I ministri del Signore durante gli esercizi spirituali devono dimenticare il ministero per ricordarsi del ministro. Provvedete a che non manchi nella vostra giornata una preghiera personale. Non si tratta solo di ascoltare delle conferenze, ma dopo quello che possiamo dire qui è necessario soprattutto la mattina prevedere un tempo per la preghiera personale. L’importante è che io preghi, riprendendo certe cose che si sono viste insieme, ma anche altre cose che il Signore può dettare a ciascuno e quindi un’atmosfera di silenzio, non per dovere, ma per interesse. Sfuggire alla chiacchiera che spesso nella vita ordinaria ci consuma dal mattino alla sera.

Stando al tema che abbiamo scelto: siamo invitati a vivere nella nuova alleanza, siamo sacerdoti della nuova alleanza e apostoli della nuova alleanza verso il popolo di Dio. Cercare di capire di più che cos’è questa nuova alleanza e come si passa nella nuova alleanza. Per cui la prima questione potrebbe essere: nasciamo o siamo battezzati automaticamente nella nuova alleanza? La nuova alleanza è qualcosa di già bel e fatto in cui entriamo o è una conversione progressiva del nostro essere e poi del nostro ministero? E allora vi invito a ripercorrere attraverso la Bibbia quando e come nasce la nuova alleanza e da che cosa nasce. Perché “nuova” vuol dire sempre qualcosa in relazione a qualcosa di precedente. Presumo che in un primo momento alcuni si trovino un po’ smarriti, perché vi propongo di pregare sulla storia biblica, sulla Parola di Dio nella Bibbia e nella storia e questo non è qualcosa a cui siamo normalmente abituati. La Parola di Dio per noi è una parola, molto meno una storia. E allora una prima questione che vi propongo: che cosa vogliamo dire quando dopo aver letto qualunque pagina della Bibbia, qualunque pagina che ci propone la liturgia… ad esempio dopo aver letto la pagina del peccato di Davide con Betsabea, cosa vogliamo dire quando diciamo: Parola di Dio? Come parla Dio? Come si deve capire questo “megafono” con cui Dio qualche volta parla? “Parola”, in ebraico si dice dabar, ma dabar non è prima di tutto parola, è fatto, cosa… Dio parla facendo, producendo storia nella storia degli uomini. Noi facciamo storia! Ciascuno di noi, in qualche modo, sta scrivendo una storia, con le sue azioni, intenzioni, parole, ma facendo fatti e Dio fa i suoi fatti nei nostri fatti. Solo lui è capace di fare i suoi fatti nei nostri… Qualunque cosa noi facciamo – questo è il mistero della libertà e della grazia – Dio trova il modo di fare la sua storia in ciò che noi facciamo. Fosse la grazia o fosse il peccato, Dio sa passare in mezzo ai nostri tornanti; un po’ come fa il Giordano, che viene giù dall’Ermon con delle cascate formidabili, violente, impressionanti e poi arriva al Mar Morto con la lingua di fuori, si potrebbe dire. Il tracciato del Giordano in linea d’area sarebbe di cento chilometri, in realtà sono trecento i chilometri della linea del fiume, perché passa attraverso infiniti tornanti, il fango, i sassi, la discesa del territorio ne rallenta la corsa, ma poi arriva alla fine, al Mar Morto. Un po’ così è la Parola di Dio! Forse i nostri fatti possono  rallentare  i suoi, questo è possibile, perché il Signore accetta di farsi rallentare da noi, ma non di farsi arrestare: trova sempre il modo di passare.

Quindi, quando diciamo “Parola di Dio” non pensiamo subito al suono della voce, pensiamo a ciò che avviene nella storia. Il segretario di Giovanni XXIII raccontava che quando il Papa andò a S. Paolo fuori le Mura e lì indisse il Concilio Vaticano II, poi, ritornando a casa, domandò al segretario: e adesso che cosa facciamo? Certamente lui non immaginava che cosa sarebbe venuto fuori dal Concilio Vaticano II! Lui pensava ad un aggiornamento e il Signore è passato dentro questo, non al di fuori. Il Signore fa storia dentro la storia degli uomini. (…)

