In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». (…)

(Letture: 1 Samuele 16,1.4.6-7.10-13; Salmo 22; Efesini 5,8-14; Giovanni 9,1-41)


Gesù vide un uomo cieco dalla nascita… Gesù vede. Vede lo scarto della città, l’ultimo della fila, un mendicante cieco. L’invisibile. E se gli altri tirano dritto, Gesù no, si ferma. Senza essere chiamato, senza essere pregato. Gesù non passa oltre, per lui ogni incontro è una meta. Vale anche per noi, ci incontra così come siamo, rotti come siamo: «Nel Vangelo il primo sguardo di Gesù non si posa mai sul peccato, ma sempre sulla sofferenza della persona» (Johannes Baptist Metz).
I discepoli che da anni camminano con lui, i farisei che hanno già raccolto le pietre per lapidarlo, tutti per prima cosa cercano le colpe (chi ha peccato, lui o i suoi genitori?), cercano peccati per giustificare quella cecità. Gesù non giudica, si avvicina. E senza che il cieco gli chieda niente, fa del fango con la saliva, stende un petalo di fango su quelle palpebre che coprono il nulla.
Gesù è Dio che si contamina con l’uomo, ed è anche l’uomo che si contagia di cielo. Ogni uomo, ogni donna, ogni bambino che viene al mondo, che viene alla luce, è una mescolanza di terra e di cielo, una lucerna di argilla che custodisce un soffio di luce.
Vai a lavarti alla piscina di Siloe… Il mendicante cieco si affida al suo bastone e alla parola di uno sconosciuto. Si affida quando il miracolo non c’è ancora, quando c’è solo buio intorno. Andò alla piscina e tornò che ci vedeva. Non si appoggia più al suo bastone; non siederà più a terra a invocare pietà, ma ritto in piedi cammina con la faccia nel sole, finalmente libero. Finalmente uomo. «Figlio della luce e del giorno» (1Ts 5,5), ridato alla luce, ri-partorito a una esistenza di coraggio e meraviglia.
Per la seconda volta Gesù guarisce di sabato. E invece del canto di gioia entra nel Vangelo un’infinita tristezza. Ai farisei non interessa la persona, ma il caso da manuale; non interessa la vita ritornata a splendere in quegli occhi ma la “sana” dottrina. E avviano un processo per eresia: l’uomo passa da miracolato a imputato.
Ma Gesù continua il suo annuncio del volto d’amore del Padre: a Dio per prima cosa interessa un uomo liberato, veggente, incamminato; un rapporto che generi gioia e speranza, che porti libertà e che faccia fiorire l’umano! Gesù sovverte la vecchia religione divisa e ferita, ricuce lo strappo, unisce il Dio della vita e il Dio della dottrina, e lo fa mettendo al centro l’uomo. La gloria di Dio è un uomo con la luce negli occhi e nel cuore.
Gli uomini della vecchia religione dicono: Gloria di Dio è il precetto osservato e il peccato espiato! E invece no, gloria di Dio è un mendicante che si alza, un uomo con occhi che si riempiono di luce. E ogni cosa ne è illuminata.

Avvenire


Ci sono momenti nella vita in cui sprofondiamo nella notte.
Non quella che si alterna al giorno, che può essere dolce e intensa.
Ma quella dello spirito, dell’anima, dell’inconscio. Uno stato in cui la tenebra contraddistingue le nostre scelte, il nostro percorso.
Una notte interiore che possiamo scoprire d’improvviso, come uno stato dell’essere in quel mestiere straordinario che è la vita o in cui possiamo entrare dopo un evento difficile, un lutto, un fallimento, un errore.
Possiamo anche far finta di niente ed illuderci che vada tutto bene. In un mondo di tenebra ci si abitua presto all’assenza della luce.
Perciò oggi, in questo percorso di purificazione, di essenzialità, di rianimazione, di vivificazione che è la quaresima, in questo cammino in cui gli adulti si preparano a ricevere il battesimo e noi a riscoprirlo, parliamo di illuminazione.
Siamo assetati e Cristo è l’acqua.
Siamo ciechi e Cristo è la luce.

Cieco nato
L’evangelista Giovanni tenta di descrivere in che cosa consista la conversione, l’accoglienza del Vangelo: in una reale illuminazione, come chi sta in una stanza buia da tutta una vita e, d’improvviso, qualcuno spalanca le ante e lascia entrare la luce. La stanza è la stessa ma ora forme, colori, spazi hanno un significato diverso.
È l’esperienza che fa il cieco nato, mendicante, giudicato peccatore, lui o i suoi genitori, nella spietata logica dei suoi concittadini.
Un uomo abituato a convivere con le tenebre e col giudizio.
Come avviene anche a noi, sempre appesi alle parole degli altri, sempre attenti a comportarci come gli altri vorrebbero che ci comportassimo per meritarci attenzione e approvazione. Purtroppo anche fra cristiani.
È Gesù che, passando, vede l’uomo cieco.
Perché, come con Davide, Dio non vede ciò che guardano gli uomini, egli vede il cuore.
E inizia una liturgia di gesti semplici e primitivi, di dita, di saliva, che si pensava contenesse il soffio della vita, di acqua, segno del Battesimo che purifica.
L’illuminazione avviene per gradi, ma inizia sempre con un incontro.
L’uomo è cieco, ma Dio ci vede benissimo.
E avviene il cambiamento. Inesorabile. Potente.
Talmente forte che la gente non riconosce più quell’uomo.
Quando diventiamo discepoli, inesorabilmente, non siamo più le persone di prima.
Irriconoscibili. Anche a noi stessi.

Obiezioni
Invece di danzare per ciò che è accaduto i puri della Legge obiettano.
Non hanno emozioni, affetti. Si sono ritagliati il ruolo di difensori di Dio.
Senza che nessuno gliel’abbia chiesto.
Investigano, interrogano, chiedono.
Gesù è un peccatore perché trasgredisce la Legge, quindi è impossibile che abbia guarito quell’uomo che, quindi, è un bugiardo.
Il loro schema tiene, ingabbiano Dio nelle loro logiche assurde. Come rischiamo di fare noi, quando non ammettiamo che Dio ha molta più fantasia d noi per guarire le persone, quando ci facciamo i custodi della Torà sostituendoci a lui.
La lotta è dura, di mezzo c’è la più terribile delle armi di distruzione di massa: il senso di colpa.
È cieco, dev’essere colpa di qualcuno.
Se non lui i genitori i quali, nutriti per decenni a sensi di colpa, impauriti ed intimoriti non difendono nemmeno il figlio. Anch’essi divorati dai sensi di colpa.
Dio è già oltre. E la Parola, ricordiamocelo, non perde tempo a scovare i colpevoli o a dare risposte alle nostre domande filosofiche sull’origine del male.
Non intenta un processo, attua una nuova Creazione.

