Francesco Rossi De Gasperis, SJ
Esercizi Spirituali biblici per sacerdoti
Ottava meditazione
Meditiamo un ultimo aspetto del modo in cui si presenta la nuova alleanza nella storia e che rimane un aspetto fondamentale anche nella nostra chiesa, ma ognuno di questi capitoli che abbiamo toccato sarebbero da sviscerare perché ne nascono tutta una rosa di conseguenze, di chiarificazione di che cos’è quest’inizio del regno dei Dio che poi è affidato alle nostre povere mani.
L’ultimo aspetto mi pare di poterlo presentare così. Vi dicevo che la definizione sociologica prima di tutto dei patriarchi era quella che Abramo dice quando deve seppellire sua moglie: Io sono tra voi uno straniero e un pellegrino. Questa che allora era una condizione sociologica, perché Abramo era un nomade, uno che non ha fissa dimora, tant’è vero che deve comperare la prima grotta di Macpelà, dove seppellirà sua moglie. La lettera agli Ebrei invece rappresenta come: è per la fede che noi siamo stranieri e pellegrini! Questo concetto “la tua chiesa pellegrina sulla terra”, è entrato poi nella nostra liturgia. La chiesa è pellegrina sulla terra. Non abbiamo una terra santa, tutta la terra è santa! Non abbiamo una città santa; la nostra città santa è l’Eucaristia, che può essere celebrata dovunque! Questo rende il popolo di Dio “ambivalente” in un certo senso, perché è presente sulla terra, ha un’identità.
Sul portale di S. Giovanni in Laterano c’è scritto: “caput et mater omnium ecclesiarum”; quella è una bugia costantiniana, perché S. Giovanni in Laterano non è la madre di tutte le chiese, però è il centro, il caput di tutte le chiese. La madre di tutte le chiese è Gerusalemme. Infatti se andate a Gerusalemme nella chiesa della dormitio Mariae, nella cripta, ci sono delle colonne che sono state ritrovate dagli scavi dei padri benedettini e sopra c’è scritto: queste sono le colonne della chiesa madre di tutte le chiese. E Paolo VI in una lettera scritta alla chiesa della terra santa, dice: questa è la madre di tutte le chiese! Noi veniamo di là! Però a S. Giovanni in Laterano c’è non il cuore, ma il capo della chiesa, la testa. La chiesa ha una sua testa, ma nello stesso tempo è mandata al mondo! E allora l’esilio è stata una grazia per Israele perché si è trovato disseminato al di fuori della sua terra.
Così è cominciata l’evangelizzazione dell’Europa, per cui le radici dell’Europa sono piuttosto ebraiche, ebraico-cristiane, perché allora nelle comunità giudaiche della diaspora si è diffusa la religiosità biblica. Gli Atti degli Apostoli ci mostrano bene come l’evangelizzazione è nata dalle varie comunità ebraiche della diaspora e noi sappiamo quanti ufficiali, governatori e addirittura imperatori romani hanno sposato delle donne ebree, perché le donne ebree erano stimate molto più pure e oneste delle donne gentili. E attraverso il matrimonio, come poi è avvenuto delle donne cristiane con i barbari germanici, è avvenuta l’evangelizzazione dei popoli.
Ora in esilio cosa è successo? Leggetevi soprattutto Tobia 13, un testo molto bello che noi troviamo spesso nell’Ufficio. Tobia dice: Tu ci hai disseminato in mezzo alle nazioni e in mezzo alle nazioni abbiamo ritrovato il senso della nostra vocazione… La vocazione di Israele è santificare il nome del Signore in mezzo alle genti e per santificare il nome del Signore in mezzo alle genti, bisogna stare in mezzo alle genti! Certo, non assimilati alle genti: è la grande preoccupazione di Israele. Non farsi assimilare e nello stesso tempo rimanere differente, ma di essere presente in mezzo per essere il lievito nella pasta, il sale nel cibo. Il sale non si può mettere insieme, non può costituire un cibo; anzi è un guaio quando mangiamo e si trovano pezzi di sale! Però è un guaio anche quando si trova il cibo insipido. Il sale deve essere sparso, ma rimanere sale per salare.
