In cammino nel deserto
guidati da San Daniele Comboni
P. Carmelo Casile, MCCJ

2. La fecondità del deserto
Nel deserto, luogo di una nuova iniziazione al Mistero di Dio (= Consacrazione) e della conseguente purificazione del cuore, il credente diviene più libero, più agile, più sano, più unificato e purificato e, perciò, più disponibile per il dono di sé in favore dei fratelli (= missione). L’esperienza del deserto conduce il credente al suo vero destino, cioè, a prendere la sua vita nelle proprie mani e offrirla in dono a Dio per gli altri. Nel deserto la missione appare con nitida chiarezza come iniziativa gratuita di Dio che, mentre mi salva, mi elegge come strumento di questa stessa salvezza per il mondo.
2.1 Dio chiama nel deserto
Mosè sperimentò questa fecondità del deserto e lì ha ricevuto la missione di liberare il popolo d’Israele dalla schiavitù.
Arrivata l’ora, spinse questo stesso popolo verso il deserto dove, sotto i costanti interventi di Dio, scoprì a sua volta la propria vocazione come Popolo dell’Alleanza con Dio e la missione che gli affidava in favore dell’intera umanità.
L’itinerario vocazionale di Comboni ha avuto come epicentro questo “deserto” in quanto esperienza dell’ascolto e nello stesso tempo di ricerca e compimento della volontà di Dio su di lui. Fin dai dodici anni, si rende conto che il suo cuore ha sete d’Infinito. Leggendo la storia dei martiri del Giappone e ascoltando don Angelo Vinco, prende la decisione di spendere la sua vita per Cristo, e così il 6 gennaio del 1849, ai piedi di don Mazza, giura di consacrare la sua esistenza all’evangelizzazione dell’Africa Centrale.
* “Io inclino a precorrere la carriera quantunque ardua delle Missioni, e precisamente da ben otto anni quelle dell’Africa Centrale” (S 3).
* “Il primo amore della mia giovinezza fu per l’infelice Nigrizia” (S 3156).
Dopo l’ordinazione sacerdotale arriva il momento di concretizzare la scelta fatta ai diciotto anni. Comboni desidera partire, ma è l’unico figlio sopravvissuto di otto fratelli. È il momento del doloroso dilemma:
* “ Questo momento era già sospirato da gran tempo da me, con maggior calore, di quello che due fervidi amanti sospirano il momento delle nozze” (S 3).
Avvinto dall’incertezza, si ritira in preghiera per chiedere la luce dello Spirito Santo. Così nel silenzio del deserto fa il suo discernimento spirituale:
* “Io né della vita, né delle difficoltà delle Missioni, né di nessuna cosa ho timore: ma quel che riguarda i due miei vecchi mi fa assai tremare. Egli è per questo che in tale incertezza e costernazione dell’animo mio ho deciso di fare gli esercizi per implorare l’aiuto del Cielo…” (S 6).
Dal contatto con Dio negli Esercizi Spirituali nasce in Comboni la decisione; una decisione che fu irrevocabile in forma assoluta dinanzi alle difficoltà di ogni genere che gli si presentarono lungo tutto l’arco della sua vita missionaria:
* “ Ho finito finalmente i santi esercizi; e dopo essermi consigliato e con Dio, e cogli uomini, n’ebbi che l’idea delle Missioni è la mia vera vocazione: anzi il successore del gran servo di Dio D. Bertoni, il P. Marani, mi rispose, che fattosi egli un quadro della mia vita, e delle circostanze passate, e presenti, m’assicura che la mia vocazione alle Missione dell’Africa è delle più chiare e patenti…” (S 13).
* “A quali sacrifici assoggetta il Signore questa vocazione! Ma mi fu assicurato che Dio mi chiama; ed io vado sicuro” (S 15).
La sua dedizione totale all’Africa affonda qui le sue radici: la sua vocazione è frutto di un serio discernimento ed ha come fondamento la Roccia dell’Eterno. Per questo, di fronte alle maggiori difficoltà, Comboni non vacilla.
