dà senso alle gioie e ai dolori e illumina i momenti lieti e quelli tristi.
Proviamo a interrogarci: la risurrezione di Cristo è un punto di riferimento costante in tutti i progetti che facciamo, quando comperiamo, vendiamo, dialoghiamo, dividiamo un’eredità, quando scegliamo di avere un altro figlio… o riteniamo che le realtà di questo mondo non abbiano nulla a che vedere con la Pasqua?
Chi ha visto il Signore non fa più nulla senza di lui.
Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Se il nostro cuore si aprirà alla comprensione delle Scritture, vedremo il Signore”.
Prima Lettura (At 10, 34.37-43)
34 Pietro prese la parola e disse: 37 “Voi conoscete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, incominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; 38 cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui.
39 E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, 40 ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, 41 non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. 42 E ci ha ordinato di annunziare al popolo e di attestare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio. 43 Tutti i profeti gli rendono questa testimonianza: chiunque crede in lui ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo nome”.
Questa lettura è presa dal quinto degli otto discorsi pronunciati da Pietro negli Atti degli apostoli. La scena si svolge a Cesarea, nella casa del centurione Cornelio dove si è riunito un gruppo di pagani che stanno per ricevere il battesimo.
È prezioso questo brano perché, in sintesi, presenta la predicazione fatta nelle prime comunità cristiane. Ponendola sulla bocca di Pietro, l’autore intende conferirle l’autorevolezza e la garanzia dell’ufficialità. Vediamo quali sono i punti essenziali di questa predicazione.
Anzitutto essa richiama la vita di Gesù. Egli è passato facendo del bene e curando tutti coloro che erano vittime del male perché in lui operava la forza di Dio (vv. 37-38). Viene indicato anche il luogo e il tempo in cui questa sua attività ha avuto inizio: tutto è cominciato in Galilea dopo il battesimo predicato da Giovanni. Ciò che è accaduto prima – la sua infanzia e la giovinezza trascorse a Nazareth – interessa la nostra curiosità, ma non costituisce il punto di riferimento per la nostra fede.
Pietro sottolinea fatti concreti, verificabili, noti a tutti, perché la fede cristiana non si basa su elucubrazioni esoteriche o su un personaggio della mitologia, ma fa riferimento a un uomo concreto, vissuto in un luogo e in un tempo ben precisi.
Ci aspetteremmo che Pietro facesse almeno un accenno anche all’annuncio della Buona Novella, invece egli si limita a sottolineare la trasformazione concreta del mondo realizzata da Gesù. Essa basta per provare che ha avuto inizio una realtà nuova.
Il secondo punto della predicazione è quanto gli uomini hanno fatto: non hanno riconosciuto in Gesù l’inviato di Dio e lo hanno ucciso inchiodandolo ad una croce (v. 39).
E Dio come ha reagito? Egli – dice Pietro – non poteva abbandonare il suo “Servo fedele” prigioniero della morte, per questo lo ha risuscitato. La sua opera si oppone a quella degli uomini, che danno la morte, portano verso il sepolcro.
Dio è colui che risolleva e conduce alla vita. Questo è l’articolo fondamentale della nostra fede (v. 40).
Infine viene indicata la missione dei discepoli: essi sono testimoni di questi fatti (v. 39.41) e sono inviati ad annunciare e attestare che Gesù è stato costituito giudice dei vivi e dei morti (v. 42). Questa verità fa parte del “Credo” e non è una minaccia, ma un messaggio lieto. Gli apostoli devono dire a tutti che Gesù non è un giudice che condanna, ma il modello con il quale Dio confronta la vita di ogni uomo, dichiarandone la riuscita o il fallimento. Non c’è un’istanza superiore. I giudei non potranno appellarsi alla loro fede in Dio o all’osservanza della legge. Il punto di riferimento stabilito da Dio non sono la legge, le tradizioni, né qualunque altro criterio umano, ma è Gesù e soltanto Gesù.
Gli apostoli sono suoi testimoni perché sono stati con lui, hanno mangiato e bevuto con lui, hanno udito i suoi insegnamenti e hanno visto i segni da lui compiuti. Non sono testimoni per la loro vita esemplare, ma in quanto hanno fatto un’esperienza unica che sono in grado di riferire a chiunque li voglia ascoltare con onestà e purezza di cuore.
