A pochi giorni dalla morte del filosofo tedesco Habermas ci piace ricordarlo con una sua riflessione dedicata ai rischi della genetica liberale

di Rocco Gumina
17 Marzo 2026
Per gentile concessione di
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Pare evidente che il nostro tempo sia orientato dalla tecnica in tutte le sue varianti. Siamo ormai coscienti che il potere concesso all’uomo tramite la tecnologia sia talmente grande da poter mutare persino la sua natura originaria. In questo scenario, il compito dell’etica e della politica non può essere semplicemente legato alla descrizione dei fenomeni in atto, ma all’apertura di orizzonti che tutelino e riconoscano la persona.
Agli inizi del XXI secolo, Jürgen Habermas – filosofo e sociologo scomparso lo scorso 14 marzo all’età di novantasei anni – pubblicava un piccolo ma denso volume intitolato Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale (Einaudi, 2002). In questo testo lo studioso cresciuto alla Scuola di Francoforte sosteneva che il discorso sull’uomo, pur su un piano esplicitamente post-metafisico e post-religioso, non può essere eluso o lasciato al regime delle preferenze private. Allo stesso tempo, però, bisogna ricordare che nello spazio sociale odierno non si possono proporre forme di vita vincolanti per tutti poiché la società deve garantire la libera proposta – purché non distruttiva – della vita. Secondo il filosofo tedesco, a partire da questa consapevolezza, dovrebbe sorgere una riflessione sullo sviluppo del processo tecnologico il quale preoccupa non tanto per il possibile uso terapeutico quanto per il probabile abuso di tipo manipolativo. Su tale questione bisogna domandarsi se sia immaginabile agire liberamente senza limiti, oppure se occorra scegliere attraverso norme condivise a tutela dell’umanità. Quest’ultime non possono riproporre una visione sacrale della persona. Occorre, piuttosto, capire e argomentare il motivo per il quale la morale sia chiamata a restare connessa ai processi storici che viviamo. Da qui si profila il punto di partenza della prospettiva habermasiana: un’essenza umana indisponibile e inviolabile la quale non può essere messa a rischio dal progresso biotecnologico. Insomma, l’uomo è invitato a vegliare sullo sviluppo della tecnica affinché questa rispetti l’autentica umanità, altrimenti il rischio sarebbe quello di imporre la nostra immagine alle future generazioni.
Nel suo volume, Habermas interviene nei dibattiti sulla diagnosi pre-impianto e sugli embrioni che scaldano gli animi soprattutto quando si profila una sorta di eugenetica selettiva della specie umana. Secondo lo studioso, l’odierna società «lascia libere tutte le persone di decidere “che uso fare” del tempo della loro vita. A ciascuno essa garantisce pari libertà di sviluppare un’autocomprensione etica, al fine di realizzare una concezione personale di “vita buona” in base alle proprie possibilità e preferenze»[1]. Però, anche in questa visione della comunità, la filosofia è chiamata a porsi la domanda etica sul perché “dovremmo essere morali”.
In realtà, il problema etico del nostro tempo risiede nel fatto che l’uomo stesso ricade nella sfera di un programma perfettibile e perciò mutabile. In questo modo la natura umana non è più semplicemente data – da e per sempre – ma anche modificabile, di conseguenza si superano confini mai oltrepassati e conosciuti prima d’ora. Pertanto, dipende dall’uomo la gestione responsabile o arbitraria della propria potenza. Ne deriva che con la possibilità di “programmare” la natura umana viene meno la distinzione fra le cose manipolabili e l’umanità indisponibile. Di conseguenza una persona nata da una progettazione genetica, sarà sottoposta per l’intera sua vita alla libertà dei propri programmatori che hanno scelto di “realizzarla” in quel modo. Attraverso queste problematiche circa la domanda sulla via giusta da percorrere, comprendiamo come riemerge con forza la questione antropologica che viene così a collocarsi al centro del dibattito della comunità politica. Nella visione habermasiana, ciò non deve condurre ad una ri-sacralizzazione dell’umano, ma la società plurale contemporanea non può sbarazzarsi della morale – chiamata a tutelare l’essenza dell’umanità – per prediligere uno spregiudicato accrescimento tecnologico che lavora in vista del mutamento dell’uomo.
Dal pensiero di Habermas possiamo dedurre che la sua prospettiva sui temi legati alla bioetica è indirizzata ad alimentare un dibattito maturo nella società affinché l’inviolabilità dei diritti umani fondamentali sia condivisa e garantita dall’intera opinione pubblica e perciò tradotta in prassi giuridica. A parere dello studioso tedesco, è ormai evidente che un’eugenetica positiva e spregiudicata possa calpestare alcuni diritti inviolabili e fondamentali dell’individuo come la libertà. Per lo studioso tedesco, ciò sarà possibile tramite l’utilizzo nella comunità politica di un logos condiviso che nel rispetto della pluralità garantisca all’uomo la piena realizzazione di sé. Tale presupposto, conduce a privilegiare l’eugenetica per uso terapeutico rispetto a quella positiva e liberale destinata a manipolare l’umano. In un dialogo fra soggetti che partecipano a prassi discorsive, Habermas propone un concetto di trascendentale non idealizzato ma concreto ed espresso nelle prassi comunicative quotidiane volte alla tutela e allo sviluppo della natura umana. Per giungere a ciò, i processi di socializzazione devono concretizzarsi all’interno di istituzioni democratiche che in quanto tali garantiscono i diritti umani inviolabili e perciò facilitano un universalismo etico capace di tutelare gli uomini. Di conseguenza una convivenza sociale-politica volta al vivere bene dell’umano dovrà garantire dei limiti non oltrepassabili circa il progresso della tecnica applicata all’eugenetica.
È noto che il dibattito sulla convivenza fra i diversi gruppi sociali, culturali e religiosi sia divenuto negli ultimi decenni sempre più articolato soprattutto sui temi che riguardano la bioetica e la biopolitica. Nel dibattito odierno ogni tentativo di integrazione di visioni diverse rimane insabbiato dall’indisponibilità comunicativa delle stesse. La ripresa della riflessione habermasiana potrebbe risultare un valido strumento, tanto teorico e quanto pratico, per affrontare l’odierna complessità.
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[1] J. Habermas, Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale, Einaudi, Torino 2002, p. 6.