Si può dire che all’inizio del secolo VI a. C. si leva dal popolo di Dio, Israele, in esilio, come una canzone nuova che attraversa parecchi decenni e che rimarrà poi il canto finale di questo popolo che ancora noi cantiamo nelle Lodi, nei Vespri e nella Compieta di ogni giorno.

Il cantico di Zaccaria, il cantico di Maria e il cantico di Simeone sono il risultato di questa grande canzone che si leva dai luoghi dell’esilio, da Babilonia, ma anche dalla parte opposta, dall’Egitto, dove Geremia è stato trasportato dal partito filo-egiziano; da situazioni di abbandono, di distruzione vi è questa speranza nuova, intonata da Geremia e da Ezechiele, ma poi soprattutto documentata in un grande poema del secondo Isaia (capp. 40-55)  e poi in tanti Salmi, per esempio il salmo 50 e 51, il miserere. Dal profeta Baruc e poi per tutta una serie di altri scritti che compongono la letteratura biblica dall’esilio in poi, fino al N.T.

Insieme con voi vorrei meditare alcuni aspetti di questa alleanza nuova che viene celebrata e che tocca direttamente anche noi, perché noi siamo in questa linea. La chiesa è nata molto più dall’esilio che dalla sinagoga, che dal tempio; come le strutture della nuova alleanza si delineano in questi testi che rappresentano veramente la seconda parte dell’A.T. Non diciamo che la nuova alleanza appartiene all’A.T., appartiene alla seconda parte dell’A.T. E l’alleanza del Sinai non si estende a tutto l’A.T., ma soltanto a una prima parte, perché poi viene l’annuncio di Geremia e la realizzazione di questa alleanza già nel ritorno dall’esilio.

Ora un primo aspetto su cui vi invito a meditare può essere questo: che tipo di culto nuovo nasce in questa situazione? Sappiamo bene per esperienza personale che c’è sempre una tensione molto forte tra il culto sacramentale e il culto esistenziale, tra il culto dei segni e il culto delle persone e del cuore. Questo è già presente in Isaia, nei profeti del secolo VII, Amos, Osea, ma questo si fa ancora più acuto nel primo periodo di Geremia, dove a un certo punto egli parla apertamente della circoncisione del cuore. Il cap. 4 di Geremia, in uno dei passi più belli che appartiene a quei testi dell’alleanza in cui il popolo viene trasformato nella sposa del Signore, dai capp. 2 a 4. Il profeta dice:

“Circoncidetevi per il Signore, circoncidete il vostro cuore, uomini di Giuda e abitanti di Gerusalemme perché la mia ira non divampi come fuoco e non lo bruci senza che alcuno lo possa spegnere, a causa delle vostre azioni perverse” (Ger 4,4).

La circoncisione del cuore. Ancora oggi in Israele, quando nasce un bambino, la prima cosa che la famiglia prepara è la celebrazione della circoncisione, l’ottavo giorno. Allora si prepara tutto il cerimoniale, si prepara anche un banchetto, una festa, si invitano gli amici; è la prima cosa a cui pensare in un certo senso, un po’ come da noi si pensa al battesimo. E chi pensa alla circoncisione del cuore di coloro che preparano questo? Questo problema c’è anche da noi: il padrino chi è? Forse un divorziato… Ma non è questa la prima cosa che salta in mente ai genitori! Si pensa subito al culto sacramentale, al culto dei segni. Geremia dirà:

“Ecco, giorni verranno – oracolo del Signore – nei quali punirò tutti i circoncisi che rimangono non circoncisi: l’Egitto, Giuda, Edom, gli Ammoniti e i Moabiti e tutti coloro che si tagliano i capelli alle estremità delle tempie, i quali abitano nel deserto, perché tutte queste nazioni e tutta la casa di Israele sono incirconcisi nel cuore” (Ger 9, 24-25).

Il profeta mette insieme coloro che praticano la circoncisione come una ragione igienica e quelli che sono circoncisi nel popolo di Dio che dovrebbero esserlo per la circoncisione del cuore e dice: è inutile che vi presentate come circoncisi! Non siete affatto circoncisi, siete incirconcisi come i pagani!

