Il nodo vero non è la potenza tecnica, bensì il potere di influenza che chi governa i dati esercita sulla costruzione della realtà sociale, sugli immaginari collettivi e sulle soluzioni che diventano pensabili, legittime, inevitabili. Un ambito in cui questo meccanismo è particolarmente evidente è quello delle politiche sociali, e in modo ancora più netto il nesso tra migrazione e sicurezza. La società civile è forse l’unico vero antidoto a questa deriva, ma a una condizione: crescere in consapevolezza e in competenza

di Paolo Venturi
30/1/2026
http://www.vita.it
Il dibattito pubblico sull’uso dei dati e degli algoritmi è sorprendentemente povero, soprattutto se confrontato con la potenza reale che questi strumenti esercitano. Si continua a ridurre tutto alla questione, ormai quasi rituale, dell’Intelligenza Artificiale che “ruba il lavoro”, come se il problema fosse solo occupazionale e come se bastasse regolarne gli effetti collaterali. È una semplificazione comoda, ma profondamente fuorviante. Il nodo vero non è la potenza tecnica, bensì il potere di influenza che chi governa i dati esercita sulla costruzione della realtà sociale, sugli immaginari collettivi e sulle soluzioni che diventano pensabili, legittime, inevitabili. Un ambito in cui questo meccanismo è particolarmente evidente è quello delle politiche sociali, e in modo ancora più netto il nesso tra migrazione e sicurezza. Qui non siamo di fronte soltanto al rischio delle fake news, ma alla produzione sistematica di vere e proprie fake truth: narrazioni coerenti, supportate da dashboard, indicatori, mappe e modelli predittivi che finiscono per apparire oggettive, scientifiche, indiscutibili. È in questo spazio che l’uso dei dati e delle tecnologie diventa deflagrante, perché non si limita a descrivere il mondo, ma lo costruisce.
Il caso di Palantir Technologies è emblematico. L’impiego delle sue piattaforme da parte dei governi, in particolare negli Stati Uniti per il controllo delle frontiere e delle politiche migratorie, mostra con chiarezza come la tecnologia non sia mai neutra. Gli strumenti che aggregano, incrociano e visualizzano enormi quantità di dati non incorporano solo una logica di efficienza, ma anche una precisa visione del mondo. Fenomeni sociali complessi vengono tradotti in problemi di ordine pubblico; le persone diventano profili di rischio; le migrazioni si trasformano in flussi da intercettare, bloccare, respingere. In questo processo, la dimensione politica, sociale e umanitaria viene progressivamente svuotata, assorbita da una grammatica tecnica che sembra auto-evidente.
Il punto cruciale è che queste tecnologie non si limitano a supportare decisioni, ma si propongono di ri-educare le istituzioni
Il punto cruciale è che queste tecnologie non si limitano a supportare decisioni, ma si propongono di ri-educare le istituzioni. Abituano amministrazioni e decisori a leggere la realtà attraverso categorie predefinite, metriche e score. Restringono il campo delle alternative, spingendo verso soluzioni preconfezionate, spesso securitarie, apparentemente inevitabili. Così la tecnica diventa un potente strumento per ridurre complessità e svuotare il ruolo pensante e politico delle comunità: ciò che è una scelta di valore viene presentato come una necessità oggettiva, ciò che è controverso come neutrale, ciò che è conflittuale come inefficiente. Qui si gioca una partita che va ben oltre le norme giuridiche.
La società civile è forse l’unico vero antidoto a questa deriva, ma a una condizione: crescere in consapevolezza e in competenza
Il rischio è che l’influenza dei responsabili delle big tech, sempre più spesso transitati dalle corporation a ruoli strategici nell’apparato pubblico, finisca per ridisegnare lo spazio stesso del sociale, ridefinendone priorità, significati e confini. Il risultato è uno svuotamento del ruolo delle comunità, della deliberazione democratica, della capacità collettiva di immaginare risposte diverse. È proprio in questo spazio che il Terzo settore e la società civile non possono più permettersi di essere marginali. L’idea di impotenza, secondo cui questi temi sarebbero troppo grandi, troppo globali, troppo tecnici per essere affrontati, è essa stessa parte del problema. La società civile è forse l’unico vero antidoto a questa deriva, ma a una condizione: crescere in consapevolezza e in competenza. Uscire dai dibattiti strumentali e riposizionarsi come soggetto capace di leggere criticamente l’uso dei dati, di smontarne le narrazioni implicite, di proporre visioni alternative fondate su diritti, relazioni, contesti. In Italia, questo dovrebbe diventare un asse centrale del dibattito pubblico. Non per demonizzare la tecnologia, ma per sottrarla all’aura di inevitabilità che la circonda. I dati e gli algoritmi costruiscono mondi possibili: decidere quali mondi vogliamo abitare è una questione profondamente politica e collettiva. Senza un risveglio culturale e senza un investimento serio nelle competenze critiche del Terzo settore e dell’economia sociale, il rischio è che il perimetro di senso e valore venga progressivamente riscritto in “linguaggio tecnico”, perdendo umanità e capacità trasformativa.
Foto di Markus Spiske su Unsplash