La Settimana Santa costituisce il cuore dell’Anno liturgico in cui la Chiesa celebra i grandi misteri della redenzione, portati a compimento da Cristo negli ultimi giorni della sua vita terrena. In questo orizzonte teologico, i fedeli non si limitano a ricordare eventi passati, ma sono introdotti sacramentalmente nel mistero della salvezza, affinché ciò che Cristo ha compiuto una volta per tutte si attualizzi nell’oggi della Chiesa e di ogni credente. Nei primi secoli si celebrava unicamente la Veglia pasquale come fondamento della Pasqua annuale; a partire da IV secolo in poi, si sviluppò progressivamente la struttura del Triduo e della Settimana Santa.

La Grande Settimana si apre con la Domenica delle Palme, nella quale si intrecciano, in una tensione drammatica, l’acclamazione festosa e il racconto della Passione. L’ingresso di Gesù in Gerusalemme manifesta il paradosso del Messia: Egli è il Re che viene nella mitezza, il Servo del Signore, eletto e disprezzato, che percorre la via dell’umiliazione per essere esaltato sulla croce. Fin dall’inizio della Settimana Santa, la Chiesa intravede la gloria pasquale e comprende che la vera regalità di Cristo si rivela nell’offerta totale di sé. Così la Passione del Signore costituisce il «grande insegnamento», che i fedeli sono chiamati a custodire per poter partecipare, con il Crocifisso, alla gloria della risurrezione (cfr. Colletta, Domenica delle Palme). Segno eloquente di questo mistero è il ramo di palma o di ulivo che i fedeli innalzano nella processione e conservano nelle proprie abitazioni come testimonianza di fede in Cristo e nella sua vittoria pasquale (cfr. Direttorio su pietà popolare e liturgia, n. 139).

I giorni feriali della Settimana Santa accompagnano i fedeli a uno sguardo sempre più raccolto e attento sulla vita del Signore, poiché «contempliamo ormai vicini i giorni della sua Pasqua di morte e risurrezione» (Prefazio della Passione del Signore II).
Dal clamore di Gerusalemme, il Lunedì Santo conduce alla quiete di Betania e all’intimità della casa di Lazzaro, Marta e Maria, dove il gesto del l’unzione anticipa e interpreta l’offerta che l’Amico farà di sé sulla croce.
Il Martedì Santo, invece, assume un tono drammatico: la domanda di Gesù – «Darai la tua vita per me?» (Gv 13, 38) – non annuncia soltanto il rinnegamento di Pietro, ma svela la fragilità dell’intera umanità.
Il Mercoledì Santo, infine, nel contesto del tradimento di Giuda, Gesù mostra la sua obbedienza al progetto del Padre, compiendolo come Agnello mansueto condotto al macello.
Questi giorni non sono soltanto una preparazione al Triduo, bensì un tempo favorevole, perché ogni credente, confrontandosi con il mistero del male, del tradimento e della debolezza umana, non perda di vista la fedeltà di Dio.

La Messa del Crisma, celebrata abitualmente il Giovedì Santo nella Chiesa Cattedrale, vede il Vescovo circondato dal suo presbiterio e dal popolo santo di cui è pastore. La liturgia mette in luce il sacerdozio di Cristo e la partecipazione ad esso di tutti i battezzati. La celebrazione è caratterizzata dal rinnovamento delle promesse sacerdotali dei presbiteri e dalla benedizione degli oli degli infermi e dei catecumeni, specialmente dalla consacrazione del sacro Crisma. La sua collocazione in prossimità della Pasqua evidenzia che dal mistero pasquale di Cristo scaturiscono i sacramenti e sacramentali, che realizzano l’unità organica della vita cristiana (cfr. Benedizione degli Oli, Premesse CEI, p. 9).

Con il compimento del cammino quaresimale si giunge al vertice della Settimana Santa: il Triduo pasquale della Passione e della Risurrezione del Signore, che inizia con la Messa vespertina del Giovedì Santo e si conclude con i II Vespri della Domenica di Pasqua. Pur scandito in tre giorni, il Triduo costituisce un unico grande mistero celebrato dalla Chiesa, la quale si unisce a Cristo suo Sposo, anche attraverso il digiuno pasquale (cfr. Paschalis sollemnitatis, nn. 38-39).

Il Giovedì Santo, nella Messa «in cena Domini», la Chiesa fa memoria dell’istituzione del l’Eucaristia, dell’ordine sacerdotale e del comandamento sulla carità fraterna. Cristo nella santa Cena anticipa sacramentalmente tutto il mistero pasquale e consegna alla Chiesa il memoriale della Nuova Alleanza, cosicché, ogni volta che celebriamo questo memoriale del sacrificio del Figlio, si compie l’opera della nostra redenzione (cfr. Orazione sulle offerte). La lavanda dei piedi illumina il volto del Signore, Servo e Maestro, indicando che la partecipazione alla sua mensa esige uno stile di vita segnato dal servizio, dall’umiltà e dalla carità. La reposizione eucaristica prolunga la contemplazione di questo mistero, invitando i fedeli a vegliare con Cristo nell’ora della passione; pertanto, il luogo della reposizione si eviti di chiamarlo “sepolcro” (cfr. Direttorio su pietà popolare e liturgia, n. 141).