Quello che è importante è questo: che il Signore parla facendo storia, facendoci fare la sua storia senza saperlo. Una volta che certi fatti si sono prodotti, poi bisogna capire che cosa vogliono dire, bisogna interpretare questi fatti. Il giorno della prima pentecoste gli apostoli parlavano e la gente, pur provenendo da lingue differenti capivano quello che dicevano, questo è un fatto di cui immediatamente si cercavano delle interpretazioni. La prima interpretazione che poteva venire fuori: questi sono ubriachi! E allora Pietro: sì, noi siamo ubriachi, non di vino, ma di Spirito santo! Ecco: allora viene una parola esplicitata, una parola formulata, un discorso che vuole interpretare il fatto già avvenuto. Il fatto precede la parola detta e questa è la Bibbia. La Bibbia non è un libro di storia, ma è storia interpretata dal profeta, dall’agiografo, per conto di Dio. Questa formulazione può avvenire in tanti modi. Tutto passa attraverso la coscienza del popolo d’Israele che racconta questa storia. Un po’ come quando ciascuno di noi può dire: quel giorno il Signore mi ha chiamato al sacerdozio! Sono io che mi rendo conto di qualche cosa che mi è successo e che io interpreto finalmente come chiamata. C’è sempre l’interpretazione umana e questa interpretazione conosce diverse formulazioni. Si può dire: Dio disse…, c’è il sogno di Giuseppe, ci sono le teofanie del Sinai, ci sono i diversi modi espressivi secondo la letteratura, secondo la storia, secondo il genere letterario, secondo il tempo… ma quello che è certo: c’è un fatto di cui il Signore in qualche modo attraverso l’autore umano della Bibbia me ne dà il senso.

Venendo a noi: qual è il fatto da cui comincia la nuova alleanza? E sembra chiaro che questo fatto sia la persona, la vita e la morte del re Giosia. Forse non abbiamo mai pensato di pregare sul re Giosia, invece è un personaggio fondamentale della storia della Bibbia. Per renderci conto di questa coscienza che il popolo ha di questa storia sono importanti soprattutto alcuni libri che sono libri di meditazione riflessiva su questa storia. Prendiamo il Siracide al cap. 49. C’è una rilettura del popolo d’Israele dal punto di vista spirituale (dal cap. 44). E lui dice al cap. 49,44 ss.:

“Se si eccettuano Davide, Ezechia e Giosia, tutti commisero peccati, poiché avevano abbandonato la legge dell’Altissimo, i re di Giuda scomparvero. Lasciarono infatti la loro potenza ad altri, la loro gloria a una nazione straniera. I nemici incendiarono l’eletta città del santuario, resero deserte le sue strade, secondo la parola di Geremia, che essi maltrattarono benché fosse stato consacrato profeta nel seno materno, per estirpare, distruggere e mandare in rovina, ma anche per costruire e piantare”.

E’ Geremia il primo che parla della nuova alleanza. La nuova alleanza nasce proprio da questo fatto: da una distruzione totale, da cui nascono delle piante nuove, cioè da un evento pasquale di morte e risurrezione.

Giosia è uno dei pochissimi re santi d’Israele che segna un po’ il tornante della distruzione della monarchia. Con lui e i suoi figli finisce la monarchia di Giuda e viene il tempo dell’esilio babilonese. Ciò rappresenta uno sfacelo totale, non solo da un punto di vista nazionale, politico, ma dal punto di vista teologico e religioso, perché questo vuol dire che è finita la dinastia davidica e la dinastia davidica si reggeva sulla promessa di Dio fatta a Davide. La crisi più grave della storia d’Israele è questa fine della promessa di Dio davanti a cui il popolo è rimasto sbalordito, il momento in cui perde la sua terra, l’indipendenza, ma soprattutto perde la fiducia, la fede in Dio che ha promesso che sul trono di Davide regnerebbe sempre un suo discendente e il trono di Davide non c’è più. Guardate cosa dice nei versetti precedenti su Giosia:

“Il ricordo di Giosia è una mistura di incenso, preparata dall’arte del profumiere. In ogni bocca è dolce come il miele, come musica in un banchetto. Egli si dedicò alla riforma del popolo e sradicò i segni abominevoli dell’empietà. Diresse il suo cuore verso il Signore, in un’epoca di iniqui riaffermò la pietà”(Sir 49,1-3). (…)

