La fede tra silenzio interiore e vetrina digitale
di Fabio Colagrande
4 Febbraio 2026
Per gentile concessione di
http://www.vinonuovo.it
C’è una stagione in cui la vita spirituale smette di essere soltanto un cammino e diventa anche un racconto. Non più solo un’esperienza da custodire, ma una narrazione continua: parole, immagini, spiegazioni. È una tentazione sottile, perché nasce spesso da un desiderio buono: testimoniare, rendere accessibile ciò che è stato ricevuto, abitare i luoghi in cui altri abitano. E tuttavia, quando la fede diventa soprattutto contenuto, qualcosa rischia di spostarsi: il centro non è più l’incontro, ma la sua rappresentazione.
Santa Teresa d’Avila ricordava che Dio parla «nell’intimo dell’anima» e che è lì che si decide la verità di un cammino, non nel frastuono delle cose esteriori. Le grandi scelte, quando sono autentiche, maturano in uno spazio che non è esposto, ma custodito; non è condiviso, ma abitato.
Il problema non è la comunicazione in sé, ma la confusione tra vita e palcoscenico. Thomas Merton scrive che «la contemplazione è una conoscenza troppo profonda per essere espressa in parole», una sapienza che nasce dal silenzio e non dal bisogno di spiegarsi. Quando invece ogni passaggio interiore viene esposto, commentato, rilanciato – come nell’attuale era dei social network – la coscienza rischia di adattarsi allo sguardo degli altri, e la domanda decisiva – “davanti a chi sto?” – si trasforma lentamente in: “come apparirò?”.
Anche il magistero recente mette in guardia da questa deriva. Il documento vaticano Verso una piena presenza (2023) afferma che la presenza digitale deve essere «radicata nella realtà delle relazioni», e che non basta esserci online: occorre che ciò che si comunica nasca da una vita già vissuta, non da una strategia narrativa. Don Luca Peyron, in un volume del 2019, parla di una necessaria “incarnazione digitale”, in cui la fede non si consuma nello schermo ma vi arriva come traboccamento di un’esperienza reale, corporea, comunitaria.
Nel discorso agli influencer e missionari digitali, durante lo scorso Giubileo, Papa Leone XIV ha ricordato che «non si tratta semplicemente di generare contenuti, ma di incontrare cuori». La comunicazione cristiana, cioè, non può ridursi a prestazione mediatica, ma resta un luogo di relazione e di verità. In questa stessa linea, Papa Francesco aveva più volte insistito sul fatto che il Vangelo si annuncia prima con la vita che con le parole, e che la testimonianza precede sempre la comunicazione.
Quando il cammino spirituale viene vissuto in diretta, il pericolo non è solo la superficialità, ma una sottile alienazione: l’io che dovrebbe ascoltare diventa personaggio; la ferita che dovrebbe essere custodita diventa contenuto. La scelta, invece di essere attraversata, rischia di essere messa in scena.
Forse, davanti a scelte che interrogano e feriscono, la comunità non è chiamata a giudicare, ma a imparare. A riscoprire che alcune svolte chiedono pudore, tempo, oscurità feconda. Che non tutto ciò che è vero deve essere subito detto, e non tutto ciò che è vissuto deve essere mostrato. Perché la fede, prima di essere comunicata, deve essere abitata. E alcune parole, per essere autentiche, hanno bisogno di nascere lontano dalle luci.