La rinuncia al ministero da parte di don Alberto Ravagnani ci invita ad alcune riflessioni sul problema di fondo legato alla chiamata di Dio

di Alessandro Manfridi
5 Febbraio 2026
Per gentile concessione di
http://www.vinonuovo.it

La Bibbia ci presenta molteplici uomini e donne che fanno l’esperienza dell’incontro con Dio e sono da lui chiamati a svolgere una missione.

La vocazione nella Bibbia

Abramo, nostro “padre nella fede” (CCC 146-ss), ascolta per primo la voce di un Dio che promette di fare di lui una grande nazione invitandolo a lasciare suo padre ed andare verso un paese lontano. Quella con Abramo è una Alleanza, un patto, cui Dio si impegna in forza della sua Parola. Prima di lui, simile patto era stato stretto con Adamo (Gn 1-3), poi con Noè (Gn 9, 1-17). Dopo di lui, l’Alleanza prenderà forma scritta con Mosè sul Monte Sinai (Es 19-24; 34). Solo con Gesù quest’Alleanza, nel Nuovo Testamento, sarà riscritta non sulla carta, ma nei cuori, per mezzo dell’opera dello Spirito, come ricorda Paolo (2Cor 3,3). Come Abramo, anche Maria di Nazareth ci è madre nella fede. La sua chiamata viene messa da Luca in parallelo con la visione del cugino Zaccaria (Lc 1).

Dio chiama. Si manifesta, in maniera sempre nuova, scegliendo uomini e donne per compiere i suoi disegni. È quella che viene chiamata “vocazione”.

Egli si serve di condottieri del popolo che vengono chiamati “Giudici”. Poi, rispondendo alla richiesta del popolo stesso, chiama dei “Re” a guidare il popolo stesso, da Saul, al giovane e amato Davide, a Salomone, cui dona la sua sapienza. Tutti loro lo tradiranno. Chi viene chiamato viene investito dalla potenza dello Spirito e consacrato con l’olio della consacrazione. Accanto ai Re Egli colloca dei profeti che li accompagnino: Samuele, Natan, Elia, Eliseo. Poi, nelle vicende storiche del suo popolo, sconfitto e imprigionato in Babilonia, continua a guidarlo attraverso la chiamata dei suoi profeti. Maestosa la visione della vocazione di Isaia (Is 6, 1-13). Inutili la resistenza di Geremia (Ger 1, 4-19) e la fuga di Giona (Gio 1, 1-10) davanti alla chiamata di Dio.

Attraverso Gesù di Nazareth, coloro che sono chiamati, i dodici, sono posti simbolicamente all’inizio di un nuovo annuncio, destinato alle dodici tribù di Israele ma aperto alle genti e, durante le prime persecuzioni (At 8, 1-40), esploso in un fenomeno storico che da duemila anni è sotto gli occhi di tutti, con la nascita di una “nuova religione” che si è espansa al mondo intero. Come in tutti i passaggi e i protagonisti di quella che i teologi chiamano la “Storia della Salvezza”, Dio continua a servirsi degli uomini per realizzare i suoi disegni. La “vocazione”, spesso, si presenta come una chiamata, una elezione, da parte di Colui che solo conosce i cuori ed è del tutto inaspettata da parte di chi la riceve. È il caso di Davide, di Geremia, di Pietro, di Paolo.

La vocazione nella Chiesa Cattolica 

La “vocazione”, in tutte queste vicende, è quella che ancora oggi riguarda tutti i credenti. Ci limitiamo qui ad analizzare la realtà del Cristianesimo e in particolare il Magistero della Chiesa Cattolica. Tutti i cristiani sono “chiamati” da Dio a vivere una vita conforme agli insegnamenti dei Vangeli. Sono introdotti a tutto questo attraverso i sacramenti dell’iniziazione, Battesimo, Cresima, Eucarestia. Poi ci sono i sacramenti delle “vocazioni particolari”: Matrimonio e Ordine.

Oggi che cosa significa “essere chiamati”? Cosa significa “rispondere ad una vocazione”?

