Nella prima meditazione quaresimale siamo entrati nel cuore della conversione di Francesco. Abbiamo visto come la grazia abbia operato in lui un vero cambio di gusto, una modificazione della sensibilità che ha trasformato il modo in cui il Poverello di Assisi guardava se stesso, gli altri e la realtà. L’incontro con i lebbrosi, il progressivo distacco dalle ambizioni del secolo, la scelta dell’umiltà come forma concreta della vita battesimale ci hanno mostrato che la conversione non nasce anzitutto da uno sforzo della volontà, ma dalla risposta a un Dio che con la sua grazia ci precede e ci chiama. È un cammino che non si compie una volta per tutte, ma che continuamente ricomincia.

Quella conversione, però, non è rimasta per Francesco un’esperienza solitaria. A un certo punto il Signore gli ha donato dei fratelli. Ed è proprio questo dono, inatteso e gratuito, ma anche profondamente esigente, a stare al centro della meditazione di oggi. La fraternità non è un accessorio della vita spirituale, né soltanto un contesto favorevole in cui crescere più facilmente nella grazia. È il luogo dove la conversione si verifica davvero: il banco di prova più serio e, nello stesso tempo, il segno più eloquente di ciò che il Vangelo può operare nella nostra vita.

Il cammino che proveremo a percorrere si articola in cinque tappe. Anzitutto l’origine della fraternità francescana come dono ricevuto. Poi il realismo della Scrittura davanti alla fraternità negata, con il racconto di Caino e Abele. Successivamente l’esigenza di un amore che va oltre la semplice cordialità. Quindi il fondamento cristologico senza il quale nessun legame fraterno può davvero reggere. E infine l’orizzonte escatologico, nel quale la fraternità vissuta diventa già, in qualche modo, anticipo della vita eterna.

Il dono dei fratelli

All’inizio della sua conversione Francesco viveva da solo. Poi il Signore gli donò dei fratelli, e per lui fu una grande sorpresa. Nel Testamento lo ricorda così:

«E dopo che il Signore mi dette dei fratelli, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo» ( Testamento 14, FF 116).

Francesco non aveva pensato di fondare un gruppo religioso. L’arrivo dei compagni Bernardo e Pietro lo costrinse a rimettersi in ascolto di Dio e a chiedersi di nuovo quale fosse la sua volontà. I tre entrarono allora in una chiesa, aprirono i testi sacri e cercarono lì la loro strada. Compresero che avrebbero vissuto secondo il Vangelo: lavorando con le proprie mani, in comunione con la Chiesa, annunciando la penitenza e alternando momenti di ritiro alla vita tra la gente.

Così nacque la fraternità. In essa potevano trovarsi nobili e popolani, ricchi e poveri, chierici e laici. Francesco voleva che tra i frati non ci fossero rapporti di potere o di superiorità, come accadeva nella società del tempo. Tutti dovevano portare lo stesso nome: frati minori. La forma della prima fraternità francescana cercava di essere fedele all’insegnamento di Gesù: «Uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo» (Matteo 23,8-9).

Leggendo gli scritti di Francesco si avverte subito il suo desiderio di una fraternità viva, intensa e piena di calore umano. Non sorprende allora che nelle Regole compaiano indicazioni molto chiare e concrete:

«Tutti i frati non abbiano alcun potere o dominio, soprattutto fra di loro. E chiunque tra loro vorrà diventare maggiore, sia il loro ministro e servo; e chi tra di essi è maggiore si faccia come il minore. E nessun frate faccia del male o dica del male a un altro; ma piuttosto, per la carità che viene dallo Spirito, di buon volere si servano e si obbediscano vicendevolmente» ( Regola non Bollata V, 9-13, FF 19-20).

E ancora:

«E ovunque sono e si incontreranno i frati, si mostrino tra loro familiari l’uno con l’altro. E ciascuno manifesti all’altro con sicurezza le sue necessità, poiché se la madre nutre e ama il suo figlio carnale, quanto più premurosamente uno deve amare e nutrire il suo fratello spirituale?» ( Regola Bollata VI, 7-8, FF 91-92).

