Francesco Rossi De Gasperis, SJ
Esercizi Spirituali biblici per sacerdoti
Settima meditazione
Cerchiamo di capire che cosa Dio ha fatto di una vicenda storica di grandi dimensioni nella storia del suo popolo Israele e, se pensiamo alla misura di Dio, direi questa è una lontana preparazione alla venuta e al giorno del Figlio. Questo ci aiuta a misurare un po’ come Dio ha un disegno sulla storia che va molto al di là dei disegni umani, ma che nello stesso tempo si sa servire di tutti i piccoli disegni umani.
Il secondo Isaia a un certo punto chiama Nabucodonosor “mio servo”. E’ interessante per l’identificazione del servo. Rimane il problema: chi è questo servo? Non lo sappiamo identificare perfettamente, perché potrebbe essere secondo alcuni il profeta stesso, che dopo aver annunciato un futuro pieno di speranza, forse ha conosciuto una passione, una contraddizione. Potrebbe essere anche Zorobabele che è stata l’ultima speranza davidica già quando l’impero persiano era succeduto all’impero babilonese. Zorobabele era un personaggio molto misterioso che a un certo punto è sparito dalla storia, perché i persiani saggiamente lo mandarono come governatore dei reduci dall’esilio e lui era un nipote dell’ultimo re di Gerusalemme; quindi era della casa di Davide. Infatti, se leggiamo Zaccaria, specialmente al cap. 6 e poi soprattutto Aggeo, vediamo che la speranza che si riponeva in Zorobabele, essendo davidico, senza essere re, perché ormai era un governatore persiano, poteva però risuscitare le sorti della casa di Davide. Poi a un certo punto lui ha rialzato l’altare dei sacrifici, prima ancora che si ricostruisse il tempio. Cominciò questi lavori di ricostruzione nel 520 a. C. e poi sparisce, tant’è vero che nello stesso Zaccaria il suo nome viene sostituito dal sacerdote Giosuè. Allora molti pensano che forse proprio perché era davidico è stato eliminato, forse dai persiani stessi per paura che risuscitasse il regno di Davide, ma certamente è un personaggio misterioso. Potrebbe essere legato alla profezia del servo.
Il mio avviso è diverso. Io penso che oramai sono passati 60, 70 anni dalla morte di Giosia; è successo tutto questo insieme di catastrofi: la morte di Giosia, la sorte di Geremia, l’esilio, le distruzioni del tempio, l’incendio, la deportazione… Alla nostra contemplazione religiosa si staglia soprattutto la figura di Geremia. Noi troviamo nel secondo libro dei Maccabei ancora Geremia, celebrato come colui che prega per il suo popolo, colui che è vindice della sorte del suo popolo. Quindi mi sembra probabile che questa figura del servo sia una riproiezione della sorte di Geremia nel momento in cui si capisce che era lui l’unico profeta e che veramente diceva la verità e che il Signore parlava attraverso di lui.
Mi pare possibile e probabile che questo servo, di cui non si dice il nome, in realtà sia il profeta stesso che ha cominciato questo movimento e che il secondo Isaia celebra retrospettivamente. Rilegge la vita di Geremia in un senso anche poetico, letterariamente molto alto in questa canzone del servo, che è insieme la canzone di Israele e la canzone del suo profeta. Però nel disegno di Dio ormai è entrata questa figura di qualcuno di cui Dio si può servire in modo privilegiato e che invece appare rigettato da tutti. Paolo dirà, parlando di Gesù: Dio l’ha fatto peccato per liberarci dal peccato. Maledetto colui che pende dal legno! Gesù è apparso crocifisso fuori delle mura di Gerusalemme e tutti potevano passare mostrando anche ai loro bambini come finisce l’empio! Quest’uomo è stato abbandonato da Dio; era un ribelle, un mentitore, un seduttore… vedi come Dio punisce la gente che non gli sono fedeli! Dio lo ha fatto peccato, lo ha esposto, mostrato come rigettato, e invece è la pietra angolare del suo edificio.