La dedizione totale di Comboni all’Africa fino a morire sul campo di lavoro, nasce da quest’incontro intimo con il Signore, che egli visse nel “deserto”: il deserto della sua anima, fatta ascolto e abbandono nelle mani della Provvidenza divina, disposta a tutto, perché la sua vita apparteneva ormai a Dio.
Questo laborioso cammino di discernimento vocazionale divenne per Comboni il punto di riferimento centrale lungo il corso della sua vita: uno di quei momenti in cui l’uomo avverte con chiarezza il passaggio di Dio nella sua vita. Più tardi, quando sorgeranno le grandi difficoltà, egli ricorderà la voce del Signore che gli aveva parlato nel deserto e al quale aveva giurato fedeltà fino alla morte. Per questo dirà:
* “ L’Africa e i poveri neri si sono impadroniti del mio cuore, che vive soltanto per loro” (S 941).
In effetti, il missionario è prima di tutto un uomo di fede, qualcuno che ha avuto un incontro vitale con il Signore Gesù e si sente chiamato a condividere quest’esperienza profonda che segna la sua vita di cristiano (Cf RV 21, 21.1).
2.2 La vocazione si sviluppa nel deserto
Se il credente ascolta e dà la sua prima risposta alla chiamata di Dio nel deserto, allo stesso modo questa risposta, che si realizza nel quotidiano della vita, si approfondisce e si rinnova costantemente vivendo in clima di deserto.
A chi confida una missione particolare, il Signore lo chiama con regolarità al deserto, per inviarlo sempre di nuovo tra gli uomini, affinché narri e dia testimonianza nel cuore del mondo della grande Storia d’Amore, che ha imparato a vivere nel deserto e che non si finisce mai d’imparare.
Così Comboni, una volta che si sente coinvolto in questa Storia dell’Amore divino per lui e per l’umanità, si mette in cammino per testimoniare l’amore di Dio tra gli uomini, concentrando le sue energie sul luogo che Dio stesso gli ha indicato e rinnovandole costantemente nell’incontro con Dio:
* “Io non voglio perdere tempo; voglio affaticare e vivere solo per l’Africa e per la conversione di neri. […] Non temo di nulla, confido in Dio” (S 2151)14.
È questo l’atteggiamento con cui Comboni parte: l’atteggiamento dell’amore generoso. Egli parte perché ama ed ama cordialmente; egli ama la Nigrizia sempre più, perché progredisce nell’amore al Signore Gesù.
Nel suo primo viaggio missionario, Comboni ha l’opportunità di andare in pellegrinaggio in Terra Santa. Questo viaggio costituisce uno dei momenti privilegiati e forti dell’itinerario spirituale di Comboni. Lì, ancora una volta, egli sperimenta profondamente l’amore del Cuore di Gesù per gli uomini e, nello stesso tempo, riceve nuovo slancio per accendere questo fuoco d’amore in Africa.
Il Calvario gli rimane impresso nel più intimo del suo essere; la contemplazione di quei luoghi dove Gesù lo redense, consolida il suo amore per la Nigrizia, perché Gesù è morto anche per i poveri neri che vivono lì, dimenticati ed oppressi. Qui egli comprende ancora di più quanto è urgente piantare la Croce nel cuore dell’Africa:
* “ Io non posso a parole esprimere la grande impressione, i sentimenti che mi destarono questi preziosi santuari, che ricordano la Passione e la Morte di Gesù Cristo (S 39).
Parte perché trova la salvezza per se stesso in Dio:
* “Ascesi sul monte Calvario 30 passi più sopra del S. Sepolcro: baciai quella terra sulla quale posò la croce (S 41), a due passi di distanza… fui sopra il luogo ove fu inalberata la croce… mi gettai in un dirotto pianto, e per un poco mi allontanai: dopo che baciarono gli altri, m’accostai io pure, e la baciai più volte quella buca benedetta; e mi si risvegliarono questi pensieri: questo è dunque il Calvario? (S 42). Ah ecco il monte della mirra, ecco l’altare della croce ove si consumò il gran sacrificio. Io mi trovo sulla cima del Gólgota nel luogo stesso dove fu crocifisso l’Unigenito Figliolo di Dio: qui fu compito l’umano riscatto; qui fu soggiogata la morte, qui fu vinto l’inferno, qui io sono stato redento. Queste rupi udirono le sue estreme parole: quest’aura accolse il suo ultimo fiato: alla sua morte si dischiusero i sepolcri, si spezzarono i monti (S 43)”.