In queste parole si percepisce lo stesso spirito che animava le prime comunità cristiane: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune» (Atti 4,32).

Eppure, la fraternità non fu affatto un’esperienza facile per Francesco e i suoi compagni. Alcuni passaggi della Regola non Bollata lasciano intravedere tensioni e difficoltà molto concrete. Le parole di Francesco sembrano nascere proprio da situazioni vissute: «E tutti i frati si guardino dal calunniare qualcuno, ed evitino le dispute di parole […] E non litighino tra loro […] E non si adirino […] Non giudichino, non condannino» (Regola non Bollata XI, 1-13, FF 36-37).

Da queste parole si comprende perché Francesco fosse convinto che la vita dei frati dovesse avere come unica misura il Vangelo. La fraternità non era – e non è – certo un luogo in cui rifugiarsi per vivere tranquilli, come se bastasse stare insieme per trovare pace. È piuttosto lo spazio in cui ciascuno è ricondotto nelle profondità del proprio cuore, con tutte le sue ombre e le sue resistenze.

I fratelli sono un dono del Signore. Ma, proprio per questo, non hanno semplicemente la funzione di aiutarci o sostenerci lungo il cammino: ci sono affidati perché la nostra vita possa cambiare. Attraverso di loro il nostro cuore è chiamato a convertirsi, passando – come dice la Scrittura – dal cuore di pietra a quello di carne. I fratelli, infatti, non ci sono dati per confermare ciò che siamo già, ma per trasformarci. Nella loro diversità, nei loro limiti e talvolta anche nelle loro fatiche, essi diventano lo spazio concreto in cui Dio lavora la nostra umanità, sciogliendo le nostre rigidità e insegnandoci a vivere con un cuore più vero e più capace di amore.

Persino la parola greca che indica il termine fratello allude a questo mistero. Adelphós significa letteralmente “colui che viene dallo stesso grembo”. Secondo il Vangelo, questo grembo comune non coincide semplicemente con la nostra umanità, ma affonda le sue radici in Dio, quel Dio che nessuno ha mai visto e che il Figlio ci ha rivelato (cf. Giovanni 1,18). È proprio questo a rendere la fraternità tanto preziosa quanto esigente: l’altro non è come me né mi appartiene, ma viene da Dio.

Fratelli si diventa

Con grande realismo, la Scrittura racconta che riconoscere l’altro come fratello non è affatto immediato. Risalendo alle radici della violenza che attraversa la storia umana, il racconto di Genesi 4 riconosce, attraverso la sofferta relazione tra Caino e Abele, che la fraternità è anzitutto negata. È come se quel racconto rispondesse alla domanda del profeta Malachia: «Non abbiamo forse tutti noi un solo padre, forse non ci ha creati un unico Dio? Perché dunque agite con perfidia l’uno contro l’altro, profanando l’alleanza dei vostri padri?» (Malachia 2,10). Il centro di questo testo, così duro e così vero, non è tanto l’omicidio quanto la fraternità mancata.

Il nodo di questa ferita originaria sta tutto in un problema di sguardo. Il racconto della Genesi dice semplicemente che Dio guarda con favore l’offerta di Abele, ma non quella di Caino. Il testo è molto sobrio e non spiega il motivo; perciò, lungo i secoli, si sono moltiplicati i tentativi di interpretazione. Uno dei più plausibili nasce proprio da un dettaglio del racconto: Abele offre i primogeniti del suo gregge, mentre Caino presenta semplicemente alcuni frutti del suolo. Abele sembra coinvolgere se stesso nel dono, offrendo ciò che ha di più suo e di più prezioso; Caino, invece, sembra limitarsi a dare qualcosa. Non è tanto la qualità dell’offerta a fare la differenza, quanto il fatto che ciò che si offre rappresenti davvero la propria vita. Per questo Dio non accoglie il dono di Caino: non per condannarlo, ma per provocarlo. Accettare quel gesto significherebbe lasciarlo nella convinzione di non avere davvero nulla di buono da offrire. Dio, invece, sembra volerlo aiutare a credere che anche la sua vita può diventare un dono.

