Viviamo in un tempo che parla di mente, di tecnologia, di dati, di algoritmi… e tuttavia dimentica una verità semplice e potente: la persona è prima di tutto un corpo.

Di: Savino Pazzotta
11 Marzo 2026
Per gentile concessione di
https://labarcaeilmare.it
È il corpo che respira, che sente dolore e piacere, che si avvicina, che si tocca, che ride e che piange. È tramite il corpo che le nostre relazioni sociali si costruiscono: non prima nelle teste e poi nel mondo, ma sempre attraverso incontri fisici, percezioni, contatti, respiro condiviso.
Eppure, negli ultimi anni, questa verità è stata messa in ombra da una serie di traumi collettivi. La pandemia di Covid 19 ha imposto distanze fisiche, distanze di protezione, distanze di paura. I nostri corpi sono stati trasformati in potenziali vettori di rischio, da tenere a distanza, schermare, isolare. Non è un caso che il linguaggio quotidiano abbia cominciato a parlare di “distanziamento”, di “contagio”, di “barriere invisibili”. In quel momento abbiamo cominciato a dare per scontato che il corpo potesse essere neutralizzato, semplicemente allontanato dal mondo.
Ma le relazioni sociali non avvengono senza i corpi
Quando diciamo “incontrarsi”, non intendiamo per caso uno schermo luminoso o un avatar digitale: intendiamo volti che si guardano, mani che si sfiorano, respiri che si percepiscono. La socialità che conta — quella che forma empatia, fiducia, tessuto umano — è incarnata, è fatta di contatto, presenza, vulnerabilità esposta.
Se la pandemia ha messo in evidenza la fragilità di questo modo di essere insieme, altre realtà l’hanno distrutta con violenza ancora più radicale: le guerre. Oggi, in molte parti del mondo, conflitti armati non sono astrazioni geopolitiche: colpiscono corpi reali, uomini e donne, bambini e anziani, persone che respirano e soffrono. Le guerre non devastano “astrattamente”: frantumano e mutilano, riducono in macerie i corpi e le relazioni. Un corpo ferito, mutilato o ucciso non è un numero: è una singolarità spezzata, un mondo personale che non c’è più. Questo accade non solo ai soldati, ma a civili senza alcuna colpa, che si trovano intrappolati nei luoghi dove la violenza diventa quotidiana.
La guerra come separazione e distruzione e mutilazione
La guerra mette fine alle possibilità del corpo di stare con altri corpi, di costruire relazioni, di generare comunità. A differenza della malattia, che costringe all’isolamento per protezione, la guerra distrugge, mutila, spezza. Il trauma della guerra non si limita all’istante della violenza: lascia ferite profonde, visibili e invisibili, che persistono nel tempo e contaminano tutto ciò che quel corpo potrebbe ancora essere.
Le mutilazioni, le amputazioni, le lesioni che restano non sono soltanto danni fisici: sono crude immagini della nostra incapacità di riconoscere l’altro come simile, come degno di essere visto, ascoltato, toccato.
Eppure, nonostante tutto, il corpo resiste
Anche nei luoghi più devastati, sopravvive una forma di presenza incarnata: nei gesti di cura, negli abbracci furtivi tra chi è scampato alla violenza, nel modo in cui le persone cercano di ricostruire relazioni anche in mezzo alle macerie.
Ogni gesto corporeo che cerca l’altro è un rifiuto della logica della guerra e dell’isolamento: è etica concreta. La comunità non nasce da formule astratte, ma dal riconoscersi l’uno nell’altro come corpi esposti, vulnerabili, irriducibilmente umani.
Tornare a vedere i corpi
Per questo dobbiamo tornare a vedere il corpo quando pensiamo alla società. Dobbiamo riprendercene la centralità: non come contenitore di identità immateriali, ma come luogo di esperienza, relazione e responsabilità. Ogni volta che riaffermiamo il valore del corpo nella sua interezza — nella sua capacità di incontrare, di amare, di soffrire — stiamo ricostruendo i tessuti sociali che le pandemie, le paure, le violenze cercano di dissolvere.
La persona non è una mente isolata, né un insieme di dati, né un soggetto astratto. È un corpo che vive e si relaziona. E se vogliamo un futuro umano — non alienato, non anestetizzato dai media, non distrutto dalla violenza — dobbiamo restituire al corpo quel ruolo centrale che la nostra epoca ha troppe volte dimenticato.
Perché tutto parte da lì: dal corpo che sente, che tocca, che guarda negli occhi, che resta umano anche quando tutto intorno sembra chiedere l’impossibile.
Savino Pezzotta
Sono nato nel 1943 a Scanzorosciate. Prima operaio, poi mi iscrivo alla CISL. Sono eletto segretario generale dal 2000 al 2006. Partecipo a iniziative per la cooperazione internazionale e il volontariato sociale. Nel 2008 sono stato eletto al Parlamento per una legislatura. Sono tuttora impegnato in attività culturali e sociali.