V Domenica di Quaresima (A)
Giovanni 11,1-45
In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». (…)
(Letture: Ezechiele 37,12-14; Salmo 129; Romani 8,8-11; Giovanni 11,1-45).
Non è la vita che vince la morte, è l’amore
Ermes Ronchi
Di Lazzaro sappiamo poche cose, ma sono quelle che contano: la sua casa è ospitale, è fratello amato di Marta e Maria, amico speciale di Gesù. Il suo nome è: ospite, amico e fratello, insieme a quello coniato dalle sorelle: colui-che-Tu-ami, il nome di ognuno.
A causa di Lazzaro sono giunte a noi due tra le parole più importanti del Vangelo: io sono la risurrezione e la vita. Non già: io sarò, in un lontano ultimo giorno, in un’altra vita, ma qui, adesso, io sono.
Notiamo la disposizione delle parole: prima viene la risurrezione e poi la vita. Secondo logica dovrebbe essere il contrario. Invece no: io sono risurrezione delle vite spente, sono il risvegliarsi dell’umano, il rialzarsi della vita che si è arresa.
Vivere è l’infinita pazienza di risorgere, di uscire fuori dalle nostre grotte buie, lasciare che siano sciolte le chiusure e le serrature che ci bloccano, tolte le bende dagli occhi e da vecchie ferite, e partire di nuovo nel sole: scioglietelo e lasciatelo andare. Verso cose che meritano di non morire, verso la Galilea del primo incontro.
Io invidio Lazzaro, e non perché ritorna in vita, ma perché è circondato di gente che gli vuol bene fino alle lacrime. Perché la sua risurrezione? Per le lacrime di Gesù, per il suo amore fino al pianto.
Anch’io risorgerò perché il mio nome è lo stesso: amato per sempre; perché il Signore non accetta di essere derubato dei suoi amati. Non la vita vince la morte, ma l’amore. Se Dio è amore, dire Dio e dire risurrezione sono la stessa cosa.
Lazzaro, vieni fuori! Esce, avvolto in bende come un neonato, come chi viene di nuovo alla luce. Morirà una seconda volta, è vero, ma ormai gli si apre davanti un’altissima speranza: ora sa che i battenti della morte si spalancano sulla vita.
Liberatelo e lasciatelo andare! Sciogliete i morti dalla loro morte. E liberatevi dall’idea della morte come fine di una persona. Liberatelo, come si liberano le vele, si sciolgono i nodi di chi è ripiegato su se stesso.
E poi: lasciatelo andare, dategli una strada, amici, qualche lacrima e una stella polare.
Tre imperativi raccontano la risurrezione: esci, liberati e vai! Quante volte sono morto, mi ero arreso, era finito l’olio nella lampada, finita la voglia di amare e di vivere. In qualche grotta dell’anima una voce diceva: non mi interessa più niente, né Dio, né amori, né vita.
E poi un seme ha cominciato a germogliare, non so perché; una pietra si è smossa, è entrato un raggio di sole, un amico ha spezzato il silenzio, lacrime hanno bagnato le mie bende, e ciò è accaduto per segrete, misteriose, sconvolgenti ragioni d’amore: un Dio innamorato dei suoi amici, che non lascerà in mano alla morte.
Avvenire
VIENI FUORI!
Clarisse Sant’Agata
Quando nella quinta domenica ci viene proclamata la resurrezione di Lazaro siamo messi davanti ad un punto cruciale della nostra esistenza “io sono la resurrezione e la vita: credi questo?” E’ il momento in cui riporre, insieme a Marta, tutta la fiducia nel Signore «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». La comunione con Cristo in questa vita ci prepara a superare il confine della morte per vivere senza fine in Lui. Dio ha creato l’uomo per la vita e la resurrezione e questa verità dona la dimensione autentica e definitiva alla storia degli uomini. L’amore di Dio è più forte di ogni morte.
«Signore, ecco, colui che tu ami è malato» Nel testo abbiamo una grande insistenza sul fatto che Gesù è legato a Lazzaro, Maria e Marta da affetto, da una amicizia profonda e potremmo quasi dire che i due toni dominanti della scena sono amicizia-affetto e morte. Ci sembrano due elementi che stridono insieme, ma in questo testo viene alla luce un’amicizia che libera dalla morte. Gesù alla morte di Lazzaro toglie potere richiamandolo in vita e Maria alla morte di Gesù toglierà potere ungendolo di profumo. In fondo anche nella resurrezione di Lazzaro il vero miracolo forse è la potenza dell’amore di Gesù che l’evangelista Giovanni ci tiene poi a sottolineare. L’amore che lega Cristo all’umanità, Dio all’umanità e la morte e resurrezione stessa di Gesù è epifania dell’amore di Dio per l’umanità. Questo è stato tutto il senso della sua vita: il manifestare l’amore che lo lega al Padre e che ha la sua manifestazione concreta nell’amore folle per gli uomini. Gesù comincia a spiegare attraverso la scena della resurrezione di Lazzaro, la sua morte: va alla morte per liberare dalla morte i suoi amici, in forza della sua amicizia, spinto dall’amore per ogni uomo che è caro al suo cuore. Il racconto della resurrezione di Lazzaro potremmo considerarlo una straordinaria pagina di umanizzazione della morte. Gesù libera Lazzaro riportandolo in vita, ma prima ancora lo libera perché gli dimostra che gli vuole bene e Gesù ha la sua vittoria nell’amore che sa provare per l’amico morto. Più avanti Gesù riceverà su di sé quella liberazione dalla morte nel gesto di affetto di Maria, con quel profumo che lo accompagnerà fin sulla croce, l’unica unzione che scenderà con il suo corpo nella morte.
“Se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto” Il primo incontro di Gesù è con Marta che sembra metterlo davanti ad un fatto evitabile. Marta continua poi il suo discorso appoggiandosi a cio che conosce di Gesù nel suo amore per lui: “tuttavia adesso io so che qualunque cosa tu chiedi ti sarà concessa”. Dopo che Gesù le promette la resurrezione Marta continua la sua professione di fede “io so che ci sarà la resurrezione nell’ultimo giorno”, nelle sue parole si comprende che crede nella resurrezione come principio teologico. Gesù la richiama ad un’altra fede: “io sono la risurrezione e la vita”. Ciò che conta non è se la resurrezione avviene adesso o alla fine dei tempi, ma ciò che è il cuore è credere in Gesù, in chi Lui è: non credere nella resurrezione, ma nel Risorto. Il problema non è mettere una accanto all’altra delle idee più o meno ben fatte, fondate, ma il problema è il passaggio dalla fede in una idea, da una credenza ad un rapporto personale con Lui. Il rapporto con Lui è ciò che è fondamentale e fondante e vince ogni morte.
“Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi” L’evangelista sottolinea tutta l’umanità di Gesù: Gesù è profondamente commosso, è scosso interiormente; scoppiò a piangere. Si insiste sui sentimenti di Gesù, su questo pianto di Gesù, sul fatto che lui faccia suo il pianto dell’uomo. Gesù piange perché l’uomo piange davanti alla morte di chi ama. Gesù piange perché quella condivisione del pianto dell’uomo è l’inizio della resurrezione che sta per operare. Gesù piange perché vuole bene a Lazzaro e coglie la necessità di quella sofferenza come Maria coglierà la necessità dell’unzione mentre gli altri non lo vedono. Gesù piange forse perché intravede anche il prezzo del gesto che sta per fare, sa che questa resurrezione lo porterà verso la sua ora. Gesù piange per rivelarci un altro aspetto del volto di Dio che soffre della nostra sofferenza. La resurrezione non è solo la rianimazione di un cadavere, ma è la partecipazione compassionevole di Dio alla morte e al dolore che vede intorno a se. Il segno da cogliere forse non è tanto la resurrezione di Lazzaro, ma che quell’evento ci parla della compassione di Dio, del suo piangere con l’umanità, dell’affetto di Dio per l’uomo. La nostra sofferenza tocca il cuore di Dio. È questo il cuore di Dio: lontano dal male ma vicino a chi soffre; non fa scomparire il male magicamente, ma con-patisce la sofferenza, la fa propria e la trasforma abitandola.
«Lazzaro, vieni fuori!». La tomba è chiusa da una grande pietra; intorno, solo pianto e desolazione. Gesù pur soffrendo egli stesso, chiede che si creda fermamente. Si mette in cammino verso il sepolcro e prega con fiducia suo Padre: «Padre, ti rendo grazie». Attorno a quel sepolcro avviene così un grande incontro-scontro. Da una parte c’è la grande delusione, la precarietà della nostra vita mortale che, attraversata dall’angoscia per la morte, sperimenta spesso un’oscurità interiore che pare insormontabile, la disfatta del sepolcro. Ma dall’altra parte c’è la speranza che vince la morte e il male e che ha un nome: Gesù ed è la sua parola che toglie le pietre dai nostri sepolcri. Anche a noi, oggi come allora, Gesù dice: “Togliete la pietra!”. Per quanto pesante sia il passato, grande il peccato, forte la vergogna, non sbarriamo mai l’ingresso al Signore. Togliamo davanti a Lui quella pietra che Gli impedisce di entrare nei sepolcri dentro i quali siamo finiti. In questa sua voce che ci chiama ad uscire riconosciamo la parola che ci ha chiamato all’esistenza nella creazione, ma riconosciamo anche la voce del buon pastore che chiama le sue pecore e loro lo ascoltano e lui le porta fuori (Gv10). E’ la voce di Colui che è il padrone della vita e vuole che tutti «l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). La nostra risurrezione incomincia da qui: quando decidiamo di obbedire a questo comando di Gesù uscendo alla luce, alla vita; quando dalla nostra faccia cadono le bende e noi ritroviamo il coraggio del nostro volto originale, creato a immagine e somiglianza di Dio e riprendiamo il cammino dietro di Lui.
Più avanti, al capitolo 12, l’evangelista Giovanni ci riposta a Betania, nella casa di Lazzaro, Marta e Maria. Gesù vi sosta prima del suo andare definitivo a Gerusalemme. Come se prima di andare incontro alla sua ora Gesù voglia rifugiarsi in questa amicizia, accoglienza che gli è cara. Prima di essere rifiutato, ucciso fuori dalle mura della città, Gesù entra in una casa, gode dell’intimità dell’accoglienza e dell’amore. Ora in questa casa non è Gesù che fa qualche cosa per l’umanità, ma Gesù riceve qualche cosa dall’umanità. Qui ora è Gesù quello che è amato, è quello che ha bisogno e Maria è colei che mette umanità in questa scena. Maria non può sottrarlo alla morte fisica come lui ha fatto con suo fratello, però Maria ve lo sottrae con quel profumo di umanità che mette su di lui. In qualche modo insinua un germe di vita in una storia di morte proprio come Gesù aveva fatto con Lazzaro a Betania.
Visitati e liberati da Gesù, chiediamo la grazia di essere testimoni di vita in questo mondo che ne è assetato, testimoni che suscitano e risuscitano la speranza di Dio nei cuori affaticati e appesantiti dalla tristezza. Il nostro annuncio è la gioia del Signore vivente, che ancora oggi dice, come a Ezechiele: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio» (Ez 37,12).
Un amore più forte della morte
Enzo Bianchi
Brevi note sulle altre letture bibliche
In questa domenica le tre letture sono tutte focalizzate sulla resurrezione, anche se non sono state scelte come parallele: esse ci preparano alla prossima domenica di Passione e alla Settimana santa, che avrà come esito la resurrezione di Gesù.
Ezechiele 37,12-14
Ultima tappa della storia di salvezza prima della venuta del Messia, della pienezza dei tempi, è quella segnata dai profeti. Il profeta Ezechiele racconta ciò che gli è stato rivelato in una visione dovuta all’iniziativa di Dio. Egli guarda il popolo di Dio in quell’ora della catastrofe per la caduta di Gerusalemme in mano ai Babilonesi e constata morte e desolazione: la valle è piena di ossa di morti, che negano ogni speranza. Ma Dio gli fa vedere che su quelle ossa soffia il suo Spirito, Spirito creatore, Spirito che dà vita: c’è una resurrezione del popolo di Dio, una liberazione ormai prossima.
Lettera ai Romani 8,8-11
L’Apostolo svela la realtà di vita nuova che è il cristianesimo, una nuova creazione dovuta allo Spirito di Dio che è anche Spirito di Cristo. Attraverso l’adesione a Cristo, il cristiano diventa un uomo nuovo, viene strappato alla mondanità, e grazie alla resurrezione di Gesù partecipa alla sua vita eterna: è la liberazione dal peccato e dalla morte che è già iniziata in noi, ma che sarà piena quando lo stesso Spirito santo che ha risuscitato Gesù risusciterà i nostri poveri corpi mortali.
