Nelle pagine evangeliche che ci accompagnano nei giorni del Triduo, mentre cala il buio della notte violenta, Gesù si fa sempre più silenzioso. Da quando viene tratto in arresto e trascinato davanti al sinedrio, tace.

di Paolo Alliata
Per gentile concessione di
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«Allora Pilato gli disse: “Non senti quante testimonianze portano contro di te?” Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito» (Mt 27,13-14).

Come già Ezechiele nei tempi antichi, anche Gesù diventa un profeta che parla con il silenzio. Tace perché sa che parlare non serve più, ha di fronte cuori impermeabili: i membri del sinedrio, Pilato, Erode. Il tempo della semina di parole è finito: ora è lui stesso il seme destinato alla terra.

Nei suoi Diari, Etty Hillesum, la giovane ebrea morta ad Auschwitz, scrive pagine che ci aiutano a leggere questo silenzio:

«A volte vorrei rifugiarmi, con tutto quel che ho dentro, in un paio di parole. Ma non esistono ancora parole che mi vogliano ospitare. Ognuno cerca una casa, un rifugio per sé. E io mi cerco sempre un paio di parole. A volte mi sembra che ogni parola che viene detta, ogni gesto che viene fatto, accresca il grande equivoco. Allora vorrei sprofondare in un gran silenzio». (Etty Hillesum, Diario, Adelphi, Milano 2012, 207-208)

Mentre tutti cercano un sottotetto per sfuggire alla persecuzione nazista, Etty cerca rifugio dentro di sé, in qualche parola che offra spazio.

Parole nella notte

Il racconto di Matteo dice che Gesù conclude l’Ultima Cena cantando “il grande Hallel”, i salmi dal 113 al 118. L’ultimo, il 118, si conclude così:

«Rendete grazie al Signore, perché è buono, perché il suo amore è per sempre» (Sal 118,29).

Nell’Ultima Cena, Gesù sa di vivere le sue ultime ore. Anche lui, come Etty, cerca poche parole che gli diano rifugio, in cui poter fare il nido. Con quanta intensità avrà varcato la soglia di quel salmo, dicendo ai suoi: io non sono per sempre, io sto per morire, ma l’amore del Padre mio è affidabile e rimane.

«Mi hanno circondato come api,
come fuoco che divampa tra i rovi,
ma nel nome del Signore le ho distrutte [le nazioni avverse].

Mi avevano spinto con forza per farmi cadere,
ma il Signore è stato il mio aiuto.

Mia forza e mio canto è il Signore,
egli è stato la mia salvezza. […]

Non morirò, ma resterò in vita
e annuncerò le opere del Signore.

Il Signore mi ha castigato duramente,
ma non mi ha consegnato alla morte. […]

Rendete grazie al Signore perché è buono,
il suo amore è per sempre»
 (Sal 118,12-14.17-18.29).

Con queste parole cui aggrapparsi, Gesù esce in quella notte di aprile, attraversa Gerusalemme, varca la porta orientale, scende nel torrente Cedron, risale verso il Getsemani. Lì, tra le radici degli ulivi secolari, cerca rifugio ripetendosi in cuore: «Il Suo amore è per sempre».

«Vorrei rifugiarmi in un paio di parole» dice Etty. È quello che fa Gesù.

Sempre Etty scrive:

«In me c’è un silenzio sempre più profondo. Lo lambiscono tante parole, che stancano perché non riescono a esprimere nulla. Bisogna risparmiare le parole inutili per trovare quelle poche necessarie. E questa nuova forma di espressione deve maturare nel silenzio». (ibidem, 734)

Ecco perché Gesù parla sempre meno. Non solo per l’ostilità ottusa di chi lo circonda, ma perché è raccolto dentro le poche parole necessarie, attorno a cui sta costruendo, pietra su pietra, per dirla con Etty, la sua casa interiore. «Il Suo amore è per sempre».

Gesù attraversa le ore del processo, della tortura, della crocifissione, con la potenza di queste parole in cuore. L’amore del Padre mio è inarginabile, è la roccia, l’acqua che mi trascina via da chi mi picchia. Nessuno può strapparmi dal Suo respiro, perché il Suo amore è per sempre. Potete torturare questo corpo, ma non l’amore che lo abita.

L’incontenibile Parola

Dopo averle così a lungo ripetute, Gesù ha fatto il nido dentro queste parole, diventando con esse una cosa sola. Parole così umili e vaste diventano semi di inconcepibile potenza, nuclei fragorosi di Vangelo. Quando il corpo di Gesù è deposto nella tomba, irrigidito nel rigore della morte, è caldo di queste parole incandescenti. La fede nell’amore che è per sempre non lascia a lungo senza vita l’uomo che ne ha fatto la propria casa. Il destino del fuoco è di trovare la via del cielo.

Solo un poeta può esprimere tutto questo. Mario Luzi, in una poesia, parla di una manciata di parole che dal fondo spingono per emergere:

«Esploderà / non come urlo / bensì come uno sgorgo / di umanità inespressa / del poema / lo zampillo / di purità, / schianterà / la pietra che lo tiene». (M. Luzi, Esploderà…, in Sotto la specie umana, Garzanti, Milano 1999, 224)

C’è una scaturigine profonda, uno sgorgo di purità, un’acqua di innocenza. È lo zampillo del poema, la potenza di una vita nuova e risorta. Una inarrestabile manciata di parole.

La potenza della Parola che ha messo radici in Gesù – “Il Suo amore è per sempre” – non può essere contenuta. «Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. […] “Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto”» (Mt 28,2.5-6a). L’aveva detto! La sua Parola era piena di quel respiro di potenza, perché si era consegnato all’Amore che è per sempre.

Non puoi trattenerlo. «Schianterà / la pietra che lo tiene».

E la pietra non ha tenuto. Le parole dell’Amore sono risorte, trascinando con sé l’Uomo che ne aveva fatto il suo nido.

(photo credit: PxHere)

Paolo Alliata
Paolo Alliata è sacerdote della Diocesi di Milano. Laureato in Lettere classiche, cerca di raccontare, nella predicazione e negli scritti, il grande mistero cristiano ricorrendo volentieri a immagini e temi tratti dalla letteratura e dal cinema.