In cammino nel deserto
guidati da San Daniele Comboni
P. Carmelo Casile, MCCJ

4. Eredi dell’Opera iniziata da Daniele Comboni
È il 1881. Il Vescovo Comboni da anni percorre le interminabili vie del Sudan. I governatori dei distretti dove si reca, hanno ordini superiori di riceverlo con onore e rispetto, perché “è considerato nel mondo come una persona importante ed è stimato da tutti. Per tanto, fate in modo che rimanga contento di voi”. Il benvenuto delle autorità è di dubbiosa sincerità; ma quello del popolo esposto alle razzie dei negrieri, è cordiale. Per il popolo indifeso, il Vicario è il filo di speranza e di libertà che gli rimane.
Comboni ha appena 50 anni. Ha tentato di mettere in piedi un Istituto maschile e un altro femminile che garantiscano la continuità del lavoro nell’immenso Vicariato a lui affidato; ma quelli che con tanto sforzo recluta in Europa muoiono in Africa poco dopo di essere arrivati. Nonostante i risultati parziali contro la schiavitù, questa continua per la sua strada. Nonostante i suoi sforzi, Bakhita e migliaia di altre Bakhita possono essere comprate e vendute fino a quattro volte.
Nei primi mesi del 1881, Comboni esplora ancora nuove regioni del Kordofan e del Gebel-Nuba, ma l’autunno di quest’anno si mostra particolarmente crudele. Negli ultimi giorni di settembre e nei primi di ottobre muoiono cinque del suo stremato gruppo di missionari. L’ultimo, il suo vicario generale, muore il 9 ottobre… e il 10 cade sulla breccia lui stesso. È sepolto nel giardino della missione di Khartoum.
Un anno dopo, le orde fanatiche del Mahdi distruggono tutte le missioni del Sudan e fanno prigionieri i missionari e missionarie, che non sono riusciti a mettersi in salvo in tempo. Neppure il sepolcro di Comboni rimane intatto. Tuttavia la tormenta passa, i suoi piccoli Istituti si ricompongono e sono, da più di un secolo, uno strumento di Dio, affinché la semente sparsa allora nell’arida terra sudanese fruttifichi nella giovane Chiesa di oggi, tribolata sì, ma viva fino al martirio.
La morte di Comboni, in situazione che umanamente era di totale fallimento, segnò l’inizio della comunicazione del suo spirito a molte persone. Precisamente come il chicco di frumento che, per germinare in nuova vita e dare la spiga, deve prima essere lanciato nel solco e esperimentare la corruzione della morte nelle viscere della terra.
Così Comboni, morto, rivive in una numerosa “famiglia” di missionari e missionarie composta da Suore, Sacerdoti, Fratelli, Secolari e Laici e tanti altri che, in diversi modi appoggiano e sostengono la crescita di questa Famiglia Comboniana e le attività della Missione.
Infatti, Comboni, nel suo peregrinare missionario attraverso il deserto verso la Terra Promessa della Nigrizia da rigenerare, esperimenta che la sua Opera lo trascende; essa non gli appartiene, ma è Opera di Dio, frutto del suo Amore, che si serve di lui come strumento, e solo Lui può portarla a compimento:
* “ In questa terribile incertezza dell’esito dei miei disegni e del mio avvenire […], tocco con mano che Dio è infinitamente buono, e che mai abbandona coloro che sperano in lui” (S 1047).
Da questa esperienza e certezza nasce in Comboni una profonda convinzione:
* “ La mia Opera è per se stessa ardua e scabrosa, e solo la onnipotenza divina può riuscirvi” (S 3136).
Per quest’Opera è disposto a giocarsi la vita fino a morire:
* “Sono disposto a dare cento volte la vita per guadagnare quelle genti alla fede di Gesù Cristo” (S 587).
Donandosi così Comboni “si trasfigura”, la sua morte è vita in e con Dio; è una persona, per tanto, che, in virtù del suo modo di vivere morendo a se stesso perché gli altri abbiano vita, supera le barriere del tempo, il momento storico, e assume un ruolo trans-storico.
Queste persone hanno dimensione di eternità, di presenza di Dio e d’impatto storico, che sorpassa gli anni della loro vita terrena. Ciò avviene perché vengono legate alla volontà di Dio che vuole che la sua azione salvifica sia storica e visibile mediante alcune persone da Lui stesso scelte, per portare la speranza a situazioni umane particolarmente bisognose di salvezza. Noi veniamo coinvolte in questa volontà divina, facendo memoria di queste persone. Il far memoria, infatti, non si esaurisse nel ricordo psicologico, ma rivela e attualizza il contenuto proprio di questa memoria come un avvenimento attivo e creatore per noi qui ed ora22.