Questo c’era nella fede di Israele fino all’esilio, perché c’è nella vocazione di Abramo: tu sarai una benedizione per tutti i popoli della terra! Però si stava a Gerusalemme, in Giuda, in Israele, nella terra santa. In un certo senso l’esilio ha rotto questa concentrazione e ha sparso il sale tra le nazioni, tanto che Babilonia è diventata il centro principale della cultura ebraica fino al decimo secolo dopo Cristo. Un po’ come è stata poi la Polonia, la Lituania soprattutto e come oggi è il mondo nord americano, dove c’è un centro della cultura ebraica adesso, insieme a Gerusalemme, che è diventato un centro internazionale. Cioè l’esilio ha ridato al giudaismo la sua vocazione missionaria.
Il Signore si serve veramente delle prove più dolorose del servo per costruire qualche cosa che sviluppa il suo disegno guardando molto lontano. Paolo non avrebbe mai potuto evangelizzare il mediterraneo orientale fino a Roma e forse fino in Spagna. Se non ci fossero state le comunità ebraiche, dove andava? A chi andava a parlare? Alessandro Magno ha fornito senza volerlo una lingua comune a tutto questo continente europeo-asiatico con il greco della koinè, perché anche per evangelizzare bisogna parlare una lingua. Non si può parlare una lingua che non è conosciuta da colui che viene evangelizzato. C’è stata questa mescolanza dal secolo VI in poi, perché poi i grandi imperi, non solo i Babilonesi, ma anche i Persiani, i Greci e i Romani sono serviti proprio per unificare le nazioni, gli stati e quindi per costruire le strade su cui poi sono passati anche gli evangelisti.
Si è iniziato allora questo movimento che noi vediamo, ad esempio, alla fine del libro di Zaccaria. C’è la battaglia intorno a Gerusalemme e poi che tutti devono venire a Gerusalemme. Guai se non vengono a Gerusalemme anche le nazioni che hanno marciato contro di essa! Devono venire tutti a celebrare una grande festa, la festa delle Capanne sul monte Sion, in cui si mangeranno carni grasse, si berranno vini prelibati, perché tutti sono invitati là a fare festa. Questa è la visione che poi riprende Giovanni nell’Apocalisse, è la visione già anticipata della storia di Giuseppe in Egitto, cioè il mondo va verso una grande comunità culturale, economica, di pace intorno al popolo di Dio a Gerusalemme. E Gerusalemme diventa la città da cui si discende verso le nazioni e verso cui le nazioni salgono.
Abbiamo questa immagine della salita e della discesa che è quello che è successo dopo l’esilio, perché da una parte, non è mai stato dimenticato che Gerusalemme è la città di Dio; e c’è questo fatto ammirevole che le comunità ebree della Lituania, della Finlandia… hanno sempre il cuore orientato verso Gerusalemme, anche senza esserci andati mai! Da una parte quella è la città santa; dall’altra siamo disseminati nel mondo. Quindi abbiamo il cuore orientato verso Gerusalemme, però siamo in mezzo alle nazioni. E voi sapete che gli Ebrei si sono distinti per essere brillanti in tutti i campi, umani, di scienza, di filosofia, di musica, di arte. C’è stata veramente una semina abbondante pur restando differente, tanto differente che, alla fine, Hitler gli ha fatto sentire bene la loro differenza! Ma questo aspetto di semina è fondamentale, perchè ha fatto riscoprire la vocazione missionaria. Per cui non sarebbe sano se tutti si concentrassero in Israele.
La comunità ebraica ha bisogno della diaspora! Nella diaspora è successo l’ultimo capitolo della nuova alleanza e anche un po’ dell’A.T., il dialogo con le culture pagane. La letteratura sapienziale, che occupa 1/3 della Bibbia è nata dopo l’esilio. Prima c’era stato qualche contatto culturale soprattutto con la cultura egiziana. L’Egitto è stato sempre il parente prossimo, ma poi c’è stato il grande incontro e confronto con la cultura mesopotamica e sono nati i Proverbi, il Qoèlet, il Cantico dei Cantici, Giobbe. Giobbe non era un israelita, era un pagano di nuova alleanza! E’ molto interessante che un personaggio come Giobbe che in fondo è l’amico di Dio, quello che il Signore tiene vicino, anche se lui non se ne rende conto, non è un israelita.