La Pasqua è ormai vicina, e la chiesa ci invita a meditare sul grande segno della resurrezione di Lazzaro, profezia della resurrezione di Gesù.
“Un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato”. Gesù amava molto questi amici, che frequentava nei periodi di sosta a Gerusalemme: nella casa di Betania poteva godere dell’accoglienza premurosa di Marta, dell’ascolto attento di Maria (cf. Lc 10,38-42) e dell’affetto fedele di Lazzaro. Le sorelle mandano ad avvertirlo della malattia di Lazzaro, ma egli è lontano. Come può Gesù permettere che un suo amico si ammali, soffra e muoia? Che senso ha? Sono domande affiorate all’interno della rete di amicizie di Gesù, ma che ancora oggi risuonano quando nelle nostre relazioni appaiono la malattia e la morte; è l’ora in cui la nostra fede e il nostro essere amati da Gesù sembrano essere smentiti dalle sofferenze della vita…
Gesù, informato di tale evento, dice: “Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato”, ovvero è un’occasione perché si manifesti il peso che Dio ha nella storia e così si manifesti la gloria del Figlio, gloria dell’amare “fino alla fine” (Gv 13,1). Il suo parlare sembra contraddire l’evidenza: sempre nella malattia la morte si staglia all’orizzonte con la sua ombra minacciosa, eppure Gesù rivela che la malattia di colui che egli ama non significherà vittoria della morte su di lui.
E così – particolare a prima vista sconcertante – Gesù resta ancora due giorni al di là del Giordano. Solo il terzo giorno (allusione alla sua resurrezione!) annuncia la sua volontà di recarsi in Giudea. I discepoli non comprendono: “Rabbi, poco fa i giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?”. In risposta, Gesù espone loro una similitudine dal significato evidente: egli è intimamente convinto di dover vivere e operare come il Padre gli ha chiesto, e sa di doverlo fare nel poco tempo che gli resta, prima che giunga l’ora delle tenebre, quando non potrà più agire.
“Lazzaro, il nostro amico,” – continua Gesù – “si è addormentato; ma io vado a svegliarlo”. Di fronte all’ennesimo fraintendimento della sua comunità (“pensarono che parlasse del riposo del sonno”), Gesù dichiara apertamente: “Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!”. L’unico a reagire, in modo impulsivo, forse addirittura provocatorio, è Tommaso: “Andiamo anche noi a morire con lui!”. Al di là delle sue stesse intenzioni, egli afferma una profonda verità: seguire Gesù significa trovarsi dove lui è (cf. Gv 12,26), e se lui va verso la morte – come sarà chiaro alla fine di questo capitolo – anche ai discepoli toccherà altrettanto.
Gesù giunge con i suoi discepoli a Betania quando “Lazzaro è già da quattro giorni nel sepolcro”. Saputo del suo arrivo, Marta gli va incontro e gli rivolge parole che sono insieme una confessione di fede e un rimprovero: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”. Poi aggiunge: “Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, te la concederà”. Marta è una donna di fede e confessa che dove c’è Gesù non può regnare la morte, che la morte di Lazzaro è accaduta perché Gesù era lontano. Ella crede in Gesù e, sollecitata da lui, confessa la propria fede nella resurrezione finale della carne. Ma Gesù la invita a compiere un passo ulteriore: “Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno”. E Marta replica prontamente: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo”.
Anche Maria, chiamata dalla sorella, corre incontro a Gesù e, gettandosi ai suoi piedi, esclama a sua volta: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”. I toni sono più affettivi, Maria esprime con le lacrime il proprio dolore. Ella ama Gesù e si sa da lui amata, si mostra pronta a incontrarlo e si inginocchia davanti a lui, ma non dà segni di una fede che possa vincere la sua sofferenza: è interamente definita dal suo inconsolabile dolore. Le sue lacrime sono contagiose: piangono i giudei presenti e piange lo stesso Gesù.
Qui ci è chiesto di sostare sugli umanissimi sentimenti vissuti da Gesù. Innanzitutto egli si commuove, freme interiormente. Di fronte alla morte di un amico, di una persona da lui amata, la prima reazione è il fremito che nasce dal constatare l’ingiustizia della morte: come può morire l’amore? Perché la morte tronca l’amore, la relazione? Poi Gesù si turba: il fremito di indignazione diventa turbamento, esperienza del sentirsi ferito e del sentire dolore e angoscia. Gesù prova questa reazione emotiva anche di fronte alla prospettiva della propria morte imminente (cf. Gv 12,27) e quando nell’ultima cena annuncia ai suoi il tradimento di Giuda (cf. Gv 13,21). Infine, alla vista della tomba Gesù scoppia in pianto, reazione che i presenti leggono come il segno decisivo del suo grande amore per Lazzaro.
Giungiamo quindi al vero vertice del racconto: l’incontro tra Gesù e Lazzaro. Gesù, ancora una volta fremendo nel suo spirito, si reca alla tomba e vede la pietra che chiude il sepolcro: colui che è la vita (cf. Gv 14,6) comincia un duello, una lotta contro la morte. Il testo apre uno squarcio sulla relazione di profonda intimità tra Gesù e Dio. “Gesù alzò gli occhi e disse: ‘Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi ascolti sempre’”, così come Gesù stesso ascolta sempre il Padre (cf. Gv 5,30). È l’unica volta che prega prima di compiere un segno, ma la sua è una preghiera di ringraziamento al Padre, a colui che è il fine stesso della preghiera: Gesù desidera che i presenti giungano a credere che egli è l’Inviato di Dio, dunque un segno che rimanda alla realtà ultima, alla fonte di ogni bene, il Padre.
La risposta di Dio giunge immediata, percepibile nella parola efficace di Gesù, che compie ciò che dice: “Lazzaro, vieni fuori!”. Gesù aveva annunciato “l’ora in cui coloro che sono nei sepolcri udranno la voce del Figlio di Dio e ne usciranno” (cf. Gv 5,28-29). Ecco un’anticipazione: Lazzaro, morto e sepolto, esce dalla tomba ancora avvolto dalle bende e con la sua resurrezione profetizza la resurrezione di Gesù. Non solo, ma la resurrezione di Lazzaro, “colui che Gesù ama”, manifesta la ragione profonda per cui il Padre richiamerà Gesù dai morti alla vita eterna: nel duello tra vita e morte, tra amore e morte, vince la vita, vince l’amore vissuto da Gesù. Gesù è la vita, è l’amore che strappa alla morte le sue pecore, le quali non andranno perdute (cf. Gv 10,27-28); se Gesù ama e ha come amico chi crede in lui, non permetterà a nessuno, neppure alla morte, di rapirlo dalla sua mano!
