ù“In questa cittadella (Korosko) noi siamo in attesa di circa 60 cammelli per passare il gran deserto; speriamo di partire entro quattro giorni; e questo passaggio del deserto è uno dei tratti più formidabili del nostro viaggio” (S 168)19.

Per cogliere il significato completo di questa impresa che Comboni si accinge a compiere, è bene considerare il fatto che, in realtà, il deserto di Comboni sfocia e s’incrocia con quello della Nigrizia. In fatti, il deserto affascinante e orribile che doveva attraversare per raggiungere la Nigrizia, si proietta su di essa come un “buio misterioso” che l’avvolge. Un buio che nasce da un intreccio di fenomeni sconcertanti e che attanaglia gli Africani in una vicenda di “povertà” radicale” di oltre quaranta secoli, tenendoli lontani dai benefici del progresso umano e della fede. È una povertà in tutte le direzioni: essa tocca l’ambiente naturale, fascinante e nello steso tempo ostile alla vita e alla missione, le anime, i corpi e il tessuto sociale, causando l’indole avvilita dei neri, “su cui pare che ancora pesi tremendo l’anatema di Cam”. In una parola, è una povertà che, come il deserto, scava un vuoto orribile tutto all’intorno ed in mezzo alla Nigrizia e la rende una viva immagine di un’anima abbandonata da Dio.

Tuttavia la meravigliosa aurora del deserto che imporpora come un incendio d’oro il cielo, i monti e il piano; il sole che puntualmente si alza maestoso e infuoca l’immenso vuoto del deserto, sono nell’animo di Comboni segni della presenza provvidente di Dio in tutti i luoghi, anche nel regno della morte. Questa presenza lo spinge a entrare e lo sostiene in questo “buio misterioso” della Nigrizia, per far causa comune con i suoi figli e figlie, nella certezza della loro rigenerazione.

Il deserto assume, allora, nell’esperienza missionaria di Comboni il significato di una vita vissuta in solidarietà con i popoli poveri e oppressi della Nigrizia; unito e in comunione con questi suoi fratelli, che vivono dimenticati e marginati dalla storia, che la società ricorda solo quando fanno notizia per qualche nuova disgrazia che li colpisce o quando trova qualche nuovo modo per sfruttarli.

Il passaggio del deserto nel contesto biblico termina con l’entrata nella Terra Promessa. C’è da notare però che ogni Terra Promessa in questo mondo, ogni sogno realizzato, è sempre una conquista parziale, un preludio, un segno, che rimanda a qualcosa di definitivo da vivere finalmente in pienezza. È la ricerca del porto definitivo dell’esistenza di ogni essere umano, della storia d’un popolo e dell’intera umanità; è la meta, la ragione dello stesso vivere nella fede; è la certezza della ricompensa, del “riposo in Dio”.

A questo “riposo” si arriva attraversando il deserto, che è cammino e tempo di paziente attesa, e sfocia in una “vita nuova e definitiva”, nei “ nuovi cieli e terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia” (Cf 2P 3, 13). In questa realtà che trascende il semplicemente umano e materiale, anche se ha inizio in esso, trova il suo definitivo e pieno compimento quella Terra Promessa che si profila sull’orizzonte della storia personale e collettiva come realizzazione dei desideri e dei sogni umani.

In questa prospettiva, la Nigrizia, Terra Promessa al/del Comboni perché entrasse per mezzo suo nel cammino della rigenerazione, fu una terra da lui sognata e ardentemente sospirata; tuttavia nel corso della sua vita su questa terra mai riuscì a raggiungerla e a coinvolgerla definitivamente e pienamente nel suo sogno di rigenerarla:

“ Così provato nel corpo e nello spirito, ridotto a quel limite di stanchezza che costringe i più temprati viandanti ad accasciarsi sul ciglio della strada, Daniele Comboni reagisce lanciando l’anima verso l’ultimo approdo del suo sogno.

È forse legge generale che ad ogni vita d’uomo arrida una terra promessa sulla quale non metterà mai piede. La sua immagine gli sta sempre dinanzi agli occhi, con una forza magnetica che lo fa gioiosamente camminare lungo i più spinosi sentieri; le linee del suo profilo si stagliano nella chiarità d’ogni alba e nei bagliori d’ogni tramonto. Ma la realtà arretra dinanzi ai suoi passi, fugge dinanzi alle sue braccia tese.

