Il tempo di Quaresima ci ricorda che il “mestiere” della vita come “vocazione” richiede una continua “conversione” e non la “routine” tipica di un lavoro ordinario…

di Alessandro Manfridi
23 Febbraio 2026
Per gentile concessione di
https://www.vinonuovo.it
L’immagine plastica di San Paolo (Saulo) caduto da cavallo, riprodotta da Caravaggio e conservata nella Basilica di Santa Maria del Popolo a Roma, ci presenta l’episodio celebrato nel calendario come quello della sua “Conversione” (cfr. At 9,1-19, At 22,6-11, At 26,12-18). In realtà, il nostro professore di esegesi biblica neotestamentaria ci invitava a notare come sia improprio, in questo caso, parlare di “conversione”. Sarebbe molto più esatto parlare di “vocazione”.
Se per conversione, infatti, si intende il passaggio da una ignoranza della fede all’accoglienza della stessa, nulla è più sbagliato se riferito a colui che sarebbe diventato “l’Apostolo delle genti”. Paolo è tutt’altro di quello che si può definire un “ignorante nella fede”, come egli ben riassume nella sua difesa dinanzi alle accuse che gli muovono i suoi avversari:
“Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge” (cfr. Fil 3, 4-6).
Paolo è un credente, zelante, difensore della fede dei padri nei confronti di questa nuova “setta”, che egli perseguita. Sulla via di Damasco il Signore lo chiama, in maniera potente, facendo “violenza” su di lui. “Conversione”, traduzione italiana della parola greca “metànoia”, significa “cambiamento di prospettiva”, significa “mettere a fuoco”, “centrare” ciò che era “fuori mira”, come Gesù sintetizza nel suo primo annuncio:
“Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è qui. Convertitevi e credete al Vangelo” (cfr. Mc 1, 14-15).
A questo punto vogliamo raccogliere una considerazione di Roberto Beretta:
“Vocazione? Sarebbe ora di finirla con la retorica della vocazione sacerdotale e religiosa come “chiamata di Dio”. Si dica semplicemente che è un impegno, un servizio che alcuni – dopo averlo sperimentato e avendone magari le doti – accettano di assumersi. Come si fa in tanti altri mestieri” (Post.it su VinoNuovo, 2 febbraio 2026).
E proporre qualche osservazione.
Nei cammini di formazione alla vita consacrata e al sacerdozio sacramentale non avviene una “sperimentazione” del ministero, che sarà invece assunto al termine di questi iter. In questo senso, l’”apprendistato” non è quello che si svolge “sul campo”, come può avvenire per altri “mestieri”. I seminaristi e gli altri candidati, è vero, fanno alcune esperienze propedeutiche di servizio in varie realtà, ecclesiali e sociali (fra tutte le parrocchie e gli oratori), ma le stesse sono solo un “assaggio” del ministero che un giorno verrà assunto.
Certamente, le “doti” delle quali si parla sono tutte quelle qualità umane, relazionali e proprie di chi si forma al ministero (spiritualità, studi filosofici e teologici, vita di preghiera, competenze pastorali). Ma il punto di partenza è proprio il discernimento che i formatori operano sulle motivazioni di ingresso che hanno portato i candidati ad intraprendere questi percorsi. E a quella che ciascuno ritiene sia stata la propria “vocazione”. Così – e questo è il bello – c’è qualcuno che entra “senza vocazione” (o meglio con motivazioni che sono considerate non sufficienti né fondanti) ma che, misurandosi con le esigenze che una simile “chiamata” richiede, le assumono, arrivando fino in fondo.
Ognuno ha una storia diversa dall’altro: chi è entrato in Seminario in prima media perché gli piaceva poter giocare a pallone ogni giorno sul campo di calcio; chi ha deciso di lasciare la futura sposa perché “qualcuno” gli ha capovolto i programmi di vita. “Vocazione”, in questi contesti specifici, non significa “passione per il proprio lavoro”, significato assunto dal linguaggio corrente ed esteso a qualsiasi esperienza lavorativa vissuta con convinzione e dedizione. Significa e suggerisce, propriamente, la chiamata ad andare a lavorare in questa vigna mentre il “chiamato” aveva tutt’altri progetti.