Avvenuto il segno, la sua lettura e interpretazione spetta a quanti lo hanno visto. “Molti dei giudei credettero in lui”. La fede non consente certo di sfuggire alla morte fisica: tutti gli esseri umani devono passare attraverso di essa, ma in verità per chi aderisce a Gesù, la morte non è più l’ultima, definitiva realtà. Chi crede in Gesù ed è coinvolto nella sua amicizia, vive per sempre e porta in sé la vittoria sulla malattia e sulla morte. Non solo, come si legge al termine del Cantico, “l’amore è forte come la morte” (Ct 8,6), ma l’amore vissuto e insegnato da Gesù è più forte della morte, è profezia e anticipazione per tutti gli amici del Signore, destinati alla resurrezione. Questa è la gloria di Gesù, gloria dell’amore, anche se all’apparenza egli sembra sconfitto: in cambio di questo gesto, infatti, riceve una sentenza di morte dalle autorità religiose, per bocca di Caifa (cf. Gv 11,46-53). Dare la vita a Lazzaro è costato a Gesù la propria vita: ecco cosa accade nell’amicizia vera, quella vissuta da Gesù, che ha donato la propria vita per gli amici (cf. Gv 15,13).
L’amore, l’amicizia di Gesù, dunque, vince la morte. Se siamo capaci di mettere la nostra fede-fiducia in lui, questa pagina ci rivela che non siamo soli e che anche nella morte egli sarà accanto a noi per abbracciarci nell’ora in cui varcheremo quella soglia oscura e per richiamarci definitivamente alla vita con il suo amore. Ecco il dono estremo fatto da Gesù a quanti si lasciano coinvolgere dalla sua vita: la morte non ha l’ultima parola, e chiunque aderisce a lui, lo ama e si lascia da lui amare, non morirà in eterno! Canta Gregorio di Nazianzo: “Signore Gesù, sulla tua parola tre morti hanno visto la luce: la figlia di Giairo, il figlio della vedova di Nain e Lazzaro uscito dal sepolcro alla tua voce. Fa’ che io sia il quarto!”.
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Missionari per la vita
Romeo Ballan, MCCJ
La vita è il tema comune delle letture di questa V domenica di Quaresima: la vita che vince i sepolcri, come profetizza Ezechiele (I lettura); la vita che ci viene data per mezzo dello Spirito che abita in noi, come insegna San Paolo (II lettura); la vita nuova che è Gesù stesso (Vangelo): “Io sono la risurrezione e la vita” (v. 25). C’è un crescendo tematico verso la Pasqua, aumentano i segni: acqua, luce, vita… Con saggia pedagogia, la Chiesa accompagna i fedeli verso la Pasqua, istruendoli con catechesi battesimali, adatte ai catecumeni che si preparano a ricevere il Battesimo, e ai fedeli battezzati che ne rinnoveranno le promesse. Nella III domenica di Quaresima il simbolo era l’acqua, nel dialogo tra Gesù e la Samaritana; domenica scorsa il tema centrale era la luce, nella guarigione del cieco nato; oggi il segno è la vita, con la risurrezione di Lazzaro. I tre segni vanno accompagnati da insistenti affermazioni di Gesù circa la sua identità e la sua missione, con parole che rimandano all’auto-definizione che Dio fece a Mosè nell’Esodo: “Io-Sono” (Es 3,14). Gesù fa sua questa definizione divina affermando: Io sono il Messia, Io sono la luce del mondo, Io sono la vita.
In queste tre domeniche sono molteplici i riferimenti al sacramento del Battesimo, sia nelle letture bibliche che in altri testi liturgici (antifone, orazioni, prefazio…). Nelle giovani Chiese missionarie, ma non solo, la notte di Pasqua assume una particolare solennità proprio per il conferimento dei sacramenti dell’iniziazione cristiana a numerosi catecumeni, adulti e giovani. Sono feste che riempiono il cuore e la vita dei missionari, dei pastori delle Chiese locali e delle comunità cristiane.
La risurrezione di Lazzaro si trova a metà del Vangelodi Giovanni (al capitolo XI su 21), ma soprattutto ne è il centro tematico: si può considerare forse la più alta manifestazione di Gesù come “vero Dio e vero uomo”.
– È vero uomo, pervaso da forti sentimenti: è amico di Lazzaro e delle sorelle di Betania, si turba, si commuove profondamente, scoppia in pianto, prega intensamente il Padre, grida a gran voce… Con le sue lacrime Gesù dà ragione alle nostre lacrime per la morte dei nostri cari. La fede non è incompatibile con le lacrime; tutti piangono, Gesù compreso… Questo Vangelo non vieta le lacrime, le asciuga, non toglie il dolore ma lo consola e lo condivide, non elimina la morte ma davanti alla morte canta la vita.
– Ed è vero Dio: ne dimostra l’amore e la potenza ridando vita all’amico morto, perché la gente creda che Egli è mandato dal Padre (v. 42). Così, lo strepitoso miracolo mette in evidenza tre valori che vanno insieme: amore, fede e vita. Perché: “la vita è vita soltanto là dove c’è amore” (Gandhi).
Le sorelle Marta e Maria fanno leva sull’amicizia: “Signore, ecco, colui che tu ami è malato”.Gesù si reca a Betania attratto proprio dall’amicizia con quella famiglia. E Gesù porta la soluzione anche al male estremo che è la morte: “Io sono la risurrezione e la vita” (v. 25). Gesù non dice sarò, ma sono. Adesso, non in un vago futuro.
Nella sua realtà divino-umana, Gesù realizza la sua missione come vicinanza, facendosi, come il samaritano, prossimo a chi soffre (cfr. Lc 10,34), portando soluzione ai problemi. Anche per chi è morto e puzza. Ma è necessario andare incontro al Salvatore che si avvicina, come lo fecero le due sorelle Marta e Maria (v. 20.29), con cuore aperto. Solo da tale incontro si realizza la salvezza. Perché solo “con il Signore è la misericordia e grande con lui la redenzione” (Salmo responsoriale). Anche in questo caso ci sono reazioni opposte. Da un lato, le suppliche fiduciose delle sorelle che ottengono il miracolo strepitoso del ritorno in vita di Lazzaro per cui molti giudei credono in Gesù (v. 45); dall’altro, perfino davanti a tale evidenza, i nemici di Gesù si chiudono sempre più, decidono di ucciderlo (Gv 11,46-53) e deliberano di uccidere anche Lazzaro (Gv 12,10).