Forse è destino che all’ultima riva del suo desiderio l’uomo non arrivi mai. Destino o saggezza di Dio: richiamo alla preordinata limitazione della vita, anche la più fortunata, e al dovere di riporre più in là, più in alto, fuori del mondo visibile, l’ultimo approdo.

In Daniele Comboni, accanto al realizzatore c’è stato sempre il sognatore dalla fantasia avida e potente, dagli entusiasmi pronti e brucianti.

La sua terra promessa è la regione dei grandi laghi equatoriali, sterminata plaga che s’apre oltre l’antico itinerario di Santa Croce, più giù, più addentro al cuore del continente. Là è il vero volto della Nigrizia; là essa si serba incontaminata nella sua primitiva essenza; là è possibile raggiungere il negro puro e schietto, immune da contagi islamici, intatto nella sua cosiddetta barbarie. E là il messaggio cristiano troverebbe un terreno veramente pingue.

Più di una volta abbiamo sorpreso il Comboni con l’occhio fisso in quella direzione. Ora, forse sentendosi già venire meno le forze, le raduna per un ultimo scatto. Il tempo stringe, i suoi giorni sono contati, ed egli vuole, affannosamente e quasi furiosamente vuole arrivare a piantar laggiù la sua croce, prima che la morte lo abbatta”20.

Condizionato dalla legge della precarietà della vita, Comboni riesce a mettere piede soltanto su un lembo della sua Terra Promessa, dove fa appena in tempo a porre le fondamenta della Chiesa sudanese in Khartoum, mentre continua ad inoltrarsi nel deserto della sua anima.

Attraverso il deserto della sua anima, guidato dalla luce della fede, tiene lo sguardo del cuore fisso sull’approdo finale della sua esistenza e della rigenerazione della Nigrizia. Tal approdo è quella Terra che supera tutte le aspettative ed i sogni umani, che sarà raggiunta nell “al di là” del tempo; è l’Eternità, la comunione, il seno della Trinità, dove Comboni entrerà con la sua Nigrizia, attraverso la Porta che è il Cuore trafitto di Gesù sulla Croce (Cf S 2702).

Per il battezzato, infatti, la sua Terra Promessa non si trova in un luogo dinanzi a lui né dietro le sue spalle, ma nella comunione, nella Famiglia divina, che è comunione con Dio-Trinità.

La Nigrizia, per tanto, rigenerata dalla Carità che sgorga dal Cuore trafitto di Gesù mediante lo zelo missionario di Comboni, è chiama ad effettuare anch’essa il passaggio del deserto per passare da questo mondo visibile al mondo di Dio-Trinità (Cf 1Gv 1, 1-4). Perciò, divenuta “la perla bruna” che finalmente brilla nella Chiesa, non si istalla in un luogo dove possa godere dei doni ricevuti da Dio, ma diviene pelle­grina in compagnia di tutti i battezzati cercando una comunione, dalla quale riceve i beni della redenzione e la sua missione nel mondo. È una comunione già in atto, anche se ancora non perfetta, che fa degli Africani, giacché sono segnati con il sigillo dello Spirito, cittadini a pieno diritto della Patria trinitaria.

Nell’ottica della fede cristiana, l’entrata nella Trinità è la meta definitiva di ogni processo di liberazione e promozione umana; è la forza che lo sostiene, perché dà al credente la spinta di camminare in mezzo all’ambiguità delle vicende storiche con passo saldo alla luce della fede verso la pienezza della visione (Cf 1Cor 13, 12; 2Cor 5, 7).

La fiducia nella fedeltà di Dio, la fede nelle sue promesse, garantiscono l’entrata nella Terra Promessa nella sua fase storica e nel suo approdo finale, che è quello “di una patria migliore, cioè, celeste” (Eb 11, 16), della Vita Eterna, “in cui saremo come Egli è” (1Gv 2, 25; 3, 2).

3.1 L’Eternità, approdo finale del passaggio del deserto

La fede nell’Eternità accompagnata dalla speranza di entrarvi (Cf Regole 1871, Cap. X) è nell’itinerario spirituale del Comboni il fondamento su cui poggia la certezza della sua vocazione e la fedeltà ad essa nella dedizione totale a Dio e alla Nigrizia contro tutte le difficoltà fino alla morte (Cf S 6886). La realizzazione della vocazione è stata per Comboni un lavorare e camminare verso l’Eternità; un lavorare e camminare nella vita come “vedendo l’Invisibile”, che gli ha dato la forza di percorrere senza soccombere l’itinerario “orribile nella sua vasta solitudine e totale squallore” del suo deserto, nel duplice versante geografico e spirituale.

