In questi giorni si torna a parlare dell’intenzione da parte della Comunità tradizionalista di s. Pio X, di ordinare nuovi vescovi. E si parla anche della possibile ripresa della scomunica che, con alterne vicende, sembrava essere rimasta inapplicata. Sarebbe la prima grave prova per Papa Leone. Il nostro collaboratore ha partecipato a una messa in latino che si celebra nella nostra città, nella chiesa di s. Leonardo, in Largo Rezzara. Ne ha riportato alcune sensazioni.

Di: Giorgio Gervasoni  
Data: 4 Febbraio 2026
Per gentile concessione di
http://www.labarcaeilmareit

La cosa mi incuriosiva da tempo. Decido di andarci

Era già tempo che ne avevo intenzione, perché mi incuriosiva vedere di persona come si svolge quella liturgia, di cui ricordavo vagamente qualcosa quando da bambino, ancora prima della riforma conciliare, partecipavo alle mie prime messe nella chiesa di San Fermo distante pochi minuti da casa mia. Questa volta però mi sono deciso a farlo perché la scorsa settimana mi sono imbattuto, su You Tube, nella foto di un uomo sui quarant’anni circa, sotto cui compariva, a mo’ di titolo di un suo discorso registrato poco tempo prima, la frase “Messa antica vs Messa moderna”, della durata di circa 15 minuti: a quel punto ho pensato di ascoltarlo, perché più volte, in tempi recenti, mi è capitato di sentire giudizi negativi sulla riforma liturgica conciliare, che non si è comunque limitata alla sola messa, e il rimpianto per la celebrazione eucaristica secondo il Messale Romano di San Pio V, riconfermato dallo stesso Giovanni XXIII nel 1962, prima dell’inizio del Concilio stesso.

Nel discorso di cui sopra, a parte la definizione di “famigerata” data alla Costituzione conciliare sulla liturgia, l’unica motivazione data in favore del rito antico è stata quella che l’oratore ha definito “estetica”: l’uso del latino, i canti, gli spazi maggiori di silenzio. Nessuna motivazione di tipo teologico.

I partecipanti sono molti. Anche giovani

A quel punto, come detto, mi sono deciso ad andare alla messa in San Leonardo per vedere di persona. Mi ha sorpreso, prima di tutto, l’elevato numero di partecipanti: la chiesa è abbastanza grande, con due lunghe file di banchi e delle sedie tutte occupate; tra i presenti c’erano, oltre a persone anziane, anche alcuni ragazzi, dei giovani, persone adulte di mezza età. Il celebrante, un prete molto anziano, è entrato in chiesa dalla sagrestia accompagnato da tre chierichetti, non bambini ma adolescenti. Anzi uno dei tre con qualche anno in più e l’aria tutta compresa da cerimoniere.

Dopo il rito dell’ “asperges” percorrendo in entrambi i sensi la navata, il prete si è diretto all’altare maggiore e, tenendo le spalle rivolte all’assemblea, ha dato inizio alla celebrazione, tutta in latino, tranne le due letture (non tre) e l’omelia, a cui ha fatto seguito la recita del Credo. I presenti, molti dei quali col messalino, rispondevano sempre in modo deciso e corale. La parte successiva della messa (offertorio e consacrazione del pane e del vino) si è svolta nel silenzio totale: il celebrante recitava le formule di rito e i fedeli, tutti inginocchiati, pregavano. Così è stato fino alla recita ad alta voce del Padre Nostro e dell’Agnus Dei; infine la comunione dei fedeli: tutti in fila fino alla balaustra del presbiterio dove, inginocchiati uno accanto all’altro, il prete passava a dare la particola, a tutti rigorosamente in bocca. Formule finali di conclusione.

