di Gianni Urso
Articolo pubblicato il 28.2.2026
nella pagina Facebook dell’autore «La chiesa che vorrei».

Chiamiamola con il suo nome: l’ostensione dei resti di San Francesco nella Basilica inferiore di Assisi non è un atto neutro di devozione. È una scelta teologica e politica. E come tale va giudicata. Non basta dire che «la tradizione ha sempre venerato le reliquie». La tradizione è anche conflitto, discernimento, conversione. Qui non siamo davanti a una semplice memoria: siamo davanti a una messa in scena che rischia di contraddire frontalmente ciò che Francesco ha vissuto.
Francesco non ha fondato un sistema cultuale attorno al proprio corpo. Nel Testamento scrive: «Il Signore mi condusse tra i lebbrosi». Non dice: mi condusse verso l’altare. Dice: verso gli esclusi. Il luogo teologico di Francesco non è la teca, è la periferia sociale. Esporre le sue ossa mentre la Chiesa fatica a spogliarsi dei propri privilegi significa compiere un’operazione simbolica che capovolge il suo messaggio.
Il profeta Amos non lascia scampo: «Io detesto le vostre feste solenni… scorra piuttosto il diritto come acqua» (Am 5, 21-24). Non è un attacco al culto in sé, ma al culto che copre l’ingiustizia. Quando la liturgia non produce conversione strutturale, diventa anestesia morale. E qui la questione è strutturale: quale conversione ecclesiale accompagna questa ostensione? Quale rinuncia concreta al potere? Quale disarmo economico?
Nel capitolo IX della Regola non bollata, Francesco proibisce ai frati di ricevere denaro «in alcun modo». Non è un romanticismo spirituale: è un atto di rottura con l’economia del possesso. È un gesto che destabilizza l’ordine sociale del suo tempo. Oggi, mentre si organizzano flussi, percorsi, comunicazione istituzionale, quale rapporto con il denaro viene messo in discussione? O siamo davanti a una gestione ordinata della memoria che non tocca nulla dei meccanismi economici ed ecclesiastici?
La storia è chiara. Dopo la morte di Francesco (1226), la canonizzazione rapidissima da parte di Papa Gregorio IX e la costruzione immediata della grande basilica segnano l’inizio di un processo: integrare il carisma dentro la struttura. Tommaso da Celano ci consegna un uomo ardente, quasi ingestibile. Bonaventura da Bagnoregio offrirà una sintesi più armonica, più compatibile con l’ordine ecclesiale. Non è una colpa morale: è la dinamica con cui l’istituzione addomestica il profeta.
Ma proprio per questo, oggi non possiamo fingere innocenza. Ogni ostensione è un atto di potere simbolico. È la Chiesa che decide come e quando mostrare il corpo del santo. Francesco, però, si era spogliato davanti al vescovo Guido per dichiarare che non avrebbe più chiamato nessuno «padre» sulla terra se non Dio. Quel gesto era una contestazione pubblica del possesso e della filiazione proprietaria. Esporre le sue ossa senza esporre la propria nudità ecclesiale è una contraddizione.
Il Vangelo è ancora più radicale. In Lc 10,4 Gesù ordina: «Non portate borsa, né sacca, né sandali». È un comando missionario che implica precarietà reale. In Mt 23,27 denuncia i «sepolcri imbiancati». È un’immagine tremenda: strutture splendide che custodiscono morte. Se la Chiesa non si converte, l’ostensione rischia di somigliare più a questo che alla sequela.
Persino il magistero recente offre criteri che giudicano severamente operazioni di questo tipo. Papa Francesco in «Evangelii Gaudium» scrive: «No a una Chiesa preoccupata di essere il centro» (EG 49). E ancora: «No a una economia dell’esclusione» (EG 53). In «Fratelli Tutti» denuncia la cultura dello scarto. In «Gaudete et Exsultate» afferma che la santità non è un’esposizione museale ma vita concreta.
Se queste parole sono vere, allora ogni ostensione che non sia accompagnata da una riforma reale delle strutture ecclesiastiche suona come incoerenza performativa.
La questione non è la pietà popolare. È la coerenza ecclesiologica. Se la Chiesa oggi continua a difendere privilegi giuridici, concordati, patrimoni ingenti, e nello stesso tempo espone il corpo del santo che scelse la minorità assoluta, il segno diventa ambiguo. Non basta dire che «Francesco appartiene a tutti». Francesco appartiene al Vangelo, e il Vangelo giudica tutti.
Nel 1219 Francesco attraversa il fronte della crociata per incontrare il sultano al-Malik al-Kamil. Disarmato, vulnerabile. Non cerca protezione istituzionale. Oggi la Chiesa è disposta a entrare nei conflitti del mondo senza scudi, senza potere, senza protezioni? O preferisce custodire il corpo del santo dentro mura affrescate mentre negozia la propria influenza?
Diciamolo con chiarezza: questa ostensione, così come viene proposta, è teologicamente debole. Perché enfatizza la reliquia e non la sequela. Perché mobilita il sentimento e non la conversione strutturale. Perché rischia di trasformare il poverello in icona rassicurante, mentre la sua vita fu una contestazione permanente.
Il cristianesimo non è archeologia sacra. È evento di incarnazione. Se l’ostensione non diventa occasione per una rinuncia concreta al potere, per una trasparenza economica radicale, per una scelta effettiva di minorità ecclesiale, allora va detta per ciò che è: una operazione religiosa che tradisce il cuore del messaggio francescano. Non servono folle in silenzio davanti a un’urna. Serve una Chiesa che abbia il coraggio di spogliarsi come lui. Che rinunci a contare. Che accetti di perdere centralità. Che si lasci giudicare dal Vangelo invece di amministrarlo.
Altrimenti resterà un’immagine durissima: il corpo di San Francesco d’Assisi sotto vetro, custodito con cura dall’istituzione che continua a temere la sua scelta. E il Vangelo, ancora una volta, fuori dalle mura, tra i lebbrosi di ogni tempo.