C’è tutta una serie di personaggi così, appunto i 36 giusti della leggenda cabalistica, che sono immagine di questo. Forse anche noi abbiamo conosciuto direttamente persone che sono apparse come disapprovate dal popolo di Dio e che – invece – sono state delle cellule vitali della vita del popolo di Dio. Credo che così bisogna leggere anche tutta la vicenda della shoà. Forse noi oggi siamo vivi perché loro sono morti. Stiamo cercando di domandarci per quanto è possibile e a distanza di parecchi secoli. Forse è più facile che a distanza di pochi anni: che cosa Dio ha detto con questi fatti? I fatti sono successi, sono là! Tutti i libri di storia ne possono parlare, credenti o non credenti, biblisti o non biblisti, i fatti sono là. Israele pure esiste, è là, e Israele che esiste è Israele modificato dalla nuova alleanza. Il tempio non c’è, c’è la sinagoga, l’osservanza della torah, c’è il primato della parola. Poi ci sono le esagerazioni formalistiche, come ci sono anche tra di noi, nelle nostre chiese. Noi continuiamo a dare sempre una grande importanza ai nostri abiti, molto più che alle nostre anime! Questo è un fatto umano. Insomma i fatti sono là!
L’interpretazione di questi fatti sta qui, nella parola. E allora abbiamo ricordato che la prima cosa è che la distruzione del tempio, l’inutilità del sacerdozio, reso inutile dal fatto che non c’è più culto sacerdotale, ha richiamato il primissimo piano la circoncisione del cuore. Quindi l’interiorizzazione del culto, che diventa prima di tutto culto esistenziale, cioè offerta del corpo. Il nostro corpo è il primo tempio. Non sapete che i vostri corpi sono tempio dello Spirito santo? – dice Paolo. Questo viene dalla nuova alleanza! E questo riguarda il rapporto con Dio, perché dicevamo che la novità della situazione si può articolare nei tre rapporti: con Dio, con il prossimo e con la terra. Questo riguarda il rapporto con Dio e il rapporto con Dio è visitato pure da questa rivelazione del servo, perché colui che ci sembra l’ultimo è il primo! Quello che ci sembra l’uomo da buttar via, la pietra scartata dai costruttori, forse invece è la pietra angolare. Quindi, attenzione nell’avvicinarci a Dio, nell’interpretarlo; lasciamoci piuttosto interpretare da lui.
Poi c’è una seconda dimensione che è la nascita della sinagoga, cioè il popolo che non rinuncia a essere popolo, anche se si trova fuori della sua terra, senza il suo tempio e si autoconvoca intorno alla parola. E quindi nasce la sinagoga e nasce tutto un mondo religioso da cui nasce la chiesa. La chiesa è nata dalla sinagoga, più che dal tempio di Gerusalemme. Nasce tutta una vita familiare, popolare, di comunità che prima non c’era. Nasce una comunità devota; la comunità che poi si chiamerà dei “poveri del Signore”. Quando Isaia dice: che mi state ricostruendo il tempio? E’ il momento in cui si sta ricostruendo il tempio di Neemia. Va bene! Ricostruitevi pure il tempio, ma io ho creato il cielo e la terra; non ho bisogno del tempio. Ho vissuto sotto le tende con i vostri padri, per secoli, nel deserto; chi sarà il mio tempio? Il povero e l’umile che ascolta la mia parola. I discendenti di questi poveri, di questi umili li troviamo in Maria, Giuseppe, in Zaccaria, Elisabetta, Simeone, Anna, fino alle soglie del N.T., dove Gesù, nel discorso della montagna, parla della preghiera, del digiuno e dell’elemosina; e queste sono le dimensioni del giudaismo postesilico. Le vostre parrocchie sono la successione di queste comunità, che sono poi quelle a cui Paolo attraverso il Mediterraneo orientale ha annunciato l’evangelo. Diciamo che Paolo ha lasciato Israele per passare ai pagani, no! Paolo ha lasciato la sinagoga per passare alla prossima sinagoga. Poteva andare solo tra gente che aveva il fondamento delle Scritture. Una volta che si è messo a parlare a tutti all’Areòpago è stato un fallimento generale. Possiamo andare in mezzo alle strade a parlare alla gente, ma chi ci prende sul serio? Bisogna dialogare con le persone; l’annuncio del vangelo non è un grido nella notte. Bisogna parlare il linguaggio della gente; non si può andare con il megafono, dicendo: Cristo è la soluzione! La soluzione di che? Il dialogo fa parte dell’annuncio. Non annunciamo un prodotto, ma qualcuno che deve essere ricevuto liberamente dalla coscienza di colui che riceve l’annuncio. Queste sono le comunità che si sono formate soprattutto nella diaspora e di lì è rinato il giudaismo vivo, spirituale, serio. E’ arrivato fino a noi e continua anche dopo di noi.
