La cultura contemporanea ha deformato in modo ideologico l’amore di San Francesco per la natura: essa è impronta del Creatore e riconduce l’uomo a Lui

Giotto, Storie di San Francesco, “La rinuncia ai beni paterni” (1290-95, particolare)

Roberto Copello
9 Marzo 2026
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San Francesco contestatore di una Chiesa che, sulla scorta dell’invito divino ad Adamo ed Eva (“Dominate sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e su tutti gli animali che si muovono sulla terra”), insegnerebbe che l’uomo può far ciò che vuole della natura, quindi persino maltrattarla, consumarla, inquinarla? Tesi faziosa, ma più diffusa di quanto si pensi: la sosteneva già 40 anni fa un ambientalista storico come Antonio Cederna.

Ma se è diffusa in ambito laico l’idea di un san Francesco difensore a spada tratta della natura, degli animali e delle piante, anche in ambito cattolico c’è chi ha ridotto il vigoroso Francesco d’Assisi a un ecologista ante litteram, un personaggio disneyano che chiacchiera con gli uccellini e si fa leccare la mano da un lupacchiotto, fra prati verdi e alberi fioriti.

In tale zuccherosa melassa New Age l’ideale francescano s’accorda con le nenie buddiste, il cordone del santo ben si lega ai bastoncini d’incenso, i suoi sandali scalpicciano sotto bandiere con il simbolo dell’arcobaleno. Nulla di nuovo, se già nel 1927 Romano Guardini notava che troppo spesso nel santo si vedeva “un uomo d’indole semplice e allegra, quasi fosse un primitivo Fratel Sempreinfesta, ingenuo come l’uccello del bosco”. Invece Francesco per il grande teologo tedesco “non era uno panteisticamente immerso nell’unità del cosmo. La radice di tutta la sua esistenza è il tremendo e dolce mistero dell’amore di Dio, la cui espressione è la croce. Fu quello ad afferrargli l’anima…”.

Tutto ciò Giovanni Paolo II lo sapeva bene. Ma allora Wojtyła prese un abbaglio, quando con la lettera apostolica Inter sanctos praeclarosque viros del 29 novembre 1979 proclamò Francesco patrono dei cultori dell’ecologia? Quando affermò che Francesco “ha venerato la natura come un dono meraviglioso dato da Dio al genere umano”. O forse non sarà che si sono sbagliati certi cattolici nell’estremizzare quelle parole? Vediamo.

Vissuto in un’epoca in cui gli eretici catari predicavano il disprezzo del corpo e invitavano a fuggire la bellezza del mondo come una trappola diabolica, Francesco mostra nei riguardi della natura, cioè del Creato, un’apertura rivoluzionaria. Ma si tratta di un gesto ecclesiale, che deriva dalla volontà di rinnovare la Chiesa. Rinnovare, non sradicare. Perché quello della Chiesa era lo stesso tronco piantato dodici secoli prima da Cristo.

Lo storico inglese Christopher Dawson lo spiegò bene: “L’ideale di San Francesco è rivivere la vita di Cristo nell’esperienza quotidiana. Nessuna separazione esiste più tra la fede e la vita, tra lo spirituale e il materiale, giacché i due mondi si sono fusi insieme nella realtà vivente dell’esperienza pratica. Nello stesso modo l’ascetismo di San Francesco non implica più il ripudio del mondo della natura e il volgersi dello spirito dal creato verso l’assoluto”.

“La regola della povertà è un mezzo di liberazione, non un movimento di negazione. Essa riporta l’uomo alla fratellanza con le cose create da Dio che era andata perduta o era stata viziata per colpa della sua volontà pervicace. Le forze della natura che l’uomo aveva dapprima divinizzato e adorato e poi, una volta che aveva compreso la trascendenza dello spirituale, ripudiato, sono di nuovo reintegrate nel mondo della religione”.

Insomma, Francesco è interprete di un nuovo sentimento della realtà. La natura, intuisce, non solo non è qualcosa da evitare o da dominare, da ignorare o da sottomettere. È il contesto in cui Dio ha posto l’uomo. Da un lato è la visibile dimostrazione della Sua presenza benevola, dall’altro è un tramite per arrivare a Lui.

È il modo in cui Dio si fa conoscere già qui, è l’aiuto che Egli dà all’uomo in questo viaggio terreno la cui meta ultima, però, è altrove. E infatti il santo proclamava “Laudato sie, mi’ Signore”, per il sole, la luna, il vento, l’acqua, il fuoco, e poi “per sora nostra madre Terra, / la quale ne sustenta e governa”, concludendo però il Cantico di Frate Sole benedicendo “sora nostra Morte corporale” e dunque riconducendo tutto a una prospettiva metafisica.

Ma se poi, come sostengono diversi critici, il “per” che ritorna a ogni strofa del Cantico (“Laudato si’, mi’ Signore, per sora Luna e le stelle…, per frate Vento…, per sor’Aqua”, eccetera) non fosse causale ma avesse un valore d’agente o di mezzo? Se Francesco cioè non intendesse che il Signore debba essere lodato a motivo della natura da Lui creata, ma che debba essere lodato da parte della natura, o per mezzo di essa? Sarebbe ancora più evidente come al centro dell’attenzione di Francesco ci sia il Signore, non la Natura.

Il fatto è che Francesco spesso è staccato dal suo ispiratore, ma non è comprensibile senza il Cristo che egli voleva imitare. A comporre il Cantico delle creature non è una specie di hippy cuorcontento con le vesti stracciate e un filo d’erba che penzola dalla bocca. È un uomo al termine della sua vita, straziato dalla sofferenza, pressoché cieco, tormentato dal dolore agli occhi. La sua cella è infestata dai topi, che di giorno gli rubano il cibo e di notte gli rosicchiano il corpo.

