Francesco Rossi De Gasperis, SJ
Esercizi Spirituali per sacerdoti
Quinta meditazione
Stiamo cercando di cogliere i caratteri essenziali di questa nuova alleanza, proclamata da Geremia, da Ezechiele e dal secondo Isaia. Ci interessano questi caratteri essenziali, perché ci condizionano nella prosecuzione di questa economia che è affidata anche alle nostre mani, alla chiesa del N.T. Rimane affidata certamente a Israele, primo popolo di Dio, ma noi siamo aggiunti a quest’economia, siamo diventati pienamente partecipi di questa economia che, anzi, attraverso il Messia di Israele che noi riconosciamo come il nostro Messia, ci è affidato un compimento che già portiamo in noi, anche se in modo iniziale. Per cui, in un certo senso, nella fede neotestamentaria ci è dato di capire questa parola rivolta ad Israele forse ancora di più di quello che i giudei possono capire oggi. Questo lo dobbiamo dire a bassa voce per ragioni di cortesia e di dialogo con gli Ebrei, ma certamente la fede di Gesù ci rende capaci di leggere queste scritture, come lui ha fatto con i due di Emmaus in un modo più comprensivo di quanto non lo possano fare i rabbini odierni, i quali partono bene ma non sono ancora arrivati a quella rivelazione che a noi è stata data, non per nostro merito, ma perché fa parte della nostra vocazione.
Fino ad ora abbiamo parlato della interiorizzazione del culto, dalla dimensione rituale o sacramentale alla dimensione esistenziale. Ora presentiamo un altro aspetto altrettanto fondamentale, e che è anche molto pertinente alla nostra situazione presente. Voi capite subito che trasportare il culto dalla dimensione rituale alla dimensione esistenziale vuol dire mettere in primo piano il laico, il laòs= il popolo di Dio. Perché se il sacerdozio è l’esistenza umana, questa riguarda ogni uomo e ogni donna ed è questo il dono di Gesù, che promuove l’esistenza dell’essere umano a un’esistenza sacerdotale. Essere uomo, compresa la donna, vuol dire essere il liturgo di Dio. Quindi l’interiorizzazione del culto vuol dire mettere in primo piano il popolo sacerdotale. Il sacerdozio diventa comune per tutti, una vocazione! Non pensate mai a qualcosa di bel e fatto, questa è la vocazione con cui Dio ci invita a realizzarla poi. Tutte le cose di Dio sono una proposta alla nostra libertà. Dopo la creazione tutto il resto non è mai un dato di fatto già sistemato, è un ruolo da svolgere, un compito da attuare; ma questo vuol dire che il popolo (laòs) diventa il primo soggetto del culto del Signore. E dunque il sacerdozio non è più il fatto di una classe. Nel sacerdozio di Aronne, sacerdoti si nasce, basta essere figli di un altro sacerdote e si appartiene alla classe sacerdotale.
Questo è rimasto anche oggi, anche se non c’è il tempio, c’è la tradizione di famiglie sacerdotali. Nelle feste ebraiche ancora oggi tre o quattro volte l’anno c’è lo spazio per la benedizione dei sacerdoti e l’unica cosa che fanno i sacerdoti in alcune feste, danno la benedizione sacerdotale, quelli appunto che sono di classe sacerdotale; è l’unica cosa che rimane perché non c’è il tempio e quindi non c’è nessun esercizio del sacerdozio. Non c’è da offrire vittime; tutto il resto diventa un culto laicale, cioè del popolo che compie questo ufficio sacerdotale nella lode del Signore.
E allora è in questo tempo, con la nuova alleanza, che nasce la sinagoga. La sinagoga non è il tempio, vuol dire “convocazione”, assemblea ed è un’assemblea laicale. Che cosa si può fare a Babilonia dove non c’è più Gerusalemme, non c’è più il tempio, dove Giosia aveva centralizzato il culto da tutti i vari santuari del paese? Ecco, questo è interessante da un punto di vista storico: gli Assiri sono stati un impero veramente distruttivo di tutte le altre identità; gli Assiri non permettevano nemmeno che le comunità degli esuli stessero insieme, infatti le 10 tribù del nord sono sparite! Ci sarà tutta una letteratura di come si va a ricercare chi sono questi dispersi delle 10 tribù del regno d’Israele.