Autonomia
Gesù, intanto è sparito.
Lascia crescere il cieco che ora vede bene ed è davvero un’altra persona.
Non la vittima rosa dai sensi di colpa ma un uomo nuovo.
Leggete, vi prego. Tratta alla pari i dottori della Legge, risponde a tono, li prende pure per i fondelli.
Loro che credono di sapere non sanno spiegare come possa un peccatore guarire un cieco.
Giovanni, penna raffinata, lancia il sasso: chi è veramente cieco fra questi?
Chi non ci vede o chi presume di vedere tutto benissimo?
Alla fine la buttano in rissa.
Ma il cieco è ormai libero. Ha tagliato i ponti con quel mondo. È roba vecchia. Lui ora è un illuminato.

Riecco Gesù.
Ora il cieco guarito ha tutti gli elementi per capire.
Ora è libero. Ora vede. Ora non è più oppresso dal giudizio degli altri.
Peggio: dal giudizio dei devoti e dei pii.
Il Signore ci raggiunge sempre, prende l’iniziativa, ci insegue, ci raggiunge.
Se solo lo desideriamo.

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Primo libro di Samuele 1s 16,1-7.10-13

Nel percorso attraverso la storia di salvezza che le domeniche di questa annata di Quaresima ci fanno percorrere, dopo la creazione dell’uomo e della donna (I domenica), l’elezione di Abramo (II domenica) e il cammino nel deserto di Israele liberato dall’Egitto (III domenica), oggi ci viene presentata l’elezione di David, il Messia. È Dio stesso che lo sceglie, non guardando alle apparenze, ma conoscendo il cuore umano. Egli sceglie David, il più piccolo tra i suoi fratelli, e il profeta Samuele, obbediente al Signore, versa sul suo capo l’olio che lo rende l’Unto, il Messia del Signore, sul quale discende subito lo Spirito del Signore.

Lettera agli Efesini 5,8-14

Nell’esortazione dell’Apostolo ai cristiani di Efeso, come in tutte le altre domeniche di Quaresima, risuona la richiesta della “differenza cristiana” rivolta a quanti, appunto, si definiscono cristiani. La conversione deve essere reale, visibile in un mutamento di atteggiamento e di stile rispetto a quando essi erano pagani. Soprattutto, in quanto discepoli di Gesù, dovranno vivere la carità, imitando l’amore di Dio e di Cristo sperimentato su di loro. Insomma, sono chiamati a diventare ciò che richiede la vocazione cristiana sigillata dal battesimo.


Giovanni  9,1-41

Nel cammino verso la Pasqua, dopo il tema dell’acqua viva che Gesù Cristo dona al credente in lui, la chiesa ci fa meditare sulla luce, o meglio, sull’illuminazione, azione compiuta da Gesù affinché noi vediamo e siamo strappati dalle tenebre.

Il lungo racconto della guarigione di un uomo cieco dalla nascita in realtà è la narrazione di un processo in diverse tappe intentato a Gesù. Un processo a colui che è “la luce del mondo” (Gv 8,12), la luce venuta nel mondo, quella che illumina ogni essere umano, eppure luce non riconosciuta e non accolta da coloro ai quali era stata inviata (cf. Gv 1,4-5.9-12). Questo racconto è paradossale, perché ci testimonia che chi è cieco, non vedente, incontrando colui che è la luce del mondo diventa “capace di vedere”, mentre quelli che vedono, incontrando Gesù restano abbagliati fino a rivelarsi ciechi, incapaci di vedere. Questo brano, inoltre, è altamente cristologico, presenta molti titoli attribuiti a Gesù, titoli che ritmano la progressione dalla cecità al vedere, dalle tenebre alla luce, dall’ignoranza alla fede testimoniata. Ma come sempre ascoltiamo il testo con umile obbedienza.

Uscito dal tempio di Gerusalemme, dove ha celebrato la festa di Sukkot, delle Capanne, festa autunnale nella quale si invocava l’acqua come dono di Dio per la vita piena, Gesù vede nei pressi della piscina di Siloe un uomo colpito dalla cecità fin dalla sua nascita. Non avviene, come in tanti altri racconti di miracolo, che il malato invochi Gesù e gli chieda la guarigione, ma è Gesù che, passando, vede, discerne un uomo bisognoso di salvezza. Anche i discepoli che sono con Gesù vedono questo cieco, ma con uno sguardo diverso. Conoscono la dottrina tradizionale che lega in modo automatico malattia e peccato, non sanno vedere innanzitutto la sofferenza di un uomo ma cercano di spiarne il peccato. Per questo domandano subito a Gesù: “Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?”.

Gesù, che non vede il peccato ma piuttosto la sofferenza e il grido di aiuto in essa presente, dichiara che quella malattia è l’occasione per il manifestarsi del Dio che interviene e salva. Il suo è uno sguardo diametralmente opposto a quello colpevolizzante dei discepoli, uno sguardo che dice interesse per la sofferenza umana e volontà di cura conforme al desiderio di Dio. Di fronte al male noi umani, soprattutto noi credenti, cerchiamo una spiegazione, vogliamo individuare la colpa e il colpevole. Gesù invece rifiuta questo sguardo, lo sguardo dei discepoli, non propone alcuna spiegazione a quella cecità, al male sofferto dal cieco, e con una reazione di umanissima compassione si avvicina al cieco e si mette a operare per sopprimere il male e far trionfare la vita.