Così da Comboni, sulla base del Piano per la rigenerazione dell’Africa, nascono gli Istituti Comboniani, il cui scopo è mantenere vivo nella Chiesa il carisma del Fondatore.
Con lui e con il suo stile, altri accettano di percorre il cammino del deserto, perché si sentono spinti a consumarsi totalmente per la gloria di Dio nel servizio missionario, facendo dell’evangelizzazione la ragione della propria vita (Cf RV 57). Così Comboni ci guida oggi nello stesso cammino con la stessa finalità: ravvivare la passione per Dio e per la Missione nel contesto del nostro tempo. Il Piano che ha guidato la sua vita, continua a mantenere la nostra coscienza di missionari attenta alle sfide della missione oggi e a stimolarci a partecipare all’attività missionaria della Chiesa al mondo di oggi con impegno generoso e creativo.
Comboni, attraversando il deserto, ha raggiunto la Nigrizia, sua Terra Promessa, le ha dato il bacio di pace e le ha fatto assaporare la novità di vita che nasce dal Cuore di Gesù, primizia di quell’abbondanza di vita che riceverà in possesso assieme a lui nell’Eternità.
I popoli dell’Africa e i popoli del mondo intero sono tuttora in cammino verso una Terra Promessa con approdo nell’Eternità, a cui ogni cuore umano aspira. Tra le nuove guide ci siamo anche noi, Figli e Figlie di Comboni, mediante l’attualizzazione del suo carisma, che significa: “essere disposti a lasciarci afferrare da Dio come Comboni, affinché Egli possa farsi presente ed operante in situazioni umane analoghe a quelle in cui operò il nostro Fondatore”23.
4.1 Come eredi, giuriamo fedeltà alla stessa Terra
“La fede è il fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono.
Per mezzo di questa fede gli antichi ricevettero buona testimonianza. Eppure, lutti costoro, pur avendo ricevuto per la loro fede una buona testimonianza, non conseguirono la promessa: Dio aveva qualcosa di meglio per noi, perché essi non ottenessero la perfezione senza di noi. Anche noi dunque, circondati da un così gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sia davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatone della fede” (Eb 11, 1-2.39-40; 12, 1-2).
Questo breve testo della Lettera agli Ebrei ci può aiutare a capire il rapporto tra San Daniele Comboni e noi, Missionari Comboniani, suggerendoci l’idea che siamo chiamati da Dio a portare a compimento l’opera che Egli stesso ha iniziato in Daniele Comboni. Alla luce di questo dinamismo storico della fede possiamo prendere coscienza e chiarire a noi stessi che cosa significa che la Famiglia Comboniana “desume la sua identità e il suo modo specifico di seguire Cristo dal carisma del Fondatore” (RV 1).
Infatti, l’autore della Lettera agli Ebrei afferma che gli antichi Patriarchi sono stati approvati per la loro fede, però non conseguirono la promessa, perché Dio aveva in vista qualcosa di meglio per noi suoi discendenti, e cioè che non ottenessero la perfezione senza di noi.
In questa visione dinamica della fede, possiamo scorgere due aspetti di particolare interesse:
– la fede rende le persone simili tra di loro e riunisce generazioni e razze diverse;
– Dio rimanda il compimento di tante speranze che nascono con la fede vissuta, perché si realizzino, includendo in una grande unità, i credenti dei tempi futuri.
In questa luce possiamo approfondire il significato del Testamento di Daniele Comboni:
* “Io muoio, ma la mia Opera non morirà”
L’Opera, affidatagli da Dio, rimane incompiuta con la sua morte, perché Dio stesso vuole completarla in maniera più piena in noi e attraverso di noi, chiamandoci a vivere la vita missionaria seguendo le orme del suo servo Daniele Comboni. La nostra vocazione missionaria ci appare come una chiamata di Dio a portare a compimento l’Opera iniziata in Daniele Comboni nel duplice versante della santità e del servizio missionario.