Caino, però, non interpreta così il gesto di Dio. Non risponde alla sua parola e non parla con Abele. Il racconto diventa sempre più essenziale, fino al gesto tragico: Caino si scaglia contro il fratello e lo uccide. Non è soltanto un atto di violenza, ma il segno di una relazione diventata ormai insopportabile. Dopo il delitto, il senso di colpa lo travolge. Ed è allora che Dio interviene di nuovo, in modo sorprendente: non cancella Caino, ma lo protegge, ponendo su di lui un segno perché nessuno lo uccida. Anche dopo il male compiuto, Dio non lo abbandona.

Questo racconto ci mette davanti a una domanda che non possiamo evitare: chi è Caino dentro di noi? La tentazione più spontanea è identificarci con Abele: la vittima innocente, il giusto incompreso, colui che offre tutto e non riceve nulla in cambio. È una posizione rassicurante, persino edificante. Ma la Scrittura non ci lascia in questa comodità. Ci chiede un passo più onesto e più difficile: riconoscere che la storia di Caino ci riguarda da vicino.

Dentro ciascuno di noi abita la stessa possibilità di irrigidirci, di chiuderci, di lasciare che il risentimento diventi distanza e che la distanza si trasformi in una forma di violenza. Non necessariamente fisica, ma reale: il silenzio ostinato, la parola che ferisce, l’indifferenza costruita come un muro. Anche noi, molto spesso, pronunciamo la parola “fratello” e parliamo di “fraternità” più con le labbra che con il cuore. Le usiamo nei discorsi, nei testi, nelle narrazioni che facciamo di noi stessi, ma quanto è difficile a renderle vere nelle scelte quotidiane.

La reazione di Caino nasce da qualcosa di molto semplice: la presenza dell’altro. Abele non fa nulla contro di lui. Vive, offre a Dio ciò che ha e viene guardato con favore. Ma proprio questo basta a turbare Caino, perché l’altro gli ricorda una verità difficile da accettare: che non siamo soli e che non siamo tutto. Quando non riusciamo a fare pace con questa realtà, la presenza dell’altro può diventare insopportabile.

Il dono della fraternità comincia a diventare reale quando smettiamo di puntare il dito verso l’altro e iniziamo a riconoscere che i potenziali responsabili del male potremmo essere anzitutto noi. Questo passaggio decisivo nel processo di conversione vale in modo particolare per noi cristiani. Ci piacerebbe presentarci al mondo come coloro che hanno già risolto il problema della fraternità: come i buoni che aiutano gli altri, come i testimoni di un amore che funziona sempre. Ma, per fortuna, le cose non stanno esattamente così.

Il Vangelo apre una prospettiva diversa, molto più liberante. Le persone che riescono davvero a compiere il bene non sono i “buoni”, ma coloro che hanno avuto il coraggio di riconoscere la propria ombra. Non chi si è costruito una buona immagine, ma chi ha visto la propria violenza possibile e l’ha consegnata a Dio, scoprendo che il suo volto è lento all’ira e grande nella misericordia. La fraternità autentica non nasce da chi non ha mai ferito nessuno, ma da chi ha riconosciuto di poterne essere capace e decide di non farlo più. È ciò che insegna l’esperienza della misericordia: chi sa di essere stato perdonato, impara a non restituire il male.