Gesù si dice “inviato” per compiere le opere di Dio, e ciò è possibile “finché è giorno”, finché è nel mondo, tra gli uomini, quale luce che le tenebre non possono sopraffare (cf. Gv 1,5). Dette queste parole, fa un gesto di cura, terapeutico: impasta della polvere con la sua saliva e la spalma sugli occhi del cieco. In tal modo ripete il gesto con cui Dio ha creato Adam, il terrestre, plasmandolo dalla polvere del suolo (cf. Gen 2,7). Non è un gesto di magia, ma un gesto umanissimo: l’uomo non vedente si sente toccato da Gesù, sente le sue dita e il fango sui propri occhi, sente di poter mettere fiducia in chi lo ha “visto” e lo ha riconosciuto come una persona nel bisogno. E non appena Gesù gli dice di andarsi a lavare nella piscina adiacente – detta di Siloe, cioè dell’Inviato di Dio –, egli obbedisce, va, poi torna da Gesù capace di vedere. A differenza di Naaman con Eliseo (cf. 2Re 5,10-12), egli crede alle parole di Gesù come parole potenti, efficaci, e così trova quella vista che mai aveva avuto. Il quarto vangelo descrive in appena due versetti la guarigione, senza indugiare sui particolari. Questo infatti è un “segno” (semeîon), più che un miracolo (dýnamis): non è il fatto in sé che deve trattenere la nostra attenzione, ma ciò che va cercato è il suo significato e soprattutto chi è all’origine del segno.

Ma questo fatto, questa azione scatena un processo contro Gesù, un processo in contumacia, perché egli non è più presente accanto all’uomo guarito. Il processo è articolato in quattro scene, ma alla fine è Gesù ad annunciare il vero processo in corso, nel quale si rivela chi vede e chi è cieco. La prima scena (vv. 8-12) ha come protagonisti i vicini, quelli che incontravano abitualmente il non vedente, i quali si rivolgono a lui, ora guarito. Essi si interrogano tra loro su cosa sia accaduto al cieco, se è veramente la stessa persona. Ed egli rivendica con forza la propria identità: “Sono io, che prima ero cieco e ora ci vedo”. I suoi interlocutori gli domandano cosa sia accaduto ed egli racconta loro ciò che l’uomo chiamato Gesù ha fatto e detto. Essi allora, presi dalla curiosità, gli chiedono dove sia questo Gesù, per poterlo incontrare, ma egli non sa rispondere.

Altri uomini, attenti alla Legge, portano il cieco dai farisei, gli osservanti esperti della Torah, affinché giudichino l’operato di Gesù (vv. 13-17). Infatti, precisa l’autore, “era un sabato il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e aveva aperto gli occhi al cieco”. Segue dunque la domanda: “Può un uomo che infrange il divieto di lavorare in giorno di sabato, dunque un peccatore, fare un’azione buona?”. La risposta sembra ovvia: “No, egli non viene da Dio!”. Questo i farisei vorrebbero sentirsi dire dall’uomo guarito, che invece risponde: “È un profeta”, passo ulteriore verso la scoperta dell’identità di Gesù. Egli sta progredendo nella fede…

Segue la terza scena (vv. 18-23): non accettando la dichiarazione dell’uomo guarito, questi uomini religiosi fanno chiamare i suoi genitori e li interrogano sulla cecità del loro figlio. Costoro, colti da paura, preferiscono non leggere, non interpretare ciò che è accaduto al loro figlio. Dicono che egli era cieco dalla nascita, che ora ci vede, ma non sanno come ciò sia potuto accadere. Per questo scaricano su di lui la responsabilità: “Chiedetelo a lui. Ha l’età, parlerà lui di sé”.

Ed ecco la quarta e ultima scena (vv. 24-34). Quei farisei chiamano nuovamente l’uomo guarito e lo invitano ad ascoltare la solidità della loro dottrina. Cercano di convincerlo, perché loro “sanno”, hanno l’autorità di discernere che Gesù è un peccatore, dunque non può fare nulla di buono. Ma l’uomo guarito conferma, con buon senso: “Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo”. Ma queste parole non bastano, per cui essi insistono nell’interrogarlo, chiedendogli di raccontare per l’ennesima volta l’accaduto. In risposta, egli ironizza: “Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?”. Segue la reazione sdegnata di quegli uomini religiosi, che disprezzano e insultano il malcapitato. La pretesa di questi farisei, esperti delle Scritture, è quella di “sapere”, di conoscere la tradizione alla quale vogliono restare fedeli: non possono dunque ammettere che una buona azione possa essere compiuta mediante una violazione del sabato. Questo sapere, questa conoscenza che pretendono di possedere, impedisce loro di riconoscere una “novità”, che pure si manifesta mediante l’emergere del bene. Solo il passato per loro è normativo, ed essi lo qualificano come tradizione autorevole: per questo non sanno né vogliono sapere l’origine di Gesù. L’uomo che era cieco, invece, ora vede, cioè sa: sa di essere stato guarito da Gesù, sa che Dio non ascolta il peccatore ma chi fa la sua volontà. Egli viene dunque cacciato fuori, fuori dalla comunità degli osservanti fedeli alla Legge, fuori come tutti quelli che riconoscevano Gesù quale Messia (cf. v. 22).

A questo punto ecco che si svela il vero processo in corso. Saputo che quell’uomo è stato espulso dalla sinagoga, Gesù lo va a cercare e, trovatolo, gli pone una domanda, da cui nasce il dialogo che costituisce il vertice di questa pagina:

– “Tu, credi nel Figlio dell’uomo?”.
– “E chi è, Signore, perché io creda in lui?”.
– “Lo hai visto: è colui che parla con te”.
– “Credo, Signore!”. E si prostrò davanti a lui.

Ecco l’approdo alla fede: l’uomo chiamato Gesù (v. 11), il profeta (v. 17), uno che viene da Dio (v. 33), il Figlio dell’uomo (v. 35), è il Kýrios (v. 38), il Signore. Gesù allora, conosciuta questa fede, dice ad alta voce: “Io sono venuto in questo mondo per un giudizio, del quale è in corso il processo. Sono venuto perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi”. La reazione di quei farisei mostra che hanno capito la posta in gioco. Gli chiedono infatti: “Siamo ciechi anche noi?”. E Gesù conclude, con autorevolezza: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: ‘Noi vediamo’, il vostro peccato rimane”. Vedere un segno compiuto da Gesù e non riconoscere il bene che esso rappresenta, non riconoscere che Dio è all’origine del suo agire, significa essere gettati fuori, essere nelle tenebre, non vedere.