Lavorare per l’eternità è per Comboni dedicarsi alla missione aperto alle necessità degli Africani nell’ottica di Dio, guardando ad un futuro con speranza di resurrezione per sé e per quelli che egli ama, perché sa che le uniche mani buone sono quelle di Dio. Perciò egli può morire, ma l’Opera che il Padre gli ha affidato non morirà e approderà nell’Eternità.

La certezza dell’arrivo a questo porto finale spinge Comboni a non aver paura dinanzi a qualunque difficoltà, alle sofferenze e alla stessa morte, cosciente che l’unico cammino che porta a Dio è il “caro prezzo” della fedeltà fino alle ultime conseguenze:

* “Le grandi Opere di Dio non nascono che appiè del Calvario” (S 2335).

* “La Chiesa di Cristo cominciò sulla terra, crebbe e si propagò fra le stragi e i sacrifici dei suoi figli, tra le persecuzioni e il sangue dei suoi Martiri” (S 420).

Dio solo, l’Eternità: ecco il porto finale del passaggio del deserto, la Terra Promessa nella sua pienezza, che diviene la ragione di tutte le lotte, tribolazioni e sofferenze, delle speranze e realizzazioni missionarie di Comboni. Egli è perfettamente convinto che per entrare in possesso di questa Terra, vale la pena servire il Signore della vita, fino a perdere tutto (Cf Mt 13, 44-45; 16, 25).

La vita nasce e si sviluppa nell’Amore che è Dio, soltanto in Lui trova il suo vero fine e riposo. Egli è la garanzia definitiva che muove il cuore umano, assetato d’Infinito e che in Lui scopre la ragione e il senso della sua esistenza e della sua missione:

* “Il missionario spoglio affatto di tutto se stesso, […], lavora unicamente per il suo Dio, per le anime più abbandonate della terra, per l’eternità” (S 2702).

* “Oh! in paradiso solo vi sarà il pieno contento, e spero che vi andremo tutti” (S 6829).

* “Se nel mondo non avrò consolazione, l’avrò in cielo… Se vengono meno gli uomini non verrà meno Dio… ” (S 6815).

3. 2. Comboni, guida dell’Esodo della Chiesa nata dalla sua “passione” per la rigenerazione della Nigrizia

La certezza che Dio sarà “la gioia piena”, impegna l’uomo di Dio, in uno sforzo intrepido, affinché tutti raggiungano e partecipino di questa gioia. Spinto da quest’anelito, Comboni, ascoltando i “gemiti” di coloro che aspettano la salvezza, abbraccia la Nigrizia e la spinge a elevarsi assieme a lui verso Dio. Per dare inizio a questo processo di liberazione integrale, Comboni affrontò il passaggio del deserto, unico cammino “salutare” per la Nigrizia anche se pieno di disagi per chi vuole raggiungerla.

Nella basilica di S. Pietro, nell’autunno del 1864, egli riviveva l’esperienza di Mosè sul Sinai dinanzi al roveto in fiamme senza consumarsi e l’esperienza pentecostale degli Apostoli in Gerusalemme. Come Mosè, il condottiero e profeta della liberazione d’Israele, Comboni lotterà con tutte le sue energie per strappare dalle catene della schiavitù l’infelice Nigrizia. Come gli Apostoli, usciti dal Cenacolo, egli “vorrebbe avere a disposizione cento lingue e cento cuori”, per presentare il “Piano per la rigenerazione dell’Africa” al mondo intero:

* “L’Opera dev’essere cattolica, non già spagnola o francese o tedesca o italiana. Tutti i cattolici devono aiutare i poveri Neri” (S 944).

* “Benché sia certo di soccombere fra breve a tante croci, […], la Nigrizia si convertirà” (S 6815).

Già Oliboni era morto con questa certezza:

“Io muoio, e ne sono contento, perché piace così a Dio; ma voi non perdetevi d’animo per questo, non vi muovete dal vostro proposito, continuate l’opera cominciata; e, se anche uno solo di voi rimanesse, non gli venga meno la fiducia né si ritiri. Dio vuole la Missione d’Africa e la conversione dei negri; io muoio con questa certezza” (Grancelli, p. 37).

