Gli scontri armati infuriano e producono nuovi sfollati negli Stati di Jonglei, Alto Nilo e Unity. Nelle ultime due settimane ci sono state almeno 160 vittime. La missionaria comboniana: “Si ripetono le dinamiche che erano già presenti nella guerra civile del 2013-2018, sia riguardo gli schieramenti politici che etnici”

Valerio Palombaro – Città del Vaticano
13/03/2026
Per gentile concessione di
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“Se in Sud Sudan arriveranno armi, molte armi, purtroppo esiste il rischio che una guerra civile più estesa possa scoppiare nuovamente”. Le parole di suor Elena Balatti, missionaria comboniana, arrivano al telefono da Giuba mentre diverse regioni sud sudanesi sono già sferzate dai venti di guerra.
La componente etnica del conflitto
“Nella capitale la situazione è calma ma c’è un grande dispiegamento di forze di sicurezza”, racconta la missionaria. Balatti, che fino a pochi giorni fa è stata direttrice della Caritas a Malakal, nello Stato settentrionale dell’Alto Nilo che ospita centinaia di migliaia di sfollati, conosce bene il Paese africano e individua tre aree scosse dagli scontri armati in questi primi mesi del 2026: Jonglei, Alto Nilo e Unity. “Si ripetono le dinamiche che erano già presenti nella guerra civile del 2013-2018, sia riguardo gli schieramenti politici che etnici”, dichiara la religiosa. La lettura del conflitto dal punto di vista politico sembrerebbe facile: da una parte le forze governative del Sspdf, fedeli al presidente Salva Kiir, dall’altra quelle dell’opposizione dell’Splm/A-Io, guidate da Riek Machar, primo vicepresidente dopo gli accordi di pace del 2018, finito agli arresti domiciliari dal marzo 2025 e sotto processo. “Ma in Sud Sudan — spiega Balatti — i conflitti sono complessi perché non ruotano solamente sugli schieramenti politici bensì entrano in gioco alleanze di tipo etnico”. I gruppi etnici scelgono di sostenere l’una o l’altra fazione per una miriade di motivazioni: nell’Alto Nilo — ad esempio — “incidono le componenti legate al controllo delle terre” così che la conflittualità è legata ai disaccordi su quali tribù occupano le varie porzioni di territorio.
Il massacro di Abiemnom
Dallo Stato di Unity arriva un’ulteriore prova che le divisioni etniche si sommano e si sovrappongono a quelle politiche. Il massacro dello scorso primo marzo ad Abiemnom, dove sono stati uccisi almeno 139 civili, sembra sia stato compiuto da combattenti del gruppo etnico Bul Nuer: il timore — avverte la missionaria comboniana — è che ora si inneschi un “ciclo della vendetta” perché quando una certa tribù viene colpita, “quando poi ha la possibilità di riorganizzarsi tradizionalmente, culturalmente, ricerca la vendetta”. Abiemnom, peraltro, si trova a pochi chilometri dal confine con il Kordofan meridionale, la regione del vicino Sudan dove infuria la guerra. Il rischio concreto è un’escalation regionale dalle conseguenze umanitarie devastanti.I numeri delle vittime e degli sfollati per gli scontri armati attestano che l’accordo di pace del 2018 in Sud Sudan è ormai saltato: in poco più di due settimane, tra fine febbraio e inizio marzo, oltre 160 civili sono stati uccisi. Alcuni di questi atti, secondo l’Alto commissario Onu per i diritti umani Volker Türk, “potrebbero costituire crimini di guerra”.
L’evacuazione da Akobo e i rifugiati in Etiopia
Lo scorso 6 marzo l’esercito ha emesso un ordine di evacuazione per tutti i civili nella città di Akobo, nello Stato di Jonglei, nei pressi del confine orientale con l’Etiopia. In migliaia sono fuggiti dalla città, dove rimangono le forze di peacekeeping della missione dell’Onu UNMISS. Molti civili di Akobo si sono ammassati nei pressi del valico di frontiera di Tergol, mentre secondo l’Onu in 37.000 sono già entrati nella regione etiope di Gambella raggiungendo i circa 78.000 profughi fuggiti là a gennaio e portando a quasi mezzo milione il numero dei rifugiati sud sudanesi nell’area. Il Sud Sudan, in condizioni precarie, ha accolto oltre 1 milione di profughi dal Sudan dall’aprile 2023, ma oggi il suo popolo si trova nuovamente esposto a rischi di sfollamento. Kiir e Machar, i firmatari degli accordi di pace del 2018, ricevuti congiuntamente in Vaticano da Papa Francesco nel 2019, sono ai ferri corti.
La povertà e il miraggio delle elezioni
Le elezioni che si sarebbero dovute tenere alla fine del 2026, le prime nel “giovane” Paese africano indipendente dal 2011, appaiono di nuovo un miraggio. “Uno dei processi è la registrazione degli elettori — spiega suor Balatti —. Ma siamo a marzo e per ora non è stato avviato nessun particolare meccanismo perché questa registrazione abbia luogo. Molte persone dicono che non si possono fare le elezioni così perché varie zone del Paese sono in conflitto e la gente è sfollata da molti villaggi”. Anche a Giuba la crisi economica si fa sentire. “Ultimamente — racconta — con la guerra in Iran, anche qui c’è stato un rialzo improvviso dei costi del carburante. Infatti, nonostante il Sud Sudan sarebbe un produttore di petrolio, non ha una raffineria e dunque il carburante raffinato viene importato. Ciò ha peggiorato una situazione economica già molto critica. Tutto questo crea un aumento della povertà e della microcriminalità”. La speranza, conclude la missionaria associandosi a un recente appello dei vescovi sud sudanesi, è che possa interrompersi questo “ciclo della violenza” in quanto “la vendetta non è giustizia” e non aiuta a costruire percorsi di pace.