E’ utile renderci conto di quanto questo termine “Esercizi Spirituali” sia stato saccheggiato nella Chiesa. Se io penso che, a volte, a Gerusalemme ho dato mesi di esercizi a una sola persona! Gli esercizi spirituali non sono semplicemente delle conferenze.

Noi siamo dei ministri del Signore. Una cosa certamente molto difficile è spogliarsi delle preoccupazioni del ministero per pensare al ministro. La spiritualità propria del prete diocesano è quella di santificarsi personalmente attraverso il ministero e quindi di santificare la sua opera personale con la sua santità personale, ma di far servire anche la sua opera pastorale alla santificazione propria.

Mi è capitato recentemente di incontrare un sacerdote che è un esempio di grande efficienza, di donazione totale alla sua parrocchia, che a un certo punto ha voluto parlare di sé e sono venute fuori delle cose su cui ancora ripenso con meraviglia. Come mai non erano mai venute fuori prima? Come mai il fatto di farsi prendere dal suo ministero gli ha fatto dimenticare in modo anche abbastanza serio la sua vita personale e i suoi contatti con gli altri, cancellati da questa dedizione e da questo generoso dono di sé che ha fatto e che continua a fare nel suo ministero? Ciò che mi ha impressionato è la cancellazione psicologica, come dire: c’era questo nella tua vita; non ci hai mai pensato?

Gli esercizi spirituali dovrebbero essere del tutto spogli dalla preoccupazione del ministero per toccare l’io. Dove sto io nel discorso della fede che faccio agli altri. Vi consiglierei di tornare proprio all’origine, che se fossimo stati battezzati da adulti dovrebbe essere l’origine del nostro Battesimo, ma questa non è l’esperienza di molti di noi e dunque l’origine della vocazione, ma prima di entrare in seminario, prima di entrare in noviziato. Cioè riuscire a fare memoria di che cosa mi è successo. Nei confronti del mondo di oggi noi siamo delle persone strane, non siamo gente normale: ce lo fanno sentire in tutti i modi! Basterebbe pensare solo al fatto che noi non ci sposiamo!

Se Gesù non fosse il Messia, non fosse l’ultimo, io non avrei nessuna ragione di vivere! Siamo molti nel mondo che vivono una vita e da secoli che hanno come ultima ragione esplicativa che Gesù è venuto e che noi aspettiamo che torni. Ci interessiamo di tutto quello che avviene, cerchiamo di lavorare per un mondo migliore, ma la cosa che ci tiene in piedi è l’attesa della venuta del Signore. Non l’avvento del Natale, ma l’avvento del Signore che venga. Questo è un fatto che non possiamo negare. C’è un’umanità che cammina nella storia, apparentemente come tutti gli altri e certamente diversa proprio per questo fatto che l’ultimo motivo della sua esistenza, che è anche il primo, è la fede nel Messia che è venuto.

Vi consiglierei di tornare all’origine; non che cosa mi hanno insegnato in seminario, ma che cosa mi ha fatto uscire di casa per andare in seminario? Che cosa è successo a me personalmente? Mi può essere successo prima di entrare, mi può essere successo anche in seminario e allora: che cosa mi ha fatto restare in seminario? Penso che se oggi siamo ancora qui a parlare di queste cose, ciascuno di voi ha dato la sua risposta alla scelta che il Signore ha fatto di lui. Insomma: che cosa mi è successo quando io sono diventato credente? Cristiani non si nasce! Che cosa è successo in me quando io ho incominciato a credere e mi sono compromesso con questa fede fino a giocarmi la mia vita? L’esercizio spirituale dovrebbe essere un miglioramento della rimessa in moto di ciò che muove me, la mia coscienza, come persona, come credente, non come sacerdote incaricato di altri, come pastore. Queste sono tutte cose che vengono dopo e che suppongono che prima sia successo qualche cosa nella mia coscienza.

Ritornare al principio mio, non solo della mia creazione, perché quello non è dipeso da me; io non ho deciso di venire al mondo, ma io mi sono trovato messo al mondo. Ciascuno di noi è gettato nel mondo! Io non ho preso parte a questo fatto di esserci; nessuno mi ha consultato! Invece si tratta di essere credente e non; non è automatico e nemmeno è un’iniziativa mia, una scelta mia. La fede non è una scelta nostra. Chi è credente sa che risponde di una scelta fatta dal Signore a una chiamata e ci possono essere dei momenti un po’ come quando Gesù dice a Pietro o agli altri: Volete andarvene anche voi? Forse pensiamo: non sarebbe mica male andarsene, ma non è possibile! Tu solo hai parole di vita eterna. Oppure come diceva Tommaso Didimo, quando Gesù voleva andare a vedere Lazzaro perché era morto: Signore, volevano ucciderti adesso anche a te e ritorniamo là? E Gesù insiste nel voler andare; alla fine Tommaso dice: Beh, andiamo, moriamo anche noi con lui!