Gesù non è venuto per darci una vita rachitica, impoverita, mediocre, sottosviluppata… ma perché abbiamo vita in abbondanza (cfr. Gv 10,10). Una vita per il presente e per il futuro! Il progetto primigenio e permanente di Dio è la vita: “La gloria di Dio è l’uomo vivente”, cioè che l’uomo viva (S. Ireneo). “Non siamo sulla terra per custodire un museo, ma per coltivare un giardino pieno di fiori e di vita” (S. Giovanni XXIII). “La prima sfida è la sfida della vita. La vita è il primo dono che Dio ci ha fatto, è la prima ricchezza di cui l’uomo può godere. E lo Stato ha come suo compito primario proprio la tutela e la promozione della vita umana” (S. Giovanni Paolo II).
La Chiesa annunzia il Vangelo della Vita.In un mondo duramente segnato da morti ingiuste, precoci e innocenti, ogni cristiano – e ancor più il missionario – è chiamato a fare una scelta chiara e definitiva per la vita: vita da accogliere, promuovere, difendere, annunciare, scoprirne i piccoli segni di presenza, proteggerne i germogli, portarla alla pienezza… I grandi temi della Quaresima (acqua, luce, vita…) sono doni da vivere, condividere e comunicare ad altri. Siamo tutti chiamati ad essere missionari per la vita!
Un grembo, non più una tomba
Fernando Armellini
“Quando gli dèi formarono l’umanità, attribuirono la morte all’umanità e trattennero la vita nelle loro mani”. Sono le parole che – nella celebre epopea mesopotamica – la taverniera Siduri rivolge a Gilgamesh che è alla disperata ricerca dell’albero della vita. Sconsolato l’eroe capisce che deve rassegnarsi: morire è partire per il “Paese senza ritorno”.
Tenebra, silenzio, oblio avvolgono la dimora dei morti anche secondo la concezione ebraica.
È difficile trovare nell’AT qualche accenno all’immortalità dell’anima e alla risurrezione dei morti e, certamente, quei pochi testi non sono stati scritti prima del II secolo a.C.
Giobbe affermava: “Per l’albero c’è speranza se viene tagliato, ancora ributta, al sentore dell’acqua rigermoglia e mette rami come nuova pianta. L’uomo invece, se muore, giace inerte. Potranno sparire le acque del mare e i fiumi prosciugarsi e disseccarsi, ma l’uomo che giace più non s’alzerà, finché durano i cieli non si sveglierà, né più si desterà dal suo sonno” (Gb 14,7-12). Questo sconforto sfociava in un’elegia sulla bocca del salmista: “Vedi, in pochi palmi hai misurato i miei giorni. Solo un soffio è ogni uomo che vive, come ombra è l’uomo che passa. Distogli il tuo sguardo, che io respiri, prima che me ne vada e più non sia” (Sal 39,6-7.14).
Così gli spiriti più illuminati dell’antichità esprimevano il loro sconcerto, la loro angoscia, il loro smarrimento di fronte alla caducità della vita. La Bibbia ci ha conservato il ricordo del loro disorientamento e delle loro inquietudini per ricordarci quanto erano dense le tenebre della tomba, prima che sul mondo risplendesse la luce della Pasqua.
Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Quando attraverserò la valle oscura, non temerò alcun male, perché tu, Signore della vita, sei con me”.
Prima Lettura (Ez 37,12-14)
12 Perciò profetizza e annunzia loro: Dice il Signore Dio: Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese d’Israele. 13 Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. 14 Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò”. Oracolo del Signore Dio.
Fra gli israeliti deportati a Babilonia nel 597 a.C. c’è anche un sacerdote, Ezechiele, destinato a diventare il profeta del popolo in esilio. “Il cinque del decimo mese dell’anno decimosecondo della deportazione”, arriva ansimante da lui un fuggiasco da Gerusalemme e gli dice: la città è caduta (Ez 33,21). Quattro mesi prima i soldati di Nabucodonosor l’avevano presa e data alle fiamme, catturando un nuovo gruppo di prigionieri, più numeroso del precedente, destinato ad ingrossare le file di quello che già si trovava in Mesopotamia. Ezechiele svolge la sua attività di profeta fra questi deportati che, sconfitti e avviliti, vanno ripetendo: “Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti” (Ez 37,11). Si sentono cadaveri senza vita, anzi peggio, scheletri rinsecchiti, corrosi, consumati dai molti anni trascorsi nella tomba dell’esilio.
È dunque tutto finito? Le promesse di benedizioni fatte ad Abramo sono state rese vane dai peccati del popolo? Certo nessuno potrà ormai ridare vita a Israele, ridotto a un’immensa distesa di ossa aride, sparse nella pianura e nelle valli del Paese dei due fiumi (Ez 37,1-3).
In questo contesto storico Ezechiele annuncia il prodigio inaudito che il Signore sta per compiere: Dio ridarà vita a quelle ossa disseccate, risusciterà gli israeliti a nuova vita, aprirà i sepolcri in cui sono stati deposti, li farà uscire dalle loro tombe e li ricondurrà nella loro terra (vv. 12.13).
Questa profezia non si riferiva alla risurrezione dei morti come la intendiamo noi, ma al ritorno in patria dei deportati. Tuttavia, nei secoli successivi, essa fu oggetto di studio e di riflessione da parte dei rabbini, acquistò grande importanza e contribuì a far sbocciare l’idea che, alla venuta del messia, tutti i giusti sarebbero ritornati in vita per partecipare alla gioia del nuovo Regno.
Ovunque entra lo spirito del Signore, lì giunge la vita. È accaduto all’inizio del mondo quando Dio, dopo aver plasmato l’uomo dalla polvere del suolo, soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente (Gn 2,7). Questo spirito di vita ancora oggi continua ad operare in ogni situazione di morte: quella degli odi e dei rancori atavici fra popoli, delle incomprensioni e dei dissidi familiari, delle divisioni nella comunità. Nulla è irrecuperabile per lo spirito del Signore, egli può ricomporre e ridare vita anche a ossa inaridite.