Non resta che chiederci se anche noi siamo dei ciechi nella fede: crediamo forse di vedere e invece non riconosciamo chi è la luce, Gesù Cristo?


Il cammino verso la Pasqua è scandito da grandi temi catechetici – catecumenali – battesimali: il tentatore da vincere, il volto di Cristo da contemplare, i simboli dell’acqua, la luce, la vita. Nel Vangelo di questa domenica è centrale la figura di Gesù-Luce: è Lui che vede e va all’incontro del cieco, gli spalma fango negli occhi, lo manda a lavarsi alla piscina di Siloe (che significa Inviato). Il cieco va, si lava e torna che ci vede (v. 1.6-7). Il segno è chiaro, ma solo per chi lo sa vedere. Proprio quel miracolo così patente di Gesù diventa un segno di contraddizione: dal medesimo fatto partono due reazioni (del cieco e dei farisei) in sensi opposti.

Il cieco avanza, gradualmente, verso la scoperta del volto-identità di Gesù: da semplice uomo, a profeta, uomo di Dio, Signore… fino a prostrarsi con fede: “Credo, Signore!” (v. 38). Ormai il cieco è convertito: tutto illuminato, nel corpo e nello spirito. Mentre il cieco progredisce nella scoperta di Gesù, i farisei, invece, si chiudono progressivamente alla luce, non credono alla testimonianza del cieco guarito, lo mettono a tacere e lo cacciano fuori (v. 34). L’ostinazione del cuore porta alla cecità interiore. Purtroppo, la fede si può anche rifiutare operdere! Solo chi accetta che la verità gli cambi la vita, non avrà paura della luce, dell’amore, del servizio… Vale, a questo proposito, l’augurio di S. Agostino, bello, come sempre, anche nel testo latino: “Servum te faciat caritas, quia liberum te fecit veritas” (la carità ti faccia servo, dato che la verità ti ha reso libero).

Tutti noi abbiamo bisogno di un supplemento di luce. “Il piccolo principe” di Saint Exupery ci insegna: “L’essenziale è invisibile agli occhi. Non si vede bene che con il cuore”. Le ultime parole di Johann W. Goethe furono: “Più luce!”. Gesù, con la parola e il segno, porta la luce nuova che rischiara anche la realtà del peccato presente nel mondo. Il peccato è quella vasta zona oscura, in cui si muovono le persone che non vivono alla luce dal Vangelo. In quella zona oscura c’è anche la non comprensione del senso della malattia, del dolore, della disgrazia, mali che spesso vengono vincolati, erroneamente, a peccati personali. Emblematica a tale proposito è la storia di Giobbe, che i suoi visitatori accusano di aver dei peccati nascosti. Gli apostoli stessi sono un esempio di questa mentalità: vedendo il cieco nato, domandano al Maestro: “Chi ha peccato, lui o i suoi genitori?” (v. 2). È la tipica impostazione pre-cristiana del problema della sofferenza: identificare la causa del dolore o della malattia con il peccato, con il malocchio, o maleficio, o altri tipi di iettatura altrui…

È una mentalità molto estesa, anche in ambienti cristiani, tipica di persone non ancora ben evangelizzate. Penso ai miei anni di lavoro missionario in Congo, dove i problemi e le paure dello ndoki (parola in lingua lingala per dire malocchio, e simili) erano all’ordine del giorno: tanti cristiani (compresi alcuni catechisti e religiosi), non ne erano del tutto liberi interiormente. Anche in America Latina, in Europa e in Vietnam, ho visto situazioni simili. Si tocca con mano che la vita, senza la luce del Vangelo, è spesso sinonimo di tenebra, paure, vendette, manovre oscure… che serpeggiano anche fra i cristiani, in ogni latitudine. Il cuore umano non è mai convertito del tutto. Perciò l’azione missionaria della Chiesa non si accontenta di un’evangelizzazione superficiale, ma deve mirare al cuore delle persone e ai valori delle culture, come insegna molto bene Paolo VI (vedi l’esortazione apostolica del 1975 Evangelii Nuntiandi, n. 18-20).

È possibile uscire da questa mentalità paganeggiante soltanto facendo un cammino di conversione permanente, accettando interiormente fino in fondo Cristo che ha detto: “Sono la luce del mondo” (v. 5), “la verità vi farà liberi” (Gv 8,32). È il chiaro monito di San Paolo (II lettura) a comportarsi come figli della luce (v. 8; cfr. Mt 5,14), a non compiere le opere infruttuose e vergognose delle tenebre (v. 11-12), ma guardare a Cristo: “Svégliati… e Cristo ti illuminerà” (v. 14). È Cristo la luce, è Lui l’Inviato (v. 7) del Padre, il lavacro nel quale immergersi con il battesimo. È commovente e significativo il fatto che la prima cosa che questo uomo cieco vede è il volto di Gesù, prima ancora del volto di sua madre. Il cammino di conversione a Cristo e di missione è possibile soltanto se ci apriamo completamente a Dio in una preghiera “cuore a cuore”, come ci insegna Papa Francesco.

La luce di Cristo aiuta a capire il senso della malattia e del dolore, come lo si apprende dalla silenziosa e paziente testimonianza di tante persone ammalate nel corpo, ma interiormente serene. La fede è una luce nuova che permette di cogliere il messaggio di vita presente nel dolore; è l’opportunità di purificazione e di salvezza, per sé e per gli altri. La fede porta a fidarsi di Dio, il Pastore che ci fa da guida anche nella valle sicura (Salmo responsoriale). Egli ha vie e criteri diversi dai nostri (I lettura): “Il Signore vede il cuore” (v. 7) delle persone, come risulta dalla scelta di Davide. Era il più piccolo, un pastore (cfr. Lc 2,8), ma Dio ne fa un re. I criteri di Dio sono sorprendenti: Gesù guarisce il cieco, mendicante (v. 8), espulso (v. 34; anche Gesù sarà rifiutato); ma Gesù lo accoglie, gli si auto-rivela, ne fa un credente, un testimone, un annunciatore convinto (v. 30-33). Come per la Samaritana (cfr. domenica scorsa). Dio ci sorprende: sceglie gli ultimi per annunciare e far crescere il suo Regno nel mondo.