E’ meglio dirsi cattolico o esserlo senza dirlo? E’ meglio essere battezzati, iscritti nel libro dei battesimi o essere prima di tutto credenti nella fede, nel cuore? Geremia parla anche di un’altra circoncisione, quella delle orecchie. 

“A chi parlerò e chi scongiurerò perché mi ascoltino? Ecco, il loro orecchio non è circonciso, sono incapaci di prestare attenzione. Ecco, la parola del Signore è per loro oggetto di scherno; non la gustano!”(Ger 6,10).

Parlano della parola del Signore, ascoltano, ma essa non incide; non taglia l’impurità del loro cuore, l’impurità del loro ascolto; si sono abituati a questa parola. La circoncisione è il segno della prima alleanza, della fede di Abramo ed è veramente un sacramento della prima alleanza, che deve significare evidentemente quello che poi il profeta mette in primo piano. E allora sempre già dai secoli precedenti si pone il problema: che cosa viene prima: il culto sacramentale o il culto esistenziale? Bisogna rendersi puri, nel senso del Levitico, per essere accetti al Signore o ci si può presentare al Signore così come si è peccatori, sporchi, impuri ed è lui che ci purifica e ci rende atti al culto? Questo è un discorso tipicamente sacerdotale, che viene fuori ogni volta che ci poniamo il problema: mi devo confessare per andare a celebrare l’Eucaristia o posso confessarmi dopo? Appena siamo in una religione di segni, e certamente l’ebraismo e il cristianesimo sono delle religioni di segni, perché sono fondamentalmente delle religioni di incarnazione, si pone questo problema. Perché il sacerdote e il levita che incontrano l’uomo aggredito dai briganti non l’aiutano, mentre il buon samaritano l’aiuta? Perché probabilmente sono a Gerusalemme e in quella settimana dovevano rendere culto nel tempio, non possono contaminarsi con le ferite e con il sangue di qualcuno che è stato aggredito dai briganti e quindi dicono che a soccorrere quel malcapitato ci penserà qualcun altro.

I profeti di Israele normalmente sono molto chiari: prima viene il cuore e poi viene il segno della carne. Che cosa porta di nuovo la nuova alleanza? Molto semplice: il tempio è distrutto, non c’è più! Non ci sono più i sacrifici, non ci sono più i segni, il popolo è portato in esilio. Immaginate le nostre chiese completamente distrutte, immaginate che siamo portati in Iraq, dove non c’è più niente; i preti non hanno più nulla da fare, perché non ci sono più i sacrifici da offrire e non per niente Geremia ed Ezechiele sono sacerdoti, sacerdoti che non hanno mai esercitato l’ufficio sacerdotale, proprio perché sono in situazioni o di estromissione dalle classi sacerdotali oppure in esilio, sui fiumi di Babilonia. Il Signore a un certo punto ha risolto in problema in modo radicale; non c’è più niente, c’è nel cuore questo profondo sconforto e questo dubbio della fede. Il Signore ha mancato alla sua alleanza. Finché il regno del nord o di Israele è stato distrutto dagli Assiri (721 a. C.) e la gente è stata portata in esilio a Ninive, quello era un regno scismatico, erano fratelli separati… qualcuno avrà pure detto: se lo sono meritato! Ma noi eravamo il regno di Davide, la città santa di Gerusalemme, l’ortodossia vivente; adesso è finito tutto, è finito il mondo! Dio non ha mantenuto la sua promessa o forse c’è un dio più potente di lui, quello dei Babilonesi che si chiama Marduk o forse Dio non c’è e allora è meglio che ognuno si faccia gli affari propri! Questa è la situazione dell’esilio di Babilonia.