Invece i Babilonesi sono stati molto più rispettosi delle identità nazionali, per cui anzi all’interno dell’impero babilonese si sono formate delle comunità molto solide e Babilonia è rimasta il centro principale del giudaismo fino al decimo secolo dopo Cristo. E’ a Babilonia che è stato fatto il talmud babilonese, il grande talmud, che è l’opera dei giudei di Babilonia. I Babilonesi hanno favorito le comunità giudaiche, per questo Ezechiele e i suoi sacerdoti hanno potuto svolgere un’azione pastorale molto proficua. I reduci dall’esilio erano dei giudei molto più ferventi di quelli che sono partiti, proprio per quest’azione pastorale nella diaspora, nella dispersione.
E dunque è nata la sinagoga, perché siamo in esilio, che cosa ci resta da fare? Non abbiamo sacerdoti in funzione, non abbiamo sacrifici da offrire, ma ti vengo a chiamare, mettiamoci insieme e preghiamo il Signore. E allora viene la sinagoga, in cui bisogna essere almeno 10. Se siamo 9, bisogna andare a cercare il decimo per incominciare a pregare. Si prega con la parola, la torah, che è l’unica cosa che è rimasta. Il capo della sinagoga è un rabbi; il rabbi è uno che ha studiato e sa le cose meglio degli altri, ma è un laico, assolutamente un laico. E’ un’assemblea totalmente laicale, che è destinata a essere la convocazione di tutto il popolo di Dio. E quindi nasce il culto sinagogale come culto laicale; è quello a cui Gesù ha partecipato.
Nella sinagoga poi sempre si invita qualcuno che è venuto da fuori per parlare. Per questo abbiamo il discorso di Gesù nella sinagoga di Nazaret o quando Paolo andava con Barnaba o altri nelle sinagoghe; in questa maniera hanno annunciato l’evangelo nelle sinagoghe. E’ così che è nato il cristianesimo! Cosa molto importante da capire.
Nasce qui il giudaismo come religione. Non si può dire che Abramo fosse giudeo o che Davide fosse giudeo. Giudaismo è una parola che è riservata al culto e alla religione di Israele dopo l’esilio. Cioè la religione di Israele si costituisce proprio come religione giudaica. Perché Giuda? Perché è la tribù dell’esilio di Babilonia evidentemente. E nasce il giudaismo come religione, perché cosa era la religione di Israele prima dell’esilio? E’ nata nel deserto, al Sinai, poi con il tempo dei giudici, poi con il tempo dei re, della monarchia, ma la religione consisteva praticamente nelle feste liturgiche. Basta leggere l’Esodo, i Numeri, il Deuteronomio… sono queste feste grosse, soprattutto tre: la Pasqua, la Pentecoste e i Tabernacoli, in cui si facevano pellegrinaggi a Gerusalemme oppure in altri santuari, ma Giosia aveva riunito tutti gli altri santuari, proprio per evitare culti ambigui e mezzo idolatrici che erano sparsi nel paese. Tutti dovete venire al tempio di Gerusalemme, per cui poi una volta distrutto il tempio non c’è stato più santuario. E fino a un certo punto, non tanto preciso, il culto del sabato.
L’osservanza sabbatica è cominciata soprattutto dopo l’esilio, proprio con la sinagoga. Il re era il rappresentante di Dio, quindi bastava essere un buon cittadino e compiere queste funzioni di culto esterno soprattutto per essere nella religione di Israele. Una volta che la religione è affidata a tutti e poi non c’è più un centro religioso, si sente un bisogno fondamentale, quello di creare una tradizione orale. Questo è molto importante quando noi oggi parliamo degli Ebrei. Gli Ebrei non contano solo sulla Scrittura. La Scrittura è la torah scritta e si chiama la “torah del libro”, ma poi c’è la “torah della bocca”, che è la tradizione orale e mai troverete un ebreo che parte solo dalla Scrittura! I libri della Scrittura per Israele sono il testo della Bibbia al centro e tutto intorno la tradizione orale, cioè che cosa ci hanno insegnato i nostri padri, i maestri principali?… Questo si ritrova nella chiesa ortodossa, perché i monaci greci ortodossi non diranno mai che si parte dalla Bibbia, ma si parte dalla Bibbia con il commento di Basilio, di Gregorio Nisseno e di Crisostomo. Si legge il testo nella tradizione. E questo è molto cattolico, perché noi diciamo sempre che non c’è la “sola Scriptura”, ma c’è la tradizione.
