Coraggio, Io Sono, non temete!”,dice Gesù al discepoli che lo credono un fantasma. Non hanno capito il fatto dei pani, perché hanno il cuore indurito, commenta l’evangelista. Per questo non sanno riconoscere in colui che cammina sul mare lo stesso Gesù che ha “dormito” in esso (4,38).

Questo brano ci dice l’identità misteriosa del pane. È il Signore che appare ai suoi come il Dio creatore e liberatore, dominatore del caos e salvatore dall’abisso. Egli si manifesta dicendo il Nome rivelato a Mosè: “Io Sono” (Es 3,14). Essi vedono la gloria di JHWH sulle acque, e il suo sentiero rimase invisibile (Sal 77,20).

Dopo le parabole ci fu una prova per verificare se avevano capito la Parola – il Cristo che dormendo agisce, come il chicco che morendo porta frutto (4,35 ss). Ora, dopo il cibo del deserto, c’è questa prova per verificare se hanno capito il Pane – il Signore crocifisso e risorto, vincitore della morte che credeva di averlo vinto.

Ma i discepoli non “sanno discernere il corpo di Cristo” (1Cor 11,29).

Il vangelo, ovviamente, è scritto per quella barca che è la Chiesa. Essa, in assenza dello Sposo, è chiamata a riconoscerlo presente e operante nel pane che spezza in sua memoria.

I discepoli sulla barca sono in difficoltà perché non hanno capito questo (v. 52). Il motivo è la durezza di cuore, le cui cause verranno dette in seguito.

Il fatto dei pani non è capito dovunque si celebra l’eucaristia senza l’ascolto, l’obbedienza, l’amore, la condivisione e la lode di cui testimonia la prima comunità di Gerusalemme (At 2,42-48).

Ai discepoli fa da contrasto la folla. Subito riconosce il Signore, lo tocca con fede ed è salva.

Gesù èil Signore creatore e salvatore. È “Io Sono”, sempre con i suoi, anche dopo aver dormito sulla barca ed essersi assentato da solo sul monte. La loro fatica e difficoltà dipende dal fatto che non lo riconoscono nell’unico pane (8,14). Dando corpo alle loro fantasie, scambiano il suo stesso corpo per un fantasma.

IL LORO CUORE È LONTANO DA ME (7,1-23)

Il loro cuore è lontano da me”,diceil Signore. Per questo è duro, e non capisce il pane.

Le parole di Isaia, che Gesù rivolge al farisei, Marco le indirizza alla Chiesa. Ciò che tiene lontane da Dio le persone buone sono le “tradizioni religiose” staccate dall’amore, loro sorgente. L’uomo, anche se non lo sa, è sempre tradizionalista e abitudinario. Non deve inventare ogni volta atteggiamenti o risposte adeguate. Si affida al consueto, a ciò che già è stato fatto e ha appreso. Vive insomma di memoria. Ma il cristiano rompe con il passato, perché vive di una novità inaudita: la memoria del corpo e del sangue del suo Signore consegnato a lui nel pane. Questo mistero di amore è la “sua” tradizione, che ha ricevuto e a sua volta trasmette (1Cor 11,23 ss).

In Israele il midollo della tradizione è la legge, data da Dio come cammino alla vita. Essa si sintetizza nel comando di amare lui e i fratelli (12,29-31). Come si vede, è buona, ma nessuno è in grado di osservarla. Per questo convince tutti di peccato. Così, mostrando il male, invita a rivolgersi al medico che può guarire.

Ma l’orgoglioso preferisce difendersi. Trascurando la sostanza, si attacca a un’osservanza, talora meticolosa, di certi dettagli, per giustificare se stesso e condannare gli altri. Questo atteggiamento esce in duplice edizione, rispettivamente religiosa e laica. Ambedue hanno in comune la produzione di foglie di fico per coprire la naturale nudità, alla ricerca di una presunta – e intollerante – giustizia davanti a Dio e/o davanti agli uomini.

In realtà la vera funzione della legge non è mascherare o guarire dal male, ma evidenziarlo e denunciarlo, per farci sentire il bisogno del perdono e della misericordia. Solo in questo modo conosciamo Dio così com’è e si rivela nel pane: amore gratuito che si dona.

