Egemonie militari ed economiche sacrificano il multilateralismo e le istituzioni democratiche in favore di accordi unilaterali tra superpotenze

di Leonida Tedoldi
11 marzo 2026
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È indubbio che si stia delineando una nuova età degli imperi. Non tanto per la politica aggressiva del presidente Trump o per la brutale aggressione russa all’Ucraina, quanto piuttosto per il declino avanzato – sebbene forse non irreversibile – dell’ordine internazionale liberale e per l’ascesa ormai definitiva della Cina come superpotenza egemonica in conflitto con l’Occidente e le democrazie liberali. È questo contesto a segnare il ritorno della logica imperiale e, con essa, degli imperi.
Sarebbe tuttavia fuorviante ricondurre questo passaggio nel solco delle dinamiche imperiali tradizionali. L’attuale fase è piuttosto attraversata dall’enfatizzazione politica di due visioni di impero molto note: da un lato, il modello egemonico – di matrice americana – caratterizzato da un equilibrio tra forza militare, potere economico e politico; dall’altro, quello dispotico, segnato dalla predominanza militare sostenuta da un’economia di guerra, come nella politica aggressiva russa che vagheggia, sempre meno realisticamente, la riconquista dell’ex impero zarista.
Sebbene non siano ancora ben chiari gli esiti di questo ampio processo e anche dell’effettività, in qualche modo, dell’egemonia cinese, risulta evidente il fattore di crisi ormai permanente: l’innesco della trasformazione dell’ordine internazionale delle regole, delle istituzioni e delle organizzazioni internazionali, e quindi il declino di quel modello liberale giunto fino ai nostri giorni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Anche nelle democrazie, così come nel sistema internazionale, il liberalismo ha perso terreno; fioriscono gli oligopoli globali, e alle promesse della diffusione del benessere sono subentrate crescenti ineguaglianze. Queste promesse mancate stanno delegittimando il liberalismo e tale situazione trascina con sé la crisi del sistema multilaterale della convivenza internazionale, universalistico e inclusivo, basato sulle regole e sulle istituzioni internazionali.
Fioriscono gli oligopoli globali e alle promesse della diffusione del benessere sono subentrate crescenti ineguaglianze
Dopo quasi vent’anni, torniamo a confrontarci sul ritorno degli imperi. Non è la prima volta che l’argomento si ripropone alla ribalta del dibattito in ragione di una fase di mutazione dell’ordine internazionale. Prima ancora, negli anni Novanta, si era ripresentata l’occasione storica di riflettere di quel che restava degli imperi durante il processo di smantellamento dell’Unione sovietica e della fine della Guerra fredda, ma in quel momento il confronto intellettuale non dava molta corda al ritorno degli imperi; anche perché il liberismo vincente aveva convinto i Paesi occidentali a credere che la solo apertura dei mercati fosse una garanzia di affermazione delle istituzioni democratiche, persino in Russia.
Furono i drammatici attentati dell’11 settembre 2001 e la politica estera bellica statunitense, in seguito a tali attentati, che dopo pochi anni segnarono la ripresa del dibattito sulla logica dell’egemonia imperiale statunitense e dei suoi comportamenti, riattivando in questo modo anche il confronto intellettuale. Il cambio negli indirizzi di politica estera del presidente George W. Bush, la sua “guerra preventiva” al terrorismo, il conflitto contro gli Stati “canaglia”, sostenuto dall’idea dell’esportazione forzata della democrazia nel mondo – che portò alla seconda Guerra del Golfo – spezzarono l’immagine che molti studiosi, e non solo, avevano dell’impero americano, legata prevalentemente a un’idea che rimaneva nell’alveo della rule of law e del soft power (negli Stati Uniti, fino alla fine degli anni Ottanta, i politologi con difficoltà parlavano di “imperialismo” americano). Per questo la discussione di quegli anni s’intrecciava con la domanda che si era diffusa inevitabilmente, e cioè se la comunità internazionale dovesse adattarsi a subire l’egemonia imperiale di una superpotenza per la propria sicurezza o se questa stessa superpotenza potesse costituire un grave fattore di disturbo dell’ordine internazionale.
In effetti, la conclusione della Guerra fredda, che aveva rafforzato il ruolo centrale degli Stati Uniti come ideatore e garante di una cooperazione multilaterale fondata sull’idea di integrare i principali poli di potenza, inclusi gli sconfitti, in un ordine condiviso, basato sulla salvaguardia del capitalismo liberale, ed esercitarne il contenimento, non ha prodotto un ordine internazionale solido; piuttosto, come sostiene Pier Paolo Portinaro, “una rete globale di conflitti a bassa intensità che sono venuti progressivamente aggravandosi” e, naturalmente, accresciuti dopo l’attentato dell’11 settembre 2001. Tale scenario ha generato guerre asimmetriche non sempre contenibili entro l’ordine internazionale; del resto, neppure lo sviluppo della globalizzazione è valso a scongiurare i conflitti e le crisi istituzionali che ne derivano.
