Gesù insegna con autorità

Messaggio nel contesto

Non sarà dato nessun segno”, dice Gesù subito dopo il fatto dei pani. Le sue parole valgono per “questa” generazione, ossia per ogni generazione.

Anche Israele nel deserto pretese un segno indubitabile della sua benevolenza: “È Dio in mezzo a noi, sì o no?” (Es 17,7). Ma chi chiede sempre prove senza mai fidarsi, instaura un meccanismo di ricatto che allontana sempre più dall’amore. La nostra ostinazione a non credere è la croce di Dio: lo tocca sul vivo, lo ferisce al cuore, lo uccide nella sua essenza.

Gesù nel suo pane ci ha dato il segno massimo: si è fatto nostra vita, dando la vita per noi. Che altro vogliamo? Non c’è più alto di questo nei cieli, né più profondo negli abissi. Il problema non è che lui dia altri segni, ma che noi guariamo della nostra cecità. I discepoli di sempre hanno il cuore duro. Non capiscono il pane, e scambiano “Io Sono” per un fantasma.

Se allo stolto indichi la luna, lui ti guarda la punta dei dito e ti dice che lì non c’è nessuna luna. Gesù è l’indice puntato sulla misericordia di Dio, è anzi la stessa misericordia fattasi per noi pane. Oltre non c’è più niente: è Dio stesso, tutto per noi. Non resta che riconoscere, adorare, gustare e viverne. Il segno ha ceduto totalmente il posto alla realtà significata. La scritta sta solo fuori dal ristorante. E insensato che uno vi entri, e, invece di mangiare, continui a chiedersi perché non c’è più l’insegna. Dentro c’è la tavola imbandita.

Gesù non dà più segni. Infatti cessano i racconti di miracoli. Deve solo guarire i nostri occhi perché vediamo. In lui Dio si è espresso pienamente, dandoci tutto ciò che ha ed è, tutto ciò che voleva e poteva donarci: ha dato se stesso. Nell’eucaristia facciamo memoria e rendimento di grazie per questo dono di cui viviamo. L’unico segno ormai è la sua parola sul pane. Chi crede e l’accoglie, entra nella realtà stessa di Dio.

Il discepolo, invece di chiedere segni, chieda la capacità di vedere. Se vuole prove, è perché non crede; e allora nessuna prova gli giova. Se crede, avrà segni e ne darà, secondo l’occorrenza. Qualunque segno comunque ha come unico scopo quello di portarci alla fede, ossia a obbedire alla sua parola e riconoscere il suo pane.

Messaggio nel contesto

Guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode”, dice Gesù ai suoi. Il brano è tutto un rimprovero rivolto ai discepoli, un incalzare accorato di sette domande, culminanti nel duplice ricordo del pane e racchiuse tra la messa in guardia contro il “lievito” e la constatazione amara: “Non capite ancora?”. Si nomina sei volte il pane e due i suoi frammenti. I discepoli discutono perché non ce n’è; l’evangelista dice che ce n’è uno solo; Gesù a sua volta parla del lievito dei farisei e di Erode che costantemente lo insidia.

È la terza lezione in barca che Gesù dà al suoi. Nella prima hanno paura di andare a fondo, e sono chiamati ad aver fede in lui che dorme (battesimo). Nella seconda lo pensano un fantasma mentre cammina vincitore sull’acqua, e sono chiamati a riconoscerlo nel pane appena ricevuto come “Io Sono”. In questa terza, come in 7,1-23, vediamo che l’unico pane si scontra con la sordità, la cecità e l’incomprensione nostra. Tutti, nemici o amici suoi, abbiamo il cuore duro. Viviamo infatti non del suo pane, ma del lievito dei farisei e di Erode. Questo tremendo lievito lo ucciderà (cf 3,6!). Ma proprio così sarà confezionato il pane.

Nelle altre due scene le burrasche venivano dal mare o dal vento; qui è lui che scatena la tempesta. Non per scoraggiare i suoi, ma per convincerli della loro cecità, in modo che, come il cieco di Gerico, sappiano cosa chiedere a lui che chiede loro: “Cosa vuoi che io ti faccia?” (10,36.51). Infatti chi non sa, non vuole; chi non vuole, non chiede; e chi non chiede, non ottiene.

