Ascoltare il silenzio mentre tuonano boati di guerra può sembrare un paradosso, in realtà diviene proprio l’antidoto necessario a fronteggiare l’orbita impazzita di questo tempo dominato dall’imperativo della forza, dal delirio di onnipotenza.

di Antonella Lumini
Per gentile concessione di
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Il silenzio fa sentire l’urto della violenza mentre colpisce e uccide, fa sentire il dolore che il rumore nasconde, fa sentire il pianto. Il silenzio ammutolisce. Toglie voce alle parole che si densificano come nebbie. Il silenzio fa stare lì, sulla soglia mentre la tragedia si consuma. Anche la voce del profeta tace perché nessuno più ascolta chi parla la verità quando l’inganno acceca e anestetizza. Eppure il cuore sempre chiama al risveglio, non si stanca di far sentire il suo palpito che tramanda la vita. Il cuore sa, ma solo nel silenzio possiamo ascoltare la sua voce. Essere persone di pace mentre infuria il conflitto richiede silenzio. Ascoltare il silenzio attiva le risorse interiori che aiutano la resa, fa retrocedere dalla tentazione di voler rispondere alla forza con la forza, di voler combattere la violenza con la violenza. Frena la spirale di una volontà cieca che come un uragano attrae verso il suo centro tutte le energie per poi scatenarsi e devastare. Due sono le vie che abbiamo davanti: inganno, tenebra, morte, oppure verità, luce, vita. Incarnare la pace disarmata e disarmante, invocata da papa Leone appena eletto, richiede il coraggio della resa, come a Ninive: «“Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”. I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, grandi e piccoli» (Gn 3,4-5).

La resa richiede il cedimento di quelle forze egoiche annidate nel profondo le cui velenose radici, volere, potere, avere – tentazioni di Gesù nel deserto -, si ramificano in infinite brame e viziosità, si insinuano capillarmente e difficilmente poi sono riconoscibili ed estirpabili. Solo l’azione dello Spirito santo le può sradicare. Deserto, silenzio, solitudine costituiscono pertanto le dimensioni necessarie per accelerare questa azione purificatrice, per liberare dall’assuefazione alla perversa struttura alla quale, quasi inconsapevolmente, soggiacciamo. La falsa coscienza che domina la Storia, in parte sorretta dal diritto e pian piano legittimata dal piano morale ed etico, ha tolto ogni limite alle più sfrenate tendenze. Quello che pertanto vediamo sullo scenario del mondo altro non è che la rappresentazione di quanto si nasconde nel profondo: paura, delusione, senso di fallimento, ma soprattutto vuoto di amore. Dove impera l’odio c’è vuoto d’amore. Dove c’è vuoto d’amore manca fiducia nella vita, manca la fede. L’ateismo di massa così come si è affermato in Occidente, soprattutto dal dopoguerra e che a noi sembra normale, in realtà non ha precedenti nella Storia. È un segno che deve far riflettere. San Paolo parla del mysterium iniquitatis: «Prima infatti verrà l’apostasia e si rivelerà l’uomo dell’iniquità» (2Ts 2,3). L’uomo iniquo è l’illusione di autosufficienza, è l’uomo che si fa Dio, ma che la falsa coscienza impedisce di riconoscere e smascherare. Solo lo Spirito illumina e dona il discernimento che fa vedere nella verità. L’evangelista Matteo precisa: «per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà l’amore di molti»(Mt 24,12). Il venir meno della fede provoca l’espansione dell’iniquità la quale, a sua volta, spenge l’amore. L’amore è la forza di coesione che regge l’universo, quando viene meno tutto si disgrega. Urge il ritorno all’interiorità affinché si renda possibile un risveglio delle coscienze. Il vangelo è potente della potenza che gli deriva dalla grazia, dall’azione creatrice sempre in atto, generatrice di bellezza. Possiamo solo svuotarci per divenire canali dell’azione divina. Guardare oltre, contemplare, significa mantenere l’orientamento verso lo Spirito santo che governa i mondi visibili e invisibili. L’amore puro sposta sull’orbita della grazia in cui il poco, il piccolo, il nudo, si lasciano docilmente investire senza opporre resistenza. «Beati i miti, perché avranno in eredità la terra» (Mt 5,5).

La terra non può essere conquistata con la forza, ci è donata gratuitamente per essere custodita e coltivata. «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). Šalom, pace in ebraico, vuol dire pienezza: tutto è pareggiato, non manca più nulla. Gli operatori di pace sono beati al di là di quanto accade perché in loro c’è la pienezza che deriva dall’appartenenza a Dio, dalla coscienza di essere figli e figlie di Dio. In loro è superata la memoria della frattura che scaturisce dal trauma della separazione dall’origine della vita. La pace disarmata e disarmante può scaturire solo dalla beatitudine, che è la cifra del vangelo, cioè da quella pienezza di amore capace di spegnere ogni bramoso desiderio di potere e di possesso. Servono cammini interiori che favoriscano l’evoluzione spirituale perché solo la levità della grazia fa retrocedere la gravità della forza. I tempi saranno lunghi, ma il processo è in atto perché ovunque la reale differenziazione che sta emergendo è fra detentori di un arsenale e di un potere di morte e uomini e donne in cammino che aspirano al bene. Fra fondamentalismi radicati nel passato e adesione a quella germinazione ancora sotterranea che spinge in avanti.

Verità, amore, pace, costituiscono i principi di un fermento vivo che crea comunione, corpo spirituale fra le diverse appartenenze e religioni, fronteggia e argina quel processo di disumanizzazione che con cieco accanimento, cerca di riportare indietro. La vita appartiene all’eterno, è protetta e mai potrà essere posseduta e annientata dal tempo.

photo credit: Thindhdactruong

Antonella Lumini
Antonella Lumini è nata e vive a Firenze, dove da oltre trenta anni porta avanti un percorso di silenzio e solitudine. Ha studiato filosofia, la Bibbia e la spiritualità cristiana. Tra le sue pubblicazioni recenti: “Dio è Madre. L’altra faccia dell’amore” (Roma 2016); con P. Rodari, “La custode del silenzio” (Torino 2016).