Domenica delle Palme
e della Passione del Signore (A)
Matteo 26,14-27,66


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Letture

  • Matteo 21,1-11: per la benedizione delle palme;
  • Isaia 50,4-7; Salmo 21; Filippesi 2,6-11;
  • Matteo 26,14-27,66: Vangelo della Passione

In quel tempo Gesù comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla. Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. (…)

Quel centurione che vide un re morire di amore
Ermes Ronchi

Si aprono, con la lettura della Passione del Signore, i giorni supremi, quelli da cui deriva e a cui conduce tutta la nostra fede. E quelli che fanno ancora innamorare.
Volete sapere qualcosa di voi e di me? – dice il Signore – Vi dò un appuntamento: un uomo in croce. La croce è l’immagine più pura e più alta che Dio ha dato di se stesso. E tuttavia domanda perennemente aperta.
«A stento il nulla» di David Maria Turoldo:
No, credere a Pasqua non è / Giusta fede: / troppo bello sei a Pasqua! / Fede vera / È al venerdì santo / Quando tu non c’eri lassù / Quando non una eco risponde / Al suo alto grido / E a stento il Nulla / Dà forma / Alla tua assenza
E prima ancora l’appuntamento di Gesù è stato un altro: uno che è posto in basso. Che cinge un asciugamano e si china a lavare i piedi ai suoi. Chi è Dio? Il mio lavapiedi. In ginocchio davanti a me. Le sue mani sui miei piedi. Davvero, come Pietro, vorrei dire: lascia, smetti, non fare così, è troppo. E Lui: sono come lo schiavo che ti aspetta, e al tuo ritorno ti lava i piedi. Ha ragione Paolo: il cristianesimo è scandalo e follia. Dio è così: è bacio a chi lo tradisce, non spezza nessuno, spezza se stesso. Non versa il sangue di nessuno, versa il proprio sangue. Non chiede più sacrifici, sacrifica se stesso.
Ne esce capovolta ogni immagine, ogni paura di Dio. Ed è ciò che ci permette di tornare ad amarlo da innamorati e non da sottomessi.
La suprema bellezza della storia è quella accaduta fuori Gerusalemme, sulla collina, dove il Figlio di Dio si lascia inchiodare, povero e nudo, a un legno per morirvi d’amore.
Pietra angolare della fede cristiana è la cosa più bella del mondo: bello è chi ama, bellissimo chi ama fino alla fine. L’ha colto per primo non un discepolo ma un estraneo, il centurione pagano: davvero costui era figlio di Dio. Non da un sepolcro che si apre, non da uno sfolgorare di luce, ma nella nudità di quel venerdì, vedendo quell’uomo sulla croce, sul patibolo, sul trono dell’infamia, un verme nel vento, un soldato esperto di morte dice: davvero costui era figlio di Dio. Ha visto qualcuno morire d’amore, ha capito che è cosa da Dio.
C’erano là molte donne che stavano ad osservare da lontano. In quello sguardo, lucente d’amore e di lacrime, in quell’aggrapparsi con gli occhi alla croce, è nata la Chiesa. E rinasce ogni giorno in chi ha verso Cristo, ancora crocifisso nei suoi fratelli, lo stesso sguardo di amore e di dolore. Che circola nelle vene del mondo come una possente energia di pasqua.
«Dalla fine» di Jan Twardowski:
Inizia dalla Risurrezione / Dal sepolcro vuoto / Da Nostra Signora della Gioia / Allora perfino la croce allieterà…/ Non fate di me una piagnucolona / Dice Nostra Signora / Una volta era così / Ora è diverso / Inizia dal sepolcro vuoto / Dal sole / Il vangelo si legge come le lettere ebraiche / Dalla fine.

Avvenire 


Dai rami di Osanna al legno della Croce
Don Joseph Ndoum

Inizia con la Domenica delle Palme la grande settimana, la Settimana Santa, nella quale ogni cristiano è invitato a raccogliersi più intensamente nella meditazione della Passione del Signore nostro Gesù Cristo. Tuttavia, questa domenica fa ancora parte della quaresima, cioè dei quaranta giorni di rinnovamento spirituale che ci conducono al triduo pasquale.

I momenti più salienti dei riti liturgica di questa domenica sono tre: la benedizione dei rami d’olivo o delle palme, la solenne processione e la lettura della Passione di Gesù secondo Matteo. Inoltre, per desiderio del Papa Paolo VI, questa domenica è anche Giornata mondiale della Gioventù.

Le palme o i rami ricordano l’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme, la città santa, perché il popolo aveva trovato in lui il suo re e messia. Nella processione, il popolo cristiano è invitato ad accompagnare Gesù, re dei martiri, nel suo combattimento. Ognuno di noi è invitato ad accompagnare Gesù, non tanto in un tempio fatto di pietre preziose, quanto piuttosto nel tempio vivo delle anime redente e purificate dal preziosissimo sangue. L’inno: “onore e gloria a te, o Cristo, re e Salvatore”, afferma il sovrano diritto di Gesù a regnare nei cuori, nelle famiglie, nella società e in tutte le attività dell’uomo. I rami sono portati a casa, in ricordo del Signore vincitore della morte, come segno e augurio di pace. È la Passione di Gesù l’evento redentore, riconciliatore e perciò pacificatore.

Per quanto riguarda il racconto della Passione, ogni evangelista ha un suo modo di narrare le vicende che conducono Gesù alla morte. In contrasto con la concezione giudaica di un Messia trionfatore, Matteo cerca di dimostrare che Gesù è la realizzazione del “Servo sofferente” predetto tanti secoli prima dal profeta Isaia, quale servo ripone tutta la sua fiducia in Dio. In questo terzo canto del servo, Isaia mette in rilievo le profezie di un Messia umile ed oppresso, avveratesi in Gesù.

Le parole di Paolo, nella seconda lettura, dalla Lettera ai Filippesi, sono quasi una sintesi della vita e della missione compiuta dal servo divino. Egli seppe vivere in atteggiamento di obbedienza al Padre, e di servizio ai fratelli, fino al dono della sua vita. E il Padre lo ha proclamato Signore. Paolo invita i cristiani ad avere in sé “gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”.

Il tema conduttore della liturgia della parola della Domenica delle Palme, che introduce nella Settimana Santa, sembra quindi suggerito da questo inno cristologico della Lettera ai Filippesi. In esso si contempla e si celebra il dramma di umiliazione ed esaltazione di Cristo, il dramma del suo abbassamento che culmina nella sua glorificazione e nella salvezza di tutti. È l’adempimento e la pienezza delle Scritture. Si tratta di una concreta attuazione di un progetto eterno d’amore del Padre al quale il Figlio, con identico amore, ha aderito, fino alla morte e alla morte di croce.