Continuo a preferire la  “nuova messa”. Nonostante tutto

Questa la descrizione, per sommi capi, di quanto ho visto e sentito: sicuramente non può non colpire, sessant’anni dopo la riforma conciliare, che tutto venga detto in latino, che il celebrante stia quasi sempre con le spalle volte all’assemblea, che non ci sia la tavola-mensa a indicare, simbolicamente e visibilmente, l’invito a riunirsi attorno a Cristo che si dona a noi come cibo, che non sia previsto lo scambio del segno di pace, che alcuni momenti fondamentali della messa si svolgano nel silenzio totale (anche se è vero che nelle “nostre” messe qualche volta un po’ di silenzio in più non guasterebbe).

Dopo questa mia esperienza resto convinto del bene e della necessità assoluta di partecipare, comunque, alla messa secondo il rito conciliare, pur con i difetti che essa può presentare e nonostante gli eccessi che, come hanno evidenziato più volte alcuni liturgisti, in questi decenni si sono talvolta verificati; ma questi dipendono non dalla riforma in sé, bensì da una applicazione errata o superficiale che di essa, a volte, si è fatta. Purtroppo da parte di alcuni gruppi “tradizionalisti” le critiche e le contestazioni nei confronti della messa conciliare sono diventate un modo per esprimere un rifiuto globale del Vaticano II stesso.

Quello che ha scritto papa Francesco

A questo proposito, mi pare interessante soffermarsi sulla lettera apostolica del 2021 di Papa Francesco Traditionis Custodes, dedicata proprio all’uso della liturgia secondo il Messale Romano promulgato da San Pio V e edito da San Giovanni XXIII nel 1962. Il Papa ricorda che i suoi predecessori Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno concesso la facoltà di usare quel Messale «per promuovere la concordia e l’unità della Chiesa», «per facilitare la comunione ecclesiale a quei cattolici che si sentono vincolati ad alcune precedenti riforme liturgiche».

Ma poi il Papa elenca alcune regole ben precise a cui attenersi: spetta esclusivamente al vescovo autorizzare nella sua diocesi l’uso del Missale Romanum del 1962 e sempre il vescovo deve accertarsi che i gruppi, che ne fanno richiesta, «non escludano la validità e la legittimità della riforma liturgica, dei dettati del Concilio Vaticano II e del Magistero dei Sommi Pontefici»: Inoltre il vescovo dovrà stabilire il luogo in cui i fedeli di quei gruppi potranno riunirsi per la celebrazione eucaristica, i giorni in cui sia consentita la celebrazione con il Messale Romano, un sacerdote incaricato delle celebrazioni e della cura pastorale  di tali gruppi. Le letture dovranno essere proclamate «in lingua vernacola».

Ed è significativo leggere ciò che Papa Francesco scrive in una Lettera inviata a tutti i vescovi del mondo, contemporaneamente alla pubblicazione di Traditionis Custodes, in cui spiega i motivi dei cambiamenti da lui voluti, nella celebrazione con il Messale Romano, rispetto a ciò che Benedetto XVI aveva concesso nella sua Lettera Apostolica Summorum Pontificum del 2007: con essa Papa Ratzinger voleva «favorire la ricomposizione dello scisma con il movimento guidato da Monsignor Lefebvre».

La messa in latino fra nostalgia e avversione per il nuovo

Tuttavia, a 14 anni di distanza, sottolinea Papa Francesco, sono emerse notevoli criticità: quella possibilità concessa da Benedetto XVI «è stata usata per aumentare le distanze, indurire le differenze, costruire contrapposizioni che feriscono la Chiesa e ne frenano il cammino, esponendola al rischio di divisioni». Il Papa inoltre si dice rattristato da «un uso strumentale del Missale Romanum del 1962, sempre più caratterizzato da un rifiuto crescente non solo della riforma liturgica, ma del Concilio Vaticano II, con l’affermazione infondata e insostenibile che abbia tradito la Tradizione e la “vera Chiesa”».

E’ pertanto fondato il sospetto che dietro la nostalgia per la messa in latino di Pio V si nasconda un’ avversione, neppure troppo celata, nei confronti dello stesso Concilio Vaticano II, che molti ferventi cattolici vedono insensatamente come l’origine dei mali della Chiesa d’oggi.