Da questo fatto nasce una conseguenza pratica per la nostra condotta missionaria, che parafrasando il testo biblico in considerazione possiamo formulare in questi termini:
Dunque, accompagnati da un sì grande missionario, padre e testimone di santità, maestro di missione e martire, deposto tutto ciò che ci è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa di annunciare il Vangelo a tutte le nazioni, tenendo lo sguardo fisso nel Cuore Trafitto di Gesù, Buon Pastore, autore e consumatore della nostra fede missionaria.
Dio incontra l’uomo nella storia, lo salva e lo fa strumento di questa stessa salvezza attraverso una serie di mediazioni.
Nel nostro genere di vita missionaria la mediazione specifica che Dio usa per incontrarci è il Fondatore.
Lo stesso Comboni, negli ultimi momenti della sua vita, sostenuto dal P. Arturo Bouchard, rinnova la sua consacrazione missionaria e coinvolge in essa ancora una volta i suoi missionari, affidando loro la continuazione dell’Opera; come un condottiero che si sente morire, passa la fiaccola del suo “impeto” missionario ai superstiti, suoi compagni e discepoli:
* “Abbiate coraggio; abbiate coraggio in quest’ora dura, e più ancora per l’avvenire. Non desistete, non rinunciate mai. Affrontate senza paura qualunque bufera. Non temete. Io muoio, ma l’Opera non morirà”.
Cercò la mano di Giovanni Dichtl e la tenne debolmente nella sua:
* “Giura che sarai fedele alla tua vocazione missionaria…”.
Questa consegna, raccolta dai compagni e discepoli di Comboni, arriva fino a ciascuno di noi, mediante l’appartenenza all’Istituto.
La fedeltà alla consegna assunta ci spinge ad una profonda immersione nell’oggi del mondo e della Chiesa per scoprire quelle situazioni analoghe a quelle vissute dal Comboni e che sono il luogo dove noi Comboniani siamo chiamati a far presente il Dio della vita e la sua azione salvifica come fece Comboni. Ciò comporta in noi una visione dinamica della vocazione che, vissuta nella Chiesa, ci impegna a corrispondervi nelle scelte concrete della vita, mediante un atteggiamento di sincero amore e fedeltà.
Nella nostra risposta alla consegna ricevuta siamo anche consci della precarietà della nostra vita umana e di rispondervi quindi in modo insufficiente e frammentario; per questo accettiamo di rimanere in un processo di maturazione che dura tutta la vita (RV 85) e di rivedere continuamente il nostro stile di vita per vivere nel mondo come segno di salvezza (Cf RV, Preambolo).
Il compimento, il vertice, la Professione “perpetua” della nostra consacrazione missionaria sarà anche per noi come lo fu per Comboni il giorno della morte. Chiamati a “seguire Cristo, a rimanere con Lui e ad essere mandati da Lui nel mondo condividendoNe il destino” (RV 21), raggiungiamo nella morte la realizzazione piena della nostra consacrazione missionaria:
– Configurati con Cristo nella morte, approderemo nell’Eternità, Terra Promessa finalmente raggiunta dopo un arduo cammino di fede nel mondo intimamente legato alla storia dell’umanità bisognosa di redenzione; in questa Terra rimarremo sempre con Lui, immersi nel Mistero di Dio-Trinità, nell’eterno a faccia a faccia dell’Amore “fontale” e finale di ogni vita umana, anche la più disprezzata su questa terra.
La morte è l’atto supremo di adorazione, l’espressione più radicale della fede, della speranza e della carità, vissute nella professione dei consigli evangelici di obbedienza, povertà e castità, come partecipazione nel Mistero di Cristo Redentore, “il quale, vergine e povero, redense e santificò gli uomini con la sua obbedienza fino alla morte di croce” (Cf RV 22).
È il momento del grande esodo, in cui il missionario esce definitivamente da se stesso per andare all’incontro dell’Altro Assoluto, pienezza di vita per sé e per quelli che Dio gli ha affidato. È il momento delle nozze con l’Agnello, che stabilisce la vita di consacrazione del missionario in una dimensione di eternità. “La missione cammina con noi, dovunque noi siamo e lavoriamo nel nome dell’Istituto. Essa rimane con noi anche quando siamo avanti negli anni o arriva la malattia”24 e ci accompagna quando entriamo nell’Eternità dove, come operai a servizio del Regno, intercediamo preso il Padre, implorando “Venga il tuo Regno” (Cf RV 42.5; 48).