Amare di più

Riconoscere che dentro di noi abita anche la possibilità di Caino non è la conclusione del cammino, ma l’inizio. Subito nasce una domanda molto concreta: come si manifesta, nella vita di ogni giorno, questa mancanza di fraternità? Non sempre – anzi quasi mai – nelle forme estreme della violenza fisica. Più spesso prende forme più sottili, ma non meno dolorose. Possiamo mettere l’altro ai margini, ignorare quello che dice, svuotare di importanza ciò che fa. A volte cerchiamo perfino di ridurre il suo spazio accanto a noi, come se la sua presenza fosse un problema da controllare.

La tradizione francescana conserva una lettera che Francesco scrisse a un suo ministro tra il 1221 e il 1223, quando l’Ordine stava crescendo rapidamente e cominciavano ad apparire le inevitabili tensioni della vita fraterna. Il destinatario è un frate ministro stanco e scoraggiato: alcuni confratelli hanno comportamenti difficili e lui sente che questo gli impedisce di vivere bene la sua relazione con Dio. Per questo pensa che la soluzione possa essere allontanarsi, magari ritirarsi in un eremo per trovare un po’ di pace.

Francesco gli risponde in modo sorprendente. Non gli dice di correggere i fratelli, né di allontanarsi. Gli propone invece di guardare proprio a quella fatica come al luogo dove seguire davvero Cristo. Per questo lo esorta a considerare perfino gli ostacoli e le offese come occasione di grazia:

«Quelle cose che ti sono di impedimento nell’amare il Signore Dio, e ogni persona che ti sarà di ostacolo, siano frati o altri, anche se ti coprissero di battiture, tutto questo devi ritenere come una grazia E così tu devi volere e non diversamente. E ama coloro che agiscono con te in questo modo, e non esigere da loro altro se non ciò che il Signore darà a te. E in questo amali e non pretendere che siano cristiani migliori. E questo sia per te più che stare in eremo» ( Lettera a un ministro, FF 234).

In questa prospettiva la fraternità non è un problema da sopportare, ma il luogo dove si verifica la verità della nostra vita spirituale. Francesco arriva a dire che il segno distintivo del Vangelo è la misericordia verso il fratello che sbaglia:

«Non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto è possibile peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede; e se non chiedesse perdono, chiedi tu a lui se vuole essere perdonato. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo […] e abbi sempre misericordia di tali fratelli» (FF 235).

Quello che il ministro viveva come un ostacolo diventa così, nello sguardo di Francesco, il luogo più vero dell’incontro con Dio. Le relazioni fraterne segnate dalla fatica non sono incidenti di percorso, ma la strada concreta attraverso cui impariamo la logica del Vangelo.

Una dinamica molto simile si ritrova anche nella breve Lettera a Filemone di san Paolo. L’apostolo scrive a un cristiano di nome Filemone riguardo al suo schiavo Onesimo. Dopo un conflitto con il padrone, Onesimo era fuggito e aveva trovato rifugio presso Paolo, che in quel momento si trovava in prigione. Paolo lo accoglie, gli annuncia il Vangelo e lo conduce alla fede. Poi prende una decisione coraggiosa: invece di tenerlo con sé, lo rimanda dal suo padrone. Ma lo fa accompagnando il ritorno con una richiesta che cambia tutto. Scrive infatti che Onesimo deve essere accolto «non più come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello carissimo» (Filemone 16).

In questo brevissimo testo del Nuovo Testamento, colpisce soprattutto il modo in cui Paolo presenta la sua richiesta. Avrebbe l’autorità per poterla imporre, ma sceglie di non farlo. Preferisce fare appello alla libertà di Filemone e gli chiede, «in nome dell’amore», di fare lui stesso il passo più giusto. Paolo non entra in una discussione teorica sulla schiavitù. Fa qualcosa di più radicale: introduce dentro quel rapporto una logica nuova. Alla luce del Vangelo, anche una relazione segnata dal potere può trasformarsi in una relazione fraterna.