2.3 Il frutto del deserto è l’amore
Comboni si dedicò all’Africa con tutto se stesso; tuttavia si rende conto che il modo con cui lo sta facendo non sia il migliore:
* “ Io sono desolato nel vedere il poco che si è fatto da noi e dai francescani per l’Africa Centrale” (S 798).
È costantemente tormentato dal dubbio che il metodo finora usato per la conquista dell’Africa a Cristo non sia il più adeguato.
Arrivò il momento di fare qualcosa di decisivo per l’Africa. Durante il triduo in preparazione alla beatificazione di Margherita Maria Alaquoque, raccolto in preghiera davanti al sepolcro di San Pietro, Comboni si sente spinto da una forza interiore, e durante quasi 60 ore continue, scrive il “Piano per la rigenerazione dell’Africa” (15/9/1864). In questo evento c’è da sottolineare il fatto che l’ispirazione del Piano in Comboni non è frutto soltanto dell’attività in missione, ma nasce dopo essere entrato in un clima di raccoglimento, a faccia a faccia con Dio, mediante la contemplazione dell’amore del Cuore Trafitto di Gesù, Buon Pastore. Perciò, egli è cosciente che il Piano non è frutto della sua immaginazione, ma di un’ispirazione di Dio stesso:
* “Come un lampo mi balenò il pensiero di formare un nuovo Piano per la cristianizzazione dei poveri popoli neri, i cui singoli punti mi vennero dall’alto come un’ispirazione” (S 4800).
Da qui gli viene la certezza che il Piano non nasce soltanto dalla sua volontà, ma anche e soprattutto dalla volontà di Dio:
* “Questa è un’opera di eminente carità, che il grande Dio dell’amore nella sua misericordia infinita ha stabilito di effettuare in questo tempo infelice… Sì, l’Opera della rigenerazione dei Neri è un’opera di Dio: è spuntato il tempo di grazia, che la Provvidenza ha designato, per chiamare tutti questi popoli barbari a rifugiarsi alle ombre pacifiche dell’ovile di Cristo (Cf S 1403) ”.
Il Piano è frutto dell’esperienza mistica vissuta da Comboni in quel 15 settembre 1864. È un momento che diverrà il centro dell’attività futura del Comboni15.
2.4 Al deserto non si va senza guida
* “Alla voce deserto si atterrisce chi ha provato cosa sia. Ma quantunque il deserto offra da se stesso mille pericoli, disagi, privazioni, e miserie, nulladimeno, avendo anche la stagione propizia dell’inverno, noi lo passammo in 22 giorni assai felicemente. La nostra carovana era formata da 47 cammelli comandata da due bravi Habir (cioè guida) incaricati a nostro conto dal gran capo del deserto” (S 201).
Allo stesso modo nessuno può fare “l’esperienza del deserto” dell’anima, cioè, nessuno può entrare in un autentico cammino spirituale e d’identificazione vocazionale, senza una guida.
Infatti, l’ambiente dove si realizza la formazione dei messaggeri e collaboratori di Dio nella conduzione del suo Popolo, è il “deserto”, cioè, un ambiente nel quale sia possibile imprendere un itinerario spirituale, che ha caratteristiche proprie, fondamentali per tutti i chiamati.
Prima di cominciare in pieno l’esercizio della missione profetica o apostolica, c’è sempre un periodo di separazione, un tempo d’attesa, nel quale Dio (il Gran Capo) prepara colui che dovrà essere strumento nella realizzazione del suo piano di salvezza mediante il suo influsso diretto che in qualche modo sempre raggiunge il cuore dell’eletto attraverso l’azione-mediazione di un Maestro (= Guida).
La disponibilità di Daniele Comboni a questa azione-mediazione della Guida spirituale fu intensa negli anni della sua formazione e si mantenne unito ad essa, vivendo la sua vita in clima di continuo discernimento16.
