I dati ACLED rivelano un mondo sempre più violento: 240mila morti nell’ultimo anno e un rischio crescente per il 2026
Il rapporto 2025 registra un aumento record della violenza politica globale, con oltre un terzo dei conflitti più gravi che si consuma nel continente africano. Sotto la lente degli analisti la zona saheliana e il Mar Rosso, aree dove l’instabilità rischia di crescere nei prossimi mesi
26 Gennaio 2026
Articolo di Bruna Sironi (da Nairobi)
Per gentile concessione di
Rivista RIGRIZIA

Infografica sulla diffusione dei conflitti armati in Africa nel 2025 – Report ACLED
Lo scorso dicembre ACLED ha pubblicato l’ultimo dei suoi rapporti sui conflitti, il Conflict Index 2025. ACLED è l’acronimo di Armed Conflict Location and Event Data (Dati su località ed eventi dei conflitti armati). L’organizzazione è stata registrata negli Stati Uniti nel 2005. È nata dal lavoro per un dottorato di ricerca ed è diventata uno dei più autorevoli centri studi internazionali sul tema di cui si occupa: i conflitti nel mondo in senso piuttosto lato, le guerre tra stati e le guerre civili, ma anche l’insicurezza creata dal terrorismo, dalla criminalità organizzata, dall’esclusione determinata dal settarismo religioso o etnico, dalle tensioni politiche e sociali.
Nei suoi rapporti organizza dati relativi a quattro indicatori: la mortalità, il pericolo per i civili, la diffusione geografica e il numero di gruppi armati coinvolti. Stila poi un elenco dei 50 conflitti più pericolosi e ne analizza le caratteristiche e l’evoluzione, classificandoli come teatro di violenza estrema o alta, oppure come paesi in turbolenza.
I dati globali 2025: i principali motori della violenza
L’ultimo indice si riferisce al periodo tra il 1° dicembre 2024 e il 28 novembre 2025. In quel lasso di tempo ACLED ha registrato 204.605 episodi di violenza “politica” che hanno provocato come minimo 240mila morti.
Le guerre in Ucraina e Palestina sono i principali motori della violenza globale. Insieme hanno visto oltre il 40% degli episodi.
Tra i primi dieci paesi in graduatoria, sei sono considerati stabili nella gravità della loro situazione e hanno mantenuto la loro posizione. La Palestina è al primo posto. Myanmar, Siria, Messico, Nigeria e Sudan si collocano rispettivamente al secondo, terzo, quarto, quinto e ottavo posto.
Il Brasile è migliorato di un punto. In Ecuador e Haiti la situazione si è invece aggravata. L’Ecuador, che si colloca quest’anno al sesto posto, è salito in graduatoria addirittura di 36 posizioni. Al decimo posto il Pakistan, che sale di due posizioni ed entra così nel gruppo di testa.
Primati drammatici: dalla diffusione territoriale al numero di gruppi armati
La Palestina detiene il primato per la diffusione sul territorio, con oltre il 70% interessato, e per la pericolosità per i civili. L’indice stima che tutti o quasi i cittadini di Gaza e della Cisgiordania siano stati oggetto di violenza. L’Ucraina, che compare solo all’undicesimo posto della graduatoria, è il conflitto in cui sono stati registrati il maggior numero di morti, 78mila come minimo, seguita dal Sudan e dalla Palestina.
Il Pakistan è teatro di conflitti diversi: quelli interni di origine religiosa ed etnica sono complicati dal peggioramento dai rapporti con l’India per il Kashmir.
Myanmar ha invece il primato per il numero di gruppi attivi convolti: 1.200.
L’America Latina e i Caraibi compaiono nel gruppo di testa con ben quattro paesi – Messico, Ecuador, Brasile e Haiti – in particolare per l’azione di cartelli criminali e gang che hanno fatto vittime soprattutto tra i civili. In Ecuador e Haiti la situazione si è notevolmente aggravata l’anno scorso. Il Messico è invece stabile nella sua estrema gravità. Viene infatti addirittura considerato tra i paesi più pericolosi del mondo, insieme a Ucraina e Palestina.