Seconda Lettura (Col 3,1-4)
1 Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; 2 pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. 3 Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! 4 Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria.
Scrivendo ai cristiani di Colossi, Paolo ricorda loro che, nel giorno del battesimo, essi sono nati ad una vita nuova, vita che ha la sua piena realizzazione non in questo mondo, ma nel mondo di Dio.
La fede in questa vita nuova è ciò che differenzia i credenti dagli atei, i quali sono convinti che l’uomo, contando unicamente sulle proprie forze, riesce a raggiungere la salvezza in questo mondo.
Non è difficile rendersi conto che, anche se venissero risolti tutti i problemi materiali, ci fosse cibo per tutti, il dolore e la malattia fossero vinti, pure allora rimarrebbero delle domande irrisolte nell’intimo del cuore dell’uomo: perché vivo e perché muoio? Da dove vengo e dove vado?… Solo Cristo morto e risorto dà una risposta soddisfacente a questi interrogativi.
Paolo non dice che i cristiani non devono interessarsi delle realtà di questo mondo. Essi lavorano e s’impegnano come gli altri. Tuttavia sono convinti che la pienezza di vita non può essere raggiunta qui (v. 2).
Le opere buone non possono mancare – dice la lettura – sono una manifestazione della vita nuova, sono segni della sua presenza. Sono come i frutti che possono spuntare e crescere solo su un albero vivo e rigoglioso.
Vangelo (Gv 20,1-9)
1 Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro.
2 Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”.
3 Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro.
4 Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 5 Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. 6 Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, 7 e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte.
8 Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. 9 Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti.
Videocommento
“Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro. Era ancora buio…” (v. l). In queste prime parole del vangelo del giorno di Pasqua si percepiscono, quasi si respirano i segni della vittoria della morte. Sulla terra tutto è silenzio, immobilità, quiete, ed una donna, sola ed impaurita, si muove nell’oscurità della notte. La morte sembra dominare incontrastata e il silenzio e il buio ne celebrano il trionfo. Il potere, il principio della forza, la discriminazione, l’ingiustizia, il lievito dell’astuzia sembrano aver avuto definitivamente la meglio sulle forze della vita.
Vediamo invece cosa accade quando Maria scorge il sepolcro vuoto: la scena cambia come d’incanto. Colti da un improvviso fremito, tutti i personaggi si scuotono dal loro torpore e prendono a muoversi rapidamente: “Maria di Magdala corre da Simon Pietro… che si precipita fuori con l’altro discepolo… Corrono insieme, ma l’altro discepolo corre più veloce…” (vv. 2-4). Cogliendo tutti di sorpresa, il giorno dopo il sabato, la vita riesplode in tutta la sua forza. Dio è intervenuto e ha spalancato il sepolcro, ma la Maddalena ancora non lo sa, pensa che il cadavere sia stato trafugato. La sua è una reazione naturale e spontanea, è il primo pensiero che attraversa la mente di chiunque s’imbatte in una tomba vuota.
Ci si può fermare a questa prima constatazione o si può continuare a cercare un senso a ciò che si constata. Di fronte alla morte ci si può rassegnare e piangere o aprire il cuore alla luce dall’alto.
La Maddalena esce momentaneamente di scena ed è come se passasse il testimone, nella corsa verso la fede, ad altri due discepoli. Uno è ben noto, Pietro, l’altro non ha nome. In genere si dice che si tratta dell’evangelista Giovanni. Ma questa identificazione è avvenuta molto tardi, circa cent’anni dopo che l’apostolo era morto. Può darsi che fosse lui il discepolo che Gesù amava, tuttavia, nel vangelo di Giovanni, questa figura ha certamente anche un carattere simbolico che è opportuno cogliere.