In questa situazione Geremia, Ezechiele, il secondo Isaia, nasce questa canzone in mezzo al popolo di Israele, ma ci siamo noi! Cioè: la circoncisione, i lavaggi rituali, le purificazioni ripetute… tutto questo alla fine è un lusso, che ci rimane? Ci rimango io! E allora ci si rende conto che il luogo del culto non è il segno sacramentale, ma è l’essere stesso dell’uomo e della donna, cioè l’essere umano. Allora si scopre quello che ancora si trova in questi testi, per esempio nei salmi 50 e 51, il sacrificio delle labbra, che è l’atto di fede; il sacrificio delle labbra che confessa nel tuo nome – dirà la lettera agli Ebrei – proprio riprendendo questa tradizione. La professione di fede sono io! E si scopre che tutti i discorsi che si possono fare sulla nostra vocazione, ma alla fine la mia vocazione sono io, posto dal Signore con la proposta che mi fa della sua alleanza di diventare quello che gli dica di sì. Io sono chiamato non a essere francescano, gesuita, sacerdote…io sono chiamato a essere me stesso come partner di Dio. Mi si può anche togliere tutto, ma io ci sono; c’è il mio corpo. La scoperta del corpo è essenziale nel culto di Dio, e non perché è pulito, lavato con gli unguenti o coi profumi, ma perché è il segno della mia fede.

Da qui nasce il sacerdozio di Gesù, perché Gesù si è trovato esattamente in una situazione di esilio. Lo dice la lettera agli Ebrei: Gesù non era sacerdote e nemmeno poteva esserlo, perché apparteneva alla tribù di Giuda; poteva essere un re deposto, caduto in miseria; Giuseppe lo era, era infatti un artigiano, non un miserabile certamente e suo figlio era un artigiano, forse un falegname o un fabbro. Quindi un re decaduto, ma certamente non un sacerdote. Gesù non è mai entrato nell’atrio del sacerdote nel tempio di Gerusalemme; non ha mai offerto un sacrificio nel tempio di Gerusalemme. Forse ha portato degli animali, dei piccioni con i genitori o con i discepoli, ma certamente non ha mai esercitato l’ufficio sacerdotale nel suo tempio! Perché? Gesù che cosa ha voluto dire? Ce lo dice la lettera agli Ebrei al capitolo decimo!

“Per mezzo di quei sacrifici che si rinnovano di anno in anno il ricordo dei peccati, poiché è impossibile eliminare i peccati con il sangue di tori e di capri. Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato” (Ebr 10,4-5). E cita il salmo 40, che è appunto un salmo di nuova alleanza. “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: vengo io – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro per fare, o Dio, la tua volontà” (Ebr 10, 5-7).

Dovremmo apprezzare veramente e profondamente questa lezione, perché a che cosa pensiamo quando pensiamo a Gesù, Sommo Sacerdote? Certo l’Apocalisse ce ne ha ridato un’icona tipicamente sacerdotale e regale insieme, il grande vestito, la cintura d’oro… ma la lettera agli Ebrei ci dice:

“Proprio per questo nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono,essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek” (Ebr 5,7-10).

“Reso perfetto (teleiothèis)” = questo è il verbo che nell’A.T. serve per la consacrazione sacerdotale. L’ordinazione sacerdotale di Gesù è quando imparò l’obbedienza dalle cose che patì. Il giorno dell’ordinazione sacerdotale di Gesù non è la Cena, ma sulla croce, nudo sulla croce: lì è stato reso perfetto! Lì è stato consacrato sacerdote!

Questo è anche il nostro sacerdozio! Ricordo bene una trasmissione della radio della comunità ebraica di Roma, molti anni fa, era la festa dei tabernacoli. E nella festa dei  tabernacoli, il giudeo osservate deve portare in mano una palma, un cedro, della mirra. C’era la preghiera di uno nei campi di concentramento che dice: Signore, oggi è la festa dei tabernacoli; dovrei portarti questi frutti, ma non ho niente. Sì, ho qualche cosa, c’è la mia spina dorsale; questa è la palma! Ho il mio fegato; questo è il cedro! Ho il mio cuore; qui ti porto la mirra. Ecco, vengo io!