Quando, come fece Gesù, chiede a Dio se può allontanare il calice della sofferenza, si sente garantire solo la pace nella vita eterna. Ma tanto basta a consolarlo. Così compone il Cantico, parole e musica. E loda il fuoco e il sole, la cui luce ora non sopporta più, ricordando che “siamo tutti ciechi e il Signore ci illumina gli occhi con le sue creature”. Loda le stelle con quell’aggettivo “preziose” che fino ad allora aveva riservato solo all’Eucarestia. Il suo modello è biblico, anche se nelle Sacre scritture mai si parla con tanta delicatezza di coloriti fiori.

Chiarito che cosa muoveva il suo amore alle creature, si potrà tornare a leggere le storie della vita del santo senza paura di vedervi un esaltato che chiama “fratelli” e “sorelle” gli animali e le piante. Francesco è un mistico ed è un uomo coltissimo, nel cui amoroso rapportarsi alla natura c’è spesso una reminiscenza biblica o evangelica.

Se vieta di tagliare completamente gli alberi, in modo che essi possano ricrescere, è perché pensa al tronco biblico di Jesse da cui sarebbe germogliato il Messia, nonché all’albero della Croce. Se chiede che negli orti dei conventi ci sia un’aiuola di fiori è per ricordare e lodare quel Fiore che è Gesù. Se raccoglie i vermi dal mezzo della strada perché non siano calpestati, lo fa avendo presenti le parole del salmo che prefigura la venuta di Cristo (“Io sono verme, non uomo…”).

Con ciò, la tenerezza di Francesco per il mondo animale è tutt’altro che forzosa o meccanica. Forse gli antichi cronisti esagerano nel riferirne, ma il numero degli episodi riferiti testimonia di una passione genuina e sentita. D’inverno Francesco fa dare miele e vino alle api perché non muoiano.

Per otto giorni gareggia nel canto con una cicala. Addomestica le tortore selvatiche. Accarezza i passerotti. Fa tacere le rondini che gli impediscono di predicare. Ama le allodole, che gli ricordano il cappuccio dei suoi frati. Accoglie in grembo i leprotti spaventati. Risparmia un fagiano che gli hanno regalato. Rigetta nel lago una tinca appena pescata. Addirittura, chiede all’imperatore di vietare la caccia. Alla Verna, fa amicizia con un falco che lo sveglia nella notte per la preghiera, ma che lo lascia dormire quando è malato.

Se tanti animali ricordano a Francesco il loro Creatore, negli agnelli invece lui vede il Redentore e la sua Passione. Così si commuove se sente belare un agnello. Se ne incontra uno avviato al macello, dà tutto quello che ha pur di comprarlo e sottrarlo alla morte. Ancora una volta, solo Cristo spiega Francesco. Quel Cristo il cui ricordo affiora sulle sue labbra di continuo, come è ricordato nella Vita prima: “Era davvero molto occupato con Gesù. Gesù portava sempre nel suo cuore, Gesù sulle labbra, Gesù nelle orecchie, Gesù negli occhi, Gesù nelle mani, Gesù in tutte le altre membra”.

Ma attenzione: non tutti gli animali sono sempre amici di Francesco. Quando una scrofa sbrana un agnellino, il santo non esita a maledirla, e il suino, nel giro di tre giorni, muore. I topi lo tormentano persino la notte in cui, a San Damiano, Dio gli garantisce la vita eterna. E poi, orrore supremo per gli ecologisti d’oggi, quando è malato e infreddolito accetta di imbottire la tonaca con una pelliccia di volpe.

E il lupo di Gubbio? Il grande critico letterario Gianfranco Contini, certo che la religiosità dei Fioretti fosse assai più virile di ciò a cui l’abbia ridotta la lettura tradizionale, riteneva che il lupo fosse un’allegoria della feroce vita politica dell’epoca, che i Minori francescani volevano pacificare. Eppure sembra proprio che ci fosse tutta Gubbio in piazza, a vedere il lupo porre “domesticamente” la zampa sulla mano di Francesco…

Anche la predica agli uccelli è stata letta in chiave politica e simbolica (una rara cronaca monastica britannica addirittura riferisce che a Roma, ignorato dalla folla, Francesco se ne andò polemicamente a predicare agli uccelli in una discarica). Tuttavia pare certo che il santo amasse davvero rivolgersi ai volatili.

Al pari di Adamo, primo precursore di Cristo, Francesco voleva comunicare con tutte le creature e vivere in pace con loro. Anche se non sarebbe strano che, in un Medioevo dove tutto era simbolico, le specie di uccelli minuziosamente elencate da Tommaso da Celano (“Giunto presso Bevagna, vide raccolti insieme moltissimi uccelli di ogni specie, colombe, cornacchie e monachine”) indichino le diverse vocazioni dei fraticelli o quanto essi debbono portare nel mondo: umiltà, carità, distacco.

In conclusione: per certa ideologia ecologista l’uomo è nemico della natura, per Francesco la natura è amica dell’uomo. Per la prima, la natura è un fine e va salvata tenendo l’uomo lontano da essa; per il santo la natura è un mezzo che aiuta a salvare l’uomo stando a lui vicina. La prima è una dinamica d’odio, di separazione, di inimicizia; la seconda è una dinamica di amore in un’ottica di “pace con il Creato”, di relazione fra tutti gli esseri all’interno dell’ordine della Creazione.

Altro che l’utopia di uno “stato di natura” cui tornare. Altro che Francesco romantico, panteista, esteta. Così come Cristo ha due nature, l’umana e la divina, per Francesco nella bellezza del mondo esistono un lato sensibile e uno spirituale. Indissolubilmente uniti, a suprema gloria di Dio.