Per questo motivo la piccola lettera a Filemone è diventata, nella tradizione cristiana, un esempio molto concreto di come le relazioni si possano rigenerare quando mettiamo in gioco un amore più grande. Nelle occasioni in cui i rapporti si incrinano e la comunione è ferita, il Vangelo non suggerisce anzitutto di difendere i propri diritti, ma di cercare il bene migliore e sempre possibile: quello che permette di riconoscere nell’altro non più un avversario o un debitore, ma un fratello amato dal Signore.

Dalla morte alla vita

Ma è davvero possibile spingersi fino a questo «di più» nell’esperienza dell’amore fraterno? È alla nostra portata un’esigenza evangelica che, a volte, sembra lontana dalla vita reale? Noi cristiani – e noi religiosi in modo particolare – viviamo spesso in ambienti dove tutto appare ordinato e cordiale: non si grida, non si litiga, ci si saluta con gentilezza, si mantengono relazioni formalmente corrette. Eppure, sappiamo che a questa calma esteriore non corrispondono necessariamente relazioni vere e profonde. Anzi, con il passare degli anni, infatti, tutti accumuliamo nel cuore il peso di parole dette male, di giudizi affrettati, di sguardi mancati, di relazioni ferite o semplicemente lasciate spegnere nel tempo.

Perché allora dovremmo tornare su questo terreno fragile e provare a ricominciare? La risposta di Francesco è decisamente semplice: perché i nostri legami sono fondati su un vincolo di libertà. Non sulla simpatia o sull’affinità, ma sul fatto che Dio ci ha scelti e ci ha chiamati a vivere insieme nella Chiesa come fratelli e sorelle.

Quando Francesco insiste nel dire che i fratelli «spirituali» dovrebbero volersi più bene di quelli carnali, non sta spiritualizzando la realtà né facendo appello ai buoni sentimenti. Sta dicendo che tra fratelli nella fede bisogna avere il coraggio di andare oltre la superficie dei rapporti: affrontare i conflitti, accettare le differenze, non scappare quando le relazioni si complicano. Questo diventa possibile solo se ricordiamo da dove nasce il nostro legame e chi ha la forza di poterlo garantire.

È qualcosa che Gesù stesso lascia intravedere in un episodio raccontato dal Vangelo di Marco. Un giorno sua madre e i suoi fratelli arrivano da fuori e lo cercano. Qualcuno glielo riferisce mentre egli è seduto in mezzo alla folla. Gesù allora guarda le persone che gli stanno attorno e domanda: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi, allargando lo sguardo su quelli che siedono intorno a lui in cerchio, dice: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui è per me fratello, sorella e madre» (Marco 3,33-35).

Non è un rifiuto della famiglia naturale, né un gesto di distanza affettiva. Gesù sta rivelando qualcosa di più profondo: esiste un legame più forte del sangue, più stabile delle affinità, più autentico delle nostre simpatie. È il legame che nasce dal fare insieme la volontà del Padre. Non dipende da ciò che ci è capitato in sorte – la nascita, la provenienza, il carattere – ma da una scelta condivisa: vivere in ascolto della parola di Dio. In questo senso Gesù non abolisce la famiglia: la rifonda su una base nuova, che è la relazione con lui e l’ascolto della sua parola.

Questo ha conseguenze molto concrete per la vita della Chiesa. Una comunità cristiana – una fraternità religiosa, una parrocchia, un presbiterio – non è prima di tutto un gruppo umano che si è scelto per affinità o per ideali comuni. È un’assemblea convocata dalla voce di Dio, che ci precede e rende possibile il nostro stare insieme. Per questo la fraternità non è qualcosa che costruiamo da soli: è un dono che riceviamo dall’alto.

Ma proprio per questo ha bisogno di essere nutrita e custodita, tornando continuamente alla sorgente dello Spirito e della relazione viva con Cristo. Quando questa sorgente si intorbida – quando la preghiera diventa routine, quando la Parola non ci tocca più, quando i sacramenti si celebrano senza che il cuore vi partecipi – anche i legami fraterni iniziano lentamente a svuotarsi. Restano le forme: il saluto, il sorriso, la correttezza. Ma la sostanza si indebolisce o si perde. Questa vita non si ricostruisce con tecniche relazionali o con un semplice sforzo di buona volontà. Si ritrova solo tornando a lasciarsi raggiungere dallo sguardo di Cristo.