L’uso della legge e delle tradizioni come autogiustificazione è insieme effetto e causa della durezza di cuore, che impedisce di riconoscere la realtà di Dio nel pane (cf brano precedente).

Il lungo discorso di Gesù si articola in quattro parti: i vv. 1-7 denunciano una religiosità esteriore in cui la legge, degradata a legalismo, è ridotta a parole e tradizioni umane che annullano la parola di Dio. I vv. 8-13 ne danno un’esemplificazione evidente, mostrando come si possa, con una tradizione religiosa, eludere il comandamento più ovvio di Dio, l’amore verso i genitori. I vv.14-19 dichiarano che tutto il creato è buono, perché fatto per l’uomo. Sono quindi aboliti tutti i tabù e le distinzioni tra bene e male desunte dall’esterno. I vv.20-23 mostrano il vero principio del male: il cuore dell’uomo, quando non usa delle creature per amare i fratelli.

Tutto questo cosa c’entra con il “pane” di Gesù? Non a caso la discussione è centrata su leggi e tradizioni alimentari che impediscono di “mangiare”. In esse si esprime quella durezza di cuore che ci impedisce di vivere l’eucaristia, lui in persona che si dà a noi perché viviamo di lui. Ma noi riduciamo la realtà di questo dono a un fantasma, perché restiamo in una religiosità formale, che osserva tutte le leggi, fuorché quella fondamentale di amare.

Nessun peccato allontana da Dio e dal suo pane quanto la pretesa di una bravura religiosa. “Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella legge; siete decaduti dalla grazia” (Gal 5,4). L’autogiustificazione annulla la giustificazione, togliendoci la vera conoscenza di noi stessi come miseria e di Dio come misericordia. Ci spinge a fare di tutto, fino a sforzarci di amare, piuttosto che accettare di essere amati gratuitamente e fidarci di lui. Così il nostro cuore resta duro, morto e calcificato, sordo e cieco all’amore e alla vita. Abbiamo occhi che non vedono, orecchi che non odono (8,18).

Gesù, con il suo “pane”, non solo diagnostica, ma anche ci guarisce dalla nostra sordità e cecità (vv. 31-37; 8,22 ss).

Gesù èil maestro capace di scrivere nel nostro cuore la legge interiore dell’amore. E lo fa mediante la memoria iterata del suo “pane”, che ci rivela e dona un Dio che ci ama senza condizioni.

Il discepolo mangia questo pane e ne vive, anche se immondo. Fonda la sua vita non sulla propria osservanza della legge, ma sulla sua grazia. Deve sempre guardarsi dal legalismo e da tutte le tradizioni – anche sante! – che riducono la realtà del Signore a fantasma. Inoltre accetta tutto il creato come buono, e sa che il male procede dal suo cuore di pietra, ancora incapace di amare.

NON È BELLO PRENDERE IL PANE DEI FIGLI E GETTARLO AI CAGNOLINI (7,24-30)

Non è bello prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”, dice Gesù, mettendo alla prova la fede della donna. Essa invece risponde che è bello per i cagnolini prendere almeno le briciole del pane dei figli.

Questo suo atteggiamento libera la potenza del Signore che le dice: “Per questa parola, va’: il demonio è uscito dalla tua figlia”. È una parola di umiltà e di fiducia, che, senza scoraggiarsi, riconosce la propria miseria e la misericordia del Padre.

Il presente racconto è tutto sul pane dei figli. Sciupato da questi, è raccolto dai cagnolini. Fuori immagine, dice il motivo per cui la salvezza passa da Israele, il popolo dei figli, ai pagani, chiamati “cani” (cf At 13,46). Nessuno può salvarsi da sé con la sua bravura umana o religiosa. La salvezza è l’amore; ma nessuno può amarsi da sé. È sempre grazia dell’altro.

Il pane (= la vita) del figlio è l’amore gratuito dei Padre. Chi, come Israele, vecchio o nuovo che sia, pensa gli spetti per diritto o per dovere, non lo incontrerà mai. Il pagano invece, che si ritiene escluso, è in grado di capire che è dono.

Il pane dei figli è il Figlio che ci dà la sua vita. Se i discepoli lo scambiano per un fantasma, questa donna sa che bastano poche briciole per salvare sua figlia.