Alla vita cristiana ci si prepara con i Sacramenti dell’Iniziazione. Normalmente per il battesimo degli infanti viene realizzata la preparazione dei genitori e dei padrini con uno/due incontri. Ai sacramenti della Confermazione, dell’Eucarestia, della Riconciliazione, viene dedicato il catechismo sacramentale dei bambini e dei ragazzi, un incontro alla settimana durante l’anno catechistico; per il matrimonio un corso prematrimoniale per le coppie, con circa una decina di incontri. Coloro che si preparano ad una speciale consacrazione, frati, monaci e suore, fanno un percorso di alcuni anni con varie tappe e vari passaggi. Anche i diaconi permanenti fanno un percorso di studi teologici di alcuni anni, continuando a vivere la loro vita lavorativa e familiare nel mondo, con passaggi che prevedono il consenso delle mogli. I Vescovi vengono scelti tra i presbiteri, i Cardinali creati dal Papa tra i Vescovi, entrambi non frequentano una formazione specifica ma sono scelti in base al loro iter accademico, ministeriale e pastorale. I candidati al sacerdozio ministeriale, infine, si preparano all’Ordine attraverso sei anni vissuti in un Seminario Superiore Teologico (per chi non sia passato anche per i Seminari Minori).

Un bambino che ha ricevuto il Battesimo senza essere in grado di intendere e di volere e ha poi frequentato gli anni dell’iniziazione cristiana celebrando i relativi sacramenti, una volta divenuto adolescente e giovane avrebbe il bisogno di “rendere adulto” il suo percorso di fede. Sappiamo dell’allontanamento diffuso dalla frequenza della comunità dei fedeli che interessa generalmente i ragazzi dopo le tappe delle celebrazioni dei sacramenti dell’iniziazione cristiana. Spesso ci si riaffaccia dopo decenni, in occasione della preparazione al sacramento del Matrimonio e poi, successivamente, per i Battesimi e i successivi percorsi di iniziazione cristiana dei propri figli.

È chiaro che le coordinate di una “vita come vocazione”, come “risposta ad una chiamata”, si perdono laddove ci si allontana da reali percorsi condivisi di fede. Eppure, non è mai tardi per riscoprire la propria vocazione alla vita cristiana, il proprio “sacerdozio battesimale”, la propria chiamata a coltivare percorsi che ci portino ad essere “adulti nella fede”, che questo avvenga in età giovanile, durante un corso prematrimoniale, durante le nostre vicende di vita familiare e lavorativa alla luce della “vita nuova” riscoperta nell’ascolto dei Vangeli e nell’occasione della condivisione di significative esperienze comunitarie.

La vocazione all’Ordine sacerdotale

Pare diverso, a riguardo, il percorso di chi si prepara ad una speciale consacrazione. Non solo per i tempi (sei o più anni) ma anche per il contesto. I candidati vengono “separati dal mondo” per essere messi al servizio del mondo. La vera “libertà”, per questi candidati, riteniamo sia quella che li porta ad essere vagliati e confermati nei loro propositi dal discernimento di altri, deputati a questo scopo dalla Chiesa, dalla comunità dei credenti. Ossia: non sono io che “mi chiamo”, che mi propongo come candidato a rivestire un ruolo ministeriale. Io ritengo che ci sia “Qualcuno che mi stia chiamando”. Sta poi alla Chiesa discernere sulla verità e sulla bontà di questa “vocazione”.

La Chiesa, dunque, discerne su quella che è la “vocazione”. Normalmente questo percorso di discernimento viene svolto in maniera mirata prima dell’ingresso in Seminario Maggiore o comunque nel primo biennio del percorso filosofico teologico. Svolta questa fase, i candidati continuano il percorso teologico e le esperienze pastorali nei successivi quattro anni. Al termine del percorso, prima dell’Ordinazione diaconale, avvengono già, giuridicamente, le promesse, quelle legate alla disciplina dell’Ordine. Fra queste, la promessa del celibato.