Il peso dei conflitti nel continente africano
Per quanto riguarda l’Africa, se tra i primi 10 paesi per l’estrema gravità della violenza politica ne troviamo “solo” due, Nigeria e Sudan, complessivamente tra i 50 paesi considerati dall’indice ne troviamo 19, più di un terzo. La maggior parte si trovano entro la trentesima posizione, nel gruppo dei paesi in cui la violenza è considerata alta.
La Repubblica democratica del Congo e il Camerun si collocano all’undicesimo posto, insieme all’Ucraina. La Somalia sta al diciassettesimo, l’Etiopia al ventiduesimo, il Kenya al ventiquattresimo, il Sud Sudan al venticinquesimo.
Mali, Repubblica Centrafricana e Burundi rispettivamente al ventisettesimo, ventinovesimo e trentesimo posto. Gli altri otto paesi africani sono nel gruppo di coda (Libia, Niger, Burkina Faso, Mozambico, Uganda, Ghana, Sudafrica e Ciad), ma le cronache ci dicono che la loro situazione è comunque decisamente preoccupante.
La minaccia ai civili e il ruolo crescente degli attori statali
I civili sono stati particolarmente colpiti. Si stima che oltre 831 milioni di persone, il 16% della popolazione mondiale, siano stati esposti a forme di conflitto nel periodo coperto dal rapporto. Vittime dirette di almeno 56mila episodi. Il numero più alto degli ultimi 5 anni.
Milizie, cartelli criminali, gang sono colpevoli della maggior parte degli attacchi ai civili. Ma sono in crescita anche gli episodi attribuiti agli attori statali. Emblematico il caso del Sudan. Le RSF sono ritenute responsabili della morte di oltre 4.200 civili, con modalità che includono esecuzioni extragiudiziali, azioni belliche in aree residenziali, attacchi etnicamente motivati. Tutte accuse che sono state rivolte anche all’esercito governativo.
Il dato del coinvolgimento diretto degli attori statali nelle violenze contro i civili è particolarmente preoccupante. Sarebbe aumentato di ben cinque volte dal 2020. Altrettanto grave il loro coinvolgimento globale nei conflitti. L’anno scorso avrebbe riguardato il 74% del totale, la percentuale maggiore mai registrata nei rapporti di ACLED.
Tecnologia militare e mobilitazione popolare: le nuove sfide
Il report analizza anche la tecnologia militare usata dai diversi attori. Constata che anche i mezzi più moderni sono in veloce diffusione. Negli ultimi cinque anni almeno 470 gruppi armati hanno usato droni. Circostanza che aumenta notevolmente il rischio per i civili e per gli operatori umanitari complicando in modo drammatico le operazioni di soccorso.
Nel periodo coperto da rapporto si è evidenziato anche un aumento della mobilitazione popolare dovuta a motivi diversi. In molti paesi occidentali sono state particolarmente rilevanti le dimostrazioni a sostegno della Palestina. In parecchi paesi africani sono scesi nelle strade i giovani della Gen Z, per motivi economici, sociali e politici più interni.
Troppo spesso le mobilitazioni popolari sono state occasione di dura repressione che ha causato non poche vittime. Complessivamente si nota una sempre più stretta connessione tra instabilità politica, conflitti armati e dinamiche di piazza.
Prospettive 2026: le aree di crisi da monitorare
ACLED ha anche stilato una lista di 10 paesi e regioni in cui i conflitti, instabilità, rivolte potrebbero essere particolarmente preoccupanti nel corso del 2026. Due vaste regioni sono in Africa: la zona saheliana e quella attorno al Mar Rosso, che riguarda i paesi del Corno d’Africa, compreso il Sudan, e lo Yemen. Un altro anno pesante si prepara, dunque. Globalmente, e in particolare per molti paesi africani che rischiano di entrare nel gruppo di testa insieme ai due già presenti quest’anno. Il Sudan e la Nigeria.
Per un veloce approfondimento del rapporto del 2025, consultare anche l’articolo di Info-cooperazione: Conflict Index 2025: come il conflitto sta diventando la nuova normalità.