Dove andiamo al di fuori di Gesù? Io non troverei proprio nessuna ragione di vivere. Ognuno lo può sentire nelle sue tonalità del momento, della storia, dell’età, ma dobbiamo ritornare a questa radice che è il dono che Dio ci ha fatto della fede e la risposta che ha trovato spazio in noi, perché in questo principio c’è una promessa, una prospettiva… ciascuno di noi se l’è fatta a sua immagine, un’immagine puerile, infantile, artificiale… la vocazione non è mai un’immagine che noi ci facciamo! La vocazione è una cosa che viene da Dio. E’ come il nome con cui il Signore ci chiama, ma che non è il nome che ci siamo dati noi, e tuttavia c’è una dinamica che ci porta dal nostro nome al nome che lui ci dà. C’è un progetto di vita che poi si è andato svolgendo e che oggi ci trova al nostro posto. Ma qualunque sia il punto a cui noi siamo arrivati, ci dobbiamo domandare: e io chi sono in questo posto, che cosa sono diventato? Io, come uomo, come credente, come persona, come io che precede tutte le ordinazioni sacerdotali, titoli che mi danno… io come essere davanti al Signore. Questo si può fare da soli, ma gli esercizi spirituali sono un’occasione per rimettere in evidenza questo.

Ho scelto di proporvi una meditazione su “entrare nella nuova alleanza”, entrare e vivere nella nuova alleanza.

Noi siamo sacerdoti secondo l’ordine di Melchisedek, ma soprattutto siamo sacerdoti di Gesù Cristo, sacerdoti della nuova alleanza, della seconda alleanza; questa alleanza non è un’altra alleanza o un secondo ordine di cose, è in continuità. Tanto in continuità che la lettera agli Ebrei si è preso il grattacapo di cercare di mostrare come dall’ordine di Aronne si arriva all’ordine di Melchisedek. Ha ripreso Melchisedek, che è ancora più vecchio di Aronne. Viene pure prima di Abramo, perché a lui Abramo ha offerto le decime. In questa operazione tipica dell’autore della lettera agli Ebrei, lui ha trovato un modo di dire: guardate il sacerdozio di Gesù, non è sacerdozio di Levi, perché Gesù era della tribù di Giuda e non della tribù di Levi e quindi il culto del tempio ormai si è compiuto in un altro modo, però quello che ha fatto Gesù non è l’ultima cosa nuova che lui ha aggiunto. No! Addirittura lui ha ripreso Melchisedek che veniva prima. Questa è un’operazione tipicamente ebraica in cui non si rinuncia mai a dire che il nuovo era più antico di prima, che non c’è niente che venga di nuovo senza essere preparato e senza appartenere all’unica intenzione del disegno del Signore nella storia umana. La spiritualità ebraica è sempre protesa verso il futuro, correggendo il presente attraverso la speranza di qualche cosa di meglio, di più perfetto, di un avvento di qualche cosa che deve venire, ma sempre fondato nella memoria del passato, perché Dio è uno e il Dio di ieri non può essere altro che il Dio di domani, che è il Dio di oggi e quindi l’alleanza è una sola. L’alleanza è l’amore che Dio mostra verso il suo popolo e verso l’umanità, ma si sviluppa, si evolve in tanti momenti, per cui Paolo può anche dire che il popolo di Israele è il popolo cui appartengono le alleanze (Rm 9), ma queste alleanze non sono altro che tappe differenti della stessa alleanza. Però resta il fatto che Gesù è sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek e non secondo l’ordine di Aronne e noi siamo stati ordinati sacerdoti nel sacerdozio di Cristo; anzi, noi siamo sacerdoti per un sacramento dell’ordine, ma il sacramento è il segno di una realtà diversa, del sacerdozio di Cristo, perché il vero sacerdote è uno solo, è Gesù. E il sacerdozio di Gesù è il sacerdozio della nuova alleanza, di quest’ultima tappa dell’evoluzione dell’alleanza, che noi chiamiamo “nuova”, purché questo “nuova” non voglia dire un’altra, una seconda, ma quella di Levi portata al suo compimento in Gesù e allora mi è sembrato utile, forse proficuo applicarci un pochino a questa meditazione.

Come è nata la nuova alleanza? Quali sono i connotati? Perché non solo il nostro sacerdozio è il sacerdozio della nuova alleanza, ma anche noi siamo gli apostoli della nuova alleanza.

Naturalmente questo suppone una conoscenza della situazione storica in cui i profeti a un certo punto hanno parlato di alleanza nuova.

Ci applicheremo a capire se l’inaugurazione della nuova alleanza avviene nel sacrificio di Cristo, se Geremia parla di una cosa che si deve realizzare sei secoli dopo o se invece il sacrificio di Cristo è il primo compimento, di cui noi aspettiamo il compimento finale con la seconda venuta del Signore, in modo da entrare già in questa alleanza dall’inizio, quando appunto Geremia ne parla e allora di riconoscere già in questo inizio quei connotati che Gesù porterà a compimento, di cui aspettiamo ancora il vero e definitivo compimento nell’avvento, che è l’atteggiamento fondamentale del cristiano che aspetta il mondo che deve venire e che però già è cominciato con una prima chiamata alla situazione escatologica, a cui in qualche modo noi pure partecipiamo con il nostro celibato.

Fraterna Domus, 20-24 novembre 2006