Sapere di essere ciechi è necessario per volere e chiedere la guarigione. “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato”, dice Gesù ai farisei, perché lui guarisce i ciechi; “ma siccome dite: noi vediamo, il vostro peccato rimane” (Gv 9,41).

La funzione di questo brano corrisponde alla prima fase del miracolo che segue; vuol farci vedere che non vediamo. Siamo come il cieco che scambia uomini per alberi.

Gesù, con le sue invettive sul tipo di quelle dei profeti, ci scuote davanti al mistero del pane, in modo che riconosciamo la nostra cecità davanti a ciò che occhio umano mai non vide né mai entrò in cuore d’uomo (1Cor 2,9).

Il discepolo èsempre interrogato dal pane di Gesù, che lentamente lo purifica dal vecchio fermento e gli dona lo Spirito, guarendolo dalla durezza di cuore.

Messaggio nel contesto

Vedi forse qualcosa?”. Èla domanda che Gesù fa al cieco, perché i discepoli intendano. Nel brano precedente li ha persuasi della loro cecità. Sapere di non vedere è già mezza guarigione. Guarirci è per Dio più facile che suscitare Il nostro desiderio di vederci (Gv 9,41).

La prima parte del miracolo serve ad evidenziare la necessità del secondo intervento. È lungo curare la nostra cecità: due condivisioni di pani, due viaggi in barca – per tacere degli altri – due interventi sul sordo e ora due sul cieco. Un poco è riuscito nel suo intento: tra breve lo riconosceremo finalmente come il Cristo.

Ma sarà una comprensione ancora molto imperfetta, che ignora il mistero profondo del pane. Subito dopo comincerà a dire chiaramente la “Parola”, che il nostro orecchio non vuole ascoltare: è quella adombrata nel seme che muore e porta frutto. Tutta la seconda parte del vangelo sarà scandita da un triplice confronto con la “Parola” che spiega il pane. Il suo ricordo costante scalfirà la nostra durezza di cuore. Sapremo così cosa chiedere, e, come il cieco di Gerico, otterremo l’illuminazione definitiva. Essa è già anticipata nel secondo intervento su questo cieco, che vede chiaro tutto e a distanza. Sarà lo sguardo del centurione, la persona più lontana, che vede con chiarezza il Figlio di Dio sulla croce, lontananza massima da Dio.

La guarigione del cieco di Betsaida porta a conclusione la sezione dei pani. Subito dopo Pietro riconoscerà Gesù come il Cristo. Qui, passo dopo passo, Marco ha voluto condurci con la prima parte del suo racconto; con la seconda ci porterà alla fede del centurione.

Quanto Gesù finora ha fatto per i vari miracolati è ciò che vuol fare per ciascuno di noi. Le due tappe di quest’ultimo miracolo rappresentano le due tappe fondamentali del nostro cammino di illuminazione: la prima ci fa riconoscere il Cristo, nostra speranza; la seconda ci fa riconoscere, oltre ogni nostra speranza – anzi nella morte stessa di ogni nostra speranza – il Figlio di Dio che ci ama e dà la vita per noi.

Questo miracolo è la grande speranza del discepolo: la misericordia di Gesù, instancabilmente e sempre all’opera, giunge a trionfare di ogni nostra sordità e cecità. Ha ragione la pazienza del contadino che ha seminato: la parola, di notte e di giorno, fa breccia nelle fessure del nostro cuore di pietra, mette radici e cresce. Questa guarigione, come quella del sordo, è una fatica dolorosa di Cristo, segnata da due suoi gemiti (7,34; 8,12). Colui che con sovranità fa zittire mare e male, che, senza volerlo, guarisce l’emorroissa e con una semplice parola risuscita la ragazza, compie ora la sua opera più dura e difficile, quella che gli costerà la croce.

Fin qui tutto il vangelo aveva come fine di evidenziare e farci diagnosticare ciò che ci accomuna tutti: la durezza di cuore, gelosamente custodita sotto le foglie di fico di un’autosufficienza, religiosa e/o mondana, alimentata dal duplice fermento di cui al brano precedente.

Gesù, unica luce che dà la vista, porta a compimento la nuova creazione e il nuovo esodo: ci conduce fuori per guarirci e farci vedere ciò che occhio umano mai non vide e che Dio ci ha donato nel suo pane.