È l’apostolo Giovanni a dirlo con disarmante semplicità: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli» (1Giovanni 3,14). L’affermazione è forte. Giovanni non dice che amiamo i fratelli perché siamo passati dalla morte alla vita, come se la vita nuova producesse automaticamente questo tipo di amore. Afferma quasi il contrario: è proprio nell’amare i fratelli che possiamo verificare se la Pasqua di Cristo sta davvero operando in noi.

La fraternità vissuta diventa così il luogo dove il battesimo mostra se sta davvero portando frutto. È lì che la vita nuova ricevuta nello Spirito smette di essere una promessa lontana e diventa realtà concreta: storia condivisa, relazioni ricucite, pazienza che si rinnova.

Il criterio è semplice e non lascia scappatoie: la Pasqua ha iniziato a operare in noi nel momento in cui scopriamo di poter accogliere gli altri anche quando ci feriscono, quando ci deludono, quando si comportano da avversari. Non perché siamo diventati più forti o più virtuosi, ma perché qualcosa in noi è già morto e qualcosa di nuovo ha cominciato a vivere.

La vita eterna

La Pasqua è il criterio per verificare le nostre relazioni fraterne: dal modo in cui trattiamo i fratelli si capisce se siamo davvero passati dalla morte alla vita. Spesso immaginiamo la risurrezione della nostra vita in Cristo come un evento che riguarda solo il futuro. In realtà comincia già ora e prende forma nel modo in cui viviamo le relazioni e impariamo ad amare.

Un passo della Regola non bollata di san Francesco illumina molto bene questo punto. Noi tendiamo a vedere il fratello che ci ferisce o ci mette in crisi come un ostacolo, qualcuno troppo lontano dal nostro modo di pensare, fino a percepirlo quasi come un nemico. Francesco, invece, rovescia la prospettiva: proprio quella persona può diventare il luogo attraverso cui Dio ci apre alla vita eterna.

«Prestiamo attenzione, fratelli tutti, a ciò che dice il Signore: “Amate i vostri nemici e fate del bene a quelli che vi odiano”. Infatti anche il Signore nostro Gesù Cristo, del quale dobbiamo seguire le orme, chiamò amico il suo traditore e si offrì spontaneamente ai suoi crocifissori. Sono pertanto amici nostri tutti quelli che ingiustamente ci infliggono tribolazioni e sofferenze, umiliazioni e offese, dolori e tormenti, martirio e morte. Dobbiamo molto amare costoro, poiché per quello che ci infliggono ( inferunt), abbiamo la vita eterna» (RnB, Cap. XXII).

Questa intuizione di Francesco è sorprendente, perché capovolge il nostro modo spontaneo di pensare. Noi immaginiamo che il cammino verso Dio dipenda soprattutto dal bene che riusciamo a fare agli altri. Francesco, invece, ci invita a vedere le cose diversamente: a volte la nostra conversione nasce proprio da ciò che gli altri fanno a noi, anche quando ci feriscono o ci mettono alla prova. È una parola difficile da accettare, ma molto realistica. La vita fraterna non è fatta solo di gesti buoni e di momenti facili. È fatta anche di incomprensioni, di ferite, di fatiche. Anzi, le migliori occasioni di accesso alla vita eterna si trovano proprio quando siamo feriti: in quei momenti possiamo rinunciare alla violenza e scegliere invece la via del perdono, permettendo all’amore di Dio di manifestarsi e di compiersi in noi.

Questo allarga molto il nostro sguardo. Nella vita quotidiana le fatiche della fraternità possono essere pesanti. Le distanze tra di noi, le parole che feriscono, le incomprensioni che restano aperte possono diventare dolorose. Proprio per questo non dobbiamo mai smarrire l’orizzonte. Quando perdiamo la prospettiva della vita eterna, certe fatiche diventano totalmente inaccettabili.

