di Franco La Cecla
Per gentile concessione di
https://rivista.vitaepensiero.it/

Arrivo all’aeroporto di Shanghai. Dieci anni fa avevo preso un treno a levitazione magnetica che andava su una monorotaia a 400 orari e ci metteva 7 minuti a percorrere i 30 chilometri che separano l’aeroporto di Pudong alla stazione di Longyang Road in pieno centro. Questa volta decido di prendere un treno più lento. Arrivo alla stessa stazione e faccio fatica a riconoscere la città di dieci anni fa. Nel frattempo, Shanghai è saltata da 16 a 23 milioni di abitanti, ma soprattutto non ha più l’atmosfera tossica lattiginosa di smog – passeggio fino al mio b&b sotto un cielo luminoso in un quartiere elegante. Non trovo i punti di riferimento che avevo, ma in compenso, come scoprirò nei giorni che seguono, la città è diventata piacevole anche in zone che sembravano molto malandate. Non solo la French Concession in stile art déco che già era il rifugio chic del turismo e delle piccole boutiques, ma anche le zone di nuovi grattacieli ed enormi malls. Ovviamente è la visione di uno straniero. Dieci anni fa dietro il Bund c’era una grande bidonville e allo stesso tempo emergeva la natura popolare di questa metropoli, con i panni stesi dappertutto, anche sui grattacieli e l’offerta di cibo all’aperto. Quello che però mi impressiona è che nonostante la grandezza della città muoversi anche per un estraneo è molto facile. Se ho difficoltà a usare la metropolitana (che è gratuita per gli over 65) c’è sempre qualcuno che mi dà una mano e l’offerta di taxi a basso costo di molteplici compagnie è invidiabile per un italiano abituato al tartassamento del monopolio dei nostri taxi (unico caso al mondo).

Questa impressione diventa sempre più familiare in altre grandi città asiatiche: ci si muove a Bangkok (che oscilla tra 13 e 18 milioni se si conta la periferia) con estrema agilità e la metro sospesa è un luogo molto piacevole – come del resto tutta la città che è gestita e ben tenuta, nonostante i problemi di bradisismo – essendo costruita su una laguna (cosa che però offre i vantaggi di una comunicazione tramite canali con velocissimi battelli). Nell’insieme, se la dimensione delle città asiatiche fa paura a noi europei, sembra che gli asiatici abbiano trovato un modo di fare funzionare le megalopoli molto più efficiente delle analoghe conurbazioni americane (nord e sud). Quello che la Cina ha insegnato all’Asia – lo racconta un bel libro di Dan Wang, Breakneck, China’s quest to engineer the future (A rotta di collo, il modello cinese di ingegneria del futuro) – è che per gestire una popolazione inurbata occorre offrire infrastrutture all’avanguardia, è il modello di una redistribuzione della ricchezza tramite i servizi. Le auto elettriche, i mezzi pubblici, le strade, le fognature, l’accesso ai beni essenziali sono il modo con cui i governi asiatici cercano e ottengono il consenso.

Ovviamente non vale dappertutto. Giacarta – che di recente ha superato Tokyo come città più popolosa del mondo raggiungendo i 42 milioni di abitanti – è un po’ un inferno mal gestito, come lo sono Delhi o Mumbai, e la differenza tra la retorica di Modi e quella di Xi è tutta qui. Le immense popolazioni indiane soffrono di una mancata ingegnerizzazione delle città, sono vittime di quello che Dan Wang definisce la caratteristica degli Stati Uniti, governati da avvocati e da una logica che blocca qualunque grande progetto (che non sia militare). Gli Stati Uniti non hanno infrastrutture e quelle che sono state costruite un secolo fa urlano e cigolano come sa bene chi prende la metro di New York. Giacarta come detto ha 42 milioni di abitanti, Manila 28 milioni, Mumbai 21, Delhi 31. Qui si sente la mancanza di una qualsivoglia redistribuzione della ricchezza – in Paesi che cominciano ad avere un PIL invidiabile, ma dove le risorse sono concentrate in mano di pochi. Quello che stupisce delle altre città asiatiche, tra cui anche Tokyo con i suoi 33 milioni – superata anche da Dacca, 37 milioni – è che si è formato un modello di funzionamento e di convivenza. La logica è antica: si vive molto in aree con una certa omogeneità interna, c’è un senso di quartiere nonostante i grattacieli, gli enormi mall e le autostrade sopraelevate. E questo è dovuto alla vita di strada a cui gli asiatici non rinunceranno mai, all’idea diversissima rispetto a noi della privacy, alla città intesa come luogo da abitare nel suo insieme. E qui rientra la nostra ottica europea. Per molti di noi le megalopoli asiatiche sono faticose, sono luoghi affollati, rumorosi, a volte inquinati (ma non più della nostra Milano che continua a non dichiarare i dati dell’aria che vi si respira). Quello che ci spaventa è il dovercisi orientare, ad esempio riuscire a fare propria l’incredibile rete metropolitana efficientissima di Tokyo.

Ricordo l’assoluta felicità a qualche giorno dal mio arrivo in questa città, di riuscire a orientarmici e a muovermi in essa. La stessa che ho provato a Bangkok, e con un po’ più di fatica a Delhi (ma qui gli Uber mi hanno entusiasmato, questa possibilità di muoversi senza dovere contrattare e litigare con gli autisti). C’è un’antropologia diversa tra noi e gli asiatici, c’è un senso della complessità a cui loro si sono abituati e che noi stiamo perdendo. Quando sono arrivato per la prima volta a Calcutta, il primo impatto mi ha turbato al punto che sono svenuto e chi mi ospitava mi ha dovuto portare a casa per riprendermi. Sono i milioni di persone di fronte ai quali ti trovi a stupirti, ma dopo un po’, quando osservi la vita quotidiana delle persone, rimani ammirato da come si organizzano e perfino da come vi trovano un ubi consistam. L’ho provato recentemente nella Chinatown di Bangkok, dove questo vendere, comprare, esporre, chiamare, merci, cibo, bancarelle, vicoli, folla, musiche, odori, fumi creano una vertigine e una forma tutta diversa di allegria, quella che noi europei proviamo molto più leggermente nei nostri mercati di strada con meno colore squillante, neon e insegne di dragoni d’oro e di porpora.

(photo credit: davidguimaraessilva)

Franco La Cecla

Franco La Cecla (1950), antropologo e architetto, ha insegnato in diversi atenei italiani e stranieri, dedicandosi anche alla realizzazione di documentari e all’organizzazione di mostre. Nei suoi lavori ha approfondito il tema dell’impatto sociale dell’architettura, indagando i modelli di organizzazione dello spazio tra localismo e globalizzazione e rivolgendosi in particolare alle soglie e ai confini tra le culture.