Noi ci fermiamo in un altro aspetto ancora di questa situazione di fatto riscontrabile a tutti i livelli storici e anche umani, domandandoci che cosa il Signore ha voluto dire con questo? Geremia è stato un grandissimo profeta anche perché ha dissociato completamente la fede dalla politica. Fino ad allora, con la monarchia, ma già dai tempi del deserto, già dall’esodo egiziano e dai tempi della conquista, in Israele si era associato la fedeltà al Signore con la prosperità politica e nazionale. Sempre per quella teologia della retribuzione, di cui parlavo, per cui se siamo fedeli al Signore, le cose ci vanno bene; quindi, i cananei erano stati cacciati dalla terra promessa, i filistei erano stati sottomessi da Davide. E’ vero che il regno del nord, che era un regno scismatico, era caduto sotto gli assiri, ma appunto perché erano scismatici; con noi invece c’è il Signore,
Dio è con noi! Senza preoccuparci troppo di essere noi con lui! Lui è il nostro Dio, in un certo senso l’abbiamo in mano. E Geremia, quando ancora il tempio esisteva, si era messo alla porta del tempio a dire: Non dite tempio del Signore, tempio del Signore! Perché questo tempio può essere anche distrutto! E l’avevano cacciato via in malo modo! Ma quando il tempio è stato davvero distrutto e quando l’indipendenza nazionale è finita e il popolo è stato deportato in esilio, è stato un crollo politico di prima grandezza! E allora ecco la crisi anche di fede, perché vuol dire che il Signore ci ha abbandonato! E Geremia è stato capace di qualche cosa di inimmaginabile in quel tempo e in quel mondo, cioè di dire: No! Perché dite che il Signore vi ha abbandonato? Voi siete ancora il popolo del Signore. Avete perduto la vostra indipendenza? Ebbene: si può essere popolo del Signore anche senza indipendenza.
Nella lettera che Geremia scrive agli esiliati nel cap. 29 dice: statevene buoni a Babilonia! Mettete su casa! Fate sposare i vostri figli e le vostre figlie! Pregate per il popolo che vi ha sottomesso. Fa un discorso che sembra apparentemente di collaborazionista e infatti era poi quello che diceva di arrendersi ai Babilonesi e consigliava ai re di Giuda di piegarsi a Nabucodonosor. E no! Nella lettera lui dice: un giorno anche Babilonia cadrà! Non è vero che è un profeta pro-babilonesi! E’ un profeta di Dio, quello sì! Anche Babilonia pagherà per i misfatti, ma voi intanto non cercate di fare una lotta di liberazione nazionale per ricuperare l’indipendenza; il Signore vi ridarà l’indipendenza, ma sarà lui! Sarà un dono, come è stato un dono quello della terra, quando l’avete conquistata la prima volta.
Lui introduce una differenza radicale tra la fedeltà al Signore e l’essere popolo di Dio, anche con le sue strutture di popolo di Dio, appunto la sinagoga, il culto, la torah e la situazione terrestre, la politica terrestre, lo statuto terreno del popolo di Dio. Ma questa è un’operazione di importanza fondamentale, sia a livello storico, sia a livello spirituale. Questo incide sulla nostra situazione di oggi, qui in Italia e altrove! Ad esempio in riferimento alla situazione del Libano di oggi, che è retto strutturalmente e politicamente sulle religioni. Bisogna che il presidente sia cristiano, che il capo del governo sia musulmano sannita,… cioè: c’è la proiezione terrestre della religione e quando c’è questa proiezione terrestre vuol dire che stiamo ancora indietro, che stiamo ritornando al tempo di Davide. Ma questo non può essere una prospettiva di nuova alleanza. Quando le sorti della chiesa dipendono dal voto politico, vuol dire che stiamo molto indietro!