Le Guide di D. Comboni furono:
+ Il Direttore spirituale: svolse un ruolo di importanza fondamentale nel discernimento della sua vocazione. Fu lui che gli confermò la vocazione come chiara volontà di Dio a suo riguardo. Fu così profondo e determinante questo rapporto con il Direttore spirituale, che molti anni dopo, quando tutto sembrava prossimo alla fine, Comboni ricorda quel prezioso momento in cui gli manifestarono che si trovava sul sentiero voluto da Dio per lui.
Nella vita di Comboni, il momento della prova finale si congiunge con l’inizio della sua vita apostolica con una coerenza, che trova la sua spiegazione ultima nella ferma certezza di una vocazione, che nessuna tribolazione ha potuto scalfire.
“Ciò che non mi fece mai venir meno alla mia Vocazione, ciò che mi sostenne il coraggio a star fermo al mio posto fino alla morte, o fino a decisioni differenti della S. Sede, fu la convinzione della sicurezza della mia Vocazione, perché il P. Marani mi ha detto ai 9 Agosto 1857, dopo maturo esame: “la vostra vocazione alle Missioni dell’Africa è una delle più chiare che io abbia vedute” (S 6886).
+ La gerarchia della Chiesa: l’intensa attività missionaria di Daniele Comboni si ispira a un senso di profonda fedeltà alla Chiesa. I suoi rapporti personali con il Dicastero di Propaganda Fide sono sempre ispirati a fedeltà e a obbedienza incondizionata sulla base di un autentico spirito di fede verso chi nella Chiesa ha ricevuto da Dio per il tramite del suo Vicario in terra la direzione delle missioni.
Nella persona del Papa con pura fede egli vide sempre il Vicario di Cristo e più precisamente il rappresentante di Colui che aveva detto: “Andate per tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc. 16,15).
Degno di rilievo è il fatto che egli ha vissuto il sensus Ecclesiae non soltanto in dimensione verticale con una perfetta ed eroica obbedienza e sottomissione al dicastero di Propaganda e al Papa, ma anche in dimensione orizzontale, poiché acutamente avvertì la necessità di una collaborazione ecclesiale a larghissimo raggio per poter veramente portare l’Africa a Cristo.
Per questo, in tutta la sua vita Comboni cercò guide nella Gerarchia e fuori di essa che gli dessero direttive o la loro opinione e collaborazione per la realizzazione dei suoi progetti e lo aiutassero nella soluzione dei problemi che via via gli si presentavano. Sono significative alcune sue dichiarazioni:
* “Cercai soprattutto di ampliare le mie cognizioni e, con l’esposizione chiara dell’importanza dell’Opera da intraprendere, di procurarmi appoggio e denaro. In questo fui aiutato molto da sua Em. il Card. Barnabò e da altre personalità altolocate, ecclesiastiche e secolari, e principalmente dagli incoraggiamenti e dalle parole profetiche di Pio IX, che egli mi rivolse nel settembre 1864, parole che mi colpirono profondamente: “Labora sicut bonus miles Christi pro Africa” (S 4800)…
Non mi lasciò mai un istante la speranza sull’esito finale del mio così grande e sublime compito (S 4801)”.
* “Prima di fondare l’Opera del Redentore, vi ho pensato due anni, ho consultato eminentissimi personaggi, Vescovi e uomini versatissimi nelle opere di simil genere; ed ebbi incoraggiamento da tutti” (S 1689)17.
* “Io certo sarò sempre lieto di seguire le decisioni della Sacra Congregazione, perché voglio morire e vivere unicamente facendo il divino volere” (S 5374).
+ Il Superiore dell’Istituto: l’intesa sulla Missione tra Comboni e il suo Superiore, don Mazza, non è stata facile. Tuttavia, Comboni visse i momenti di difficoltà con profonda sofferenza, accettò le prove con spirito di fede e come partecipazione nel mistero della Croce, perdonando coloro che sono stati causa della sua sofferenza e il suo spirito di obbedienza fu più forte di ogni altra difficoltà.
* “ Tutto questo comunicherò personalmente a lei, mio caro superiore da cui riceverò i consigli, i comandi e tutto quello che deciderà” (S 922)18.