In questo senso quello che afferma Roberto è opinabile. Se vivere un ministero può essere “un mestiere” per alcuni, per altri è una esperienza nata da una “chiamata” personale, non riscontrabile nei propri originali progetti di vita.
I racconti biblici sono ricchi di insegnamenti su queste dinamiche. La prima: Dio si serve di uomini e di donne per portare avanti i suoi disegni. Senza questa collaborazione, Egli sarebbe “impotente”. La seconda: la “chiamata” è, sì, un momento iniziale, che si manifesta a volte come una vera e propria frattura tra una vita “precedente” e quella “seguente” la missione ricevuta. Ma, una volta accolto l’invito, la vita stessa assume una dinamica “vocazionale”: il Signore si manifesta, attraverso i suoi segni e le sue Parole, e colui che lo segue è condotto a ridisegnare continuamente il suo percorso; in qualche modo, inizia sempre in maniera nuova lo stesso, proprio come il bambino o il discepolo di cui ci suggeriscono le Scritture (cfr. Sal 131, Fil 3, 13-14).
Abramo lascia ogni cosa perché crede ad una voce che egli ha udito; rischia di perdere Sarai in Egitto; concepisce Ismaele dalla schiava della moglie; riconosce il Signore alle querce di Mamre; caccia il primo figlio nel deserto e con la morte nel cuore sarà chiamato a sacrificare il secondo. Mosè si stava costruendo una vita nuova, serena, onesta e senza pretese, una moglie e due figli in Madian, quando JHWH lo chiamerà, lui, un balbuziente, per liberare dal faraone e portare Israele alla Terra promessa, nella quale non entrerà. Simon Pietro era un pescatore di pesci e anche dopo la morte di Gesù tornerà a farlo, prima che la nuova apparizione del Risorto lo porti a farsi “pescatore di uomini” (cfr. Mt 4, 18-19, Gv 21, 1-22).
Ogni storia dei personaggi biblici ci presenta uomini e donne la cui vita è stata segnata potentemente dall’incontro con il Signore e dalla sua chiamata a mettersi a disposizione dei suoi disegni: Giacobbe, Giuseppe, Samuele, Saul, Davide, Salomone, Elia, Eliseo, Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele, Elisabetta, Giuseppe e Maria, Giovanni il Battista, Sara, Rachele, Tamar, Giuditta, Ruth, Betzabea, Ester, Maddalena, i 12, Barnaba, Stefano, Filippo, Aquila e Priscilla… ho voluto elencarli come invito a rivisitare le loro storie.
Da questo punto di vista, a ben vedere, ogni “vocazione”, ogni vita dunque vissuta con un atteggiamento di ascolto verso Colui che ci ama, che si manifesta a noi con gesti e parole e che ci chiama a lavorare nel mondo come testimoni del Vangelo, è al tempo stesso una vita in continua “metànoia”, perché bisogna convertirsi quotidianamente, bisogna mettere al centro continuamente quelli che sono i “suoi” disegni e non i nostri.
Le vicende di tutti i personaggi sopra ricordati ce lo insegnano. Ma, tra i tanti, ci piace ricordare una delle “conversioni” di Paolo. Ad Atene, centro del mondo culturale dell’epoca, egli si era preparato con cura meticolosa il suo discorso, davvero magistrale, pronunciato all’ Areòpago (cfr. At, 34, 16-32). Risultato? Un fiasco quasi totale. Da quell’esperienza, la sua rinnovata conversione: egli capisce e afferma che al centro della nostra testimonianza non dobbiamo portare noi stessi e i nostri “sapienti discorsi”, ma solo l’annuncio di Cristo, e questi Crocifisso (cfr. 1Cor 2, 1-5).