Dunque Geremia ha fatto avanzare la coscienza del popolo di Dio che hanno scoperto per la prima volta che si poteva essere popolo di Dio più vivo che mai. Più vivo che mai, perché l’esilio è stato un corso di esercizi spirituali per il popolo di Dio. Ne sono usciti molto più ferventi di prima, tanto che quando sono ritornati, non si sono riconosciuti con quelli che invece erano rimasti. Perché Ezechiele e i suoi sacerdoti avevano fatto un buon lavoro pastorale, dando a questa gente la coscienza: siamo in mezzo alle nazioni pagane che ci hanno sottomesso e però, approfittando della tolleranza che i babilonesi suscitavano, abbiamo ritrovato anche il fervore della nostra fede. (…)
Questo è il nostro problema: lo statuto terreno del credente! Noi abbiamo bisogno di uno statuto terreno, perché abbiamo un corpo! Questo corpo si deve situare in qualche luogo! E questo corpo ha bisogno di un’economia, di una socialità e di una presenza. Dobbiamo anche e giustamente desiderare di annunciare la nostra fede, quindi: libertà di parola, di insegnamento, ma per fare questo non possiamo allinearci ai modelli mondani! Perché noi siamo il popolo di Dio e la società umana non è il popolo di Dio! La chiesa ha subito alla fine dell’800, alla fine della rivoluzione francese, un complesso di inferiorità rispetto alla società civile e allora abbiamo detto: lo Stato è una società perfetta, anche la chiesa è una società perfetta, perché ha tutti i mezzi per raggiungere il suo fine. Lo Stato ha fatto il codice civile, allora noi abbiamo fatto il codice di diritto canonico, che è nato all’inizio del 900. La società civile promuove la scienza e allora anche la teologia fa scienza. Abbiamo fatto l’apologetica, avevamo un ripetitore di morale, quando abbiamo studiato in teologia. Ci dicevano: quando confessate, dovete dimostrare l’esistenza di Dio, la divinità di Cristo e la divinità della chiesa; due minuti per l’esistenza di Dio, due minuti per la divinità di Cristo, due minuti per la divinità della chiesa. Perché questo? Perché tutto è dimostrabile! Che Dio esiste, le vie di S. Tommaso… tutto è dimostrabile come la matematica! Allora abbiamo pensato di organizzare la chiesa sul modello dello Stato fino a benedire i gagliardetti fascisti…
Il Vaticano II è stato un evento di nuova alleanza! Perché ha cominciato a dire: la chiesa è popolo di Dio, lo stato non lo è! Cominciamo da ciò che è diverso e non da ciò che è uguale! La chiesa è la sposa di Cristo, lo stato non è lo sposo di nessuno! Questo non vuol dire che dobbiamo disprezzare lo stato, ma lo Stato deve fare lo Stato per tutti i cittadini! Lo Stato non è il difensore della chiesa; lo Stato deve dare libertà a tutti i cittadini, fare il bene comune, e noi come cristiani dobbiamo volere che lo Stato faccia il bene di tutti gli altri, anche dei non-cristiani, perché è giusto, è l’economia della creazione.
Noi però dobbiamo pensare alla nostra vocazione dentro questo Stato. Questo è il problema di Geremia: siate popolo di Dio a Babilonia! Non aspettate di ritornare nella vostra patria per dire: allora ricominceremo ad andare a messa! Inventate un modo di essere popolo di Dio in mezzo alla gente in cui siete stati disseminati e che non partecipa della vostra fede, ma non aspettatevi che il loro modo di vita favorisca la vostra fede. Caso mai siete voi che dovete testimoniare qualche cosa di nuovo in mezzo alla gente in cui vivete. Ecco perché l’esilio è stata una forte iniezione di identità spirituale nel popolo ebraico, proprio perché provocati dal fatto che si vive a contatto con altri che non partecipano della nostra fede. Ma se aspettiamo che i Babilonesi ci aiutino a essere buoni ebrei, certamente non avverrà mai!