Inoltre, la Giornata della Gioventù si celebra questa Domenica delle Palme: perché sono stati soprattutto i giovani, col loro entusiasmo, a promuovere il trionfo di Gesù nel suo ingresso nella Città santa. È anche un atto di riconoscimento da parte della Chiesa verso i giovani, necessari per la speranza di un futuro cristiano. Essi sono d’altra parte più capaci di entusiasmo e di creatività. La Chiesa ne aspetta anche più disponibilità e più oblatività.


Annunciare un “Dio in Croce”. Per tutti!
P. Romeo Ballan

Sul portale della Settimana Santa, che oggi comincia (Vangelo), c’è una domanda: “Chi è costui?” (Mt 21,10). Se lo chiedeva la gente della città, in agitazione, quando Gesù entrò in Gerusalemme, fra gli applausi dei simpatizzanti, seduto non su un cavallo da guerra o da corsa, ma su un’asina presa in prestito… Quell’ingresso fu un avvenimento missionario, un’epifania di Gesù alla gente. Un momento di trionfo effimero, proprio di un giorno soltanto; ma servì almeno per suscitare delle domande sull’identità di Gesù. La folla aveva una risposta pronta: «Questi è il profeta Gesù, da Nazareth di Galilea» (Mt 21,11). Una risposta vera, ma sulle loro labbra era una risposta alquanto effimera, a giudicare dai comportamenti dei giorni seguenti; era piuttosto il momento di approfondire l’identità di quel sorprendente profeta da Nazareth. Così come hanno fatto alcuni pellegrini greci, giunti a Gerusalemme, i quali dissero a Filippo: “Vogliamo vedere Gesù” (Gv 12,21).

Le risposte alla domanda iniziale le troviamo in vari testi di questa Settimana speciale. Una prima risposta la dà Gesù stesso, provocato dalla richiesta di quei greci: Egli è il chicco di grano, che cade in terra e muore per produrre molto frutto (cfr. Gv 12,24); Egli è il Maestro che invita tutti a seguirLo per condividere la sua sorte (cfr. Gv 12,26); è il Signore che può affermare: “Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Il destino universale della sua morte in croce, elevato da terra, è chiaramente indicato anche nelle varianti dei codici antichi: attirerò ‘tutto’, ‘tutti gli uomini’, ‘ogni uomo’… La sua salvezza è offerta, come dono, per tutti coloro che, con cuore sincero, “volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Gv 19,37), cioè per coloro che, con fede, compassione e amore guardano il Cristo innalzato sulla croce (cfr. Nm 21,8; Zc 12,10). Questa fu l’esperienza sorprendente del centurione romano e degli altri soldati pagani, che, alla vista di quello che succedeva, dicevano: “Davvero costui era Figlio di Dio!” (Mt 27,54). Gesù è davvero il Figlio di Dio, proprio perché è rimasto sulla Croce anziché scendere (cfr. Mt 27,40.42). Mentre i giudei lo rifiutano, i pagani lo riconoscono.

La chiave per capire chi è questo Figlio di Dio, che si fa chicco di grano, che muore in Croce per attirare tutti a sé, ce la offre l’evangelista Giovanni nell’Ultima Cena di Gesù con i suoi discepoli: “Li amò sino alla fine” (Gv 13,1). È la dichiarazione di un amore estremo, aperto a tutti nello spazio e nel tempo. Parole che invitano a vivere la Settimana Santa in dimensione universale, contemplando ed annunciando un Dio in croce per tutti. S. Daniele Comboni aveva compreso quanto fosse necessario per i suoi missionari formarsi in questa contemplazione e lo raccomandava nella sua Regola: “Si formeranno questa disposizione essenzialissima (spirito di sacrificio) col tener sempre gli occhi fissi in Gesù Cristo, amandolo teneramente, e procurando di intendere ognora meglio cosa vuol dire un Dio morto in croce per la salvezza delle anime”. (Scritti, n. 2721).

La lunga narrazione (Vangelo) della condanna, passione ed esecuzione di un innocente va ben oltre i soliti fattacci di cronaca nera: contiene la Buona Notizia’ di Cristo Salvatore, morto e risorto, che i missionari della Chiesa portano ovunque nel mondo intero. Da questo nucleo centrale del Vangelo, scaturiscono scelte e atteggiamenti fondamentali per i discepoli. Ne cito uno fra i tanti: il ripudio della violenza e dell’uso delle armi, come insegna Gesù a Pietro: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno» (v. 26,52). Una parola emblematica per i cristiani, che già l’apologeta Tertulliano (III sec.) commentava così: “Disarmando Pietro, Gesù ha tolto le armi di mano a ogni soldato”.

Il cantico del Servo (I lettura), che ascolta e non si tira indietro (v. 4.5), e soprattutto l’inno cristologico dei Filippesi (II lettura) cantano il ciclo completo di quel Dio-uomo in croce: la Sua preesistenza divina, lo svuotamento volontario, l’abbassamento fino alla croce, la glorificazione con il nome di Signore, davanti al quale tutti sono invitati all’adorazione, “a gloria di Dio Padre” (v. 11). La gloria del Padre è la meta a cui tende tutta l’azione missionaria della Chiesa. Oltre all’obbedienza filiale, l’inno dei Filippesi “ci mostra anche l’aspetto di solidarietà con i fratelli: Cristo è diventato simile agli uomini, ha assunto la nostra condizione umile; anzi, si è fatto solidale con le persone più criminali, con i condannati alla morte di croce” (Albert Vanhoye).

Il messaggio della Passione resta sempre una strada in salita, ma porta alla Vita. Davanti alla Passione di Gesù, nessuno è un mero spettatore. Ognuno è attore, ha un ruolo, oggi, nella Passione che Gesù continua a vivere nel suo Corpo mistico, nella famiglia umana. I protagonisti della Passione siamo noi. Dietro le figure di Pietro, di Pilato, di Giuda, dei Sommi sacerdoti, della folla, possiamo vedere il volto di ognuno di noi. Quale ruolo abbiamo nella Passione oggi? Da che parte stiamo? Bene per noi se scegliamo il ruolo di Simone il cireneo (v. 32), della moglie di Pilato (v. 19), del centurione (v. 54), le pie donne, Magdalena, Maria, Giovanni, Giuseppe d’Arimatea, Nicodemo… Il ruolo del cristiano, e in particolare del missionario, è quello di Cireneo, solidale con i crocifissi della storia, portatore della salvezza operata da Gesù.