La “non-vocazione” al celibato

Chiariamo qualche dinamica. Oggi un giovane potrebbe affermare: “sono stato battezzato ma non ero in grado di intendere e di volere; mi sono accostato ai sacramenti dell’iniziazione ma ero bambino e tutta questa vocazione alla vita cristiana non l’ho mai veramente sperimentata, ho solo frequentato questi percorsi per una consuetudine sociale”. Una coppia di sposi può dire: “non andavamo in chiesa prima, non ci siamo tornati dopo, l’abbiamo fatto per il nostro matrimonio ma tutta questa vita cristiana non l’abbiamo riscoperta con quella dozzina di incontri che il nostro parroco ci ha ‘imposto’ per poterci sposare in chiesa”. È invece difficile che un consacrato – sia una suora, un frate, un monaco o, per quel che riguarda il sacramento dell’Ordine, un sacerdote secolare o regolare – possa dire: “non volevo fare i passi che ho fatto. Qualcuno mi ha fatto un “lavaggio del cervello” e mi ha condotto ad arrivare in fondo a questi percorsi”.

Ci sono, è vero, alcuni casi di nullità riconosciuta dopo un processo canonico per alcune di queste persone. Normalmente, però, è improbabile che una persona faccia un percorso di sei o più anni arrivando sino in fondo se non ne è sinceramente convinto. Ed è proprio questo che la Chiesa afferma per chi, anni o decenni dopo, chiede la dispensa dall’obbligo del celibato. Nel procedimento canonico che accompagna chi chiede tale dispensa, si rileva come il candidato abbia a suo tempo liberamente sottoscritto gli impegni che comportava il sacramento dell’Ordine, senza alcuna costrizione.

Questo è senz’altro vero. Ma, per quel che riguarda la promessa di celibato, riterremmo dire che questa non è propriamente “vocazionale”. Quando faccio una scelta, focalizzo la mia attenzione su ciò che scelgo, non su ciò a cui rinuncio. Se scelgo di sposare una donna sarò convinto della mia scelta di condividere il matrimonio con lei; non penserò al fatto di dover rinunciare a tutte le altre donne che non potrò sposare.

Se dopo un percorso faticoso di discernimento la Chiesa riconoscerà la verità della mia chiamata, della mia vocazione, mi focalizzerò su questa. Vivrò per ciò che sto scegliendo dopo essere stato scelto, pronto a pronunciare il mio “sì” ad una consacrazione ministeriale. Al termine del percorso, dopo sei anni di Seminario Maggiore, prima dell’Ordinazione diaconale che precede quella presbiterale, bisogna sottoscrivere gli impegni canonici. Tra questi, bisognerà sottoscrivere anche la promessa di celibato. Chiaramente, la scelta è fatta: quella della vocazione; dopo sei anni di cammino, la rinuncia, quella del celibato, va sottoscritta. È condizione necessaria perché la scelta vada in porto, perché quel “sì” alla vocazione si realizzi.

I primi anni scorrono pieni di impegni. Prete giovane, sempre al centro dell’attenzione e del gradimento di tutti, sempre sotto i riflettori. Il celibato però, che non è scelta vocazionale ma legge della Chiesa, inizia a pesare. Facciamo un passo indietro. Se in fase del discernimento della vocazione fossero venute a galla queste intenzioni: “non mi piacciono le donne, non ho alcuna intenzione dunque di sposarmi, ecco perché credo di essere chiamato al sacerdozio, sicuramente ho una predisposizione al celibato”; i formatori che erano deputati al discernimento della bontà della mia vocazione non avrebbero avuto dubbi. “Ci dispiace, ma non possiamo riscontrare le condizioni necessarie per una chiamata al ministero. Questo non può essere un ripiego ma deve essere una scelta compiuta in piena libertà”.

Dunque, per i formatori, il centro del discernimento è “la vocazione”. La vocazione al ministero. Non è “la vocazione al celibato”. La condizione del celibato non precede la vocazione ma la segue, come legge dettata dall’attuale disciplina della Chiesa Cattolica di rito latino. La chiamata, la risposta, la scelta, è sulla vocazione ministeriale. La sottoscrizione della promessa del celibato ne è la condizione legale. Ma, possiamo dire, non è vocazione. È una “scelta non scelta”.