Oggi, il rilancio degli imperi si è mostrato apparentemente in vecchio stile, spinto dal desiderio delle superpotenze di estendere le loro dimensioni territoriali: l’aggressione russa all’Ucraina in consunto stile coloniale; la volontà di invasione di Taiwan della Cina; la visione “neo-osmanica” della Turchia nella regione mediorientale; naturalmente, le varie brame neoimperialiste, anche un po’ dettate dal deficit dei conti pubblici della superpotenza americana insieme a non convenzionali forme di isolazionismo dell’attuale presidente americano. Eppure è proprio l’offensiva contro l’ordine internazionale liberale, fondato sulle regole, a rinvigorire tale impulso imperiale, che si manifesta intrecciando modalità ben note a forme inedite.
In quest’ottica, gli imperi hanno una storia che supera quella degli imperialismi moderni e rappresentano il modus di cui si ammantano le superpotenze nucleari per legittimare, attraverso i secoli, le proprie mire egemoniche. Uno di questi è quello che gli studiosi chiamano la “protezione dell’imperatore”: tutti gli imperi cercano e ambiscono da sempre alla pax, la loro, anche utilizzando strumentalmente o stracciando il diritto internazionale (o le Nazioni Unite); talvolta lo modulano e lo modellano a seconda delle varie esigenze, spesso anche facendosi apparentemente sostenitori e difensori. Quando non basta e non si ottiene il risultato mediatico, il percorso verso la pax viene irrobustito da varie minacce, sulla scorta di un vantaggio o di una supremazia tecnologico-bellica.
Le prime vittime della politica degli imperi sono le istituzioni internazionali e il diritto internazionale (compreso quello umanitario)
La politica del presidente Trump, a riguardo, ne è un esempio, così come si può dire che l’azione dell’attuale inquilino della Casa Bianca rientra pienamente in quella specificità del modello imperiale americano descritta da Charles Maier come un misto di scambio economico e di garanzie di sicurezza, piuttosto che una logica imperiale come salvaguardia politica del mercato globale, come suggerivano alcuni studiosi.
Le superpotenze al momento stanno imponendo un nuovo ordine costruito esclusivamente sui loro accordi; in sostanza, dalla forza del diritto al diritto della forza, lo ricorda spesso Sabino Cassese, e questa sorta di diritto sta alimentando il rilancio degli imperi, corroborando la loro idea di creatori e garanti di un ordine dipendente direttamente da loro stessi con lo scopo di scongiurare quello che, sempre loro, considerano la minaccia assoluta, il caos: sta tutta qui l’essenza della logica imperiale. Per questi motivi ritorna nelle politiche delle grandi potenze il concetto di egemonia quale dominio della forza (e dell’intimidazione anche all’interno della stessa Nato, ad esempio), con varie modulazioni.
Gli imperi egemonici non riconoscono i vicini come uguali, dotati di uguali diritti; all’opposto, tendono a imporre la loro egemonia, i loro rapporti di forza contro i soggetti sfidanti, non certo in sintonia con la politica multilaterale nelle relazioni internazionali. Se quest’ultima si legittimava facilitando l’operare collettivo, rispondendo agli interessi di tutti e proteggendo da un avversario ritenuto pericoloso, ora la logica è tutta concentrata sulla forza militare all’interno della quale non trova spazio la diplomazia, ma solo il suo abuso.
Ne sono dimostrazione la politica unilaterale, e bellica, di Trump (benché controversa anche nel suo partito), la brutalità di Putin e la politica cinese dell’“armonia”, che cela quella che vent’anni fa veniva giustamente definita una nuova forma di imperialismo: l’apertura di nuovi mercati da invadere con merci a basso costo (anche per assorbire l’eccesso di capacità produttiva interna), combinata con l’espansione strategica globale nelle infrastrutture di Paesi in dissesto finanziario o nell’acquisto del debito pubblico di Paesi occidentali, a partire dagli stessi Stati Uniti.
Quindi, le prime vittime della politica degli imperi sono, evidentemente, le istituzioni internazionali e il diritto internazionale (compreso quello umanitario). Non per nulla gli imperi attuali tentano di rilevare questo ruolo, sostituendolo con accordi e strette di mano, facendo leva – come nella più conosciuta tradizione imperiale – sulla credibilità morale (si ricorda, ad esempio, la nota dichiarazione in cui il presidente Trump sosteneva che la sua moralità personale e la sua coscienza rappresentassero l’unico limite al suo potere), con effetti, naturalmente, imprevedibili: ne è un esempio il Board of Peace per Gaza e (al netto delle questioni economiche evidenti) anche il conflitto con l’Iran di questi giorni.
Non dimentichiamo poi che gli attacchi al diritto internazionale sono aggressioni al diritto costituzionale degli ordinamenti democratici. La forma imperiale del politico – se possiamo dire così – potrebbe rimanere la forma prevalente tra le superpotenze all’interno di un nuovo ordine internazionale che ho tentato di prefigurare, tanto che anche un osservatore attento come Pier Paolo Portinaro parla ormai di un futuro segnato da un ordine multipolare “interimperiale”.