È interessante notare che l’esorcismo è compiuto in assenza di Gesù. Riflette la situazione della Chiesa dopo pasqua, nella quale ormai la sua presenza è riconosciuta dalla fede nel pane.

Il brano precedente mostra la durezza di cuore di chi, con la legge, tiene legato il pane. Questo ne mostra la potenza, liberata dalla fede in esso. Essa c’è tra i pagani e manca tra i suoi. Questi hanno trasformato l’eucaristia in abitudine e indifferenza, o addirittura in privilegio che alimenta il proprio orgoglio. Noi, i duri di cuore, ci convertiremo quando accetteremo il pane dei figli come peccatori indegni, e lo condivideremo con tutti i fratelli, senza discriminazioni.

La donna pagana, unica finora a mangiarlo, serve a suscitare la gelosia dei figli, perché apprezzino il dono che a loro per i primi è stato offerto (Rm 11,11).

Gesù èchiamato per la prima e unica volta “Signore” (cf 5,19 e 11,3 dove è lui stesso a chiamarsi così). Sarà pure un altro pagano a proclamarlo Figlio di Dio (15,39). Non riconosciuto dal suoi, lo è solo dai lontani, che non accampano diritti. Infatti è amore, e, come tale, gratuito e senza condizioni. Chi crede di meritarlo, non lo può ricevere. Ciò che è meritato non è né senza condizioni, né gratuito, né amore.

Discepolo ècolui che, giudeo o meno, esprime la parola di fede inquesto pane dei figli, dato non per merito, ma per pura grazia di Cristo. La fede altro non è che il passaggio, nel nostro rapporto coi Signore, dall’economia dello stipendio a quella del dono.

Effathà, cioè.- Apriti,, dice Gesù al sordomuto. E l’orecchio chiuso si apre all’ascolto della sua voce, la lingua legata si scioglie per dire la parola che salva.

Dio è invisibile. Ogni immagine che di lui ci facciamo è un idolo. L’unico suo vero volto è quello del Figlio che lo ascolta.

La parola distingue l’uomo dagli animali. Egli non appartiene a una specie determinata, ma determina la sua specie secondo ciò che ascolta. Infatti di sua natura, non è ciò che è, ma ciò che diviene; e diviene la parola a cui presta orecchio e dà risposta.

Dio è parola, comunicazione e dono di sé. L’uomo è innanzitutto orecchio, e poi lingua. Ascoltandolo è in grado di rispondergli: entra in dialogo con lui e diventa suo partner, unito a lui e simile a lui. La religione ebraico cristiana, anche se ama il Libro, non è un feticismo della lettera. È religione della parola e dell’ascolto, cioè della comunione con chi parla. Per questo essere sordomuti è il massimo male.

Nel brano precedente la donna ha “ascoltato” su Gesù, e ha “detto” la parola che salva. I discepoli invece hanno orecchi e ancora non intendono (vv. 16-18; 8,18). Hanno il cuore duro incapace di capire il pane e di professare: “È il Signore”.

È il penultimo miracolo della prima parte del vangelo e il terz’ultimo in assoluto. Seguono solo due guarigioni della cecità. Prima c’è l’ascolto della parola, poi l’illuminazione della fede. Chi rimane sordo, non può vedere. Solo il cuore può udire la verità di ciò che si vede.

Come tutti i miracoli, anche questo, ancor più esplicitamente degli altri, significa quanto il Signore vuole operare in ogni ascoltatore. Noi tutti siamo sordi selettivi alla sua parola. Essendo creature, come diamo solo ciò che riceviamo, così diciamo solo ciò che abbiamo udito. Gesù è il medico, venuto a ridarci capacità di ascolto e di dialogo con lui. Questo miracolo ha la struttura dell’esorcismo battesimale in uso dalla Chiesa antica fino ai nostri giorni.

La guarigione, come quella successiva (8,22 ss), è in due rate. Corrispondono alle due parti del vangelo di Marco e ai due misteri di Gesù, che è insieme il Cristo e il Figlio di Dio – l’atteso che realizza la nostra attesa in modo inatteso.

Il segreto messianico si va sciogliendo, perché il suo pane ci mette ormai, in modo inequivocabile, di fronte alla sua verità. Ma nessuno più la intende né vede. A lui non resta che guarire la nostra sordità e cecità riconosciute.