Non è un mistero che non pochi ministri vivano la sofferenza, il malessere, se non il rifiuto per questa “scelta non scelta”, per una legge che non è un dogma e un giorno potrebbe essere cancellata, ma che è da un millennio legge canonica. Non c’è da stupirsi se alcuni scelgano, dopo anni o dopo decenni, di rinunciare in maniera sofferta ma vera all’esercizio del ministero sacramentale.

Non è mai un “volgersi indietro”, non è nemmeno un rinnegare il ministero che viene sospeso ma che rimane sempre valido secondo la teologia cattolica; tanto che la Chiesa stessa chiede che venga esercitato in caso di necessità (CJC can. 1335, § 2).

È semplicemente il riconoscere una verità: nella vita ogni scelta convinta risulta concatenata a successivi percorsi; di conseguenza ogni opzione accettata perché impossibile da evitare (“scelta non scelta”) può condurre a sofferenza, a perdita di motivazione, a un disordine di fondo che diviene inevitabile.

Decidere di mettere ordine è un passo sano e coraggioso. Si tratta di accettare oppure rinunciare a questa “scelta non scelta”. In entrambi i casi si tratta di decisioni degne di rispetto, anche se ciò comporta la rinuncia all’esercizio del ministero. Per chi intende sposarsi la Chiesa infine dà la possibilità di farlo, dopo aver chiesto la dispensa dal celibato.

Porsi la domanda sulla possibilità di abolire l’obbligo del celibato, rendendolo facoltativo, non è una questione che debba essere motivata da alcuna lettura di opportunità (quali il calo delle vocazioni, ad esempio). L’unica motivazione, a nostro avviso, è quella fondata sulla verità di una vocazione che sia autentica, qualunque sia lo stato di vita di un ministro, matrimoniale o celibatario. E, come il vangelo ci dice, solo la verità ci farà liberi (Gv 8, 31).