E’ chiaro che la letteratura sapienziale è una letteratura ebraica, ma è una letteratura ebraica in cui l’ebraismo fa da sottofondo nella fecondazione della cultura umana. Che cos’è in fondo la Sapienza? La Sapienza è l’esperienza della vita che gli uomini hanno, che cos’è la vita e che cos’è la morte, che cos’è l’uomo e che cos’è la donna; che cosa sono i figli, come si fa il commercio, come si fa la pace e come si fa la guerra… tutto fecondato dalla fede israelitica. Tutto anche fatto oggetto di discernimento: che cosa possiamo accogliere dalla sapienza delle nazioni e che cosa possiamo dare alla sapienza delle nazioni.
Questo è fondamentale per la testimonianza del nome del Signore, perché bisogna pure avere un dialogo, dei rapporti di amicizia, di stima. Bisogna dire all’altro a cui io annuncio l’evangelo: mi interessi tu, mi interessa la tua cultura, mi interessa come tu vedi la vita e la morte, qual è la tua speranza prima di dirti la mia. Che cosa possiamo mettere in comune? Tutta questa è la dimensione sapienziale che Israele ha scoperto con l’esilio, cioè stando in mezzo alla gente.
Intendiamoci, stando in mezzo alla gente ci sono anche in tutti i profeti dell’esilio e del post-esilio gli oracoli contro le nazioni. Li ha Geremia; li ha Ezechiele, li ha il secondo e il terzo Isaia, perché chiaramente c’è anche lo scontro! Infatti il dialogo è fatto di botta e risposta. C’è lo scontro, c’è la denuncia soprattutto dell’idolatria, ma ancora di più c’è la denuncia della sufficienza delle nazioni pagane che si credono padroni e controllori del mondo. Basta leggere gli oracoli contro Tiro. Tiro è stata una grande potenza a lungo assediata. Quest’arroganza delle nazioni! Perché c’è tanto americanismo nel mondo? Perché c’è questo aspetto degli Stati Uniti come la nazione suprema, come i padroni del mondo! Alcuni lo capiscono, altri no! Gli oracoli contro le nazioni sono molto forti, ma nello stesso tempo c’è l’apprezzamento di ciò che c’è di bello e di buono nelle nazioni. Questo discernimento fatto fra il popolo di Dio e le nazioni, fra la chiesa e il mondo: questo è fondamentale anche per l’avvenire dell’umanità e per l’avvenire del regno di Dio.
Certo su questo punto si può esagerare. Ho letto il titolo di un libro: “Mi hanno evangelizzato i poveri!” E’ Cristo che ci evangelizza, non i poveri! Certo, i poveri mi fanno capire le parole del vangelo, molto di più che se noi siamo solo ricchi, perché allora facciamo i gruppi del vangelo nei nostri salotti, ma questa non è evangelizzazione. E’ vero: i poveri ci fanno capire parecchie cose di ciò che dovremmo essere. Non bisogna esagerare né nel fatto che i poveri non hanno niente e noi gli diamo tutto, né nel fatto che noi non abbiamo più niente e i poveri ci danno tutto! C’è un dialogo da fare, un dialogo da parte di Dio; non è un dialogo di culture soltanto.
Parliamo di parola del Signore rivolta agli esseri umani, che sono creati per essere ascoltatori della Parola, uditori della parola. Noi siamo strutturati per creazione come capaci di accogliere la parola di Dio. Certo, perché se Dio parla e poi crea, crea della gente che sia capace di ascoltare. Vuol dire anche che se Dio parla, la prima cosa che dobbiamo fare è quella di stare zitti, cioè ascoltare; non possiamo parlare prima di tutto. Ma questo è fondamentale per essere veri esseri umani prima ancora che evangelizzatori. E per questo non bisogna avere paura degli altri, di perdere la nostra identità; anzi Israele ha rafforzato la propria identità proprio a contatto con le nazioni.