La passione del Messia Gesù
Enzo  Bianchi

Isaia 50,4-7

La prima lettura contiene la profezia riguardo al “servo del Signore”, letterariamente il terzo dei quattro “canti del servo” nel libro di Isaia (cf. Is 42,1-7; 49,1-7; 50,4-9; 52,13-53,12). È il servo stesso che parla della sua missione: da servo che ascolta ogni mattina a servo che annuncia la parola del Signore. E ciò a caro prezzo, fino a dover subire, senza difendersi, i flagelli, gli insulti, la tortura e la persecuzione, ma sempre conservando la fiducia del Signore Dio, che è fedele e che gli sta accanto anche nell’ora della passione.

Lettera ai Filippesi 2,6-11

Nel canto dell’incarnazione del Figlio di Dio, Gesù Cristo, Paolo legge questo movimento: colui che era Dio si svuotò delle prerogative divine fino ad assumere la condizione dello schiavo, fino a vivere una passione con l’esito dell’umiliazione, della morte ignominiosa sulla croce. Ma Dio risponde all’abbassamento di suo Figlio, fattosi servo, con l’esaltazione, donandogli il nome di Kýrios, Signore. Ciò che la passione secondo i vangeli narra in un lungo racconto, l’Apostolo lo riassume in poche espressioni che sintetizzano il movimento della nostra salvezza nell’abbassamento/innalzamento del Figlio di Dio Gesù Cristo.


Mt 26,14-27,66

La liturgia di questa domenica della Passione del Signore, detta anche delle Palme, prevede la lettura del racconto della passione secondo Matteo. L’evangelista non ci consegna innanzitutto una “cronaca”, ma ci fornisce l’interpretazione, scaturita dalla fede della chiesa, di quei fatti che hanno costituito la fine della vita di Gesù il Cristo. Il vangelo è scritto da chi confessa la resurrezione di Gesù e dunque legge gli eventi antecedenti nella luce di quell’evento che spiega, dà senso, illumina la passione e la morte. Per questo Matteo insiste sul “compimento delle Scritture”, ritmando il racconto con questo adagio: “come sta scritto…”, “ciò è avvenuto perché si compissero le Scritture…”. Leggendo la passione secondo Matteo assistiamo, come folla convocata, al processo di Gesù, nel quale si affrontano la volontà di Dio e quella degli uomini, in un dramma che è pasquale non solo per la sua collocazione temporale, ma anche per la sua dinamica.

Possiamo distinguere il racconto in tre grandi parti:

– il preludio (Mt  26,1-46);
– il processo religioso (Mt  26,47-75);
– il processo politico, la morte e la sepoltura (Mt  27,1-66).

Nel preludio, dopo il complotto (cf. Mt 26,1-5), leggiamo come apertura l’unzione di Gesù da parte di una donna anonima a Betania (casa del povero), vera introduzione alla passione (cf. Mt 26,6-13). Versando sul capo di Gesù olio profumato, la donna profetizza quell’unzione regale e sacerdotale che Gesù riceverà sulla croce. Ella “discerne” Gesù come “il Povero”, colui che va alla morte nella solitudine, nell’abbandono e senza difesa; Gesù approva il suo gesto, che non è spreco, ma vero dono fatto al Povero. Non comprendere questo, significa – come farà Giuda (cf. Mt 26,14-16) – vendere Gesù a prezzo di denaro, perché si stima il valore del denaro più importante dell’attenzione da dedicare a Gesù stesso. Per questo, come Gesù afferma con solennità: “Amen, io vi dico: dovunque sarà annunciato questo Vangelo, nel mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche ciò che ella ha fatto” (Mt 26,13), il suo gesto d’amore.

Segue il racconto della cena (cf. Mt 26,17-35), che secondo l’evangelista è una cena pasquale, e proprio in essa la denuncia del peccato del traditore: uno dei Dodici consegna Gesù, gli altri fuggiranno tutti e Pietro, la roccia, tremando come un fuscello dirà di non conoscere Gesù. Questa è la comunità di Gesù, alla quale egli dona il suo corpo e il suo sangue, la sua stessa vita. Sì, i convitati di quella cena sono dei peccatori, degli infedeli, un’assemblea che noi giudichiamo indegna di ricevere in dono la vita stessa del Signore. Ma quel dono è per la remissione dei peccati, il calice è sangue dell’alleanza versato per la remissione dei peccati, a cominciare da quelli dei Dodici.

Dopo la cena, Gesù discende con la sua comunità al Getsemani, al di là del torrente Cedron, nella valle sotto il tempio, dove in un’intensa preghiera assume fino in fondo quegli eventi che ormai stavano precipitando (cf. Mt 26,36-46). Egli sarebbe potuto fuggire, rinnegando ciò che aveva fatto e detto; avrebbe potuto assumere lo stile di chi combatte anche con la violenza, facendo resistenza: sceglie invece di vivere fino alla fine facendo il bene, accogliendo su di sé il male piuttosto che farlo. Questa è la volontà di Dio per tutti, per ogni essere umano! Dunque Gesù è pronto, fa degli eventi che sopraggiungono un atto nella sua libertà e a causa del suo amore. C’è stata una lotta, possiamo dire che Gesù ha subito nuovamente la tentazione (cf. Mt 4,1-11), ma ancora una volta, come sempre, ha rimesso il suo destino nelle mani del Padre.

Segue la cattura nella tenebra, su indicazione di Giuda, attraverso un bacio, e la ferma confessione da parte di Gesù che quanto sta accadendo è conforme a ciò che le Scritture avevano annunciato: ora più che mai egli compie la vocazione ricevuta (cf. Mt 26,47-56). Poi Gesù viene condotto dal sommo sacerdote Caifa per il processo religioso (cf. Mt 26,57-68): là si erano riuniti alcuni scribi e alcuni anziani del popolo, convocati frettolosamente nella notte da Caifa. Con questo processo si vuole condannare Gesù, individuando nelle sue azioni e nelle sue parole contraddizioni alla Legge, bestemmie contro Dio, tradimento della comunità di Israele. Testimoni prezzolati intervengono per riferire parole di Gesù contro il tempio, la dimora di Dio.