22 risposte a “Celibato: quella scelta non scelta.”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:7 Febbraio 2026 alle 10:57“Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.”. Cosi il lasciare persone, padre, madre, etc. affetti personali, per dedicarsi alla missione a divulgare il Vangelo significa far conoscere il Maestro Gesù Figlio di Dio, a coloro che non lo conoscono, come Gesù stesso ha risposto, “chi è mia Madre è mio fratello?” **, , ai suoi ascoltatori, Ora la Chiesa di Pietro ritiene in ogni tempo essere questo. Cio ha dato molto frutto. Altre Chiese sono sorte a offrire diverse esigenze di vita. Non si vede la caparbietà a un ripiego del suo cosi esistere e vivere. Forse che Dio stesso non è intervenuto in ogni tempo a dotarla di esempi di grazia e santità’ a compensare ogni sacrificio sopportato in Suo Nome? come da testimonianze alle quali tanto popolguarda del mondo con venerazione? Cosi può accadere che il volto della Chiesa appaia deturpato nella sua luce se viene meno un servirla per come essa è stata in origine fondata.Rispondi
  2. Domenico Pietanza ha detto:6 Febbraio 2026 alle 23:46Che io ricordi anche nella chiesa latina si parla di vocazione al celibato.
    Chi chiede l’ordinazione presbiterale sa che il celibato non è il biglietto da pagare per essere presbitero, ma è il frutto di un discernimento in cui ci si chiede sé oltre alla chiamata al sacerdozio si è chiamati anche al celibato. Nella chiesa latina possiamo parlare di queste sue chiamate su cui i candidati fanno discernimento.Rispondi
  3. Debora Renna ha detto:6 Febbraio 2026 alle 21:45Sinceramente credo che bisognerebbe occuparsi non solo della salute spirituale degli uomini religiosi ma anche delle donne che continuano a vivere si margini della vita ecclesiale ed alle quali ancora non viene riconosciuta la dignità che meritano. Non siamo coinvolte in maniera adeguata e tantomeno possiamo accedere a certi tipi di studi teologici. Non riesco proprio a preoccuparmi degli uomini religiosi, scusate , secondo me la Chiesa dovrebbe evolversi diversamente e la Castità per chi la riceve come dono e la riconosce come tale è una cosa meravigliosa.Rispondi
  4. Carlo Maccio’ ha detto:6 Febbraio 2026 alle 18:34Non voglio giudicare nessuno ma semplicemente lasciare uno spunto di riflessione: Come viviamo il rapporto con Dio, la Sua Chiesa, la religione cattolica? Partecipiamo alla vita della comunità parrocchiale dando una mano come meglio possiamo in quanto educatori, catechisti, coristi o in altre situazioni? Come reagiremmo se un nostro figlio o nipote ci confidasse di sentire l’invito a consacrarsi? Buona serata a tuttiRispondi
  5. Raoul Block ha detto:6 Febbraio 2026 alle 14:51Rimane sempre la domanda perché tra tutti Gesù abbia scelto l’unico (?) apostolo sposato su cui costruire la propria chiesa. Chissà a cosa si riferisce Paolo quando parla del “diritto di portare con (se) una donna credente, come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa” (1Cor 9,5)… anche se Paolo ci rinuncia, non significa che Cefa sia stato meno valoroso, o più lontano alla fede.Rispondi
  6. Pietro Buttiglione ha detto:6 Febbraio 2026 alle 13:38Sono allibito! Non sono né presbitero né teologo né cosi’ da scrivere tanto come Manfridi..?
    Ma dai msg qui sotto sembra che nessuno sappia che:
    1) i presbiteri per 1000 anni, MILLE!! Potevano sposarsi senza problemi..
    2) Oggi anno 2026 DUEMILA VENTISEI presbiteri CATTOLICI di rito siriaco .. idem.
    Mio genero, noto scultore siriano, ha un suo zio prete cattolico sposato con figli.
    Vogliamo semplicemente partire da questa realtà e smetterla di spendere……?Rispondi
    • Marco Ansalone ha detto:6 Febbraio 2026 alle 22:12Per essere esatti il celibato dei preti è stato reso obbligatorio solo con il codice di diritto canonico del 1917 poco più di un secolo fa. Prima il celibato dei preti era una consuetidine iniziata con la riforma dell’XI secolo detta impropriamente “gregoriana”. Papa Leone potrebbe dalla sera alla mattina cambiare il canone adeguandolo a quello delle chiese orientali cattoliche. Penso che prima o poi un papa o un concilio lo farà.Rispondi