Che cosa dovremmo concludere su questo? Come portare i remi in barca per quello che stiamo facendo qui? Queste linee di identificazione della nuova alleanza si ritrovano tutte in Gesù, nella chiesa del N.T. Gesù durante la cena, prima della passione, prende il pane e il vino e dice: questo è il calice della nuova alleanza! Che cosa fa? Inaugura l’alleanza o tira le somme di sei secoli in cui questa alleanza è vissuta dal suo popolo? Questa è la nuova alleanza e che cosa cita? Geremia. L’unica parola che porta nuova alleanza la dice Geremia. E quando Paolo dice: noi siamo i ministri di un’alleanza nuova, cita Geremia. Questa citazione è esplicita nella lettera agli Ebrei. C’è tutto Geremia, il cap. 31.
Quindi è chiarissimo che nella coscienza di Gesù e dei primi cristiani e degli apostoli c’è questa illuminazione che si fa; in lui, in questa persona, in quello che noi chiamiamo il Messia che è morto e risorto, si compie quello di cui parliamo da sei secoli e che andiamo cercando di vivere e di mettere in pratica tra mille difficoltà. Infatti la nuova alleanza non è una dimensione sociologica, ma è una dimensione spirituale. Non avrei nessuna paura a dire che Mosè è uomo della nuova alleanza, perché ha un rapporto con Dio e un’apertura al suo popolo che in situazioni certamente diverse, però mette in opera i criteri della nuova alleanza. Giuseppe, figlio di Giacobbe, è un uomo della nuova alleanza; è un esempio di perdono e non solo di giustizia, che è del tutto neotestamentario.
La prima cosa da capire bene: la nuova alleanza non è il N.T. Della nuova alleanza ne parla l’A.T. L’unica questione che si potrebbe fare: nell’A.T. si parla di una nuova alleanza che verrà solo nel N.T. o no? Se prendete Geremia, dai capp. 30-33, tutto il contesto di quei versetti che parlano della nuova alleanza vanno insieme. Quell’introduzione: verranno giorni in quel tempo…quante volte è ripetuto? Continuamente! Tutto questo contesto è il ritorno dall’esilio. E se in questo contesto c’è la profezia della nuova alleanza vuol dire che la nuova alleanza fa parte delle cose che si verificano dal ritorno dell’esilio; comincia… Però anche perché la nuova alleanza è anche l’ultima alleanza, perché è l’alleanza perenne, di pace, eterna, allora si estende attraverso i secoli e il compimento pieno della nuova alleanza deve ancora venire.
Noi l’aspettiamo nell’avvento, aspettiamo che venga il Signore! Lui che cosa rappresenta? Un primo compimento, perché si presenta come persona, dicendo: io sono la nuova alleanza! Certamente nel N.T. c’è un passo avanti, decisivo; però resta vero anche oggi che la nuova alleanza ha una dimensione spirituale. Possiamo nascere oggi o domani, ma non siamo ancora nella nuova alleanza, se non diventiamo uomini della nuova alleanza! Possiamo essere nella chiesa, ma essere ancora nell’alleanza del Sinai. Possiamo essere sacerdoti, ma non ancora sacerdoti secondo Gesù. Spesso possiamo stare con un piede da una parte e un piede dall’altra.
Luca ci mostra continuamente che i discepoli di Gesù lo seguono, ma senza ancora aver capito bene chi è. Ad esempio: Marta e Maria. Maria ha capito subito; Marta non ha capito bene, perché Gesù c’è, ma è diventato una delle molte cose da fare, tanto che vuole strappare la sorella, dicendo: vieni ad aiutarmi! Sì, maestro parla; ma lo si può ascoltare anche mentre si fanno le faccende di casa. Il giovane ricco ha osservato tutte le leggi del Signore dalla sua giovinezza e questo giovane è un santo, però non è capace alla fine lasciare tutto e seguire Gesù. Lasciare anche tutta questa osservanza dei comandamenti. Non è capace di semplificare la sua vita sull’unica cosa necessaria. E’ qualcuno che si avvicina a Gesù e gli dice: Maestro buono. Gesù lo guarda negli occhi e lo ama, però… Pietro invece dice: e noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, che cosa ci succederà! Ha lasciato tutto e l’ha seguito, ma poi lo rinnega nel momento della passione.