Il discepolo èun cieco che sa di esserlo. Riscontra in sé il fermento dei farisei e di Erode che gli impedisce di mangiare il pane dei figli. Conosce anche l’impossibilità di guarire da solo, nonostante tutti gli espedienti. E lascia che il Signore agisca.

Messaggio nel contesto

Ma voi, chi dite che io sia?”, chiede Gesù al discepoli e a noi, che fin qui abbiamo camminato con lui. “Tu sei il Cristo”, risponde Pietro. Prima tutti si chiedevano: “Chi è costui?”. Ora lui stesso domanda: “Chi sono io per te?”.

Fino a quando ci poniamo questioni su di lui, non comprenderemo nulla! Si comincia a capire qualcosa quando ci lasciamo porre in questione. Non lui, bensì noi siamo chiamati a dichiararci. Finora ci ha fatto la sua proposta; ora chiede la nostra risposta: “Rispondimi, e ti risponderò”. Il cristianesimo è la risposta a questa domanda che lui mi rivolge: “Chi sono io per te?”.

La sua provocazione è anche unesame della vista, per farci costatare che abbiamo bisogno di occhi ulteriormente nuovi. Finisce così la prima parte del vangelo.

Comincerà poi il cammino della seconda, che ci farà riconoscere il Figlio di Dio.

La confessione di Pietro è giustapposta all’autoconfessione di Gesù (v. 31), che dice la “Parola” (v. 32). Le due confessioni sono le due facce della pietra di volta di tutto il vangelo di Marco, e segnano il passaggio da una comprensione di Gesù come Cristo a una comprensione spirituale di lui come Signore. Si varca la soglia dei desideri dell’uomo, che resta confuso e sbigottito, per entrare nella promessa di Dio, più grande di ogni fama (Sal 138,2). Questo riconoscimento conclude la sezione dei pani, iniziata con l’invio dei Dodici (6,6b). Gesù infatti lo si riconosce nel pane, in cui attua la nostra salvezza.

La sua domanda è duplice, perché duplice è la risposta: quella della gente, secondo la carne, e quella del discepolo, secondo lo Spirito. Ma questa convive con quella, e, come vedremo, ha un continuo bisogno di confronto con la “Parola” per purificarsi.

Gesù è il Cristo. “Cristo” era diventato quasi il suo cognome. Marco lo nomina nel titolo e lo fa riconoscere ora. Ridà così a questa parola il suo significato originario. Esso è spiegato in otto lunghi capitoliattraverso ciò che Gesù ha fatto: ha mondato lebbrosi e fatto camminare zoppi, ha guarito mani per toccarlo e ricevere da lui la vita, ha risuscitato i morti e dato loro da mangiare il pane che sazia, ha guarito l’orecchio per ascoltare la Parola e la vista per contemplare la Gloria. È quindi il Cristo, l’atteso da Israele, il discendente di Davide (2Sam 7), il re di giustizia e di pace, liberatore e salvatore del suo popolo, anzi, di tutti i popoli. Anche se molto umana, questa fede è valida, come prima tappa.

Discepolo ècolui che risponde alla domanda di Gesù: “Chi sono ioper te?”. La fede non è delegabile. Ognuno è chiamato a dare la propria risposta, a conoscerlo, amarlo e seguirlo, anche se ancora imperfettamente. Gesù fin qui ha esaudito i nostri desideri, ma quasi solo per adescarci e disporci a ricevere un dono che sorpassa ogni nostra attesa. Ci ha avvinto a sé perché ci fidiamo di lui. D’ora in poi comincerà a non farci piùdoni. Il nostro occhio dovrà passare dalla sua mano vuota al suo volto, e penetrare nel suo cuore, sorgente di ogni dono. Dio infatti è amore, e null’altro ama che amare e dare se stesso all’amato. La seconda parte del vangelo ce lo presenterà così, e culminerà sulla croce, dove compirà pienamente la rivelazione di sé nel dono di sé.

Il rischio nostro è di restare chiusi nella prima parte, senza mai conoscere il Signore. Infatti non cerchiamo lui, ma i suoi doni, e lo identifichiamo con questi, riducendolo a un idolo, attaccapanni dei nostri desideri o fantasma delle nostre paure.