Anche se Matteo non ci fornisce un resoconto preciso, un verbale, capiamo che la causa di quel processo sta tutta nell’identità di Gesù in rapporto a Dio. Così il sommo sacerdote gli chiede di confessare se è lui il Cristo, il Messia, il Figlio di Dio. E Gesù risponde rinviando Caifa alle sue parole e alla sua coscienza (“Tu l’hai detto”: Mt 26,64), ma svelando anche che, proprio in quella morte ormai prossima, ci sarebbe stato lo svelamento del Figlio dell’uomo seduto come Giudice alla destra di Dio nella gloria. Parole che indignano e spaventano Caifa, portandolo anche a strappare le sue vesti, segno che il sommo sacerdozio che giudica Gesù è ormai finito, svuotato.

In parallelo al processo religioso di Gesù da parte del sommo sacerdote, vi è l’interrogatorio di Pietro da parte di alcune serve, di persone anonime e senza potere. Pietro rinnega, non riconosce Gesù come Messia sofferente e non riesce neppure a riconoscerlo colui del quale era stato discepolo (cf. Mt 26,69-75). E Giuda? Avendo preferito il denaro a Gesù, non riesce a dare senso alla propria vita e decide quindi di suicidarsi (cf. Mt 27,3-10).

Il processo religioso poteva emettere condanne, ma non infliggere a Gesù una pena. Per questo egli è rinviato all’autorità politica romana, a Ponzio Pilato, in quegli anni governatore della Giudea (cf. Mt 27,1-3.11-26). Per Pilato Gesù è un caso interessante solo se rappresenta una minaccia al potere politico di Cesare. Per questo gli chiede: “Sei tu il Re dei giudei?” (Mt 27,11). Ovvero: “Sei tu un concorrente al potere imperiale? Riconosci il potere politico di Roma o lo vuoi per te?”. Ancora una volta, però, Gesù non risponde con un “sì” o con un “no”, ma rimanda Pilato alle sue parole: “Tu lo dici, tu fai questa affermazione, io non l’ho mai fatta!” (ibid.). Pilato comprende allora che Gesù non è un pericolo, ma fa appello alle accuse che le autorità religiose giudaiche muovevano contro di lui. Gesù però non risponde, tace (cf. Mt 26,14), con un silenzio che, se fosse ascoltato, griderebbe la verità con più forza di qualsiasi parola.

Pilato tenta poi uno scambio tra Gesù e un prigioniero famoso, un sedizioso, Barabba, ma la gente, sobillata dai capi religiosi, preferisce la morte di Gesù, e giunge a gridare: “Sia crocifisso!” (Mt 27,22). Qui il potere totalitario mostra il suo volto: vedendo che il tumulto cresce, avendo compreso che Gesù non conta nulla e non è difeso da nessuno, Pilato preferisce acconsentire alla volontà della massa, alla maggioranza in preda alla vertigine della rabbia, del rancore e della violenza (cf. Mt 27,20-26). Ma prima dell’esecuzione della condanna, la violenza trova la possibilità di sfogarsi contro un giusto inerme, fino al disprezzo e alla tortura. Gesù è incoronato Re dei giudei, secondo l’accusa presentata, e viene celebrato in una parodia: è rivestito di un mantello scarlatto, incoronato di spine e gli viene data una canna come scettro, icona che i cristiani mai dimenticheranno. “Fino a quel punto” hanno trattato Gesù, il Figlio dell’uomo, l’uomo vittima dell’ingiustizia e del sopruso… Il processo politico si chiude con la consegna di Gesù ai soldati da parte di Pilato, affinché eseguano la crocifissione fuori della città, nel luogo detto Golgota (cf. Mt 27,27-37).

Gesù è crocifisso tra due delinquenti (cf. Mt 27,38), annoverato anche nella morte tra i peccatori, i malfattori, e la parodia continua con un cartello che lo disprezza: “Costui è Gesù, il Re dei giudei” (Mt 27,37), un Messia fallito, condannato dall’autorità religiosa come bestemmiatore e da quella politica come malfattore, posto su una croce, il supplizio ignominioso riservato agli schiavi e ai maledetti da Dio e dagli uomini (cf. Dt 21,23; Gal 3,13). Sulla croce Gesù continua ad ascoltare oltraggi, nonché l’ultima eco delle tentazioni vissute all’inizio e poi sempre nella sua missione (cf. Mt 27,39-44). Scendere dalla croce manifestando la sua onnipotenza divina? Salvare se stesso come ha salvato tanti altri? Avere fede in Dio solo se lo libera da quella fine? No, Gesù resta fedele alla sua missione fino alla fine, per questo pone al Padre un’ultima domanda: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46; Sal 22,2). Non è una contestazione, ma una preghiera, una richiesta di luce nella tenebra, una confessione: “O Dio, ti resto fedele anche in ciò che vivo come abbandono, tuo silenzio, lontananza da te!”. Nessuno tra i presenti può comprendere, ma solo un centurione pagano, sotto la croce, vedendo quella morte arriva a confessare: “Davvero costui era Figlio di Dio!” (Mt 27,54).

Così, mentre scende la sera e il corpo di Gesù viene deposto in un sepolcro da discepoli e discepole (cf. Mt 27,57-61), in un pagano è generata la fede in Gesù: in quella morte così atroce, il centurione vede che Gesù ha speranza, che resta fedele a Dio, che vive quella fine come dono, come amore per tutti gli uomini. Quella morte comincia ormai a manifestarsi come resurrezione, come vita, finché il terzo giorno si manifesterà in pienezza il grande mistero della Pasqua di Gesù (cf. Mt 28,1-10).

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Gesù si trova a tavola con i Dodici e, mentre stanno cenando, si rivolge a loro dicendo: “Uno di voi mi tradirà!”. Allora essi, profondamente rattristati, incominciano a chiedergli, uno per uno: “Sono forse io, Signore?”. Anche Giuda, il traditore, prendendo la parola, gli dice: “Sono forse io, Rabbi?”. Gesù gli risponde: “Tu l’hai detto” (Mt 26,20-25).

Uno dovrebbe sapere se è traditore o no; che bisogno c’è di chiederlo a Cristo? Giuda è ipocrita fino all’ultimo; ma gli altri perché chiedono: “Sono forse io?”.

Se le cose fossero andate proprio in questo modo, alla risposta di Gesù che smaschera il traditore avrebbe fatto seguito l’immediata reazione degli undici e il regolamento di conti con il colpevole. Invece la cena riprende tranquilla.

 Una preoccupazione di tipo pastorale muove Matteo a collocare l’interrogativo sulla bocca di tutti i presenti. Vuole che ogni cristiano continui a porsi la domanda: sono forse io un traditore?

Giuda è il simbolo dell’antidiscepolo, cioè di colui che coltiva progetti opposti a quelli di Gesù, di colui che è disposto a tradire la propria fede per amore del denaro e che è pronto a porsi a capo di coloro che lottano contro le forze del bene.