Questa tradizione da dove nasce, dove si sviluppa, come si evolve? Qui, nell’esilio babilonese, nasce tutto un sistema di religiosità che è sostenuto dalla parola scritta, attualizzata, interpretata secondo le varie tradizioni del popolo che si trova nella storia, disseminato in mezzo alle genti. Questa tradizione orale si articola intorno alle tre dimensioni fondamentali della Bibbia e cioè il rapporto con Dio, il rapporto con gli altri uomini e il rapporto con la terra. Questa è già la grande struttura della creazione. L’uomo è creato da Dio, quindi sopra di lui c’è il Signore e sotto di lui c’è la terra e a fianco a lui c’è la donna. Questa è la struttura della creazione; i primi due racconti della creazione in modo diverso presentano questa realtà e tutti i peccati umani sono o peccati contro Dio o peccati contro il fratello e la sorella o peccati contro la terra. Abbiamo il peccato del giardino, dell’uomo e della donna, il peccato di Caino e il peccato dei costruttori della torre di Babele. E quando questi peccati confluiscono in una situazione collettiva abbiamo il diluvio di Noè.
Tutta la storia di Israele si deve studiare e pregare secondo quest’ordine: il rapporto con Dio, il rapporto con il prossimo, il rapporto con la terra. Però capite subito che quando questo diventa una religione, si comincia a vedere come ci si rapporta con il Signore… si crea tutto un sistema molto ricco di precetti, di canoni. In fondo i canoni del Diritto Canonico ripetono questa struttura. La morale si organizza in questo modo. In modo molto più ricco che al tempo della monarchia, dove bastava andare in pellegrinaggio presso certi santuari e celebrare certe feste liturgiche! Perché in questa situazione di sacerdozio laicale diventa, per esempio, molto importante la vita di famiglia. Non si va più al tempio, non c’è più! Bisogna che la casa familiare diventi un tempio e quindi la celebrazione del sabato che è proprio una liturgia domestica. La donna che accende le candele, si prepara la cena…il pranzo freddo del sabato perché non si cucina, tutte le regole più minuziose che gli uomini sono capaci di inventare quando creano loro qualche cosa! Si determinano i giorni di digiuno, i modi di pregare. Quante volte al giorno si prega; si costituisce l’ufficio della preghiera (l’ordo), le feste liturgiche si arricchiscono di tante prescrizioni, nasce per esempio la cena pasquale.
La casa diventa anche il luogo della catechesi, perché non c’è il tempio dove si fanno le lezioni. I sacerdoti non insegnano più, sono i genitori che insegnano ai bambini la fede. Come per esempio la struttura della cena pasquale: il più piccolo che domanda al papà: perché oggi si mangia questo e non quell’altro? Perché abbiamo queste erbe…? E il papà spiega! La scuola di catechismo diventa la famiglia e poi ci sono infinite prescrizioni di come si assistono gli anziani, di come si seppelliscono i morti… Tutto questo nasce nell’esilio, perché il popolo deve diventare lui il conduttore del culto del Signore e vedete come nascono queste figure poi della seconda parte dell’A.T. come Tobia.
Tobia è a Ninive portato dagli Assiri, ma va seppellendo i cadaveri che trova per la strada, insegna al figlio di come andarsi a cercare la moglie e come pregare. Il libro di Tobia è un libro meraviglioso di religione familiare, di gente che non ha più il tempio, ha la nostalgia di Gerusalemme; ma alla fine stiamo in esilio e dobbiamo essere il popolo del Signore.
Ester è una ragazza che fa parte dell’harem di Assuero; sta in una situazione – come dice nella sua preghiera – che gli pesa; dice: io non posso vedere il letto dei pagani! Però tu mi hai messo in questa situazione e io ti prego, Signore, perché ho soltanto te come mio sostegno! Cioè si può vivere di fede, di speranza e di carità anche in esilio. Questo è un fatto completamente nuovo da un punto di vista religioso. Alla fede, alla speranza e alla carità si aggiungono queste tre dimensioni, che si concretizzano nella preghiera, nella elemosina e nel digiuno. La fede ha bisogno di essere pregata per essere viva; la carità ha bisogno di diventare elemosina; e il rapporto con la terra si esprime con i digiuni per mostrare che la terra è importante, bisogna mangiare, bisogna alimentarsi, però non bisogna lasciarsi prendere da quell’ubriacatura della torre di Babele, in cui avendo scoperto come si costruiscono i mattoni, allora l’umanità si è ubriacata e vuole costruire una torre che tocchi il cielo.
