Due sentenze storiche negli Stati Uniti condannano Meta e Google per aver consapevolmente esposto i minori ad abusi sessuali e dipendenze per aumentare i profitti

Luca Pisapia
26.03.2026
https://valori.it
In un solo giorno due storiche sentenze negli Stati Uniti condannano le piattaforme proprietarie dei social media, ritenendole colpevoli di fatti particolarmente gravi. Due giudizi che, a loro modo, potrebbero decreatare la fine dei social network stessi per come gli abbiamo sempre conosciuti. Perché serviranno da base legale, e da precedente normativo, per migliaia di altri processi che sono i corso negli Stati Uniti. Mentre tutti gli occhi erano puntati su Los Angeles, la prima sentenza arriva in realtà da Santa Fe, nel New Messico.
Qui una giuria popolare ha condannato Meta, la piattaforma proprietaria di Facebook, Instagram e WhatsApp, a un risarcimento di 375 milioni di dollari perché «ha violato le leggi statali a tutela dei consumatori, omettendo di rivelare i rischi che le sue piattaforme comportano per i minori». L’accusa, nel processo cominciato nel 2023, sosteneva infatti che le app di Meta siano una «destinazione privilegiata per i predatori che si scambiavano materiale pedopornografico e sollecitavano favori sessuali da minori». Un obbrobrio.
Algoritmi dei social media sotto accusa:
dipendenze e danni ai minori
La seconda sentenza, arrivata il giorno dopo, è invece quella di Los Angeles, la più attesa. Un processo di cui ci eravamo occupati approfonditamente.
Anche qui le piattaforme proprietarie dei social media erano accusate di approfittare della presenza di minorenni sulle proprie piattaforme. Soprattutto di quelli più deboli e vulnerabili. Nel processo di Los Angeles, oltre a Meta è stata condannata anche Alphabet (Google), proprietaria di YouTube. Entrambe sono state condannate a pagare 6 milioni di dollari, il 70% Meta e il 30% Google. Le due piattaforme, ovviamente, ricorreranno in appello.
Mentre TikTok e Snapchat, anche loro sotto accusa, avevano raggiunto un accordo stragiudiziale con la vittima, accettando di pagare cifre che non sono mai state rese note per evitare il processo. Nonostante la condanna sia stata più mite, almeno dal punto di vista economico, quello di Los Angeles è però il processo più importante. Perché ci sono altre duemila azioni legali aperte, nelle quali si attendeva questa sentenza come base per contribuire a capire come orientarsi. E perché, cosa fondamentale, sotto accusa non sono i contenuti dei social media. Ma l’algoritmo stesso delle piattaforme che li governano.
Santa Fe e Los Angeles:
le due condanne storiche contro Meta e Google
La sentenza di Santa Fe riguarda infatti i mancati controlli delle piattaforme. Controlli che consapevolmente non venivano effettuati, come hanno scritto i giudici, per massimizzare i profitti. In pratica Meta, la piattaforma di Mark Zuckerberg, permetteva a degli adulti di adescare minori solo per guadagnare più soldi. Come ha spiegato l’avvocato «Meta ha consapevolmente anteposto il profitto alla sicurezza. Nascondendo ciò che sapeva sui pericoli dello sfruttamento sessuale dei minori sulle sue piattaforme. E non preoccupandosi sulle conseguenze sui bambini».
La colpa di Mark Zuckerberg, che come Sundar Pichai, amministratore delegato di Google e oligarca millenarista vicino all’estrema destra trumpiana, è quindi quella di essere stati coscienti del fatto che Facebook e Instagram fossero accessibili ai pedofili. E di non avere fatto nulla per difendere le potenziali vittime (perché i soldi non sono mai abbastanza). Ma questa sentenza di Santa Fe si riferisce appunto ai mancati controlli. Alle piattaforme potrebbe quindi bastare la promessa di implementarli per voltare pagina e sopravvivere. Per quanto vergognoso sia il loro comportamento (è il capitalismo, bellezza!).
La sentenza di Los Angeles invece rischia di portare davvero alla fine dei social media per come li abbiamo conosciuti fino a oggi, come accennato in precedenza. Perché in questo caso in questione non ci sono i mancati controlli, ma il funzionamento stesso dell’algoritmo che è il cuore di tenebra attorno a cui ruota l’impianto delle piattaforme e dei social media di cui sono proprietari. In buona sostanza, la giuria ha deciso che l’algoritmo è studiato consapevolmente per creare dipendenze, imprigionare gli utenti nel loro sistema, con la conseguenza di creare problemi di salute mentale e perfino rischi di suicidi.
Algoritmi progettati per imprigionare i bambini:
la sentenza di Los Angeles
Il processo a Los Angeles nasce nel 2023 quando una ventenne californiana conosciuta con la sigla K. G. M – e chiamata in aula Kaley – ha accusato i social media di averle indotto dipendenza. E di avere generato consapevolmente in lei ansia, disturbi alimentari, dismorfismo corporeo, ovvero problemi legati alla sua immagine e al suo corpo, depressione e tendenze suicidarie. Il tutto sempre pur di massimizzare i profitti. E di averlo fatto fin dalla più tenera età. Kaley si è infatti iscritta a YouTube a 8 anni. Ha creato il suo primo account su Instagram a 9 anni, di nascosto. Ha scoperto poi TikTok, che allora si chiamava Musical.ly, a 10 anni e a Snapchat a 11 anni. Nonostante per legge non si possano creare account prima dei 13 anni. E nonostante questi account debbano essere protetti, e a loro volta proteggere i bambini.
Invece, ha deliberato la sentenza, le piattaforme che gestiscono i social media puntano consapevolmente proprio su questa fascia di età. Per adescare i clienti fin da piccoli, imprigionarli nei loro algoritmi e non lasciarli uscire mai più. Fregandosene della salute. Il processo di Los Angeles è per questo di importanza storica, senza timore di esagerare, perché come detto non tocca i contenuti che si pubblicano sui social network, ma la struttura vera e propria intorno a cui si articolano gli algoritmi delle piattaforme.
I contenuti sono infatti regolamentati dal Communication decency act varato alla fine degli anni Novanta: una legge che si è scontrata più volte con la famosa libertà di espressione rivendicata dal primo emendamento della costituzione degli Stati Uniti. Senza farla troppo lunga, è molto difficile portare in tribunale le piattaforme per i contenuti che ospitano, per non dire impossibile. Ma qui le piattaforme sono state accusate di utilizzare appositamente e consapevolmente algoritmi studiati per produrre dipendenza nei minorenni.