Il vero discepolo non s’illude di essere immune da questo pericolo. Conosce la propria fragilità, sa che può facilmente prendere abbagli e, magari in buona fede, trasformarsi in traditore, schierarsi contro il Maestro, fare il gioco dei nemici della vita.

Solo il costante confronto con la parola di Cristo e con il gesto sommo del suo amore può evitare ingenue, arroganti sicurezze e tragiche illusioni.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Solo chi all’odio risponde con l’amore introduce nel mondo una novità e un principio di vita”

Prima Lettura (Is 50,4-7)

4 Il Signore Dio mi ha dato una lingua da iniziati,
perché io sappia indirizzare allo sfiduciato una parola.
Ogni mattina fa attento il mio orecchio
perché io ascolti come gli iniziati.
5 Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio
e io non ho opposto resistenza,
non mi sono tirato indietro.
6 Ho presentato il dorso ai flagellatori,
la guancia a coloro che mi strappavano la barba;
non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi.
7 Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto confuso,
per questo rendo la mia faccia dura come pietra,
sapendo di non restare deluso.

Spiegando la prima lettura della festa del battesimo del Signore, abbiamo parlato di un personaggio misterioso che entra in scena nella seconda parte del libro d’Isaia. Si tratta del “Servo del Signore”. Nella lettura di oggi questo “Servo” ricompare e parla.

Descrive anzitutto la missione che gli è stata affidata: è inviato ad annunciare un messaggio di consolazione a chi è abbattuto e senza speranza (v. 4). Dalle sue labbra escono sempre e solo parole di conforto per chi si è smarrito su vie non buone e non riesce a ritrovare il retto cammino, per chi è avvolto dalle tenebre e brancola nel buio.

Poi chiarisce il modo con cui porterà a compimento la sua missione (vv. 4-5). Il Signore gli ha dato un orecchio capace di ascoltare e una bocca in grado di comunicare. Ciò che udiva non era piacevole, ma non ha accettato compromessi, non si è tirato indietro, ha saputo resistere (v. 5).

Infine racconta ciò che gli è successo, quali sono state le conseguenze della sua coerenza. Ha comunicato fedelmente il messaggio udito ed è stato percosso, insultato, schiaffeggiato, gli hanno sputato in faccia, ma non ha reagito, ha continuato a confidare nel Signore (v. 7).

Ascoltando soprattutto l’ultima parte della lettura, si è spontaneamente indotti ad accostare questo Servo a Gesù (subito dopo la Pasqua, i cristiani hanno fatto questo collegamento). Come il “Servo del Signore”, Gesù si è mantenuto in ascolto del Padre, ha pronunciato solo parole di consolazione e di speranza, ha dato conforto agli sfiduciati e agli emarginati e ha fatto la fine del Servo di cui si parla nel libro di Isaia (cf. Mt 27,27-31).

Il rischio è quello di soffermarsi a contemplare e ad ammirare la fedeltà di Gesù, di commuoversi di fronte a ciò che egli ha sofferto, di provare sdegno per le ingiustizie che ha subito e di concludere che, anche oggi, qualche eroe fedele a Dio può ripetere la medesima, drammatica esperienza del Servo del Signore.

Non qualche eroe, ma ogni credente è chiamato a svolgere la missione del “Servo” e di Cristo: mantenersi in ascolto della parola di Dio, tradurre in atto ciò che ha udito ed essere disposto anche a portarne le conseguenze.

Seconda Lettura (Fil 2,6-11)

6 Cristo Gesù, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
7 ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
8 umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
9 Per questo Dio l’ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
10 perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
11 e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

La comunità di Filippi era molto buona e Paolo ne era orgoglioso, ma, come spesso succede, c’era anche un po’ d’invidia fra i cristiani. Qualcuno cercava di attirare su di sé l’attenzione, voleva farla un po’ da padrone imponendo la sua volontà.

A causa di questa situazione Paolo, nella prima parte della lettera raccomanda in modo accorato: “Fate che la mia gioia sia piena, andate d’accordo, abbiate lo stesso amore, un’anima sola, un medesimo modo di sentire; non fate nulla per rivalità, nulla per vanagloria. Non badate al vostro bene, ma a quello degli altri” (Fil 2,2-4).

Per imprimere meglio nella mente e nel cuore dei filippesi questo insegnamento, presenta l’esempio di Cristo. Lo fa citando un inno stupendo, conosciuto in molte delle comunità cristiane del I secolo.

In due strofe l’inno racconta la storia di Gesù.

Egli esisteva già prima di farsi uomo; incarnandosi “si è svuotato” della sua grandezza divina ed ha accettato di entrare in un’esistenza schiava della morte. Non si è rivestito della nostra umanità come di un abito esterno del quale si è poi sbarazzato. Si è fatto per sempre simile a noi: ha assunto la nostra debolezza, la nostra ignoranza, la nostra fragilità, le nostre passioni, i nostri sentimenti e la nostra condizione mortale. È apparso ai nostri occhi nell’umiltà del più disprezzato degli uomini, lo schiavo, colui al quale i Romani riservavano il supplizio ignominioso della croce (vv. 6-8).

Ma il cammino che egli ha percorso non si è concluso con l’umiliazione e la morte in croce.

La seconda parte dell’inno (vv. 9-11) canta la gloria alla quale egli è stato elevato: il Padre lo ha risuscitato, lo ha additato a modello per ogni uomo, gli ha dato il potere ed il dominio su ogni creatura. L’umanità intera finirà per essere unita a lui e in quel momento il progetto di Dio sarà compiuto.

Vangelo (Mt 26,14-27,66)