Messaggio nel contesto

Il Figlio dell’uomo deve molto soffrire”. Dopo aver esposto il suo insegnamento in parabole (c. 4), Gesù comincia ora con franchezza a dire la “Parola”. È la parola della croce – stupidità e debolezza per l’uomo, ma saggezza e forza di Dio (cf 1Cor 1,18-25).

Dopo aver avvinto a sé il discepolo, che lo riconosce come il Cristo salvatore, Gesù inizia a spiegargli cosa significa essere il Cristo e come viene la salvezza. Qui comincia la seconda parte del vangelo, che è tutta un’istruzione riservata ai suoi, scandita dalle tre predizioni della morte/risurrezione. È la sezione ecclesiale, in cui la comunità si confronta con il mistero del pane.

È qui che vediamo la differenza, anzi lo scontro tra il pensiero dell’uomo e il pensiero di Dio. Il primo, cercando di salvarsi, diventa egoista, vivendo la morte e uccidendo la vita. Il secondo sa perdersi per amore, fino a dare la vita.

La prima parte del vangelo culminò nel riconoscimento di Gesù come Cristo: la seconda terminerà nel riconoscimento di lui come Figlio di Dio ( 15,39).

Il v. 31 dice la “Parola” che chiarisce l’enigma di ogni parabola e svela il mistero di Gesù ucciso e risorto, già profetato nei canti del Servo, nei salmi e nella storia dei giusti. Tutto il vangelo è introduzione sapiente, spiegazione paziente, sviluppo coerente e confronto costante con questa Parola, che dà la chiave di lettura di tutta la storia.

La sapienza di Dio passa attraverso la povertà, l’umiliazione e l’umiltà; accetta le sofferenze, il ripudio e l’uccisione; e proprio così vince il male fatto dalla sapienza dell’uomo, che ricerca l’avere, il potere e l’apparire, provocando la morte propria e altrui.

Pietro, come tutti noi, resta chiuso nel pensiero dell’uomo. Il suo scontro con Gesù è violento. Si farà sempre piùserrato, fino al confronto finale. La croce, fatta da noi e portata da lui, rimane l’unico luogo possibile d’incontro.

Il male non è esterno a noi. L’inferno non è l’altro. Il satana è presente nel cuore di Pietro e di ciascuno. La “Parola” lo fa uscire allo scoperto, con tutte le sue resistenze e convulsioni. L’esorcismo fondamentale di Cristo è la vittoria su questo male, causa di ogni altro, che viene appunto dal di dentro dell’uomo (7,20.23).

Il cammino è lento e difficile, ma sicuro e rispettoso. La “Parola”, denunciando sempre più chiaramente la nostra cecità, ci pone nella necessità di chiedere la luce. Questo è il nostro massimo gesto di libertà, con cui riconosciamo la verità e ci mettiamo “dietro” a Gesù, sempre tentati, con Pietro, di metterci davanti.

Gesù, appena riconosciuto come “Cristo”, rivela la sua identità di Figlio dell’uomo sofferente e quindi glorioso. Questa è la “Parola”, il suo mistero di morte e risurrezione (v. 31), al quale è legata la nostra salvezza (v. 38). Il Padre gli farà eco dal cielo e confermerà che proprio lui è il suo Figlio (9,8), perché segue il cammino del servo (cf 1,11; 15,39).

Il discepolo èchiamato a confrontarsi ora con la “Parola”. Deve prendere nella barca Gesù così com’è, che dorme e si risveglia (4,36). Dopo averlo riconosciuto messia, è chiamato con Pietro ad affrontarlo e a negargli la croce, in modo da permettergli di smentirlo e salvarlo. Nella seconda parte del vangelo la Parola deve compiere in lui le due opere piùdifficili: scacciare ildemonio sordomuto (9,14-29) e illuminare il cieco di Gerico (10,45-52).

Messaggio nel contesto

Se uno vuole”. Dopo la propria (v. 31), Gesù dichiara l’identità del discepolo, e lo chiama definitiva­mente ad andare dietro di lui. Ci fu già una prima chiamata a seguirlo (1,16-20), una seconda a “essere con lui” (3,14) e una terza ad essere inviati (6,6b ss). Nella prima la fuga si fa sequela, nella seconda la sequela diventa comunione con lui, nella terza la comunione con lui è sorgente della missione ad annunciarlo. Ora, associato dal pane al suo stesso destino, la missione si fa croce e risurrezione, per la salvezza propria ed altrui. Così il discepolo incarna la stessa “Parola” dei suo Signore.