Seconda Lettura (Rm 8,8-11)
8 Quelli che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio.
9 Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. 10 E se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione. 11 E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.
Tutti gli uomini muoiono. La vita biologica che hanno in comune con gli animali non dura per sempre. Anche Gesù, essendo uomo come noi, è morto, doveva morire. Ma è risorto. Perché è accaduto? Cosa lo ha fatto risuscitare?
Nella lettura di oggi Paolo risponde: egli possedeva in pienezza lo spirito di Dio, cioè, aveva in sé la vita di Dio che non può morire.
La vita dell’uomo ha un inizio e ha una fine, quella di Dio no, egli non è nato e non muore. Gesù aveva in sé questa vita divina e quando un giorno si è conclusa per lui la vita materiale, lo spirito di Dio lo ha fatto risorgere, lo ha introdotto nella gloria del Padre.
Paolo continua: anche noi che abbiamo ricevuto nel battesimo il suo stesso Spirito, la sua stessa vita, non possiamo più morire. Avrà termine la nostra vita in questo mondo, ma non sarà la fine di tutto, lo Spirito che risuscitò Gesù e che abita in noi darà vita eterna ai nostri corpi mortali.
Vangelo (Gv 11,1-45)
1 Era allora malato un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella. 2 Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. 3 Le sorelle mandarono dunque a dirgli: “Signore, ecco, il tuo amico è malato”.
4 All’udire questo, Gesù disse: “Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato”. 5 Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro. 6 Quand’ebbe dunque sentito che era malato, si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava.
7 Poi, disse ai discepoli: “Andiamo di nuovo in Giudea!”. 8 I discepoli gli dissero: “Rabbì, poco fa i giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?”. 9 Gesù rispose: “Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; 10 ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce”. 11 Così parlò e poi soggiunse loro: “Il nostro amico Lazzaro s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo”. 12 Gli dissero allora i discepoli: “Signore, se s’è addormentato, guarirà”. 13 Gesù parlava della morte di lui, essi invece pensarono che si riferisse al riposo del sonno. 14 Allora Gesù disse loro apertamente: “Lazzaro è morto 15 e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Orsù, andiamo da lui!”. 16 Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse ai condiscepoli: “Andiamo anche noi a morire con lui!”.
17 Venne dunque Gesù e trovò Lazzaro che era già da quattro giorni nel sepolcro. 18 Betània distava da Gerusalemme meno di due miglia 19 e molti giudei erano venuti da Marta e Maria per consolarle per il loro fratello. 20 Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. 21 Marta disse a Gesù: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! 22 Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà”. 23 Gesù le disse: “Tuo fratello risusciterà”. 24 Gli rispose Marta: “So che risusciterà nell’ultimo giorno”. 25 Gesù le disse: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26 chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?”. 27 Gli rispose: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo”.
28 Dopo queste parole se ne andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: “Il Maestro è qui e ti chiama”. 29 Quella, udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui. 30 Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. 31 Allora i giudei che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando: “Va al sepolcro per piangere là”. 32 Maria, dunque, quando giunse dov’era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”. 33 Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse: 34 “Dove l’avete posto?”. Gli dissero: “Signore, vieni a vedere!”. 35 Gesù scoppiò in pianto. 36 Dissero allora i giudei: “Vedi come lo amava!”. 37 Ma alcuni di loro dissero: “Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?”.
38 Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro; era una grotta e contro vi era posta una pietra. 39 Disse Gesù: “Togliete la pietra!”. Gli rispose Marta, la sorella del morto: “Signore, già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni”. 40 Le disse Gesù: “Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?”. 41 Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: “Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. 42 Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato”. 43 E, detto questo, gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. 44 Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: “Scioglietelo e lasciatelo andare”.
45 Molti dei giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui.
Il racconto della rianimazione di Lazzaro è molto lungo, eppure la parte dedicata al miracolo è brevissima, due versetti soltanto (vv. 43-44); il resto è costituito da una serie di dialoghi che hanno lo scopo di introdurre il lettore nel livello più profondo del testo, là dove si può cogliere il vero significato del segno operato da Gesù.
Ho parlato di rianimazione di Lazzaro, non di risurrezione perché un conto è ritornare in questo mondo, riprendere questa vita materiale ancora segnata dalla morte e un altro è lasciare definitivamente questa vita e, come è successo a Gesù nella Pasqua, essere introdotti nel mondo di Dio dove la morte, nessun tipo di morte, ha più accesso. Riportare di qui è rianimare, condurre di là è risorgere.
Fatta questa precisazione, accostiamoci al brano cominciando a rilevare alcune incongruenze e alcuni dettagli poco verosimili. Nella pagina di cronaca di un giornale, dove la notizia deve essere riferita il più fedelmente possibile, ci sorprenderebbero, nel vangelo di Giovanni invece costituiscono indizi preziosi: orientano verso il messaggio teologico del racconto. Provo ad elencarli.
– Nei primi versetti (1-3) compare una famiglia piuttosto strana. Non ci sono i genitori, non si parla di mariti, di mogli, di figli, ma solo di fratelli e sorelle.
– Nel v. 6 è riferito un comportamento inspiegabile di Gesù: viene a conoscenza che Lazzaro sta male e, invece di andarlo a curare, si ferma per altri due giorni; sembra proprio che lo voglia lasciar morire. Perché non interviene?
– Poco dopo fa un’affermazione sconcertante: “Lazzaro è morto e io sono contento di non essere stato là” (v. 15). Come può rallegrarsi di non aver impedito la morte dell’amico?
– Altra difficoltà: in quel tempo non c’erano telefoni, come ha fatto Marta a sapere che Gesù stava arrivando (v. 17)? E, mentre lei va a chiamare Maria (v. 28), cosa fa Gesù fermo sulla strada? Perché aspetta che sia Maria ad uscire da Betania e ad andare da lui? Noi non ci saremmo comportati in questo modo: ci saremmo immediatamente diretti alla casa del defunto per porgere le condoglianze.
– Nei vv. 25-26 viene riportata una frase di Gesù non facile da interpretare: “Chi crede in me, anche se muore, vivrà e chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno”. Come fa a promettere che il suo discepolo non morrà mai quando noi constatiamo che i cristiani muoiono come tutti gli altri? Cosa intende dire?
– Al v. 35 si dice che Gesù piange per la morte dell’amico. Come si spiega questo suo comportamento, se già sa che poi lo risusciterà? Sta fingendo?
