Un saggio scritto nel 1903 di stupefacente attualità. Che ci fa chiedere come è possibile vivere in una metropoli moderna invasa da una valanga di stimoli che rendono faticoso immaginare.

Di: Martino Rovetta
Data: 18 Marzo 2026
Per gentile concessione di
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Nel 1903 Georg Simmel tiene una conferenza, «La metropoli e la vita dello spirito», che diventerà più tardi un pamphlet: un testo che, per certi versi, sembra scritto oggi.
Che cosa resta della vita metropolitana senza la calcolabililità e l’esattezza?
Il sociologo tedesco ha un intento chiaro: descrivere in tutta la loro complessità le dinamiche della vita metropolitana, cercando di far emergere i tratti più rappresentativi della sua epoca. Attraverso un esercizio di postura, prova a individuare i fenomeni peculiari che contribuiscono a posizionare l’essere umano del primo Novecento: un lento lavorio per dare spessore al tempo, quasi come a cercare la consistenza giusta del colore prima di stenderlo sulla tela. E scrive:
I più profondi tra tutti i problemi della vita moderna scaturiscono dai bisogni dell’individuo che ambisce a preservare l’indipendenza e la particolarità del proprio essere di fronte allo strapotere della società.
Nella sua indagine emerge dunque un uomo ingabbiato da una serie di sovrastrutture, un uomo che, tuttavia, è allacontinua ricerca di antidoti efficaci allo sradicamento progressivo che la vita moderna produce. Una prospettiva che a tratti può farsi inquietante: cosa resta dell’esistenza metropolitana se vengono meno la puntualità, la calcolabilità e l’esattezza? Simmel continua:
La configurazione psicologica di base che presiede alla genesi dell’uomo metropolitano è l’intensificazione della vita nervosa, indotta da un rapido e incessante avvicendarsi delle impressioni esteriori ed interiori.
Noi, uomini d’oggi, “sovrastimolati”
Cosa c’è di più vero? L’umanità è, oggi ancora di più, sovrastimolata. Pensiamo all’estetica delle nostre vite: camminiamo guardando il telefono, non ci muoviamo senza musica o podcast nelle orecchie, le nostre strade sono piene di schermi, il nostro universo sonoro è ampissimo, scrolliamo all’infinito, siamo sempre reperibili.
Simmel usava l’espressione: essere blasé, per definire gli esseri umani continuamente assuefatti da stimoli che sgualciscono legami e differenze. Molte cose e oggetti con cui interagiamo non ci sembrano smorti e grigiastri? Non è forse il grigio tortora il pantone delle nostre estetiche quotidiane? Simmel sigilla così l’individualizzazione della modernità
caratterizzata dall’atrofia di una cultura individuale indotta dall’ipertrofia della cultura oggettiva.
E’ ancora possibile immaginare?
La prima volta che ho letto questo testo magistrale (una decina di pagine) mi sono sentito interpellato e mi sono chiesto come fosse possibile che un testo del 1903 potesse ritrarre così precisamente alcuni tratti fondanti del nostro tempo. Descrivendo la sua epoca, Simmel ci consegna un compito anche per la nostra: immaginare oggi ritualità laiche che scandiscano la vita chiede una presa in carico piena degli uomini e delle donne che vivono le città.
Questo concetto, che può sembrare semplice, se preso sul serio è una rivoluzione: sentirsi compresi dalla storia è un primo passo per immaginare prassi e dimensioni di senso pertinenti. Cosa vuol dire oggi dire trovare il senso nel proprio tempo? Simmel ci suggerisce una strada. Forse significa che le forme delle pratiche spirituali devono tenere conto di un universo di stimoli: dell’orgia del virtuale, dei processi di mercificazione, del trionfo del consumo. Devono tenere conto della frenesia delle vite, degli algoritmi che prevedono il futuro, di un mercato onnipresente che rende la ricchezza il principale indicatore di prestigio sociale, di un’umanità sempre più fragile. È lecito a questo punto radicalizzare la domanda: è ancora possibile immaginare in quest’epoca? È ancora possibile pensare fuori dai sistemi che organizzano la realtà e allo stesso tempo ci ingabbiano? La stimolazione costante non rischia di spegnere ogni forza immaginativa?
Il romanziere americano Palahniuk scriveva:
Se tutti quanti ci ritroviamo con l’immaginazione atrofizzata, nessuno costituirà mai una minaccia per il mondo.
È una constatazione inquietante. Rimane per noi una domanda: come pensare nuove pratiche di senso se l’immaginazione è avvizzita da un eccesso di immagini e stimoli?
O forse è proprio questo tempo che nasconde una promessa inattesa che disordina la mappa del possibile?