Questo problema da affrontare riguarda il rapporto con la terra. Noi siamo sulla terra e dobbiamo essere terreni, ma non terrestri. E Geremia ha avuto il coraggio, a proprie spese perché ha pagato caro questo, di predicare proprio questo. La prosperità nazionale non è direttamente proporzionale alla prosperità spirituale! Se viene, benedetto sia il Signore! Non si tratta di respingere la dimensione terrena, ma si tratta di distinguere bene che cosa appartiene a Dio e che cosa appartenga al mondo. Questa è stata un’operazione formidabile per tutta la storia umana e noi siamo ancora alle prese con questo problema soprattutto nei confronti dell’Islam, perché l’Islam invece unisce assolutamente l’identità nazionale e l’identità religiosa. E non solo le unisce, ma oggi dobbiamo vedercela direttamente con loro!
C’è la chiesa e c’è lo Stato, ci deve essere un’accoglienza mutua dell’uno verso l’altro. La comprensione non di come io mi posso servire di te per i miei interessi; questa non è amicizia o dialogo, ma di comprensione di cosa tu devi essere e di cosa io devo essere e di come possiamo aiutarci a essere ciascuno quello che deve essere. Questo come programma è una cosa meravigliosa, ma viene da questa situazione di cui stiamo parlando; questo è nato con la nuova alleanza! C’è voluto l’esilio per scoprire che si può essere chiesa anche in esilio.
Questo è ancora qualche cosa di sconosciuto nella maggior parte del mondo civile, perché ci sono migliaia di morti a causa della religione che vuole servirsi della politica e viceversa! Quando una chiesa è in maggioranza si pongono problemi di un certo tipo, quando la chiesa è in minoranza si pongono problemi di un altro tipo! La nuova alleanza non è la soluzione trovata, perché le cose di Dio non sono mai le cose belle e fatte, ma è una direzione indicata verso cui bisogna andare se si vuole avanzare; se invece vogliamo retrocedere allora facciamo le crociate, la battaglia di Lepanto… Ma non è vero che la Madonna ci ha aiutato a Lepanto? Certo! In quel momento è stato un modo di salvezza della cristianità, però oggi i turchi arrivano da altre parti! Non è più questione di battaglia di Lepanto, bisogna affrontare il problema senza nessuna esigenza di dire: questa terra è nostra! Qui non dovete entrare! La terra è di Dio e il Signore è abbastanza potente per guidare il suo popolo in situazioni nuove e completamente inimmaginabili, perché certamente il mondo si sta talmente mescolando, in un modo tale che il piano di Dio non è più riconoscibile nelle cittadelle cristiane, assediate dai barbari.
Questo aspetto non ha una dimensione personale che tocca ciascuno di noi? A me pare che questa dimensione personale stia in questo: nel mio bisogno di avere uno statuto sociale come cristiano, come sacerdote, come religioso, cioè di essere riconosciuto come autoritativo, perché sono sacerdote, di essere rispettato in un modo particolare… Facciamoci rispettare per quello che siamo, non perché è vietato prenderci in giro! Il prete deve essere rispettato perché ha il colletto romano? Tutt’altro! Ma perché ha la coscienza pulita! Se poi ci portano in prigione perché abbiamo la coscienza pulita, diciamo: sia benedetto il Signore! La libertà che ci dà Dio! La dignità che ci dà il nome di Gesù! Certe forme, certi modi di presentarsi, certe apparenze possono aiutare, ma siamo proprio sicuri che sia quello un vero aiuto? Questo aspetto di avere uno statuto terreno della nostra fede!
Oggi ricordiamo S. Clemente. Scrive una grande lettera ai Corinzi, proprio come scrivevano gli apostoli e il titolo è così: la Chiesa di Dio “pellegrina a Roma” scrive alla chiesa di Dio pellegrina a Corinto. Non la chiesa di Roma scrive alla chiesa di Corinto! Non c’è una chiesa di Roma e una chiesa di Corinto. La chiesa è di Dio, pellegrina a Roma e pellegrina a Corinto. “Paroikousa” ci ricorda la parrocchia e la parrocchia non è una cosa di Roma, ma è un una tenda di pellegrini, accampata a Roma. Infatti la prima lettera di Pietro parla proprio di questo: Voi siete stranieri e pellegrini e comportatevi allora non secondo la carne, ma secondo lo spirito.