La nuova alleanza è una dimensione spirituale in cui si può entrare e uscire, magari senza accorgersene, seguendo un disordine spirituale che ancora non si è semplificato in noi. E questo credo si possa dire anche della chiesa. La chiesa com’è oggi, non credo che nessuno potrebbe dire che è completamente al 100% una chiesa della nuova alleanza. Ci sono ancora tante cose che sono in cammino. Come spiegare che ci sono dei cristiani razzisti; anzi il razzismo usa proprio il cristianesimo per dire: noi siamo diversi perché siamo cristiani. E cosa ha a che fare questo con la nuova alleanza? Eppure sono nella chiesa, sono nostri fratelli e dobbiamo amarli, sapendo che siamo chiamati ad andare un po’ più avanti.
Si può addirittura tornare indietro come si è tornati indietro con le crociate. E’ stata percorsa l’Europa al grido di “Dio lo vuole!” e sono sicuro che Dio non lo voleva. Si sono fatti santi come S. Bernardo, si sono guadagnate indulgenze per chi andava nella crociata… Il Signore sicuramente si è servito anche di questo, perché questo è poi il discorso che si impara dalla meditazione della nuova alleanza. C’è un gioco di Dio enorme; è il gioco che comincia con la creazione e finisce alla Gerusalemme celeste; c’è un disegno di Dio che copre tutta la terra. E noi stiamo giocando il nostro piccolo gioco, vedendo le cose a distanza di pochi metri.
Sono sicuro che questo viaggio in Turchia del Papa, sarà qualcosa di molto diverso da quello che noi ci immaginiamo, qualunque cosa succeda! Noi non siamo gli interpreti di Dio, ma siamo mandati da lui per una missione chiara, vera, se ci manteniamo nell’ambito della sua parola, facendo anche il nostro piccolo gioco nel modo più pulito possibile. Almeno nelle nostre coscienze, non facendo trucchi, ambiguità, doppi giochi, fatti compiuti davanti a cui mettiamo il Signore… ma cercando veramente, avendo la coscienza pura. Però siamone certi: il nostro gioco non sarà mai il gioco di Dio completamente!
Dobbiamo preoccuparci non se Dio è con noi, ma se noi siamo con Dio. Non possiamo mai fare Dio “nostro”. Io sono il vostro Dio (sarebbe il vostro Signore), voi siete il popolo mio. Questo “mio” e “mio” non è sullo stesso piano, perché il Signore è anche padrone del cielo e della terra. E’ anche il Dio degli Egiziani, dei Babilonesi! Di Nabucodonosor il secondo Isaia dice: il mio “servo” Nabucodonosor! E di Ciro dice “il mio Messia”. Perché se voi che siete il mio popolo non mi sapete essere fedeli, io vado a cercarmi altri presso i gentili. Il Signore non sta nelle nostre mani, non lo afferriamo, non lo possediamo; non sarebbe il vero Dio se lo possedessimo e parlasse solo la nostra lingua! Quindi dobbiamo comporre queste due cose: un respiro largo davanti al Signore, davanti al trono di Dio, dove è seduto qualcuno che non si vede… e però, nello stesso tempo, camminare verso Gerusalemme, sapendo che non sappiamo nulla di come finisce la storia, perché il giorno del Figlio dell’uomo non conosce preparazione, arriva come fulmine nel cielo, per cui chi sta nel terrazzo è meglio che non scenda per prendere la valigia in camera perché non fa a tempo. Trovarci bene in questa situazione: questo è importante spiritualmente per vivere nella pace; trovarci bene in questa sproporzione davanti al nome del Signore, e però anche ben coscienti di quello che dobbiamo fare. Siamo servi inutili; abbiamo fatto solo quello che dovevamo fare! Allora, il padrone verrà; invece di mettersi a sedere e farsi servire, ci laverà i piedi e si metterà a servirci.