Alcune cose riusciamo a vederle, altre ci sfuggono. Crescono a ritmo vertiginoso le cognizioni scientifiche che ci permettono di esaminare, controllare, quantificare tutto ciò che è materiale. C’incuriosiscono e ci appassionano, ci fanno sentire orgogliosi al punto da indurre alcuni a credere che sia vero ed esista solo ciò che può essere visto con gli occhi, constatato con i sensi, verificato con gli strumenti di laboratorio.

Ma la presunzione di avere il controllo su tutta la realtà deriva da un difetto di vista, dall’offuscamento di quello sguardo interiore e spirituale che solo ci permette di intravedere qualcosa nei misteri di Dio, nel senso della vita e della morte e nel destino ultimo della storia dell’uomo.

Esiste anche un’altra cecità, quella di chi è convinto di possedere la luce e di saper dare il giusto valore ad ogni cosa: al denaro, al successo, alla carriera, alla sessualità, alla salute e alla malattia, alla giovinezza e alla vecchiaia, alla famiglia, ai figli… ma ha attinto le sue certezze dalla scala di valori di questo mondo; le ha dedotte – forse senza rendersene conto – dalle pulsioni e dalle emozioni del momento, dai calcoli interessati, dalle ideologie e dai sistemi economici contaminati dal peccato, dalle chiacchiere salottiere: false luci, sfavillii inaffidabili, fuochi fatui, bagliori ingannevoli!

“Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9): Cristo venuto a dissipare le nostre tenebre, a rischiarare le nostre notti, a introdurci nella famiglia dei “figli della luce e figli del giorno” (1 Ts 5,5).

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Tu sei la luce del mondo. Chi ti segue ha la luce della vita”.

Prima Lettura (1 Sm 16,1b.4a.6-7.10-13a)

1 E il Signore disse a Samuele: “Riempi di olio il tuo corno e parti. Ti ordino di andare da Iesse il Betlemmita, perché tra i suoi figli mi sono scelto un re”.
4 Samuele fece quello che il Signore gli aveva comandato e venne a Betlemme; gli anziani della città gli vennero incontro trepidanti e gli chiesero: “ È di buon augurio la tua venuta?”.
6 Quando Iesse e i suoi figli gli furono davanti, egli osservò Eliab e chiese: “ È forse davanti al Signore il suo consacrato?”. 7 Il Signore rispose a Samuele: “Non guardare al suo aspetto né all’imponenza della sua statura. Io l’ho scartato, perché io non guardo ciò che guarda l’uomo. L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore”.
10 Iesse presentò a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripetè a Iesse: “Il Signore non ha scelto nessuno di questi”. 11 Samuele chiese a Iesse: “Sono qui tutti i giovani?”. Rispose Iesse: “Rimane ancora il più piccolo che ora sta a pascolare il gregge”. Samuele ordinò a Iesse: “Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui”. 12 Quegli mandò a chiamarlo e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e gentile di aspetto. Disse il Signore: “Alzati e ungilo: è lui!”. 13 Samuele prese il corno dell’olio e lo consacrò con l’unzione in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore si posò su Davide da quel giorno in poi.

“I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni, perché un corpo corruttibile appesantisce l’anima”. Così l’autore del libro della Sapienza mette in guardia contro il pericolo di accordare un’eccessiva, ingenua fiducia ai criteri di giudizio dell’uomo (Sap 9,14).

Il profeta, colui al quale il Signore affida i propri progetti e rivela i propri misteri, sarà al riparo da meschini condizionamenti? Affatto; rimane un uomo, anche per lui è difficile sintonizzare i propri pensieri con quelli di Dio, anch’egli ha bisogno di purificare lo sguardo se vuole contemplare la realtà con gli occhi del Signore. È quanto è accaduto a Samuele, l’uomo di Dio inviato a Betlemme per consacrare colui che il Signore aveva scelto come re.

Siamo nel 1020 a.C. e il popolo di Israele sta attraversando un momento difficile a causa dei Filistei che lo pressano da ogni lato. Un uomo valoroso, abile, intelligente potrebbe forse riuscire a contenere la tracotanza di nemici tanto potenti, ma dove trovarlo?

Un giorno il Signore fa capire a Samuele di aver scelto l’uomo adatto: un giovane di Betlemme, un figlio di Iesse.

Il profeta si mette in cammino verso quella città, cerca la casa di Iesse, entra e racconta ciò che il Signore gli ha rivelato. Iesse s’illumina, è raggiante perché Dio ha scelto uno dei suoi figli come re d’Israele. Ma quale di loro? – si chiede – Ne ha molti. Dopo un attimo di esitazione, pensa: certamente il prescelto è Eliab, il primogenito, è alto, fiero, aitante, non può che essere lui! Anche Samuele è colpito dall’aspetto del giovane, dall’imponenza della statura, ma nell’intimo la voce del Signore gli suggerisce: “No, non è lui!”.

Un po’ deluso, Iesse presenta al profeta, uno dopo l’altro, i suoi sette figli, tutti belli, gagliardi, sagaci, eppure nessuno di loro è l’eletto. Anche Samuele sembra perplesso, disorientato. Chiede allora a Iesse: “Non hai altri figli?”. “Sì – risponde questi – ne avrei ancora uno, ma è un adolescente, è assurdo che Dio scelga lui per una missione così impegnativa quando può fare affidamento su persone ben più dotate”.

Il profeta – che ora comincia a vedere la realtà con occhi nuovi, quelli di Dio – risponde: “Vallo a prendere, perché è lui l’eletto!”.

Strana, persino illogica la scelta di Dio! Non è facile capire il suo comportamento e non è la prima volta che egli agisce in modo contrario ai criteri umani. Fin dall’inizio della Bibbia egli mostra di prediligere Abele rispetto a Caino e il testo sacro non ne spiega il motivo (non dice che Abele era buono e Caino cattivo). La ragione è un’altra: Hebel (Abele) in ebraico significa “vanità”, ciò che è senza consistenza, dunque, indica colui che non conta. Abele è hebel ed è anche il più debole e il più piccolo: ha tutto ciò che attira lo sguardo di Dio. È questa, nella Bibbia, la prima manifestazione delle preferenze del Signore per chi non ha valore.