– Se moriamo con Cristo, con Lui vivremo, dando frutti di vita per il mondo. Con la morte vengo trasformato per sempre in e con Cristo in “corpo dato e in sangue sparso”, in presenza operante nella storia, perché tutti abbiano vita e l’abbiano in abbondanza. La morte con Cristo è la suprema attività missionaria del battezzato; è la sua suprema parola d’amore a Dio e agli uomini fratelli; è per tanto il momento di maggior fecondità della vita del missionario.
Se per il cristiano che segue Gesù, la maggior prova d’amore al Padre e agli uomini è il martirio, per il missionario religioso questa prova consiste anzi tutto nel camminare fino alla morte nella fedeltà gioiosa alla vocazione ricevuta; “martirio bianco” che può essere preparazione e preludio al martirio cruento…
Infatti martirio e consacrazione missionaria si corrispondono reciprocamente; l’uno e l’altra nascono da uno stesso amore e producono gli stessi frutti.
Se il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani, la vocazione missionaria vissuta nella fedeltà della consacrazione, che è consegna di sé in gesti d’amore sempre crescenti, diviene semente di nuovi discepoli, dà origine a nuove comunità cristiane.
A noi il Cuore di Gesù fa il dono di vivere la nostra consacrazione missionaria sotto la guida di Daniele Comboni, “testimone di santità e maestro di missione”, cioè, seguendo le orme di colui, il cui cuore di missionario palpitò all’unisono con il suo Cuore e con il cuore della Nigrizia Amata e che il 10 ottobre del 1881, morendo sul campo di lavoro, dava la prova suprema del suo amore e portava a compimento la sua consacrazione al Cuore di Cristo per l’ “Africa Amata”25.
Con la nostra fedeltà alla consacrazione missionaria, prolunghiamo nel mondo di oggi l’impeto missionario che il Cuore di Gesù suscitò in Comboni; spinti dal suo esempio, le nostre vite si incrociano con quella di colui che continua ad inculcarci il reale carattere del missionario, che deve essere una perpetua vittima di sacrificio, destinato a lavorare, a penare, a soffrire e morire senza forse vedere nessun frutto delle sue fatiche…; che continua ad insegnarci a tener sempre gli occhi fissi in Gesù Cristo, amandolo teneramente e cercando di capire sempre meglio che cosa vuol dire un Dio morto nulla croce per la salvezza delle anime (S 2886 e 2892).
Noviziato Comboniano di Venegono, Novembre 2004.
1 Cf. MJ.Fernández Márquez Conviértenos a Tí, Señor; Ed. Paulinas, pp. 63-66
2 Gianpaolo Romanato, L’Africa Nera fra Cristianesimo e Islam. L’esperienza di Daniele Comboni, Corbaccio, pp. 111-119.
3 Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe, Bompiani, XXIV, p. 104
4 Cf Gen 21, 8-19; Es 17, 1-7; Sal 18, 3; Gv 19, 31-37; 1Cor, 10, 4
5 Daniele Comboni, A servizio della missione, 10 Col sigillo della Croce, pp.278-233
6 M. Grancelli, Mons. Daniele Comboni, p. 17
7 Cf. LG 44; PC 1; 2; 5; 6; 7; 8
8 Cf S 445-447; AdT 216; 234
9 Positio, Vol. II, p. 847
10 Cf S 2702; 2721-2722; 2892
11 Positio, Vol. I, CI
12 Cf AdT 3; 5 =>S 389; 390 S 462-63
13Cf S 1695; 3430-3432; 3682; 3709; 5392
14 Lettera a don Gioacchino Tomba – 20.2. 1866
15 Cf AC ’91, 6; 6.15; 9; 12; 12.1-2
16 Cf DC’91, 6; 6.1-6
17 Lettera al Card. A. Barnabò – Parigi, 22. 9. 1868
18 Cf anche AdT, 221; 222
19 Cf Lettera a suo padre, Korosko nella Nubia, 27 novembre 1857
20 Clemente Fusero, Daniele Comboni, Ed. Nigrizia4, Bologna 1967, pp. 247-248
21 Tradotto da Mundo Negro, Abril 1993, p.46ss
22 Cf P. F. Pierli, Comboni nelle Costituzioni e Direttorio Generale del 1979.
23 Cf P. F. Pierli, Comboni nelle Costituzioni e Direttorio Generale del 1979. Cf anche AC ’91, 5-7
24 AC ’97, Lettera di presentazione, p 11
25 Cf AC ’91, 10.1; 12-14