Il v. 34 definisce il cristiano. È colui che vuol seguire Gesù crocifisso, e quindi rinnega se stesso, prende la sua croce, e gli va dietro – dietro a quel Gesù povero, umile e umiliato come si è definito nel v. 31. Il v. 34, specchio del v. 31, è un trattato sull’”essenza del cristianesimo”. Invece che in quattrocento pagine è in quattro brevissime espressioni – in der Kúrze liegt die Würze! – che sono un compendio di antropologia filosofico-teologica dal punto di vista cristiano.

Il v. 35 mostra la molla segreta del pensiero dell’uomo: salvare la pelle, l’esistenza materiale, che sa di dover perdere. Questo tentativo, inutile e disperato, lo rende egoista, e gli fa distruggere sé e gli altri. Chi invece sa perdere la vita per amore di Gesù, la salva. Perché la vita vera, che non conosce tramonto, è amare con tutto il cuore colui che per primo ci ha amati.

Il v.36 smaschera l’inganno di volersi salvare mediante la brama di possedere. È il pensiero dell’uomo (v. 33).

Il v. 37 mostra come l’uomo perda comunque l’esistenza, ponendogli il problema dei senso, ossia del fine. Questo permette all’uomo di essere uomo. Gli dà infatti la possibilità diun progresso e la libertà di realizzarsi.

Il v. 38 infine mostra il senso del tempo presente; è il momento in cui vivere l’obbedienza alla sua parola. Da questa dipende la nostra vita vera, che è eterna. La salvezza dalla morte consegue la nostra presa di posizione qui e ora nel confronti di Gesù e del vangelo. La sua storia ormai passata diventa criterio della nostra vita presente e garanzia di quella futura. Il nostro destino è connesso alla nostra fedeltà o meno alla sua parola. Tutte queste affermazioni di Gesù saranno subito dopo confermate dalla voce del Padre, che dirà: “Ascoltate lui” (9,7).

Gesù è il pastore che, con la croce, suo bastone, ci guida alla vittoria sul male e sulla morte. Lo seguiamo come la Parola che indica il cammino della vita, la nube e la colonna di fuoco che conduce dalla schiavitù alla libertà. È il Signore presente inmezzo a noi. L’amore e l’obbedienza a lui è la nostra salvezza. Questa sarà piena nel futuro, ma è da vivere già nel presente, in fedeltà al suo passato.

Il discepolo trova in queste parole di Gesù la propria identità. Per un atto di libera decisione, ama e segue non il Cristo dei propri desideri, ma quello che, come Pietro, non conosce e non vuole accettare. La “Parola” del v. 31 toglie alla nostra sequela ogni ambiguità. Dimenticarla significa seguire, invece di lui, se stessi o le proprie fisime religiose.

Messaggio nel contesto

Questi è il Figlio mio, il diletto.- ascoltate lui”. la seconda e ultima volta che il Padre parla. La prima approvò Gesù come Figlio, quando si mise in fila con i peccatori per immergersi nel Giordano (1,11); ora lo conferma per noi come tale, mentre ha appena dichiarato la parola della croce.

Dopo la trasfigurazione dei Figlio, irradiazione della sua gloria (Eb 1,3), il Padre non dirà più nulla. Gesù che va in croce e risorge è la Parola in cui si esprime totalmente e si rivela definitivamente. Per questo dice: “Ascoltate lui!”. La sua carne è il criterio ultimo di discernimento spirituale.