In seguito egli sceglierà un popolo: osserverà gli egiziani, molto religiosi, costruttori di piramidi, conoscitori dei segreti della scienza; prenderà in considerazione i babilonesi, ricchi, potenti, progrediti in ogni campo del sapere, ma non sceglierà loro, preferirà Israele perché… era il più piccolo (Dt 7,7-8). Per liberare il suo popolo dai madianiti chiamerà Gedeone, che si schermirà dicendo: “Ah, mio Signore, come posso essere io a salvare Israele? Ecco, la mia famiglia è la più povera di tutta la tribù, ed io sono il più piccolo della mia famiglia” (Gd 6,15).

Gesù si comporterà allo stesso modo: privilegerà i piccoli, i peccatori, i poveri, i pastori, le persone disprezzate e farà di loro i primi invitati al banchetto del Regno.

Come si spiegano queste predilezioni di Dio? La risposta si trova nella parte centrale della lettura: egli non vede le persone come le vediamo noi; il nostro sguardo contempla l’esterno, non va oltre la superficie, si sofferma spesso sull’effimero, il suo giunge al cuore. Perfino Samuele, l’uomo di Dio, il profeta del Signore, per un momento ha esitato e si è lasciato abbagliare dalle apparenze. È dunque facile che questo accada. Senza che nemmeno ce ne rendiamo conto, eprimiamo sulle persone giudizi superficiali e ingiusti. La lettura invita a prenderne atto e a riconsiderarli alla luce dei giudizi e dello sguardo del Signore.

Seconda Lettura (Ef 5,8-14)

8 Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come i figli della luce; 9 il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. 10 Cercate ciò che è gradito al Signore, 11 e non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre, ma piuttosto condannatele apertamente, 12 poiché di quanto viene fatto da costoro in segreto è vergognoso perfino parlare. 13 Tutte queste cose che vengono apertamente condannate sono rivelate dalla luce, perché tutto quello che si manifesta è luce. 14 Per questo sta scritto: “Svègliati, o tu che dormi, dèstati dai morti e Cristo ti illuminerà”.

Nella Bibbia la lotta fra il bene ed il male è presentata spesso con l’immagine dell’antitesi fra luce e tenebre. “Non ci può essere comunione fra la luce e le tenebre” – dichiara Paolo ai corinti (2 Cor 6,14). Il dramma consiste nel fatto che l’uomo può scegliere le tenebre e allontanarsi da Dio che è luce (1 Gv 1,5.7).

Per i semiti – che avevano assimilato molti aspetti delle concezioni dualistiche persiane – l’oriente, dove sorge il sole, era il simbolo di Dio, mentre l’occidente richiamava il maligno. In una delle sue celebri catechesi battesimali, Cirillo di Gerusalemme (IV secolo) ricordava ai suoi fedeli: “Rivolti verso occidente, voi avete steso le mani e avete rinunciato a satana, perché l’occidente è il luogo della fitta tenebra e l’impero di satana è nell’oscurità”.

Le esortazioni contenute nella lettura vanno collocate nel contesto di questa mentalità.

Ai cristiani viene ricordato che, con il battesimo, sono passati dalle tenebre alla luce, per questo da loro ci si attende le opere della luce. Paolo le richiama e le riassume: ogni specie di bontà, di giustizia e verità. Quanto alle opere delle tenebre – continua – esse sono così vergognose che chi le compie si nasconde, teme la luce e cerca istintivamente l’oscurità.

L’Apostolo suggerisce, infine, il modo per contrastare le opere malvagie: la denuncia aperta e decisa (v. 13). Le azioni vergognose devono essere condannate con fermezza; non si può cercare di giustificarle, di scusarle, di renderle in qualche modo accettabili. Il semplice fatto di chiamarle con il loro nome e non con circonlocuzioni equivoche, significa metterle allo scoperto, è come proiettare su di loro un fascio di luce che le priva della loro più valida protezione. Quando non c’è oscurità, le opere malvagie vengono a trovarsi fuori dal loro ambiente vitale.

È un richiamo al dovere di ogni cristiano di denunciare con coraggio ciò che è disordine. Il pericolo di lasciarsi irretire in falsi ragionamenti, che portano a chiamare “bene il male e male il bene” (Is 5,20), incombe sempre, anche sui cristiani.

Vangelo (Gv 9,1-41)

Fin dai primi tempi della Chiesa, il racconto del cieco nato viene proposto in Quaresima.

La ragione è facile da intuire: nella storia del cieco nato ogni cristiano può facilmente riconoscere la propria storia. Prima di incontrare Cristo era un cieco, poi il Maestro gli ha donato la vista, lo ha illuminato nell’acqua del fonte battesimale. Quando, dopo Costantino, si cominciarono a costruire i primi battisteri, si diede loro il nome di photistéria: luoghi dell’illuminazione.

Nel brano di oggi, Giovanni prende spunto da un episodio della vita di Gesù e se ne serve per sviluppare il tema centrale del messaggio cristiano: la salvezza donata da Cristo.

Il linguaggio che impiega è quello biblico: la contrapposizione tenebre-luce. Nella Bibbia le tenebre hanno sempre una connotazione negativa, sono il simbolo del potere oscuro del male, della morte, della perdizione; la luce invece rappresenta l’orientamento verso Dio, la scelta del bene e della vita.

La guarigione del cieco nato è collocata nel contesto della festa delle capanne (Gv 7,2), la più popolare di tutte le feste giudaiche, tanto da essere chiamata semplicemente “la festa”. Durava una settimana ed era caratterizzata da un’esplosione di gioia e dalle liturgie della luce e dell’acqua.

Sulla spianata del tempio, illuminata ogni notte da grandi fiaccole, c’era un pozzo cui si attingeva l’acqua per le libagioni. Ad esso veniva riferita la profezia di Isaia: “Attingerete con gioia alle sorgenti della salvezza” (Is 12,3). Nel secondo giorno della festa si celebrava il rito della “gioia del pozzo”, con danze e canti. Gesù attese “l’ultimo giorno, il più solenne della festa” per levarsi in piedi ed esclamare a gran voce: “Se qualcuno ha sete venga a me e beva chi crede in me” (Gv 7,37). Fu durante questa festa della luce che egli proclamò anche: “Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12).