Il tema della fraternità non riguarda soltanto la vita della Chiesa: tocca il desiderio più profondo dell’umanità. In ogni tempo e in ogni cultura gli esseri umani hanno sognato una convivenza finalmente riconciliata tra esseri umani. È un anelito che attraversa i popoli, al di là delle lingue, delle culture e delle tradizioni religiose. Poeti, musicisti e artisti hanno immaginato un mondo dove gli uomini possano riconoscersi davvero come fratelli e sorelle tra loro. Anche molte ideologie e modelli economici hanno provato a costruire questa armonia universale, scoprendo però quanto sia difficile renderla reale per tutti e ovunque.

Noi credenti nel Figlio di Dio fatto carne custodiamo nel cuore una convinzione semplice e umile: la fraternità universale diventa possibile solo quando l’uomo riscopre la sua apertura al trascendente. Come ha ricordato Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti:

Come credenti pensiamo che, senza un’apertura al Padre di tutti, non ci possano essere ragioni solide e stabili per l’appello alla fraternità. Siamo convinti che «soltanto con questa coscienza di figli che non sono orfani si può vivere in pace fra noi». Perché «la ragione, da sola, è in grado di cogliere l’uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità» (Papa Francesco, Fratelli tutti 272)

Quando riconosciamo Dio come Padre di tutti, impariamo a guardare ogni persona con una dignità che nessuna differenza culturale, sociale o religiosa può cancellare. La fede non ci separa dagli altri: ci ricorda piuttosto che nessuno può essere escluso dal nostro cuore perché nessuno è assente nel cuore del Padre celeste. Per questo, in questi giorni di Quaresima, mentre la storia del mondo continua a essere attraversata da divisioni, guerre e conflitti, noi cristiani non possiamo limitarci a parlare di fraternità come di un ideale da raggiungere. Siamo chiamati a riceverla come un dono e, al contempo, ad assumerla come una responsabilità molto seria e urgente.

Questo compito comincia sempre da vicino: dalle persone che condividono con noi la vita quotidiana. Non è raro, anche nella Chiesa, che differenze di sensibilità, di visione o di stile diventino motivo di contrapposizione e di distanza, fino a creare vere e proprie polarizzazioni. Sono segni di quanto sia difficile accogliere davvero la sfida della fraternità. Il cammino evangelico, però, ci chiede di fare un passo diverso: riconoscere negli altri – anche quando sono diversi, difficili o lontani dalla nostra sensibilità – dei fratelli e delle sorelle che ci sono stati affidati. E cercare di ascoltarli, di capirne le ragioni, di rispettarli in modo sincero e cordiale.

Lo possiamo fare senza alcuna paura, anzi con estrema libertà, perché sappiamo di essere già passati dalla morte alla vita con Cristo. La sua risurrezione non elimina la fatica delle relazioni, ma ci libera dal sospetto che quella fatica sia inutile. Per questo possiamo assumere il lavoro della fraternità con uno stile nuovo: con dolcezza, con rispetto e con la fiducia che ogni gesto di vero amore fraterno – anche il più nascosto – appartiene già alla vita eterna.

Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso Iddio, concedi a noi miseri di fare, per tuo amore, ciò che sappiamo che tu vuoi, e di volere sempre ciò che a te piace, affinché, interiormente purificati, interiormente illuminati e accesi dal fuoco dello Spirito Santo, possiamo seguire le orme del tuo Figlio diletto, il Signore nostro Gesù Cristo, e con l’aiuto della tua sola grazia giungere a te, o Altissimo, che nella Trinità perfetta e nell’Unità semplice vivi e regni e sei glorificato, Dio onnipotente per tutti i secoli dei secoli. Amen.

p. Roberto Pasolini, OFM Cap.
Predicatore della Casa Pontificia

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