14 Allora uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti 15 e disse: “Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?”. E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. 16 Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnarlo.
17 Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: “Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua?”. 18 Ed egli rispose: “Andate in città, da un tale, e ditegli: Il Maestro ti manda a dire: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”. 19 I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
20 Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici. 21 Mentre mangiavano disse: “In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà”. 22 Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: “Sono forse io, Signore?”. 23 Ed egli rispose: “Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. 24 Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!”. 25 Giuda, il traditore, disse: “Rabbì, sono forse io?”. Gli rispose: “Tu l’hai detto”.
26 Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: “Prendete e mangiate; questo è il mio corpo”. 27 Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: “Bevetene tutti, 28 perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati. 29 Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio”.
30 E dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. 31 Allora Gesù disse loro: “Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte. Sta scritto infatti: ‘Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge, 32 ma dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea”. 33 E Pietro gli disse: “Anche se tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò mai”. 34 Gli disse Gesù: “In verità ti dico: questa notte stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte”. 35 E Pietro gli rispose: “Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò”. Lo stesso dissero tutti gli altri discepoli.
36 Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: “Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare”. 37 E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedèo, cominciò a provare tristezza e angoscia. 38 Disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me”. 39 E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!”. 40 Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro: “Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? 41 Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole”. 42 E di nuovo, allontanatosi, pregava dicendo: “Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà”. 43 E tornato di nuovo trovò i suoi che dormivano, perché gli occhi loro si erano appesantiti. 44 E lasciatili, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. 45 Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: “Dormite ormai e riposate! Ecco, è giunta l’ora nella quale il Figlio dell’uomo sarà consegnato in mano ai peccatori. 46 Alzatevi, andiamo; ecco, colui che mi tradisce si avvicina”.
47 Mentre parlava ancora, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una gran folla con spade e bastoni, mandata dai sommi sacerdoti e dagli anziani del popolo. 48 Il traditore aveva dato loro questo segnale dicendo: “Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!”. 49 E subito si avvicinò a Gesù e disse: “Salve, Rabbì!”. E lo baciò. 50 E Gesù gli disse: “Amico, per questo sei qui!”. Allora si fecero avanti e misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. 51 Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù, messa mano alla spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote staccandogli un orecchio.
52 Allora Gesù gli disse: “Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada. 53 Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli? 54 Ma come allora si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?”. 55 In quello stesso momento Gesù disse alla folla: “Siete usciti come contro un brigante, con spade e bastoni, per catturarmi. Ogni giorno stavo seduto nel tempio ad insegnare, e non mi avete arrestato. 56 Ma tutto questo è avvenuto perché si adempissero le Scritture dei profeti”. Allora tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono.
57 Or quelli che avevano arrestato Gesù, lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale già si erano riuniti gli scribi e gli anziani. 58 Pietro intanto lo aveva seguito da lontano fino al palazzo del sommo sacerdote; ed entrato anche lui, si pose a sedere tra i servi, per vedere la conclusione.
59 I sommi sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano qualche falsa testimonianza contro Gesù, per condannarlo a morte; 60 ma non riuscirono a trovarne alcuna, pur essendosi fatti avanti molti falsi testimoni. 61 Finalmente se ne presentarono due, che affermarono: “Costui ha dichiarato: Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni”. 62 Alzatosi il sommo sacerdote gli disse: “Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?”. 63 Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: “Ti scongiuro, per il Dio vivente, perché ci dica se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio”. 64 “Tu l’hai detto, gli rispose Gesù, anzi io vi dico: ‘d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio, e venire sulle nubi del cielo”.
65 Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: “Ha bestemmiato! Perché abbiamo ancora bisogno di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; 66 che ve ne pare?”. E quelli risposero: “ È reo di morte!”. 67 Allora gli sputarono in faccia e lo schiaffeggiarono; altri lo bastonavano, 68 dicendo: “Indovina, Cristo! Chi è che ti ha percosso?”.
69 Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una serva gli si avvicinò e disse: “Anche tu eri con Gesù, il Galileo!”. 70 Ed egli negò davanti a tutti: “Non capisco che cosa tu voglia dire”. 71 Mentre usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: “Costui era con Gesù, il Nazareno”. 72 Ma egli negò di nuovo giurando: “Non conosco quell’uomo”. 73 Dopo un poco, i presenti gli si accostarono e dissero a Pietro: “Certo anche tu sei di quelli; la tua parlata ti tradisce!”. 74 Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: “Non conosco quell’uomo!”. E subito un gallo cantò. 75 E Pietro si ricordò delle parole dette da Gesù: “Prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte”. E uscito all’aperto, pianse amaramente.
27,1 Venuto il mattino, tutti i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù, per farlo morire. 2 Poi, messolo in catene, lo condussero e consegnarono al governatore Pilato.
3 Allora Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d’argento ai sommi sacerdoti e agli anziani 4 dicendo: “Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente”. Ma quelli dissero: “Che ci riguarda? Veditela tu!”. 5 Ed egli, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò ad impiccarsi. 6 Ma i sommi sacerdoti, raccolto quel denaro, dissero: “Non è lecito metterlo nel tesoro, perché è prezzo di sangue”. 7 E tenuto consiglio, comprarono con esso il Campo del vasaio per la sepoltura degli stranieri. 8 Perciò quel campo fu denominato “Campo di sangue” fino al giorno d’oggi. 9 Allora si adempì quanto era stato detto dal profeta Geremia: E presero trenta denari d’argento, il prezzo del venduto, che i figli di Israele avevano mercanteggiato, 10 e li diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore.
11 Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore l’interrogò dicendo: “Sei tu il re dei giudei?”. Gesù rispose “Tu lo dici”. 12 E mentre lo accusavano i sommi sacerdoti e gli anziani, non rispondeva nulla. 13 Allora Pilato gli disse: “Non senti quante cose attestano contro di te?”. 14 Ma Gesù non gli rispose neanche una parola, con grande meraviglia del governatore.
15 Il governatore era solito, per ciascuna festa di Pasqua, rilasciare al popolo un prigioniero, a loro scelta. 16 Avevano in quel tempo un prigioniero famoso, detto Barabba. 17 Mentre quindi si trovavano riuniti, Pilato disse loro: “Chi volete che vi rilasci: Barabba o Gesù chiamato il Cristo?”. 18 Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia.
19 Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: “Non avere a che fare con quel giusto; perché oggi fui molto turbata in sogno, per causa sua”. 20 Ma i sommi sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a richiedere Barabba e a far morire Gesù. 21 Allora il governatore domandò: “Chi dei due volete che vi rilasci?”. Quelli risposero: “Barabba!”. 22 Disse loro Pilato: “Che farò dunque di Gesù chiamato il Cristo?”. Tutti gli risposero: “Sia crocifisso!”. 23 Ed egli aggiunse: “Ma che male ha fatto?”. Essi allora urlarono: “Sia crocifisso!”.
24 Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre più, presa dell’acqua, si lavò le mani davanti alla folla: “Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!”. 25 E tutto il popolo rispose: “Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli”. 26 Allora rilasciò loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò ai soldati perché fosse crocifisso.
27 Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la coorte. 28 Spogliatolo, gli misero addosso un manto scarlatto 29 e, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, con una canna nella destra; poi mentre gli si inginocchiavano davanti, lo schernivano: “Salve, re dei giudei!”. 30 E sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. 31 Dopo averlo così schernito, lo spogliarono del mantello, gli fecero indossare i suoi vestiti e lo portarono via per crocifiggerlo.
32 Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a prender su la croce di lui. 33 Giunti a un luogo detto Gòlgota, che significa luogo del cranio, 34 gli diedero da bere vino mescolato con fiele; ma egli, assaggiatolo, non ne volle bere. 35 Dopo averlo quindi crocifisso, si spartirono le sue vesti tirandole a sorte. 36 E sedutisi, gli facevano la guardia. 37 Al di sopra del suo capo, posero la motivazione scritta della sua condanna: “Questi è Gesù, il re dei giudei”.
38 Insieme con lui furono crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra.
39 E quelli che passavano di là lo insultavano scuotendo il capo e dicendo: 40 “Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!”. 41 Anche i sommi sacerdoti con gli scribi e gli anziani lo schernivano: 42 “Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. È il re d’Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo. 43 Ha confidato in Dio; lo liberi lui ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: Sono Figlio di Dio!”. 44 Anche i ladroni crocifissi con lui lo oltraggiavano allo stesso modo.
45 Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra. 46 Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: “Elì, Elì, lemà sabactàni?”, che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. 47 Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: “Costui chiama Elia”. 48 E subito uno di loro corse a prendere una spugna e, imbevutala di aceto, la fissò su una canna e così gli dava da bere. 49 Gli altri dicevano: “Lascia, vediamo se viene Elia a salvarlo!”. 50 E Gesù, emesso un alto grido, spirò.
51 Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, 52 i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. 53 E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. 54 Il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: “Davvero costui era Figlio di Dio!”.
55 C’erano anche là molte donne che stavano a osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. 56 Tra costoro Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo.
57 Venuta la sera giunse un uomo ricco di Arimatèa, chiamato Giuseppe, il quale era diventato anche lui discepolo di Gesù. 58 Egli andò da Pilato e gli chiese il corpo di Gesù. Allora Pilato ordinò che gli fosse consegnato. 59 Giuseppe, preso il corpo di Gesù, lo avvolse in un candido lenzuolo 60 e lo depose nella sua tomba nuova, che si era fatta scavare nella roccia; rotolata poi una gran pietra sulla porta del sepolcro, se ne andò. 61 Erano lì, davanti al sepolcro, Maria di Màgdala e l’altra Maria.
62 Il giorno seguente, quello dopo la Parasceve, si riunirono presso Pilato i sommi sacerdoti e i farisei, dicendo: 63 “Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore disse mentre era vivo: Dopo tre giorni risorgerò. 64 Ordina dunque che sia vigilato il sepolcro fino al terzo giorno, perché non vengano i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: È risuscitato dai morti. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!”. 65 Pilato disse loro: “Avete la vostra guardia, andate e assicuratevi come credete”. 66 Ed essi andarono e assicurarono il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia.