Marco, a differenza degli altri evangelisti, pur conoscendole, non racconta le apparizioni del Risorto. Termina con le donne impaurite, che ascoltano l’annuncio di tornare in Galilea: “Là lo vedrete, come ha detto!” (15,7). Il finale rimanda al principio e invita a rileggere tutto alla luce dell’annuncio del Signore morto e risorto. Se lo ascolto, lo incontro nella sua parola che opera in me quello che dice, trasformando progressivamente la mia vita a immagine della sua. Il dono del pane, col miracolo del sordo e del cieco, mi abilita ad ascoltarlo e a vederlo. La sua gloria è la realizzazione di tutta la promessa di Dio, in lui già anticipata e donata a chiunque lo contempla. Vedere il suo volto infatti è la vita dell’uomo, che finalmente davanti a lui riflette la realtà di cui è specchio. “Riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito” (2Cor 3,18). Questa è l’esperienza del Vivente alla quale Marco vuol portarci. “Mostrarmi il tuo volto!”. La preghiera, ripetuta nei salmi, esprime il desiderio abissale che ci fa essere ciò che siamo. Ora l’anelito finalmente si placa (o si accende?).

La trasfigurazione, narrata al centro della vita terrena di Gesù, è figura di quella risurrezione che la sua parola già opera nel cuore della nostra vita quotidiana, in attesa di quella definitiva. Essa ha il suo inizio nell’ascolto che ci guarisce, si compie nel battesimo che ci unisce a lui, si alimenta col suo pane che ci fa camminare dietro di lui, e si consuma nella visione del suo volto, che si rispecchia nel nostro. “Quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,2).

Tutta la creazione tende al settimo giorno; e geme e soffre come nelle doglie del parto, in attesa di entrare con noi nella gloria dei figli di Dio (Rm 8,19 ss).

La trasfigurazione, non la sfigurazione – come temiamo – è il punto d’arrivo dell’universo. Il volto di Gesù, bellezza di Dio, compimento del suo disegno di salvezza, è il nostro vero volto, nel quale, per il quale, e in vista del quale siamo stati fatti (Col 1,15).In luitutto raggiunge il suo fine e si ricongiunge al suo principio. E Dio, finalmente tutto intutti (1Cor 15,28), riposa godendo della sua opera.

Questo racconto segna una svolta decisiva sia nel cammino di Gesù, che va verso Gerusalemme, sia in quello del discepolo, al quale il Padre mostra il mistero del Figlio.

Due persone, smarrite nel bosco, si trovano a percorrere lo stesso sentiero, l’unico che c’è. Ma uno ignora dove porta. Intanto cala la sera e viene la notte. L’altro riconosce da un segno che porta a casa; tra poco siederà attorno al fuoco coi suoi.

La vita è uguale per tutti. Ma uno sa solo che alla fine morirà; l’altro invece sa che sta andando verso l’incontro desiderato. Quanto diverse possono essere due cose uguali!

Gesù trasfigurato è la verità di Dio e dell’uomo. Il suo volto di Figlio è la luce della nostra vita, la realtà verso cui camminiamo. In lui gustiamo il Regno già venuto con potenza e abbiamo l’anticipo della meta, la vittoria sulla morte (v. 1).

Nella sequenza che va da 8,27 a 9,7 c’è una concentrazione di tutto l’insegnamento su di lui, che ha il suo culmine nella voce del Padre: “Questi è il Figlio mio, il diletto: ascoltate lui!”. Si chiude il dibattito sulla sua identità, mettendo fine alla domanda che pervade tutta la prima parte del vangelo: “Chi è costui?”. Si apre così la seconda parte, che introduce nel mistero profondo del Figlio.

A Pietro, che lo riconosce come “il Cristo” (8,29), Gesù spiega di essere il “Figlio dell’uomo” che percorre il cammino del “Servo di Dio” (8,31); proprio così è il “Giudice”, la presa di posizione nei cui confronti è la salvezza di ogni uomo (8,34-38). Ora il Padre dal cielo conferma dopo aver conferito al suo corpo, anche visibilmente, la gloria che spetta al Figlio. Abbiamo qui tutti i principali titoli che definiscono Gesù: è il Cristo, il Figlio dell’uomo, il Servo, il Giudice, il Figlio.

Questa rivelazione, riservata ora ai tre, sarà offerta a tutti sul Calvario. Allora, per la prima volta, facendo eco alla voce del Padre che risuona dalla nube, un uomo dirà sulla terra: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio” (15,39).