Questo discepolo senza nome è sempre legato in qualche modo a Pietro:
- entra in scena accanto ad Andrea. I due un giorno vedono Gesù passare, gli chiedono dove abita, lo seguono e rimangono con lui tutta la notte. Che c’entra Pietro? C’entra perché il discepolo senza nome arriva a Gesù prima di lui (Gv 1,35-40);
- di questo discepolo non si parla più fino all’ultima cena quando Gesù dichiara che fra i dodici c’è anche un traditore. Chi lo scopre? Chi sa riconoscere chi sta dalla parte di Gesù e chi invece è contro di lui? Non Pietro, ma il discepolo senza nome che reclina il capo sul petto del Signore (Gv 13,23-26);
- durante la passione, mentre Pietro si ferma e rinnega il Maestro, il discepolo senza nome ha il coraggio di seguirlo, entra nella casa del sommo sacerdote e sta vicino a Gesù durante il processo (Gv 18,15-27);
- sul Calvario Pietro non c’è, è fuggito. Il discepolo che Gesù ama invece è con il Maestro, è ai piedi della croce con la madre di lui (Gv 19,25-27);
- poi viene il brano di oggi in cui Pietro è nuovamente battuto sia nella corsa materiale che in quella spirituale – come tra poco vedremo (Gv 20,3-10);
- sul mare di Tiberiade è ancora questo discepolo a riconoscere il Risorto nell’uomo che si trova sulla riva. Pietro se ne rende conto solo più tardi (Gv 21,7);
- infine quando è invitato da Gesù a seguirlo, Pietro non ha il coraggio di farlo da solo, sente il bisogno di avere al suo fianco “il discepolo che Gesù amava” (Gv 21,20-25).
Chi rappresenta dunque? Come mai non ha nome?
Rappresenta il discepolo autentico, quello che appena incontra Gesù non ha esitazioni, lo segue immediatamente, lo vuole conoscere, dimentica anche di dormire pur di stare con lui. Lo conosce al punto da scoprire subito chi sono i suoi amici e quali i nemici. Lo segue anche quando è necessario donare la vita. Non ha nome perché ognuno è invitato a inserire il proprio nome.
Vediamo questa coppia di discepoli correre al sepolcro. Il discepolo senza nome giunge per primo, si china, vede le bende per terra, ma non entra. Giunge anche Simon Pietro che entra, vede le bende per terra e il sudario che era stato posto sul capo di Gesù, non per terra con le bende, ma arrotolato in un luogo a parte.
Nulla di miracoloso, non c’è alcuna apparizione di angeli, ovunque si vedono solo i segni della morte. Forse i due discepoli hanno un’intuizione, quella formulata da Giovanni Crisostomo: “Chiunque avesse portato via il corpo, non lo avrebbe prima spogliato, né si sarebbe preso il disturbo di rimuovere e di arrotolare il sudario e di lasciarlo in un luogo a parte”. Il cadavere non è dunque stato trafugato.
Pietro si ferma, attonito e stupefatto. Constata, ma non riesce ad andare oltre. I suoi pensieri si bloccano davanti all’evidenza della morte. Il discepolo senza nome invece fa un passo in avanti: vede e comincia a credere (v. 8). È il momento culminante del suo cammino verso la fede nel Signore risorto. Di fronte ai segni della morte (la tomba, le bende, il sudario…) egli comincia a percepire la vittoria della vita.
L’annotazione che segue accomuna i due discepoli: “Non avevano ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti” (v. 9). Sembra illogica, almeno per quanto riguarda il discepolo senza nome. Ma, a questo punto, l’evangelista Giovanni non sta redigendo una fredda cronaca dei fatti, ma sta indicando ai cristiani delle sue comunità l’itinerario attraverso il quale si giunge alla fede. Si parte dai segni – quelli documentati dai vangeli (Gv 20,30-31) – che però rimangono misteriosi e incomprensibili se non ci si lascia guidare dalla parola di Dio contenuta nelle sacre Scritture. Sono queste che spalancano la mente e il cuore e danno l’illuminazione interiore che svela il Risorto. Il discepolo autentico non ha bisogno di altre prove, non ha bisogno delle verifiche che esigerà Tommaso.
Gesù ha detto ai discepoli: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Chi ancora non crede considera un’assurdità, una follia il dono gratuito della vita, perché dietro questo dono vede solo i segni della morte. Alla luce della Pasqua invece, il discepolo autentico “comincia a capire” che la vita donata per i fratelli introduce nella beatitudine di Dio.
Il versetto conclusivo dell’episodio – i due discepoli “se ne tornarono di nuovo a casa” (v. 10) – dà quasi l’impressione che tutto ritorni come prima. Ma non è così. I due hanno conosciuto Gesù, hanno verificato gli stessi fatti e visto gli stessi segni. Riprendono la vita di ogni giorno, ma uno continua scoraggiato e deluso, l’altro è guidato da una nuova luce e sorretto da una nuova speranza.
Viva amigo mucho gracias go with God so proud of you
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