Tutti gli evangelisti dedicano parecchio spazio al racconto della passione e morte di Gesù. I fatti sono fondamentalmente gli stessi, anche se narrati in modi e prospettive diversi. Ogni evangelista presenta anche episodi, dettagli, sottolineature che gli sono propri. Questi rivelano la sua attenzione e il suo interesse per alcuni temi di catechesi, ritenuti significativi e urgenti per le sue comunità.

La versione del racconto della passione che oggi ci viene proposta è quella secondo Matteo. Nel nostro commento ci limiteremo a sottolinearne gli aspetti caratteristici.

Il primo, molto importante, è che Matteo scandisce tutto il racconto con ripetuti richiami all’adempimento delle Scritture.

Quando è ancora seduto a tavola, durante l’ultima cena, Gesù pronuncia una frase che dà la chiave di lettura di tutto quanto accadrà in seguito: “Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui” (Mt 26,24).

In seguito, nel giardino degli Ulivi, quando le guardie gli si avvicinano per arrestarlo, come se fosse un bandito, reagisce dicendo: “Tutto questo accade perché si devono compiere le Scritture dei profeti” (Mt 26,56).

Matteo rileva che persino i dettagli più marginali della passione, come, per esempio, il tradimento di Giuda per trenta denari, erano stati annunciati dai profeti (Mt 27,9-10).

Abbiamo soprattutto un parallelismo, voluto da questo evangelista, fra la passione di Gesù e il dramma vissuto dal giusto di cui si parla nel Salmo 22:

– Come Gesù sulla croce (Mt 27,46), anche quest’uomo rivolge al Signore il grido: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Sal 22,2).

– È oggetto degli stessi dileggi: “Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo: si è affidato al Signore, lui lo scampi; lo liberi se è suo amico” (Sal 22,8-9); è esattamente quanto è accaduto ai piedi della croce e sono identici gli insulti rivolti a Gesù (Mt 27,39.41-43).

– Come Gesù (Mt 27,34.48) ha sete: “ È arido come un coccio il mio palato” (Sal 22,16).

– È circondato da malvagi e dice: “Hanno forato le mie mani e i miei piedi” (Sal 22,17). Poi continua: “Si dividono le mie vesti, sul mio vestito gettano la sorte” (Sal 22,19). È quanto hanno fatto i soldati ai piedi della croce (Mt 27,35).

– Come Gesù infine (Mt 27,50), anch’egli emette un grido (Sal 22,25).

Le corrispondenze sono tali e tante che si è portati a supporre che l’autore del salmo intendesse fare una previsione esatta, fin nei dettagli, di quanto un giorno sarebbe capitato al Messia. Non è così.

Le sorprendenti somiglianze sono dovute ad una scelta teologica dell’evangelista, che ha voluto raccontare la passione e la morte di Gesù, tenendo presente lo schema di questo salmo. Lo ha fatto per aiutare i lettori ad andare oltre il puro dato di cronaca e a cogliere il significato profondo di quanto stava accadendo.

Anche gli altri evangelisti citano le Scritture, ma nessuno con tanta insistenza. La ragione è che Matteo scrive il suo vangelo per i giudei che sono stati educati dalla catechesi dei rabbini ad attendere un messia vincitore, dominatore, grande, potente. Di fronte al fallimento con cui si è conclusa la vita di Gesù, chi potrebbe avere il coraggio di presentarlo come messia?

 La sfida che, ai piedi della croce, sacerdoti, scribi e anziani lanciano a Gesù: “Salva te stesso! Se sei il figlio di Dio, scendi dalla croce!” (Mt 27,40) va capita in quest’ottica. Sono disposti a credere a chi vince, non a chi perde.

Ai giudei e a tutti coloro che, anche oggi, si scandalizzano di fronte a un Messia sconfitto, Matteo risponde: le profezie dell’AT annunciano un Messia umiliato, perseguitato e ucciso; lo presentano come il compagno di ogni uomo sofferente e oppresso.