“Straniero e pellegrino” traduce il termine ebraico che significa “di passaggio”, nomade. E questa era la definizione dei patriarchi, di Abramo e Dio lo dice nel Levitico, al cap. 25, quando parla di come si vive nella terra promessa che il Signore vi ha donato: Voi non potete vendere le terre, perché la terra è mia! E voi davanti a me siete stranieri e pellegrini! Ha detto agli Ebrei nella terra di Israele. Nessuno ha diritto alla terra! Se Israeliani e Palestinesi oggi capissero questo, non sentirebbero il bisogno di affermarsi, cacciando via l’altro! E questa definizione dei patriarchi nella lettera agli Ebrei al cap. 11 diventa invece la definizione della fede. Per la fede Abramo lasciò la sua terra e divenne straniero e pellegrino! E la chiesa è nomade nel mondo, ma presente. Non abbiamo più il tempio; il tempio siamo noi, la comunità cristiana. Possono distruggere tutte le nostre basiliche, ma la chiesa non si regge sulle basiliche, ma si regge sui cristiani.
Questo è vero, ma bisogna che la gente lo veda e lo capisca. Il funerale di Giovanni Paolo II è stata una cosa meravigliosa, ma non perché la gente veniva a S. Pietro, ma perché la gente veniva a lui. E’ stato un risveglio di persone che hanno fatto la fila per ore, per vederlo! Questa è la testimonianza della chiesa, dei vergini e dei martiri. Che questo sia fatto in piazza o in basilica, questo importa poco! Bisogna che queste verità della nostra fede diventino visibili. Una visibilità dobbiamo averla, ma è la visibilità di cui parla la lettera a Diogneto, quando dice che i cristiani non si distinguono perché vanno vestiti in un modo speciale, ma perché vivono in un modo speciale. E’ la condotta cristiana, cioè il modo di camminare, il modo di condursi che deve essere differente, che deve parlare in un certo senso al mondo.
Quanto dobbiamo ancora liberarci dalla terrestrità, dalla falsa convinzione che abbiamo bisogno di tanti sostegni socio-politici, culturali… Tante volte la chiesa fa il progetto culturale, ma non bisognerebbe fare il progetto cristiano della cultura? Il cristianesimo deve diventare cultura o la cultura deve diventare cristiana? Questo incide a un certo punto anche sulla nostra anima. E allora quanto mi devo occupare delle partite di calcio, della politica, dei giornali, del cinema, della TV… Certo si può sempre trovare una ragione apostolica di fare il cappellano della squadra di calcio…, ma insomma qual è la nostra chiamata, il modo di impiegare il nostro tempo? Non c’è una regola generale, ma ognuno deve trovare la propria identità conforme alla parola del Signore. Dove sta il mio cuore, se una campagna politica mi può occupare in modo così eccessivo? Allora è meglio andare a fare il politico!
Qual è la politica di Dio, quella che ci sta rivelando la lettura dei profeti? Qual è stata la politica di Dio e come tutto questo lo possiamo riconoscere nella condotta di Gesù? Come ha risolto Gesù questo problema? Date a Dio quello che è di Dio e a Cesare quello che è di Cesare! Certo Gesù ha avuto una statura sociopolitica; la sua morte ha anche una dimensione politica, ma l’ha risolta sulla croce! In questa dissociazione tra prosperità sociopolitica nazionale, indipendenza e prosperità spirituale di popolo di Dio, questo è un altro capitolo molto forte di questa alleanza nuova che sia Israele, sia la chiesa sono chiamati a vivere e sono chiamati ancora a progredire in questo. Bisognerebbe capire qual è il valore religioso di Israele che ha recuperato il suo Stato. Ha recuperato il suo Stato per ritornare al tempo di Giosuè, oppure per avanzare e condividere questa terra con altri, dato che la terra è soltanto del Signore?