Giosia diventa re a otto anni, un bambino, educato bene dai tutori, dalla madre, siamo nel 640 a. C. e regna per 31 anni. Fa riparare il tempio devastato dal nonno Manasse, fa purificare gli altari, fa distruggere l’altare di Betel, ristabilisce l’osservanza del sabato, la celebrazione della Pasqua, fa celebrare la Pasqua molto solennemente, riconquista una parte del paese che era invasa dagli Assiri, perché gli Assiri stanno tramontando; sorgono invece i Babilonesi e quindi lui approfitta di questa situazione per riconquistare una parte del regno del nord; infatti morirà a Meghiddo che appartiene alla Galilea. Quindi vuol dire che il re di Gerusalemme ha riconquistato una buona parte della Samaria e della Galilea, fa distruggere tutti gli idoletti che sono stati poi trovati a Gerusalemme negli scavi della città di Davide. Sono stati trovati molti idoli della fecondità che fanno parte della riforma di Giosia. Fa una grande riforma religiosa. Facendo questi lavori nel tempio di Gerusalemme si scopre un libro, il libro della legge, che poi sarà una buona parte del Deuteronomio. Il re se lo fa leggere e piange, quando sente che cosa si sarebbe dovuto fare e invece non si è fatto, che cosa il Signore desidera che sia il suo popolo e invece è stato dimenticato, fa consultare la profetessa Culda, che dirà: il peccato di Manasse è talmente grave che tu morirai nella pace e ti unirai ai tuoi avi, ma il regno finirà, perché è impossibile rimettere in piedi un popolo così. E’ il re ideale che viene a restituire a Gerusalemme il suo splendore religioso: questi sono i fatti di Giosia. (…)

I figli di Giosia non sono così santi e intelligenti come il padre, ma si fanno corrompere dal partito pro-egiziano, i  quali dicono: dobbiamo contare sull’Egitto contro i Babilonesi… Loro non sanno decidersi a prendere decisione e l’unico profeta che allora parla è Geremia. Geremia era un amico di Giosia, che è stato tutore dei suoi figli, amico della regina madre vedova, amico ascoltato da questi re, ma non seguito nei suoi consigli, chiamato di notte per farsi dire che cosa il Signore veramente ci dice, ma poi nessuno ha dato retta a Geremia. E Geremia è l’unico profeta che dice il vero, un vero che è piuttosto pesante, perché lui dice: arrendetevi ai Babilonesi e salverete la città, il regno, il tempio, la dinastia davidica. Vi ricordate che Isaia un secolo e mezzo prima aveva detto invece agli Assiri il contrario. Si può essere profeta di Dio dicendo una cosa e si può essere profeta di Dio dicendone un’altra dopo un secolo e mezzo, perché Dio parla attraverso i fatti della storia, non attraverso le tesi astratte. Questa morte di Giosia è raccontata due volte: nel 2Re, alla fine del cap. 23, mentre nel 2Cr è raccontato alla fine del cap. 35. “Gli arcieri tirarono sul re Giosia. Il re diede ordine ai suoi ufficiali:” Portatemi via, perché sono ferito gravemente”. I suoi ufficiali lo tolsero dal suo carro, lo misero in un altro carro e lo riportarono in Gerusalemme, ove morì. Fu sepolto nel sepol­cro dei suoi padri. Tutti quelli di Giuda e di Gerusalemme fecero lutto per Giosia. Geremia compose un lamento su Giosia;tutti i cantori e le cantanti lo ripetono ancora nei lamenti su Giosia; è diventata una tradizione in Israele (2Cr 35,23-26).

Giosia è morto a Meghiddo, a pochi chilometri da Nazaret. Io mi sono sempre domandato se questo fa parte delle canzoni di Israele, se Gesù ha conosciuto questo canto… Non lo so, ma certamente da Nazaret si vede bene Meghiddo e da Nazareth Gesù ha visto bene tutta la pianura di Esdrelon e Maria e Giuseppe gli hanno raccontato la storia di Israele, la pianura dove anche Saul è stato trafitto dai Filistei, la pianura di Gedeone, la pianura dove si è svolta mezza storia di Israele, dove è scorso tanto sangue.

Quella morte di Giosia è stata una tragedia teologica, perché fino allora la teologia dominante del popolo era: se le cose ti vanno bene, tu sei santo, tu sei buono; se le cose ti vanno male, vuol dire che tu sei un peccatore! Sono i discorsi che poi faranno gli amici di Giobbe, proprio riprendendo queste tematiche a livello di interpretazione sapienziale. Ma qui c’è un fatto: il re più santo di Gerusalemme, quello che ha ristabilito il culto, ha purificato il tempio, ha combattuto l’idolatria, questo viene ucciso in battaglia abbandonato dal Signore! Quando questo problema si è ampliato fino al 598, i successori di Giosia, i suoi figli e anche il suo fratello fanno una politica insipiente, tanto che allora Gerusalemme viene distrutta e il tempio viene incendiato e Geremia, l’unico profeta è respinto da tutti.