Questo ci invita a una grossa riflessione perché la religione è necessaria alla fede. Senza la struttura della nostra vita religiosa non si vive di fede, di speranza e di carità; bisogna concretizzarla anche in certe pratiche. Poi nella vita religiosa della chiesa è venuta fuori la povertà, la castità e l’obbedienza, ma sono ancora tre nomi delle stesse dimensioni: perché l’obbedienza è il rapporto con Dio, la povertà è il rapporto con la terra, la castità è il rapporto con i fratelli e le sorelle. Sono tutti nomi che si possono cambiare… questo vuol dire che la religione è mobile! Sono strutture che poi ciascuno arricchisce con le sue devozioni, con le su scelte, con le sue preferenze. Pensate cos’è nelle nostre chiese la devozione a Maria? La devozione a Maria conosce varietà infinite che sono tutte più o meno legittime. Generalmente teniamo di più alle cose create da noi che alle cose che vengono da Dio, ci parlano di più. Ricordo che da bambino andavo con mia madre nella chiesa del Gesù, era una messa squallida! Era tutto buio, in latino, e nessuno capiva niente, il sacerdote aveva le spalle rivolte verso il popolo. Finita la messa, s’accendeva improvvisamente tutta la chiesa e suonava l’organo potentemente perché c’era la benedizione eucaristica. Perché quello era l’unico momento in cui il popolo cantava in italiano.
La religione diventa allora più importante del sacramento della fede. Questo è un aspetto molto importante della nuova alleanza, perché da una parte questo creare un vocabolario, delle pratiche, delle tradizioni umane è necessario per sostenere la fede, la speranza e la carità.
Dall’altra parte c’è un grande pericolo: che la religione diventi più importante della fede e prenda il posto della fede. E questo è il problema che si trova davanti Gesù quando dice: Voi avete messo le vostre tradizioni di uomini davanti alla parola di Dio. Ma questo succede in tutte le generazioni. Anche perché la religione si crea a forza anche di cultura. Non basta solo la parola di Dio; si arricchisce la parola di Dio di tradizioni di uomini che vivono in una certa cultura. Certamente la nostra religione delle chiese latine risente dell’impero romano; basta vedere il culto che abbiamo del Papa e dell’imperatore. Il culto delle chiese bizantine risente dell’impero bizantino; il culto delle chiese russe risente della Russia degli zar. La lingua, i costumi, il modo di costruire le chiese, l’architettura, l’arte, l’iconografia. Tutto questo è nutrito dalla cultura del popolo in mezzo a cui viviamo, anche non cristiano. Che poi a un certo punto la nostra religiosità diventa irriconoscibile da parte degli ortodossi, perché sono colpiti più da certi effetti culturali nostri che dalla nostra fede, che è la stessa. Se io vado nella chiesa del santo Sepolcro e davanti all’altare della croce, greco, io mi faccio il segno della croce come facciamo noi, probabilmente ci sarà una vecchietta molto devota che mi verrà a dire che questo è eretico. Questo modo di farsi il segno della croce diventa più importante della fede! Ma questo purtroppo è comune ed è la tentazione della tradizione orale.
Se la tradizione orale diventa più importante della tradizione scritta, e allora le tradizioni di uomini diventano più importanti della parola di Dio. E questo è nato prima di tutto nel momento dell’esilio. E’ nato prima di tutto in un senso positivo; perché veramente anche se oggi sono passati parecchi secoli dal VI secolo a. C. però se voi entrate in una famiglia ebraica come anche in una famiglia cristiana ben formata, voi avete una testimonianza di fede, di carità, di apertura ai poveri, che è estremamente edificante. Quindi, questa fede sostenuta dalla religione è una cosa sacrosanta ed è quello in cui dobbiamo impegnarci, pur mantenendo ciò che è di Dio e ciò che è degli uomini e quindi essendo pronti a cambiare, anche ad evolversi, come è avvenuto nelle chiese più o meno lentamente, più o meno rapidamente.
Ma guai al lato negativo. Se per qualcuno il Concilio di Trento diventa più importante del N.T., allora abbiamo il caso di Lefevre, con le conseguenze che conosciamo; se qualcuno dice: meno male che la Scrittura è stata scritta in greco, perché il greco è più preciso dell’ebraico! Così abbiamo messo a posto certe cose definitivamente. Attenzione, bisogna vedere. Perché se Dio ha parlato in ebraico, ha cominciato a parlare in un certo modo. La manomissione di ciò che è di Dio da parte degli uomini, magari fatta con le migliori intenzioni! Il rischio è che le nostre prescrizioni diventano più importanti del respirare davanti al Signore.