– Infine: la famiglia di Betania scompare senza lasciare alcuna traccia nel vangelo di Giovanni e non compare più in tutto il resto del NT. Dove sono finite queste tre persone tanto care a Gesù?
È strano anche il fatto che un miracolo così clamoroso non sia neppure menzionato dagli altri evangelisti.
Questi particolari sono il segno inequivocabile che Giovanni ha voluto offrire ai suoi lettori non il freddo resoconto di un fatto, ma un denso brano di teologia. Prendendo spunto da una guarigione che aveva suscitato una notevole impressione perché il malato era ritenuto morto, l’evangelista ha affrontato il tema centrale del messaggio cristiano: Gesù, il Risorto, è il Signore della vita.
Cominciamo dal significato che Giovanni intende attribuire alla famiglia di Betania, composta soltanto da fratelli e sorelle. Rappresenta la comunità cristiana dove non sono ammessi né superiori né inferiori, ma solo fratelli e sorelle. Un intenso clima affettivo unisce queste persone a Gesù. L’evangelista sottolinea con insistenza l’amicizia del Maestro con Lazzaro (vv. 3.5.11.36). È il simbolo del profondo legame fra Gesù ed ogni discepolo: “Non vi chiamo più servi – dirà durante l’ultima cena – ma vi ho chiamato amici (Gv 15,15).
In questa comunità accade un fatto che sconcerta, pone di fronte a un enigma insolubile: la morte di un fratello. Che risposta dà Gesù al discepolo che gli chiede se questo tragico evento può avere un senso? Chi vuole bene a un amico non lo lascia morire. Se era amico di Lazzaro ed è nostro amico, perché non impedisce la morte?
Come Marta e Maria anche noi non comprendiamo perché egli “lasci passare due giorni”. Da lui ci aspetteremmo, come segno del suo amore, un intervento immediato. Il velato rimprovero che gli muovono le due sorelle è anche il nostro: “Se tu fossi stato qui, nostro fratello non sarebbe morto” (vv. 21.32).
La morte di una persona cara, la nostra morte, mettono a dura prova la fede, fanno sorgere il dubbio che egli “non sia qui”, che non ci accompagni con il suo amore.
Lasciando morire Lazzaro, Gesù risponde a questi interrogativi: non è sua intenzione impedire la morte biologica, non vuole interferire nel decorso naturale della vita. Non è venuto per rendere eterna questa forma di vita, ma per introdurci in quella che non ha fine. La vita in questo mondo è destinata a concludersi, è bene che finisca.
In questa prospettiva andrebbe riconsiderata la validità del rapporto che tanti cristiani hanno instaurato con Cristo e con la religione. Quando questa si riduce a pressanti richieste di interventi prodigiosi, sfocia inevitabilmente in crisi di fede e nel dubbio che “egli non sia qui” dove ci aspetteremmo che fosse, dove più abbiamo bisogno di lui: nella malattia, nel dolore, nella sventura.
Il dialogo con i discepoli (vv. 7-16) serve all’evangelista per mettere sulla loro bocca le nostre incertezze e le nostre paure di fronte alla morte. È la reazione dell’uomo che teme che essa segni la fine di tutto.
È questa paura il nemico più subdolo del discepolo. Chi teme la morte non può vivere da cristiano. Essere discepoli significa accettare di perdere la vita, donarla per amore, morire come il chicco di grano che, solo se è posto nella terra, porta molto frutto (Gv 12,24-28).
Nelle parole di Gesù, la morte è presentata nella sua giusta prospettiva. Egli afferma di essere contento di non aver impedito quella dell’amico Lazzaro (v. 15) perché per lui la morte non è un evento distruttivo, irreparabile, ma segna l’inizio di una condizione infinitamente migliore della precedente.
Siamo così giunti alla parte centrale del brano, il dialogo con Marta (vv. 17-27).
Lazzaro già da quattro giorni è nel sepolcro. In quel tempo si riteneva che, nei primi tre giorni, la persona non fosse ancora completamente morta. Solo al quarto giorno la vita l’abbandonava in modo definitivo. Giovanni non vuole informarci sulla data esatta del decesso, vuole dirci che Lazzaro era morto e basta. È la premessa necessaria alla domanda cui vuole dare una risposta: cosa può fare Gesù per chi è realmente e definitivamente morto?
Nel dialogo che segue, Gesù conduce Marta a capire che senso abbia la morte di un discepolo (di un fratello della comunità cristiana).
“Se tu fossi stato qui” è la dichiarazione di resa dell’uomo di fronte a un evento che lo supera, che si fa beffe dei suoi sforzi per respingerlo. È anche l’espressione del dubbio che nella morte Dio sia assente. Se Dio esiste, perché la morte?
Marta appartiene al gruppo di coloro che, a differenza dei sadducei, credono nella risurrezione dei morti. È convinta che, alla fine del mondo, suo fratello Lazzaro ritornerà in vita assieme a tutti i giusti e prenderà parte al regno di Dio.
Questo suo modo di intendere la risurrezione (simile forse a quello di molti cristiani di oggi) non consola nessuno. È troppo lontana e non ha alcun senso. Perché Dio dovrebbe far morire per poi riportare in vita? Perché far aspettare tanto? E come può l’anima rimanere senza il corpo? Infine, una simile risurrezione è poco credibile: se una persona muore, Dio può certo ricrearla, ma, in tal caso, farebbe un clone, non la persona di prima.
Il cristiano non crede in una morte e poi in una risurrezione che avrà luogo alla fine del mondo. Crede che l’uomo redento da Cristo non muore.
Vediamo di capire questo messaggio nuovo e straordinario che Gesù annuncia a Marta. Egli dichiara: “Chi crede in me non muore” (v. 26). Che significa? Come può non morire una persona che noi vediamo spirare e diventare un cadavere? Per spiegarci è necessario ricorrere a paragoni.
Tutta la nostra esistenza è caratterizzata da uscite e da entrate: usciamo dal nulla ed entriamo nel grembo di nostra madre. Compiuta la gestazione, usciamo per entrare in questo mondo caratterizzato da tanti segni di morte. Sono forme di morte la solitudine, l’abbandono, la lontananza, il tradimento, l’ignoranza, la malattia, il dolore. La nostra vita qui non è mai completa, è sempre soggetta a limiti. Non può essere questo il mondo definitivo, il nostro destino ultimo; per vivere in pienezza e senza morte, dobbiamo uscirne.