Questa certezza è oggi una realtà; in quella terra, che fu il primo amore di Comboni (Cf S 3156), è presente una Chiesa giovane e piena di vitalità. Fin dall’inizio però sono presenti e si moltiplicano sempre nuove tribolazioni, come sempre è avvenuto nella storia della Chiesa. Durante questi ultimi anni, il governo di Khartoum, bastione del fondamentalismo musulmano in Africa, continua nel suo intento di islamizzare la popolazione cristiana e animista del Sud, incurante del fatto che questo tentativo sta dando come risultato la più lunga e distruttrice guerra che esista oggi nel continente africano: la Terra Promessa di Comboni in questo mondo continua ad essere terra sognata e ancora non raggiunta.

Così anche la Chiesa che è in Sudan, cosciente di non avere una patria permanente in questo mondo e di essere in cerca di quella futura (Cf Eb 13,14), continua a vivere il suo Esodo, orientata verso il deserto e rifugiandosi in esso come la Donna dell’Apocalisse (Cf Ap 12, 1-6). Nel deserto, infatti, suo unico rifugio, lo Spirito Santo le rinnova le energie battesimali, e la introduce sempre più in profondità nei misteri della vita di Gesù e nei sentimenti del suo Cuore. Viene così spinta a usare tutte le possibilità della sua condizione battesimale, cioè della sua condizione di “santa”, per non soccombere di fronte alle persecuzioni e affrontare le difficoltà di ordine ecclesiale, così da corrispondere alla sua vocazione di serva e strumento della Verità che porta la Vita a tutti i popoli. Così mentre cammina, impara sempre meglio il cammino e diviene essa stessa cammino. Anch’essa, per tanto, vive il suo Esodo, facendo l’esperienza del sepolcro vuoto: perseguitata e ostacolata da numerose altre difficoltà, ma nello steso tempo consolata dall’intimità con il suo Signore. Il suo cammino è il cammino di Gesù: cammino lungo e difficile, ma cammino necessario di salvezza, di libertà e di vita per il mondo. Come la Chiesa di tutti i tempi e luoghi, anch’essa diviene cammino vivendo la Pasqua di Gesù e seguendo i suoi passi. Come avvenne per Gesù, anche il cammino della Chiesa del Sudan nasce e si sostiene attraverso l’esperienza del deserto. Daniele Comboni, “testimone di santità e maestro di missione”, continua ad essere la guida sperimentata che sostiene l’Esodo di questa giovane Chiesa, che oggi vive in situazione di martirio.

Lungo il deserto che sta percorrendo la Chiesa del Sudan vanno sorgendo altre figure significative, che le infondono speranza e coraggio:

Il 10 febbraio 1993, il Papa Giovanni Paolo II effettuò una visita di nove ore a Khartoum. Voleva celebrare sul posto la prima festa liturgica di Giuseppina Bakhita morta l’8 febbraio del 1947 e da lui stesso proclamata Beata il 17 maggio 1992.

Quando, circa cento trent’anni fa, la schiava Bakhita era comprata e venduta fino a quattro volte, Daniele Comboni, primo Vicario-apostolico dell’Africa Centrale, stava gettando nello stesso luogo le fondamenta della Chiesa sudanese.

Bakhita, che letteralmente significa Fortunata, è questo bel fiore, un fiore-simbolo, nata e cresciuta nell’arido deserto sudanese, dove Comboni seminò tra le lacrime…

È possibile che i percorsi di Bakhita si siano incrociati con quelli di Comboni. Ella nacque verso il 1869 nella regione del Darfur, nella parte Ovest del Sudan, e fu rapita agli otto o nove anni. Nel suo scabroso peregrinare di schiava, certamente passò per il Kordofan, forse per la stessa El-Obeid, sulla strada verso Khartoum mentre Comboni percorreva queste stesse strade.

La descrizione che Bakhita fa delle carovane di schiavi delle quali ella faceva parte, coincide esattamente con quella fatta dal Comboni. Ma Bakhita non ha avuto la fortuna di andare a finire in nessuna missione cattolica che la riscattasse; doveva bere ancora per molto tempo l’amaro calice della schiavitù prima di essere la “Fortunata” che oggi veneriamo sugli altari.

“ Ella – afferma il Papa nella sua omelia – divenne per i cristiani del Sudan modello di virtù e di santità di vita… perché nel suo cuore superò tutti i sentimenti di odio verso coloro che le avevano fatto del male. La sua beatificazione ha costituito un atto di rispetto non solo verso di lei, ma anche verso il Sudan, perché una figlia di questa terra è stata presentata come una eroina di misericordia e di buona volontà”21.