Dio non ha salvato miracolosamente Cristo da una situazione difficile, non ha impedito l’ingiustizia e la morte del Figlio, ma ha trasformato la sua sconfitta in vittoria, la sua morte in nascita, la sua tomba in un grembo dal quale è stato tratto fuori per una vita senza fine.

In lui Dio ci ha fatto sapere che egli non vince il male impedendolo con interventi prodigiosi, ma togliendogli il potere di nuocere, anzi rendendolo un momento di crescita per l’uomo.

Anche lasciandosi guidare e illuminare dalle Scritture – come ci suggerisce di fare Matteo – è difficile assimilare questa logica di Dio, è difficile accettare che “se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24).

Un secondo insegnamento su cui insiste soprattutto Matteo è il ripudio della violenza e dell’uso delle armi. Solo lui riporta la frase di Gesù a Pietro che, per difenderlo, aveva messo mano alla spada: “Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che usano la spada periranno di spada” (Mt 26,52).

Tertulliano, il famoso apologeta del II-III secolo, commentava: “Disarmando Pietro, Gesù ha tolto le armi di mano ad ogni soldato”. A lui, qualche decennio più tardi, faceva eco il biblista Origene: “Noi cristiani non impugnamo più la spada, non impariamo più l’arte della guerra, perché attraverso Gesù siamo diventati figli della pace”.

I primi cristiani non avevano dubbi: il discepolo di Cristo deve essere disposto, come il Maestro, a dare la vita per il fratello, mai e per nessuna ragione ad ucciderlo.

Uno dei temi che sta più a cuore a Matteo è l’universalismo della salvezza.

Israele non può ritenersi l’unico e geloso depositario delle promesse. Ha svolto il compito che il Signore gli ha affidato: preparare la venuta del regno di Dio. Ora è atteso, primo fra gli invitati, nella sala del banchetto (Mt 22,1-6).

Purtroppo Israele ha respinto l’invito e, nelle prime comunità cristiane, questa scelta è stata vissuta come una dolorosa lacerazione, come una spada che trafigge l’anima (Lc 2,35), come “una spina nella carne” (2 Cor 12,7).

Ci sono due fatti nel racconto della passione che sono riferiti solo da Matteo: il sogno della moglie di Pilato e il gesto del procuratore di lavarsi le mani, scaricando sui giudei tutta la colpa della condanna a morte di Gesù (Mt 27,19.24). Esprimono in modo emblematico il dramma di questo popolo e la responsabilità che si è assunto non accogliendo il messia inviatogli da Dio. Espressione massima di questo rifiuto è il grido: “Il suo sangue cada su di noi e sui nostri figli” (Mt 27,25).

L’interpretazione insensata di questa frase ha avuto conseguenze tragiche: odi, accuse assurde, violenze, persecuzioni dei cristiani contro i giudei.

Era totalmente diverso il senso attribuitole da Matteo. Turbato dalle sciagure che, nella seconda metà del I secolo d.C., avevano colpito il suo popolo e che erano culminante nella distruzione di Gerusalemme, egli aveva intuito la causa di tutti i mali: i giudei avevano scelto la violenza e rifiutato il regno di pace annunciato da Gesù.

L’evangelista vuole mettere in guardia dal pericolo di ripetere lo stesso errore. Chi si allontana da Cristo per seguire altri messia, chi confida nella violenza, chi coltiva progetti di dominio finisce sempre per provocare sciagure: fa cadere del sangue su di sé e sui propri figli.

Solo Matteo racconta i fatti straordinari accaduti alla morte di Gesù: “La terra si scosse, le rocce si spezzarono, i morti risuscitarono…” (Mt 27,51-56).

In quel tempo si pensava che il mondo fosse pieno di iniquità e tutti attendevano la nascita di un mondo nuovo. Si diceva che, nel momento del passaggio fra le due epoche dell’umanità, il sole si sarebbe oscurato, gli alberi avrebbero versato sangue, le pietre si sarebbero spezzate emettendo grida e i morti sarebbero risorti.

Ciò che Matteo dice, dunque, non va inteso come il resoconto fedele di un fatto accaduto il 7 aprile dell’anno 30, ma come l’affermazione di un teologo che, nel momento della morte di Gesù, si rende conto della nascita di un mondo nuovo.

 Il suo è un messaggio di gioia e di speranza, inviato a tutti coloro che sono nell’angoscia e nel dolore, che si sentono avviluppati in tenebre di morte. Il regno di Dio è iniziato quando, sulla croce, il Signore ha rivelato tutto il suo amore e il suo interesse per il destino dell’uomo.

Un altro episodio riferito solo da Matteo è la morte di Giuda (Mt 27,3-10).

Questo discepolo è il simbolo di tutti coloro che, per un certo tempo, seguono il Maestro e che, rendendosi conto che egli non realizza i loro sogni di gloria e la loro sete di potere, lo abbandonano e addirittura si schierano contro di lui.

L’episodio è narrato sulla falsariga dell’unico vero suicidio che si trova nell’AT, quello di Achitofel, il traditore di Davide (2 Sam 17,23) e presenta zone d’ombra e misteri che non verranno mai chiariti dal punto di vista storico.

Se ci si libera per un momento dagli stereotipi, non si può non provare rispetto e pietà per il dramma di quest’uomo che – da come ne parlano Pietro, Giovanni e gli altri evangelisti in genere – sembra proprio che, nel gruppo degli apostoli, non avesse amici. Quando vide l’unico che lo amava andare incontro alla morte, dev’essersi sentito terribilmente solo a portare il peso del suo errore. È andato, purtroppo, a sfogare il suo rimorso, il suo tormento interiore dalle persone sbagliate, i sacerdoti del tempio che si erano serviti di lui. Se si fosse rivolto a Cristo, la sua vita si sarebbe conclusa in altro modo.

Infine, solo Matteo parla delle guardie poste a custodia del sepolcro (Mt 27,62-66): sono il segno del trionfo del male. La loro presenza testimonia che il giusto è stato vinto, il liberatore ridotto al silenzio, chiuso per sempre in un sepolcro.

 È l’esperienza che tutti facciamo: il male dà sempre l’impressione di essersi assicurato un trionfo definitivo, tale da far considerare sogni le speranze di giustizia del povero, del debole, dell’indifeso.

Dio però assicura il suo intervento, inatteso: un suo angelo farà rotolare ogni pietra che impedisce il ritorno alla vita e si siederà su di essa (Mt 28,2) e i soldati, posti a difesa dell’ingiustizia e dell’iniquità, fuggiranno atterriti dalla sua luce (Mt 28,4).

Per gentile concessione di
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