Si fa fatica a credere perché si fa fatica a trovare ragioni. Tendiamo a sostare nelle certezze che rassicurano. E talvolta uomini di Chiesa e teologi non sanno rispondere alle provocazioni di chi pone le grandi domande

Manuel Belli  
26 Gennaio 2026
Per gentile concessione di
http://www.labarcaeilmare.it

Le fatiche dei grandi credenti biblici

Bruno Maggioni ha scritto un libro che davvero è una perla: “La difficile fede“. Il libro si sofferma sui percorsi talvolta tortuosi e sempre complessi con cui i personaggi biblici arrivano alla fede.

In effetti la fede, intesa come affidamento totale nelle mani di Dio, comporta un lavorio su di sè profondo, radicale. Parole che lasciano intendere che abbiamo tra le mani un dossier scottante. La fede risulterebbe come esito di un travagliato percorso di ricerca, fatto di sudate carte, dibattiti impegnativi, notti insonni tipo quella dell’Innominato, ricerche minuziose. Ma è così? Perché passare dalla “difficile fede” a una “semplice fede” è un attimo; così come passare da una “coscienza credente” a una “personalità credulona” è un soffio.

Credo che l’acqua della mia borraccia non sia velenosa

La fede può essere onerosa; ma in realtà “credere che” è anche estremamente semplice. Secondo Daniel Dennett, il nostro cervello è una macchina assetata di “intenzionalità”: abbiamo bisogno di cercare cause, di attribuire intenzioni, di trovare nessi. “Credere che” ci permette di vivere, senza “credere che” non potremmo esistere.

Mentre scrivo ho vicino a me una borraccia con dell’acqua: credo che sia potabile. Lo so che ci sono persone che sono morte avvelenate. Ma non posso vivere senza “credere che” sono in un mondo a cui attribuisco l’intenzione di permettermi di vivere: per vivere abbiamo bisogno di pensare che le cose funzionino, a volte senza troppe prove.

Tendiamo a essere conservatori nelle idee e negli affetti

Nel 1957 Leon Festinger ha teorizzato il concetto di “dissonanza cognitiva”, dimostrando come l’uomo, per ragioni adattive, tende a conservare il più a lungo possibile le sue credenze, anche a costo di cadere in palesi contraddizioni con i dati di realtà. Nel 2006 sempre Dennet ha descritto casi emblematici di dissonanza religiosa: una setta che attendeva la fine del mondo, davanti al fallimento della profezia, reinterpretò l’evento come successo delle proprie preghiere.

Meccanismi analoghi operano anche nella vita affettiva: per non smantellare il nostro mondo di credenze, siamo capaci di reinterpretare perfino la violenza come forma di affetto. Tutti viviamo in mondi in cui “crediamo che” siano effettive una serie di cose che riteniamo attendibili per probabilità, non per ricerca.

I filosofi antichi parlavano della “doxa”, opinione: è il nostro approccio fondamentale al mondo, ci facciamo opinioni e credenze in base a quello che riteniamo più probabile. La ricerca, la verifica, la messa in discussione sono modi onerosi di vivere, e assolutamente contro-intuitivi. Se poi una cosa la riteniamo vera in tanti e per molto tempo, tendiamo a pensare che sia così per natura, e non siamo disposti a cambiare idea con grande facilità.

“La difficile fede” e “la coscienza credente”… sì, sono dimensioni affascinanti. Ma onerose. Smascherare i meccanismi di dissonanza cognitiva non è facile: può essere addirittura doloroso. Ogni storia di abuso si regge su una dissonanza cognitiva: una persona di cui ho fiducia non credo che possa tradirmi, e preferisco interpretare come forma di affetto quella che palesemente è una violenza. Smascherare la violenza è faticoso.

Difficile dire se la fede è difficile

Ma è poi così diffusa la “difficile fede”? Non è facile dirlo. Credere che ci sia un’intenzionalità che ha fatto il mondo, che non siamo soli, che la morte potrebbe non essere l’ultima parola non è cosa difficile: per il nostro cervello affamato di intenzionalità viene abbastanza semplice. Che si viva la “difficile fede” forse si vede se abbiamo una “difficile teologia”.

Prendo a caso alcuni titoli di ricerche di dottorato in corso alla Gregoriana: l’analisi dell’uso di un versetto della lettera ai Corinzi nella tradizione alessandrina, la storia di come è stata istituita una nuova diocesi, un concetto di un autore spagnolo che non conosco, l’ordine dell’amore in una filosofa, un confronto tra due teologi su un problema di teologia delle religioni, le peculiarità legislative delle chiese orientali.

Nella Chiesa molti hanno paura della ricerca

A questo punto il sesso degli angeli e la lana caprina non sfigurerebbero. A me sembra di vedere una parte di chiesa che ha la fobia della ricerca: la teologia sarebbe una mera e semplice ripetizione del catechismo (come se il catechismo fosse dettato da Dio). Vietato porre un problema. La ricerca è esclusa per principio come nemica mortale della fede. Semmai l’unica difficoltà della fede sarebbe ingaggiare una lotta contro il mondo, brutto e cattivo.

Poi c’è una parte della teologia che riflette sui temi dei capi: l’anno del sinodo escono mille studi sulla sinodalità, l’anno dei giovani si riflette sulla pastorale giovanile. Una teologia alla moda, che passa finita la stagione.

C’è poi una teologia metodologica: si riflette sui metodi, sui riferimenti filosofici, sulle categorie di fondo, sui passaggi dei documenti, con lavori importanti e interessanti,… tanto non fanno mai male a nessuno.

La non-fede dei giovani che non trova risposte in chi crede

Insomma, voi la vedete tutta questa “difficile fede”? Nella mia frequentazione scolastica vedo più spesso una “difficile non fede”, che nasce da ricerca sincera, ma che non trova risposta in quello che dicono i credenti.

Un ragazzo medio sente parlare di “metodi storico critici”, di “problemi di teodicea”, di Franco Tommasi e di Barth Ehrmann, di questioni antropologiche sull’esistenza dell’anima, e magari i loro preti nemmeno sanno vagamente di cosa si stia parlando.

Si fa una messa, si benedica una gola, si fa una confessione e una adorazione. La fede, in fondo, appare fin troppo facile; la ricerca, invece, resta l’impresa più esigente. E coniugare sincera ricerca e fede appare ancora più ostico.