Allora lì succede un evento teologale molto importante: ma il Signore sta con i giusti o sta con i peccatori? Come può permettere il Signore una cosa simile? Una volta che finalmente è venuto un re giusto, santo, intelligente, che regna 31 anni e poi un giorno tutto è travolto, tanto che tutto il popolo si trova travolto nell’esilio babilonese!? Questo è il fatto, il fatto è la catastrofe, segnata da un’apparente infedeltà del Signore al patto fatto con Davide. Lì il Signore ha detto: un tuo discendente regnerà sempre sul tuo trono (2Sam 7) e adesso non c’è più né trono, né discendente. L’ultimo re davidico muore in esilio in Babilonia, l’altro che era l’ultimo, Sedecia, quello che resta, addirittura gli vengono uccisi i due figli davanti agli occhi  e poi subito dopo Nabucodonosor lo fa accecare, in modo che gli resti questo colpo della uccisione dei figli. Il popolo si trova buttato fuori dal paese, perde l’indipendenza nazionale; da allora il regno di Giuda è finito, non c’è più stato un discendente di Davide sul trono. (…)

Questa è la fine del mondo per il regno di Giuda! Dal fondo di questa catastrofe, ecco la profezia di Geremia:

“Ecco verranno giorni – dice il Signore – nei quali renderò feconda la casa di Israele e la casa di Giuda (addirittura con la casa di Israele, cioè con il regno del nord che è già morto e sepolto da un secolo e mezzo!) io concluderò un’alleanza nuova. L’unico versetto della Bibbia dove si parla di alleanza nuova. Non come l’alleanza che ho conclusa con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, un’alleanza che essi hanno violato benché fossi il loro Signore. Parola del Signore. Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato” (Ger, 31, 31-34).

Questo è il momento più pasquale della storia dell’A.T. Come ha fatto quest’uomo,  che ha portato lui stesso il segno di questa catastrofe? Il profeta non è soltanto quello che ripete le parole del Signore, ma è quello che le vive nella sua carne. A Osea il Signore ha detto: Va’ e spòsati una prostituta! Perché così si vedrà come il popolo riceve me! Isaia è andato girando nudo per tre anni per mostrare come il Signore ridurrà i regni dei Filistei. E Geremia ha vissuto la catastrofe di Giosia nella sua carne, perché essendo il vero profeta nessuno gli ha dato retta. E’ stato addirittura rigettato, minacciato di morte, gliene hanno fatto di tutti i colori proprio perché era pessimista. Egli invece diceva la verità! Proprio lui, un uomo certamente fragile, perché non era come Isaia; già da ragazzo vive da appartato, da solitario. Geremia è un uomo molto introflesso, ripiegato su se stesso, un po’ come Paolo: tutti e due infatti vengono dalla tribù di Beniamino, una tribù forte ma segnata da grandi tragedie.

E proprio da lui spunta questa nuova pianta, che è l’alleanza nuova. Questo è un fatto documentato. L’alleanza nuova non è il N.T. Nel N.T. ci sarà un compimento dell’alleanza nuova, ma qui si parla dell’A.T. e si parla del tempo di Geremia e il profeta non è un indovino, che dice ciò che avverrà tra sei secoli, ma quello che succederà in questa generazione. Comincia una nuova conoscenza del Signore e quindi comincia un nuovo culto; comincia un nuovo modo di rapportarsi al Signore, un nuovo modo con cui “Dio è il vostro Dio e voi siete il mio popolo” e la formula è la stessa: “Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo”. E’ la formula classica dell’alleanza, ma questo avviene in un modo completamente nuovo e diverso  da come era avvenuto fino a quel momento. Allora c’era il tempio, c’era il regno, c’era il re, c’erano gli eserciti, i nemici erano sempre sconfitti e questo era segno che il nostro Dio è con noi, adesso invece sono i Babilonesi che ci hanno vinto, che questo sia il segno che il loro Dio sia il vero Dio più del nostro? In questa situazione Geremia scopre, vede l’alleanza nuova.

Dobbiamo vedere bene cos’è questa alleanza nuova, come si vive, come ci si aggiorna in questa nuova conoscenza del Signore, perché noi siamo sacerdoti della nuova alleanza. La nostra chiesa è la chiesa della nuova alleanza. Dobbiamo essere consapevoli di questo, consapevoli che in questa nuova alleanza non si vive più alla vecchia maniera della prima, ma si vive in modo nuovo. In che cosa consiste questa novità? Chiediamo al Signore che ce ne dia una qualche intelligenza per trovarci bene nei nostri vestiti, in quello che il Signore ci fa vivere, per riconoscerci nella sua volontà su di noi, per non sbagliare stile.