Questo è esattamente il sacerdozio di Gesù. Quel giudeo pregava perfettamente nella linea della nuova alleanza! Non c’è più tempio, non c’è più luogo, non c’è più altare, non c’è più sacrificio, non ci sono più gli animali, non ci sono più vesti sacerdotali, non c’è incenso, non c’è organo, non c’è niente! Ci sono io! Cosa è stato necessario per scoprire la realtà? Che spariscano tutti questi segni esterni, anche se santi; spariscano le immagini, perché l’uomo si è ridotto alla sua nudità davanti a Dio. Così si riscopre la radice del culto, si riscopre che si può essere membra del popolo di Dio anche fuori di Gerusalemme, anche senza il tempio, anche senza il sacerdozio. Si riscopre il culto esistenziale che è assolutamente primario, proprio perché viene dal mio corpo. Ora voi capite da dove Paolo tira fuori quell’esortazione della lettera ai Romani, che noi leggiamo in tutte le Lodi delle feste dei santi e delle sante.

“Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rom 12,1-2).

“Offrire, presentare”, “Sacrifico vivente, santo e gradito a Dio”: questi sono aggettivi e sostantivi propri del culto del tempio di Gerusalemme. “E’ questo il vostro culto spirituale” (Loghikèn latrèian imòn) = Questo e il culto “logico”, non spirituale, se no sarebbe “pneumatiche”. Questo è il culto secondo la Parola, vivere secondo parola di Dio, questo è dare culto a Dio; certo poi sarà lo Spirito che ci rende capaci di questo. “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo”: ecco la circoncisione, “ma trasformatevi rinnovando la vostra mente…” (metamorfouste) da “metamorfosis” che vuol dire trasfigurazione. “Buono, gradito e perfetto” sono aggettivi del culto del tempio di Gerusalemme. Le vittime devono essere maschio, intero, senza difetti, come dice Malachia. Il coltello che uccide queste vittime è il discernimento spirituale tra ciò che è mondano e ciò che è secondo la parola di Dio. Questa è la santità cristiana. La chiesa non ha trovato un testo migliore di questo per metterlo nelle Lodi dei santi e delle sante! Vuol dire che riconosce in esso l’essenza della santità cristiana. Il culto secondo la vita, secondo la parola di Dio, che non sia però una lectio divina fatta così all’assemblea, ma sia una lectio che produce un discernimento, la circoncisione del cuore, la circoncisione delle orecchie, il sacrificio delle labbra, la lode di Dio e soprattutto il rimuovere tutto ciò che è mondano per conformarsi alla volontà di Dio.

Ma questo viene dall’esilio, questa è l’applicazione di quello che abbiamo letto di Gesù nella lettera agli Ebrei, e quello che sta scritto nella lettera agli Ebrei viene dal salmo 40, dalla spiritualità dell’esilio; questa è la nostra liturgia! Allora vedete che la liturgia, la morale, la teologia sono una cosa sola se si va all’osso. La liturgia è l’esistenza umana secondo la Parola di Dio. Che poi questo si faccia rivestendosi di paramenti o quando uno è messo nudo davanti al forno crematorio, come Edith Stein. Quella nudità di Auschwitz è una profezia! Questo è il culto di Dio: vengo io!

Questa è la nuova alleanza! La nuova alleanza non è iscrizione a un registro; è chi vive questo, vive nella nuova alleanza, anche se non è battezzato; vuol dire che ha la fede, e la fede viene prima del battesimo. Mentre si può essere battezzati cento volte, ma se uno non ha la fede, non ha proprio niente! Questa è la prima caratteristica essenziale della nuova alleanza, dove il Signore forza il suo popolo a questo. Il Signore è capace di questo: ci può anche togliere tutto perché noi riscopriamo che cosa c’è nel fondo di noi.

E allora non pensiamo soltanto come si fa un po’ troppo alla difesa della vita di qui. Noi siamo preoccupati delle cellule staminali, dell’aborto, dell’embrione, dell’eutanasia, della difesa della vita, dove la vita è soltanto la vita qui su questa terra. Sembra che questa sia oggi la grande battaglia della chiesa, ma la vita è ben altro; continua oltre più in là della morte. La vita è Dio; è Dio il vivente! E’ nella pagina della prima creazione, al quinto giorno, quando Dio crea le piante, gli animali e altri viventi, allora dice: E Dio li benedisse! E così entra la benedizione  nella creazione! E la benedizione è ciò che dà il Benedetto, cioè il Signore. Difendiamo la vita, ma allora confessiamo veramente qual è la vita che portiamo in noi e a quale vita siamo destinati nella pienezza della rivelazione della parola, altrimenti non viviamo secondo la parola di Dio, ma secondo le prescrizioni dei medici!