Perché sto facendo questi libri “sentieri di vita”? Perché non ne posso più degli esercizi ignaziani! Perché S. Ignazio non era ignaziano. A un certo punto la costruzione ignaziana degli esercizi è diventato un prefabbricato che si ripete continuamente e in cui dentro si utilizza la Sacra Scrittura. Non si può utilizzare la Sacra Scrittura in funzione di una creazione di un uomo. Allora, apprezziamo la dinamica ignaziana, ma cominciamo dalla parola di Dio. Quello che è importante è la parola di Dio. Però Ignazio mi rivela – e questo è il suo dono nella chiesa – una maniera di leggere la parola di Dio che non sia lo studio accademico, perché questo è l’altro estremo. La Scrittura diventa uno studio accademico riservato agli iniziati che poi non vogliono più parlare. Diversi esegeti vi diranno: a me la Bibbia interessa come libro e come letteratura, ma non voglio entrare nella teologia, perché la Bibbia è parola di Dio e la teologia è parola di uomini; non mi ritrovo nella teologia! Ma la parola di Dio deve servire al popolo di Dio per vivere di fede, non per fare discorsi accademici.
Allora, partiamo dalla parola e Ignazio ci ha rivelato che si legge la parola per convertirsi alla parola, non per studiare la parola, per fare conferenze semplicemente; che la Bibbia è un corso di esercizi spirituali che Dio fa fare al suo popolo e allora è preziosa la dinamica ignaziana. Il fatto di dire che questa parola che tu hai capito va pregata e poi ti devi convertire ad essa. Soltanto allora capirai la parola di domani! Però diamo a Dio quello che è di Dio e a Ignazio quello che è di Ignazio e non forziamo la parola di Dio dentro un discorso umano che è tra l’altro un discorso del ‘500 e quindi non può essere automaticamente il nostro modo di parlare di oggi. E’ ignaziano questo? Secondo me sì, ma certamente non è quello che molti miei confratelli fanno, invece essendo assolutamente rigidi nelle settimane ignaziane, dove si fa la meditazione, dove si fa la riflessione… Guai se tutte le nostre spiritualità, le regole religiose… diventano più importanti del N.T.
Quando l’umano viene prima, la religione prende il posto della fede. Ma questo è il problema della nuova alleanza, perché da una parte, questo dà una solidità alla vita religiosa che certamente non c’è senza di questo, ma d’altra parte questo può diventare addirittura un sostituto della vita di fede. Quando dire il rosario diventa più importante che fare un atto di carità… Il grande problema del giudaismo oggi è quello che dopo la seconda distruzione del tempio, da parte dei Romani, i Giudei si sono ritrovati in una situazione simile a quella del VI secolo e si è ripresentata la stessa esigenza di rinforzare. Ormai il popolo ebraico era sparso nella diaspora; non c’era più nemmeno la terra propria, e allora hanno deciso di mettere per iscritto la tradizione orale ed è nato il talmud. E questa continuano a chiamarla la tradizione orale, ma è in realtà la quantità di libri. E se voi mettete per iscritto la tradizione orale, siete ingessati! Noi non abbiamo messo per iscritto la tradizione. La tradizione orale deve rimanere orale per poter cambiare, per poter progredire, per poter adattarsi alle situazioni storiche.
La religione deve sostenere la vita teologale, che è essenziale! Senza sacramenti si può vivere, ma non senza fede, speranza e carità. Ci sono dei santi che non hanno potuto celebrare l’Eucaristia nel campo di concentramento, né altri sacramenti, ma sono diventati santi per un aumento di fede, speranza e carità. E la fede precede anche il battesimo, che è il segno della fede. Però senza sacramenti, senza vita religiosa, senza una prassi religiosa non si può vivere finalmente di fede; la fede non è un nome astratto, bisogna metterlo in pratica, bisogna viverlo. Ciascuno lo vivrà nella sua cultura, nella sua lingua, secondo le sue tradizioni, ispirandosi al modo di pregare orientale, occidentale… E questo problema è un problema di nuova alleanza; è un problema che ce lo portiamo appresso nelle varie età… Se io ricordo la pietà a cui siamo stati educati nel noviziato nel 1944, non lo riconosco certamente nei novizi che incontro oggi. Certo ci ha educato a qualche cosa che siamo invitati a rivivere nelle situazioni di oggi, non ripetendo le stesse forme, ma incarnandole in un altro modo di essere. Però è un impegno; ciascuno è responsabile.
Che cosa è diventata la mia pietà, la mia preghiera, la mia elemosina, il mio digiuno? E non è detto che allora bisogna ritornare a mangiare il pesce tutti i venerdì; no, bisogna ritrovare un modo serio di digiunare che corrisponda al significato che il digiuno ha nell’educazione che Dio dà al suo popolo.
Chiediamo il Signore che illumini ciascuno e anche ciascuna comunità, perché in queste cose ci si sostiene anche insieme. Perché se quello vicino a me, invece di pregare sta con la radio accesa e un altro sente la musica, la mia preghiera diventa non solo disturbata, ma mi sento solo, abbandonato… Questo è un problema di nuova alleanza.