Il Venerdì Santo «in passione Domini» la Chiesa si raccoglie in silenzio davanti al mistero della Croce, talamo, trono ed altare del Signore. In questo giorno non celebra l’Eucaristia, ma attinge dall’albero della croce il frutto della salvezza e ne contempla la potenza redentrice: «Prima venimmo uccisi dal legno, ora invece per il legno recuperiamo la vita. Prima fummo ingannati dal legno, ora in vece con il legno scacciamo l’astuto serpente. Nuovi e straordinari mutamenti! Al posto della morte ci viene data la vita, invece della corruzione l’immortalità, invece del disonore la gloria» (San Teodoro Studita, Discorso sull’adorazione della croce). La Chiesa, fissando lo sguardo sul mistero della santa Croce, medita la passione dell’Artefice di tutto il creato e intercede per la salvezza del mondo intero. Nel Crocifisso essa non vede una sconfitta, ma la prova suprema dell’amore di Dio, capace di redimere ogni dolore e di aprire alla speranza.

Il Venerdì Santo è anche il momento in cui la pietà popolare esprime e narra il mistero di Dio attraverso svariate manifestazioni, soprattutto attorno alle figure del Cristo morto e della Vergine Addolorata. Tali espressioni non siano trascurate, ma si abbia cura che l’Azione liturgica occupi il primo posto e riceva il massimo rilievo, poiché nessun pio esercizio può sostituire questa celebrazione (cfr. Direttorio su pietà popolare e liturgia, nn. 142-145).

Alle comunità è raccomandata la celebrazione dell’Ufficio delle letture e delle Lodi mattutine nel Venerdì della Passione del Signore e nel Sabato Santo, soprattutto nella Chiesa Cattedrale, alla presenza del Vescovo con il clero e il popolo. La Liturgia delle Ore accompagna così la Chiesa nella meditazione della passione, morte e sepoltura del Signore, nell’attesa fiduciosa dell’annuncio della sua risurrezione (cfr. Paschalis sollemnitatis, n. 40; 62).

Il Sabato Santo è il giorno del grande silenzio perché il Re dorme: «La terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi» (Omelia sul Sabato Santo). La Chiesa sosta presso il sepolcro del Signore, meditando la sua discesa agli inferi e attendendo nella preghiera e nel digiuno l’alba della risurrezione.

La Veglia Pasquale «in nocte sancta», madre di tutte le veglie, è la notte in cui la Chiesa invita i figli sparsi nel mondo a radunarsi in preghiera per vegliare e celebrare la risurrezione di Cristo dai morti, come proclama il Preconio pasquale: «Il santo mistero di questa notte sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l’innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti. Dissipa l’odio, piega la durezza dei potenti, promuove la concordi e la pace. O notte veramente gloriosa, che ricongiunge la terra al cielo e l’uomo al suo creatore!». La luce del cero pasquale squarcia le tenebre del peccato e della morte; la Parola di Dio ripercorre le grandi tappe della storia della salvezza; l’acqua battesimale genera nuovi figli e ravviva nei credenti il dono di grazia; l’Eucaristia li nutre con il Corpo e il Sangue del Signore glorioso, nell’attesa del suo ritorno.

La Domenica di Pasqua «in resurrectione Domini» è il giorno del Signore, che dà origine a tutte le domeniche dell’Anno liturgico (cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 106). In questo giorno la Chiesa proclama che «il Signore delle vita era morto; ma ora, vivo, trionfa» (Sequenza Victimæ pa scháli). Quanto è stato celebrato nella notte santa della Veglia Pasquale risplende adesso nella piena luce del giorno. Il sepolcro vuoto, la corsa dei discepoli e i teli deposti diventano segno eloquente di una realtà nuova: il Crocifisso è il Vivente e l’umanità è riconciliata con il Creatore. Celebrando questo giorno, ogni credente è chiamato a rinnovare la propria adesione a Cristo, a lasciarsi raggiungere dalla potenza della sua risurrezione e a vivere come figlio della luce. La gioia pasquale, che la liturgia annuncia e canta, non è un’emozione passeggera, ma un tempo di grazia che la Chiesa celebra per otto giorni, come un unico grande giorno.

Anche nella Domenica di Pasqua sono numerose le manifestazioni della pietà popolare, espressioni della gioia e della novità inaugurate dal Risorto. Rimane tuttavia una sfida pastorale trasmettere ai fedeli la distinzione tra mimesi (rappresentazione) e anamnesi (memoriale) dei misteri celebrati durante la Settimana Santa. Emerge pertanto la necessità di coordinare sempre più le celebrazioni liturgiche con i riti della pietà popolare, valorizzando le rispettive espressioni rituali, evidenziandone le differenze proprie ed evitando inappropriate commistioni (cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 13).

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