Supponiamo che nel grembo di una mamma ci siano due gemelli che possono vedere, capire, parlarsi durante i nove mesi della gestazione. Essi conoscono solo il loro piccolo mondo e non immaginano come sia la vita fuori. Non sanno che le persone si sposano, lavorano, viaggiano, non hanno idea che esistono animali, piante, fiori, spiagge. Conoscono solo la forma di vita di cui hanno esperienza.
Passati nove mesi il primo gemello nasce. Colui che è rimasto, ancora per breve tempo, in grembo alla madre, certamente pensa: “Mio fratello è morto, non c’è più, è scomparso, mi ha lasciato”… e piange. Ma il fratello non è morto. Ha solo lasciato una vita ristretta, breve, limitata ed è entrato in un’altra forma di vita.
Il discepolo – spiega Gesù a Marta – non sperimenta affatto la morte, ma nasce ad una nuova forma di vita, entra nel mondo di Dio, prende parte ad una vita che non è più soggetta ai limiti e alle morti, come accade invece su questa terra. È una vita senza fine. Di più non possiamo dire perché, se la descrivessimo, non faremmo che proiettarvi le forme di questa. Rimane una sorpresa che Dio tiene in serbo: “Occhio non vide, orecchio non udì, né mai è entrato in cuore di uomo, ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano” (1 Cor 2,9).
Nella prospettiva cristiana, dunque, la vita in questo mondo è una gestazione e la morte è verificata da chi rimane, non da chi muore.
A questo punto siamo in grado di comprendere la ragione per cui Gesù si rallegra di non avere impedito la morte di Lazzaro. Egli la vede nell’ottica di Dio: come il momento più importante e più lieto per l’uomo. Giustamente i primi cristiani chiamavano “giorno della nascita” quello che per gli altri uomini è il giorno funesto in cui si tuffano nel nulla.
Celebre è la sentenza di Lao-Tze: “Ciò che per il bruco è la fine del mondo, per il resto del mondo è una farfalla”. Il bruco non muore: scompare come bruco, ma continua a vivere come farfalla. È un’altra immagine che ci aiuta a capire la vittoria riportata da Cristo sulla morte.
Dopo aver ascoltato le parole di Gesù, Marta pronuncia una significativa professione di fede; riconosce che Gesù è colui che dona questa vita: “Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il figlio di Dio, l’atteso salvatore che doveva venire al mondo” (v. 27).
Non ci soffermiamo sul dialogo fra Gesù e Maria (vv. 28-33) perché non aggiunge nulla di nuovo a quanto già detto. Notiamo soltanto che Gesù non entra in Betania, dove i giudei sono andati a consolare le sorelle. Egli non è venuto per porgere condoglianze, ma per donare la vita e vuole che anche Maria esca dalla casa dove tutti stanno piangendo. Il suo fremito – “si commosse e si turbò” – mostra quanto anch’egli senta profondamente, come ogni uomo, il dramma della morte.
È importante la scena conclusiva (vv. 34-42).
Si apre con il pianto di Gesù. Il cristiano non può dirsi tale se non crede che la morte non è altro che una nascita, tuttavia non è insensibile e non può non versare lacrime quando un amico lo lascia. Sa che non è morto, è felice che viva con Dio, ma è triste perché, per un certo tempo, dovrà rimanere separato da lui.
Ci sono però due modi di piangere: uno è quello inconsolabile e scomposto di chi è convinto che, con la morte, è tutto finito. L’altro è quello di Gesù che, davanti alla tomba, non può trattenere le lacrime. Queste due forme di pianto sono espresse nel testo greco con due verbi diversi. Per Maria, per Marta, per i giudei è usato klaiein (v. 33) che indica il pianto accompagnato da gesti di disperazione; di Gesù invece si dice: edákrusen, che significa: “le lacrime cominciarono a scorrergli dagli occhi” (v. 35). Solo questo pianto sereno e dignitoso è cristiano.
Al pianto segue un ordine: “Togliete la pietra!”. È rivolto alla comunità cristiana e a tutti coloro che ancora pensano che il mondo dei defunti sia separato e non abbia comunicazione con quello dei vivi. Chi crede nel Risorto sa che tutti sono vivi, anche se sono partecipi di due forme di vita diverse. Tutte le barriere sono state abbattute, tutte le pietre sono state rimosse nel giorno di Pasqua, ora si passa da un mondo all’altro senza morire.
La preghiera che Gesù rivolge al Padre (vv. 41-42) non è la richiesta di un miracolo, ma di una luce per la gente che gli sta attorno. Chiede che tutti possano comprendere il significato profondo del segno che sta per compiere e che giungano a credere in lui, Signore della vita.
Il grido “Lazzaro vieni fuori!” è il compimento della sua profezia: “È giunta l’ora in cui i morti udranno la voce del figlio di Dio e vivranno. Tutti coloro che sono nei sepolcri ascolteranno la sua voce e ne usciranno” (Gv 5,25-29). Difatti “il morto”, con tutti i segni che caratterizzano la sua condizione, “i piedi e le mani avvolti in bende e il volto coperto da un sudario” (v. 44), esce. “Il morto” – dice il testo. Sì, perché è con il morto, con chi è e rimane definitivamente morto (da quattro giorni nel sepolcro) che Gesù mostra il suo potere vivificante: non riportandolo di qui (questa sarebbe una vittoria effimera, non definitiva sulla morte), ma portandolo con sé nella gloria di Dio.
“Scioglietelo e lasciatelo andare” (v. 44) – ordina infine. L’invito è rivolto ai fratelli della comunità che piangono per la perdita di una persona cara. Lasciate che “il morto” viva felice nella sua nuova condizione. Il veggente dell’Apocalisse la descrive con immagini suggestive: “Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, non vi sarà più morte, né lutto, né grida di dolore. Sì, le cose di prima sono passate” (Ap 21,4).
Ci sono molti modi per tentare di trattenere il defunto: visite ossessive al cimitero (che è come cercare tra i morti colui che è vivo), l’attaccamento morboso a effetti personali, il ricorso ai medium per stabilire contatti… È doloroso essere lasciati da un amico, ma è egoistico volerlo trattenere, sarebbe come impedire a un bambino di nascere. “Scioglilo, lascialo andare!” – ripete oggi, con dolcezza, Gesù ad ogni suo discepolo che non si rassegna alla scomparsa di un fratello o di una sorella.
Per gentile concessione di
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