Discepolo ècolui che obbedisce alla voce del Padre che dice: “Ascoltate lui!”. Ascoltarlo significa seguirlo quando ci dice: “Dietro di me” (1,16-20), e sperimentare così il potere della sua parola che ci libera dal male, dalla febbre, dalla lebbra e dalla paralisi, e ci ridà la mano (1,21-3,6) per toccarlo, accogliere la sua vita (3,7-6,6a) e ricevere il suo pane che ci apre l’orecchio e l’occhio per riconoscerlo (6,6b-8,29). Ma bisogna ascoltarlo soprattutto quando dice la “Parola”, tirandone le conseguenze per noi (8,31-38). Ascoltando lui, il Figlio, diventiamo figli. La trasfigurazione corrisponde alla vita nuova che il battesimo ci conferisce attraverso la croce: è un’esistenza pasquale, passata dall’egoismo all’amore, dalla tristezza alla gioia, dall’inquietudine alla pace, dall’impazienza alla pazienza, dalla malevolenza alla benevolenza, dalla cattiveria alla bontà, dall’infedeltà alla fedeltà, dalla durezza alla mitezza, dall’essere in balia delle passioni alla padronanza di sé (Gal 5,22). Questa vita nuova nello Spirito è la sua presenza di risorto in noi. Sul nostro volto brilla il riflesso del suo, che è lo stesso del Padre.

Il desiderio da vertigine, impossibile e tuttavia costitutivo dell’uomo: “sarete come Dio” (Gn 3,5), trova nell’ascolto del Figlio la via della sua realizzazione.

Messaggio nel contesto

Come mai sta scritto del Figlio dell’uomo che deve patire molto”. Con questo accenno alla passione, Gesù risponde ai discepoli che non capiscono cos’è la risurrezione. Sanno che essa è il compimento di ogni promessa di Dio (Ez 37,1-14) e che, secondo Ml 3,23 s, deve prima venire Elia per convertire il cuore dei padri verso i figli, perché trasmettano loro la Parola, e dei figli verso i padri, perché l’ascoltino. Gesù dice che Elia è già venuto nella figura del Battista, la cui vita è profezia di quella del Figlio dell’uomo. Chi vuol intendere la sua risurrezione, deve prima entrare nel mistero della sua passione.

Questo dialogo contiene il nocciolo di una teologia della storia, il cui punto d’arrivo è la risurrezione e il cui enigma fondamentale è la sofferenza del giusto sconfitto.

Ma ciò che a noi fa problema, per Gesù è la soluzione: il male lo vince chi non lo fa e lo porta su di sé ingiustamente, come lui.

Qui i discepoli si imbarcano in disquisizionisu questioni allora dibattute. Può sembrare strano che dei pescatori si improvvisino teologi; ma chi non capisce (vv. 6,10), scopre l’innata vocazione a teologare. E, come tutti, invece di riflettere sulla realtà, riferisce pareri di altri, che commentano altri che hanno detto qualcosa. E sì che hanno appena visto la realtà più grande che a uomo siaconcesso contemplare!

Era opinione corrente, suffragata dalle ultime parole del profeta Malachia, che prima del giorno del Signore sarebbe venuto Elia a disporre una conversione generale al Signore. Ma quando è questo giorno del Signore, che dà l’avvio al suo regno?

L’inizio del vangelo identifica Elia col Battista (1,2 = Ml 3,I); e le prime parole di Gesù annunciano che il Regno è già arrivato (1,15). Non c’è quindi da aspettare qualcos’altro, ma da leggere il presente, che è sotto il segno della sofferenza del Figlio dell’uomo. Così ogni istante diventa il momento opportuno per convertirsi a lui e ascoltarlo. Solo a questa condizione si capisce il mistero della risurrezione, di cui la trasfigurazione è un anticipo.

Gesù annuncia di nuovo la sua passione, senza la quale non si entra nella gloria cui siamo destinati. Il mistero del Figlio dell’uomo, prefigurato da Elia e Giovanni, è ciò che i discepoli non colgono, perché è quello del giusto sofferente. Ciò che attendiamo è giàqui, ma non vogliamo riconoscerlo.

Il discepolo è chiamato a capire cosa significa stare con “Gesù solo” e seguirlo nel suo cammino verso Gerusalemme. La croce non si dissolve come un incubo alla luce del mattino di pasqua. Costantemente presente nella nostra storia, è la chiave per entrare nella risurrezione. Elia e Gíovanni, rispettivamente primo e ultimo dei profeti, sono profezia non solo del Figlio dell’uomo, ma di ogni uomo che viene dopo di lui.