In questo racconto vediamo anche le tappe del nostro itinerario di fede. Ciascuno è chiamato a ripercorrere personalmente con Gesù lo stesso cammino del popolo di Israele, raffigurato in questo sordo farfugliante.

Gesù è proclamato come colui che “ha fatto belle tutte le cose: fa udire i sordi e parlare i muti”. La seconda affermazione lo riconosce palesemente come il messia salvatore (Is 35,4 s), mentre la prima lo riconosce velatamente come il Dio creatore, che fece tutto e vide che era bello (Gn 1,3.12.18.21.25.31). Ci si avvia alla conclusione della prima parte del vangelo, che sfocerà nella confessione di Pietro (8,29), e si prelude anche il tema della seconda, che culminerà nell’affermazione del centurione (15,39).

Il discepolo, come tutti, è divoratore di tante chiacchiere, ma sordo e inespressivo davanti alla Parola che lo fa uomo. Gesù lo guarisce perché possa far parte di quel popolo che sente e risponde a colui che glidice: “Ascolta Israele, amerai il Signore ecc. “ (12,29 = Dt 6,4 s).

Ho compassione”, dice Gesù della folla che non aveva da mangiare. E, per vedere se i suoi hanno capito il pane, chiede loro: “Quanti pani avete?”.

Tutto il c. 8 è un daccapo del Maestro, una ripetizione perché i discepoli capiscano la compassione del Signore, capace di saziare la fame di ogni uomo. È una variazione sui temi dei cc. 6-7: spezzar del pane, incomprensione, sordità, cecità e durezza dicuore, con relative cause.

La soluzione sarà la duplice guarigione del cieco e la duplice confessione, quella di Pietro su Gesù e quella di Gesù su se stesso.

Ancora una volta – sempre ancora una volta! – egli dona il pane e rinnova la sua misericordia. La sorgente getta continuamente acqua nuova, perché chiunque ha sete possa dissetarsi. Non si stanca di noi, non si scoraggia della nostra durezza di cuore. Insiste nel suo dono, una, due, infinite volte! Tutta la storia è il tempo della pazienza di Dio. Il suo amore. più ostinato di ogni nostra resistenza, si ripropone continuamente in offerta, esponendosi ad ogni possibile rifiuto.

L’eucaristia è il grande mistero di un Dio che ci salva morendo per noi peccatori. Poca meraviglia che ci risulti incomprensibile. Ma il tornare quotidiano a questa memoria, il riportarla ogni giorno al nostro cuore, è la medicina per la nostra sordità e cecità.

Questo testo, che può sembrare un doppione della prima condivisione, non è un di più. Infatti la ripetizione è molto importante per noi, che, vivendo nel tempo, siamo sempre in divenire; cresciamo sedimentando lentamente nel cuore ciò che viene giorno dopo giorno, senza che nessun frammento vada perduto. L’illuminazione viene dall’ascolto prolungato, ed è progressiva, a tappe, come la guarigione del sordomuto e del cieco. Per questo continuiamo a celebrare l’eucaristia e lui continuamente ci si dona. Intanto cadono dal tavolo le briciole del pane dei figli. Se ne saziano i cagnolini; e, con loro, tutti quelli che, con umiltà e fede, le raccolgono, quasi rubandole.

Questo secondo racconto è più stilizzato del primo. Evidenzia maggiormente la compassione di Gesù – espressa da lui stesso – e l’incomprensione dei discepoli. Separando la distribuzione del pane da quella dei pesci, mette in maggior risalto l’aspetto eucaristico. Inoltre i pani sono sette e sette le ceste avanzate – numero perfetto, che corrisponde al sette diaconi della Chiesa degli ellenisti (At 6,3).

Le persone che vengono da lontano sono un’allusione ai pagani. Anche per loro è il pane. Anzi, come la sirofenicia, sono i primi a cibarsene.

Gesù èla misericordia stessa dei Padre verso i suoi figli. La sua compassione lo porterà a “patire-con” noi il nostro male fino a dare la vita per noi, facendosi nostro cibo e vita. Il banchetto che egli offre, anticipo di quello celeste, è il regno di Dio, vita piena dell’uomo.

Il discepolo èrichiamato sempre di nuovo a far memoria del suo pane. La nostra ostinazione cederà davanti alla sua pazienza.