  7. elena De Rosa ha detto:6 Febbraio 2026 alle 09:07Io credo che non debbano esserci differenze di condizione tra un presbiterio di rito orientale ed uno di rito romano perché questa diversità porta divisione all’interno della chiesa questo è molto grave perciò se è consentito ad un presbiterio la facoltà di sposarsi deve essere consentito a tutti ma non per questioni demografiche ma perché la vocazione del presbitero di rito orientale in tal modo viene considerata vocazione minore e meno profonda rispetto alla vocazione del presbitero di rito romano allora ci sono preti di serie A e preti di serie B? Non è la scelta di sposarsi o meno che rende più o meno autentica la vocazione credo che di fronte a Dio sono ben altri i parametri dell’autenticitàRispondi
  8. Mauro Soriani ha detto:6 Febbraio 2026 alle 07:55Il popolo cristiano ha bisogno di sacerdoti santi, non di sacerdoti colti. Sei e passa anni di seminario sono troppi. San Paolo dice chiaramente che addirittura un vescovo può avere una famiglia, dei figli, purché non dediti al vino….. Il celibato dei sacerdoti è una sovrastruttura imposta. In questo modo la Chiesa ha perso decine di migliaia di bravi sacerdoti solo perché non erano in grado di sopportare la vita da celibi obbligatoria.Rispondi
  9. stefano moretti ha detto:6 Febbraio 2026 alle 07:49Mi sembra che l’autore dimentichi che:
    1) la chiamata al sacerdozio non è un contratto di lavoro dove il celibato è una clausola aggiuntiva. È invece un processo di configurazione a Cristo. Se il sacerdote agisce in persona Christi, il suo stato di vita non è una scelta pratica, ma un’adesione alla forma di vita di Gesù.
    2) il celibato è la massima espressione della paternità. Il sacerdote non rinuncia a essere padre, ma sposta la sua capacità generativa sul piano dello Spirito. Attraverso i sacramenti e la guida spirituale, il prete “genera” continuamente nuovi fedeli alla vita divina.
    3) Se un uomo è chiamato da Dio, la sua massima libertà non consiste nel poter scegliere se sposarsi o meno, ma nel dire “Sì” al disegno che Dio ha su di lui. Quindi in questa prospettiva il celibato è un carisma.
    4) Il celibato ha una funzione profetica.Rispondi
    • Francesca Merlo ha detto:6 Febbraio 2026 alle 18:46Condivido totalmente. E con lei dico che la vocazione al celibato è vocazione “profetica”.
      Grazie del suo commento.Rispondi
  10. Silvia Caruso ha detto:6 Febbraio 2026 alle 07:42Se siamo cristiani imitiamo Cristo, il quale aveva il massimo rispetto per la Parola di Dio e quindi insegnava dicendo :”È scritto…”
    1 Timoteo 4:1-3 ” Comunque la parola ispirata dice chiaramente che in futuro alcuni si allontaneranno dalla fede, prestando attenzione a ingannevoli affermazioni e a insegnamenti di demoni….Questi proibiscono di sposarsi”
    1 Corinti 7: 8,9 ” A quelli non sposati e alle vedove dici che è meglio se rimangono come me. Se però non riescono a padroneggiarsi, si sposino, perché è meglio sposarsi che bruciare di passione”Rispondi
  11. Paola Andreozzi ha detto:6 Febbraio 2026 alle 07:09Penso che il sacerdote debba essere celibe per dedicarsi anima e corpo alla sua Missione. Ci sono sante sposate o sposi santi.ma noi cristiani vomuni fidiamoci del Papa e obbediamo. L:obbedienza è alla base della vita cristiana. Se ti pesa il Celibato fai il Diacono.Rispondi
    • Debora Renna ha detto:6 Febbraio 2026 alle 22:54Credo che la Prima fondamentale Obbedienza sia quella nei confronti di Dio e che se essere obbedienti s qualcun altro ci rende ambigui davanti a Dio ci porterà a non essere autentici e sereni.Rispondi
  12. Pietro Taffari ha detto:5 Febbraio 2026 alle 22:00“Suprema lex Ecclesiae: salus animarum”, recita l’ultimo canone del CJC. Tuttavia sono convinto che , di fatto, la “suprema lex” di ogni potere religioso, e anche civile, l’ha emanata Caifa nel Sinedrio: la convenienza!
    Alla Gerarchia cattolica non intessa la salute/salvezza dei presbiteri, soprattutto nel rito latino/romano dove non è consentito allo Spirito Santo di scegliere “quelli che vuole” per il sacerdozio, come lo fa nelle 24 Chiese cattoliche di rito orientale, dove c’è verità/libertà di scegliere tra presbiterato celibe e presbiterato uxorato. I presbiteri uxorati non hanno meno carità pastorale dei presbiteri celibi e non sono “figli di un Dio minore”.Rispondi