Per cogliere la densità del messaggio del vangelo di oggi va tenuto presente questo contesto festivo e i riferimenti alla luce e all’acqua. Il cieco giungerà a vedere la luce soltanto dopo essersi lavato con l’acqua dell’Inviato.

Divideremo il brano in sette parti, come se si trattasse di sette scene di un’opera teatrale.

La prima scena (vv. 1-5) si apre con un dialogo fra Gesù e i discepoli. Il loro intervento è chiaramente un artificio letterario, mediante il quale si offre a Gesù l’opportunità di dare la chiave di lettura dell’episodio. Se si riduce il brano a un reportage giornalistico, se non si coglie il simbolismo della guarigione del cieco nato, si perde il messaggio centrale: Gesù “è la luce del mondo” (vv. 4-5).

La domanda dei discepoli è forse anche la nostra: “Come mai quest’uomo è nato cieco? Chi ha peccato: lui o i suoi genitori?” (v. 2).

Al tempo di Gesù si riteneva che, nella sua infinita giustizia, Dio premiasse i buoni e punisse i malvagi già in questo mondo, in proporzione alle loro opere. Le disgrazie, le malattie, le sofferenze erano ritenute un castigo per i peccati.

Questa teologia – dettata dalla logica e dai criteri umani – non è mai stata facile da difendere. Giobbe la irrideva: “I malvagi prosperano, invecchiano, anzi, sono potenti e gagliardi. La loro prole prospera insieme con loro… Finiscono nel benessere i loro giorni e muoiono tranquilli” (Gb 21,7-8.13) e a chi gli obiettava: “Dio serba per i loro figli il suo castigo”, rispondeva: “Ma la faccia pagare piuttosto a lui stesso, che sia lui a soffrire! Cosa glien’importa infatti della sua famiglia quando il numero dei suoi giorni è finito?” (Gb 21,19-21).

Malgrado queste inconfutabili ragioni, la teologia della “giusta retribuzione” era accettata da tutti e, per spiegare la nascita di una persona disabile, si giungeva addirittura a supporre che avesse peccato nel grembo materno.

La posizione che Gesù prende su questo argomento è chiara e illuminante: “Né il cieco, né il suoi genitori hanno peccato” (v. 3). È una bestemmia parlare di castighi di Dio, è un modo pagano di immaginarlo. Quando la Bibbia parla dei “castighi di Dio” impiega un linguaggio arcaico che non è più il nostro e con esso intende denunciare i disastri provocati dal peccato, non da Dio. Oggi è scorretto e deviante usare la metafora del “castigo di Dio”, senza chiarirne subito il significato.

Di fronte al male non ha senso chiedersi di chi è la colpa, l’unica cosa da fare è impegnarsi per eliminarlo, come Gesù ha fatto.

“È così – dice Gesù parlando del cieco – perché in lui possano manifestarsi le opere di Dio” (v. 3). Ogni evento è ambivalente. Siamo noi che abbiamo catalogato gli avvenimenti in buoni e cattivi, ma ognuno di loro può essere buono o cattivo. A seconda di come lo si vive, si tramuta in salvezza o segna una sconfitta.

Il cieco non ha colpa di essere nato così.

Qui fa la sua comparsa il simbolismo giovanneo: la cecità è la condizione nella quale l’uomo nasce. Non è colpa sua né degli altri. È cieco e non ha nemmeno l’idea di che cosa sia la luce, tanto è vero che non gli passa neppure per la mente di chiedere a Gesù di essere curato, è Gesù che prende l’iniziativa di guarirlo e, con il suo gesto, mostra che la sua salvezza (la sua luce) è un dono completamente gratuito.

Dove c’è lui, c’è la luce, è giorno. Dove lui è assente, è notte fonda (v. 5).

Nella seconda scena (vv. 6-7) viene riferita, in modo estremamente sintetico, la guarigione del cieco. Il metodo impiegato ci risulta piuttosto strano: il fango, la saliva… Gesù si adegua alla mentalità della gente del suo tempo che riteneva la saliva un concentrato dell’alito, dello spirito, della forza di una persona. In questo gesto – compiuto altre volte da Gesù (Mc 7,33; 8,23) – c’è forse un riferimento alla creazione dell’uomo raccontata nel libro della Genesi (Gn 2,7). L’evangelista vorrebbe cioè insinuare l’idea che dall’alito, dallo Spirito di Gesù nasce l’uomo nuovo, illuminato.

Il cieco non ricupera immediatamente la vista, deve andare a lavarsi all’acqua di Siloe e Giovanni rileva che questo nome significa Inviato. Il riferimento a Gesù – l’inviato del Padre – è esplicito: è la sua acqua, quella promessa alla samaritana, che cura la cecità dell’uomo.

La terza scena introduce il primo degli interrogatori fatti al cieco (vv. 8-12).

Illuminato da Gesù, è divenuto irriconoscibile, è cambiato completamente, tanto che i vicini, che per anni gli sono vissuti accanto, si chiedono: “Ma è lui o non è lui?”.

È l’immagine dell’uomo che, dal giorno in cui è divenuto discepolo, si è trasformato a tal punto da non sembrare più la stessa persona. Prima conduceva una vita corrotta, era intrattabile, egoista, avido, burbero, ora non più, è cambiato il suo modo di ragionare, di parlare, di giudicare, di valutare persone e avvenimenti, di affrontare i problemi, di reagire alle provocazioni. L’acqua che è la parola di Cristo gli ha aperto gli occhi, gli ha fatto scoprire com’era priva di senso la vita che conduceva. Ha creato un uomo nuovo, illuminato.

Il cammino del discepolo verso la luce piena è però lungo e faticoso. L’evangelista lo presenta con l’immagine del cieco che comincia il suo percorso nel momento in cui incontra l’uomo Gesù. “Quell’uomo che si chiama Gesù – dice – ha fatto del fango” e a chi gli chiede: “Dov’è questo tale?”, risponde: “Non lo so”. Confessa la propria ignoranza, riconosce di non sapere ancora nulla di lui.

Il punto di partenza del cammino spirituale del discepolo è la presa di coscienza di non conoscere Cristo e di sentire il bisogno di sapere qualcosa di più.