E chi può parlare al mondo di questa pienezza di vita se non la chiesa? Perché la chiesa ce l’ha dal Cristo risorto: è lui il vivente! E’ lui la misura della nostra vitalità! E’ lui la promessa della nostra longevità! Ma senza la risurrezione di Gesù, non si saprebbe niente della nostra vita, qual è la stazione finale della nostra esistenza.

C’è una preghiera nel libro di Daniele. Il libro di Daniele è scritto nel tempo della persecuzione di Antioco IV (2° sec. a. C.), ma come spesso si fa, anche nelle opere liriche, si rappresenta una situazione presente ricordando una situazione passata, allora Daniele fa una preghiera dopo il cantico di Azaria nella fornace e poi ci illustra questa situazione del popolo dell’esilio. Celebra le benedizioni del Signore, di Israele, tutto quello che hai fatto per noi, per i nostri padri, e poi:

“Ora invece, Signore, noi siamo diventati più piccoli di qualunque altra nazione, ora siamo umiliati per tutta la terra a causa dei nostri peccati. Ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto, né sacrificio, né oblazione, né incenso, né luogo per presentarti le primizie e trovar misericordia. Potessimo esser accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato,(ecco il culto: il cuore contrito e lo spirito umiliato) come olocausti di montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli. Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito,perché non c’è confusione per coloro che confidano in te. Ora ti seguiamo con tutto il cuore, ti temiamo e cerchiamo il tuo volto. Fa’ con noi secondo la tua clemenza, trattaci secondo la tua benevolenza, secondo la grandezza della tua misericordia. Salvaci con i tuoi prodigi, dà gloria, Signore, al tuo nome”(Dan 3,37-43).

Questa è la nuova alleanza. Per carità, dopo l’esilio si ritorna. Neemia comincerà a ricostruire l’altare, ci sarà il tempio ricostruito. Zorobabele e il sacerdote Giosuè stabiliranno i sacrifici; questo è giusto, si deve tornare al culto dei segni, ma provenendo dal culto dell’esistenza. Deve essere chiaro che prima di tutto ci vuole l’io e poi ci vorranno le vesti, l’incenso, le musiche, i segni, le benedizioni… E’ stata una rieducazione di Dio al suo popolo; è stata una grande lezione per riscoprire che cosa viene prima e che cosa viene dopo, che cosa è essenziale, senza del quale tutto il resto è vano oppure invece che cosa è accessorio, anche se sommamente conveniente, perché il popolo esprima il suo culto pubblicamente.

Il miserere:

“Crea in me un cuore pure, rinnova in me uno spirito saldo! Apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode! Poiché non gradisci il sacrificio e se offro olocausti non li accetti; uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato tu, o Dio, non disprezzi”.

Il timore del Signore è il sacrificio vero!

“Nel tuo amore fa’ grazia a Sion; rialza le mura di Gerusalemme; allora gradirai i sacrifici prescritti, l’olocausto e l’intera oblazione, allora immoleranno vittime sopra il tuo altare”.

Ricostruiamo la città, il tempio, forse più modestamente di quello di Salomone; allora ti saranno graditi i sacrifici. Il profeta non è contro il sacerdote, è lui stesso il sacerdote. Il profeta è contro il culto vuoto dei segni senza sostanza, dei sacramenti senza fede, speranza e carità e questo è il nostro sacerdozio, non quello di Aronne e dei leviti e in questo essere sacerdote che è essere un uomo devoto del Signore. Questo è il sacerdozio radicale, il sacerdozio dei fedeli che viene prima del sacerdozio ministeriale. Il sacerdozio ministeriale è al servizio del sacerdozio dei fedeli, che è il sacerdozio del popolo di Dio e il sacerdote-ministro non è dispensato dall’essere sacerdote nella sua esistenza, nel suo corpo.

Per questo: gli esercizi spirituali sono prima di tutto del ministro, poi verrà anche il ministero. La dedizione, la presentazione al tempio, l’Amen dentro il sì che Dio ci dice: questo è  il punto essenziale che riannoda la relazione tra l’uomo e Dio.