  13. Salvatore Solito ha detto:5 Febbraio 2026 alle 19:34Io penso che non c’è da fare lunghi discorsi,se non c’è una relazione con Dio che avviene per grazia tramite il sacrificio di Gesù noi non possiamo mai conoscere le cose di Dio, se non si fa l’ esperienza della nuova nascita, come l’ apostolo Paolo, prima Saulo era solo un religioso ma non conosceva Dio quindi cerchiamo la guida dello Spirito Santo non di qualche guida cieca come dice la Parola,e troveremo la Via che ci renderà liberi .(Giovanni 8:31) Pace del Signore a tutti.Rispondi
  14. Salvo Coco ha detto:5 Febbraio 2026 alle 09:19Ripropongo questo intervento di Ghislain Lafont sull’identità dottrinale del presbitero. Mi sembra utile il cambio di prospettiva che suggerisce. Molti commenti al caso Rovagnati non riescono ad approcciarsi efficacemente all’argomento perché rimangono dentro l’ambito dottrinale del clericalismo. Ghislain Lafont invece ci aiuta a guardare oltre. O meglio, a guardare alle fonti evangeliche. https://www.settimananews.it/chiesa/clericalismo/?fbclid=IwY2xjawPxMd9leHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEe7S6BzdUl9XOZ41Socm97ApdXu2avRfopWHpkxbsbFaAe3K1ABV6Ee5G8jNI_aem__12eAIdNIemu5AVf8SGKBQRispondi
    • Vincenzo Pica ha detto:5 Febbraio 2026 alle 15:25L’intervento di Ghislain Lafont sull’identità dottrinale del presbitero da lei proposto è molto interessante. Grazie. Spero che non sia troppo tardi quando e se le gerarchie della chiesa lo “capiranno”. Il popolo già ci è arrivato e forse perciò se ne è allontanato. Anche l’articolo che lei ha commentato sa di vecchio stereotipato, e cito: …il centro del discernimento è “la vocazione”…,…Se dopo un percorso faticoso di discernimento la Chiesa riconoscerà la verità della mia chiamata,…Al termine del percorso, dopo sei anni di Seminario Maggiore, prima dell’Ordinazione diaconale che precede quella presbiterale, bisogna sottoscrivere gli impegni canonici. Ma tutto questo definisce un ordinato? Ma(?)Rispondi
      • Alessandro Manfridi ha detto:6 Febbraio 2026 alle 11:161) La Chiesa non è giovane, ha 2000 anni e il percorso di preparazione all’ordine è quello. La scelta del seminario è sempre libera ed è intrisa da eventi che sono personali e privati; il percorso non è facile. È dunque necessario che un seminarista sia affiancato dalla Chiesa che scendendo nel personale è sempre una figura umana che ha il compito di definire nel quotidiano il significato cristiano del sacramento dell’Ordine. Si parla di “vocazione” come chiamata ma questa chiamata potrebbe essere figlia di una infatuazione, di un momento particolare, di un falso immaginario. L’ accompagnamento della Chiesa ha proprio il compito di dare verità al giovane che si trova dinanzi a questa scelta vocazionale. Questo discernimento andrebbe fatto anche nel sacramento del matrimonio mentre spesso il percorso che accompagna due fidanzati viene visto come una noiosissima catechesi che precede la celebrazione del matrimonio.
      • Alessandro Manfridi ha detto:6 Febbraio 2026 alle 11:192) Argomento diverso è il clericlarismo che è determinato da meccanismi di autoreferenzialità e anche di solitudine del prete. C’è dunque da chiedersi quanto ci sia da rivedere non solo nella formazione durante il percorso seminariale ma anche cosa è necessario fare per dare vita a comunità ecclesiali che talune volte evangelicamente non lo sono.
    • Alessandro Manfridi ha detto:6 Febbraio 2026 alle 11:13Condivido la preziosità dell’intervento di Lafont proposto da Salvo Coco.Rispondi
      • Debora Renna ha detto:6 Febbraio 2026 alle 23:14Si occupi se glielo permettono e se non la spaventa del ruolo della donna nella Chiesa e soprattutto si chieda quale donna oggi accetterebbe di sposare un prete: si occupi di ciò che sta accadendo oggi nella nostra società, femminicidi ogni giorno….e chiedetevi in che misura la Chiesa stessa possa essere responsabile di tale visione distorta che oggi gli uomini italiani hanno delle donne. L’ ultima cosa di cui le donne oggi hanno bisogno è essere asservite anche a questo. Non mi aspetto né che mi risponda né che pubblichi il mio commento: mi basterebbe farla riflettere su tale argomento.