Nella quarta scena (vv. 13-17) intervengono le autorità religiose che sottopongono il cieco a un secondo interrogatorio. Non si preoccupano di verificare ciò che è accaduto. Hanno già deciso che devono condannare Gesù perché non corrisponde all’idea di uomo religioso che hanno in mente. Arrogandosi il diritto di parlare in nome di Dio, lo classificano fra i malvagi, fra i nemici del Signore in base a norme e a criteri da loro stabiliti.

Questa convinzione di essere nel giusto e di non aver bisogno di altra luce, il rifiuto di rimettere in causa le proprie certezze teologiche, li porta ad affermare altezzosi: “Noi sappiamo che quest’uomo non viene da Dio…” (v. 16). Sono ciechi, convinti di vederci.

La posizione assunta da questi farisei è un richiamo al pericolo che corre chiunque inizia a conoscere Cristo. Se rimane aggrappato alle proprie sicurezze e alle proprie convinzioni, se rifiuta caparbiamente ogni cambiamento, rimarrà schiavo della tenebra.

Il cieco, che è cosciente di “non sapere”, muove invece un secondo passo. Ai farisei che gli chiedono: “Tu cosa dici di lui?”, risponde: “È un profeta” (v. 17). Prima pensava che fosse un semplice uomo, ora ha capito che è qualcosa di più, che è un gradino sopra: è un profeta.

La quinta scena (vv. 18-23) racconta un nuovo interrogatorio. Questa volta le autorità chiamano in causa i genitori del cieco. Detengono il potere e non possono tollerare che qualcuno metta in causa le loro convinzioni e il loro prestigio. Chi osa opporsi deve essere tolto di mezzo. Sono così potenti che perfino i genitori hanno paura di prendere posizione in favore del figlio.

È la storia di chiunque viene illuminato da Cristo: non è più capito, viene abbandonato e a volte anche tradito dalle persone più care, da coloro da cui si sarebbe aspettato un incoraggiamento e un appoggio.

È sempre difficile e rischioso schierarsi dalla parte della verità: la paura di alienarsi l’amicizia della gente che conta o le simpatie di chi detiene il potere, induce spesso a omettere di intervenire quando si dovrebbe, provoca reticenze e silenzi colpevoli.

Nella sesta scena (vv. 24-34) le autorità religiose chiamano di nuovo in causa il cieco.

Nelle sue risposte, nel suo atteggiamento si possono cogliere le caratteristiche che contraddistinguono chi è illuminato da Cristo.

– È anzitutto libero: non vende la propria testa a nessuno, dice quello che pensa. “È un profeta” – afferma, riferendosi a Gesù – e quando gli obiettano: “Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore”, si permette addirittura di fare dell’ironia: “Se sia un peccatore non lo so; una cosa so: che prima ero cieco e ora ci vedo” e, subito dopo, ancor più graffiante, soggiunge: “È davvero strano che voi non sappiate di dove sia…”.

– È coraggioso:rifiuta ogni forma di servilismo, non si lascia intimidire da coloro che, abusando del loro potere, insultano, minacciano, ricorrono alla violenza (vv. 24ss.).

– È sincero: non rinuncia a dire la verità anche quando questa è scomoda o sgradita a chi sta in alto, a chi è abituato a ricevere solo approvazioni e applausi dagli adulatori.

– È semplice come una colomba, ma anche prudente.

Le autorità tentano di intrappolarlo, costringendolo ad ammettere che si è schierato dalla parte di chi “non osserva il sabato”, ma egli, con abilità, si sottrae alla trappola: “Ve l’ho già detto, perché volete udirlo di nuovo?” e assesta una nuova stoccata ironica: “Non è che per caso volete diventare suoi discepoli?” (v. 27).

– Si mantiene in un costante atteggiamento di ricerca: sa di avere intravisto qualcosa, di aver colto una parte della verità, ma è cosciente che molte cose ancora gli sfuggono. Le autorità sono invece convinte di vedere già chiaro, pensano di sapere tutto: “Noi sappiamo che quest’uomo non viene da Dio” (v. 16); “noi sappiamo che è un peccatore” (v. 24); “noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio” (v. 29).

Colui che era cieco ha invece sempre riconosciuto il proprio limite: “Di dove sia quest’uomo, non lo so” (v. 12); “se sia un peccatore, non lo so” (v. 25). Quando Gesù gli chiederà se crede nel Figlio dell’uomo, egli risponderà: “Chi è?”, riconoscendo, ancora una volta, la propria ignoranza (v. 36).

– Infine resiste alle pressioni e alla paura. Subisce violenza, ma non rinuncia alla luce ricevuta. Piuttosto che andare contro coscienza, preferisce essere cacciato fuori dell’istituzione (v. 34).

Nell’ultima scena (vv. 35-41) ricompare Gesù.

Tutto si è svolto come se egli non esistesse. Non è più intervenuto, ha lasciato che il cieco si destreggiasse da solo in mezzo alle difficoltà e ai conflitti.

Il discepolo illuminato non ha bisogno della presenza fisica del Maestro, gli basta la forza della sua luce per mantenersi saldo nella fede e fare scelte coerenti.

Alla fine Gesù interviene e pronuncia la sua sentenza, l’unica che conta quando si tratta di decidere sulla riuscita o sul fallimento della vita di uomo. Dice: all’inizio c’era un uomo cieco e molti che ci vedevano; ora la situazione è capovolta, coloro che erano convinti di vedere, in realtà sono ciechi incurabili; invece colui che era cosciente della propria cecità, ora ci vede.

Si noti come è stato chiamato Gesù lungo il racconto: per le autorità – per i “vedenti” – egli è “quel tale”, “quell’uomo”, “costui”; i capi non si degnano nemmeno di chiamarlo per nome; hanno occhi, ma non vogliono vedere chi egli sia.

Il cieco fa un percorso di fede che corrisponde a quello di ogni discepolo: all’inizio Gesù è per lui un semplice “uomo” (v. 11); poi diviene un “profeta” (v. 17); in seguito è un “uomo di Dio” (v. 32-33); alla fine è il “Signore” (v. 38). Quest’ultimo titolo è il più importante, è quello con cui i cristiani proclamavano la loro fede. Prima di venire immerso nell’acqua del photistérion, durante la solenne cerimonia della notte di Pasqua, ogni catecumeno dichiarava, davanti a tutta comunità: “Credo che Gesù è il Signore”. Da quel momento era accolto fra “gli illuminati”.

Per gentile concessione di
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