Le preghiere che si leggono a messa sono spesso molto, troppo generiche. Vanno bene per tutti e quindi per nessuno. Invece la Bibbia conosce molto bene il forestiero, l’orfano e la vedova

Di: Daniele Rocchetti
Data: 5 Febbraio 20266
Da laico nella città
Rubrica a cura di Daniele Rocchetti
Per gentile concessione di
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Preghiere generiche che non chiamano per nome nessuno
Premessa (importante). Guardo con stima lo sforzo di tanti amici preti nella preparazione della liturgia. Mi capita spesso di partecipare a celebrazioni curate, vissute in modo dignitoso e non frettoloso, che aiutano l’assemblea a partecipare in modo consapevole. Per varie ragioni, la domenica mi capita di frequentare chiese diverse, ma in questi ultimi mesi raramente ho sentito preghiere che nominassero le vittime concrete della storia: quelle di Gaza, del Congo, del Sudan, dell’Ucraina e di tante altre guerre dimenticate.
Al loro posto, invocazioni generiche, lette dai fogli domenicali a disposizione nei banchi: preghiere che non disturbano, che non espongono, che mettono al riparo dalla paura di “buttarla in politica”.
La preghiera della Bibbia non è anonima
La Scrittura non ha mai avuto paura dei nomi né dei luoghi. Nel Primo Testamento, i poveri non sono categorie astratte: sono persone collocate in un tempo e in una vicenda, i non garantiti del loro presente. Sono il forestiero, l’orfano, la vedova, incontrati ogni giorno lungo le strade e nei villaggi.
Una liturgia davvero curata non separa la preghiera dalla storia, né la fede dalla carne delle persone. Sa che Dio non conta solo fino a uno, ma ascolta il grido di molti. Nominare quel grido non è ideologia: è fedeltà al Vangelo. Non è silenzio prudente né neutralità: è responsabilità, memoria, il coraggio di portare davanti a Dio il mondo così com’è, senza sconti e senza astrazioni.
I credenti dovrebbero saper pregare per infelici e perseguitati
Certo, serve una capacità di giudizio e discernimento che non sempre ci è familiare come cristiani. Uno sguardo capace di vedere le ingiustizie nascoste, di riconoscere i soprusi quotidiani e di farli entrare nella preghiera. Richiede il coraggio di nominare i nomi che la storia cerca di cancellare, di interpellare le coscienze, di impedirci di voltare lo sguardo dall’altra parte.
È un atto di giustizia e misericordia insieme: celebrare Dio significa anche denunciare il male e offrire speranza. Ogni parola, ogni gesto, ogni silenzio nell’assemblea porta con sé il peso e la bellezza della vita concreta. L’Eucaristia è una forma d’amore: per Dio, per gli altri, per il mondo che ci è affidato. È un modo concreto per educare la comunità cristiana all’amore di Dio, certo, ma anche all’amore degli uomini. Quelli concreti, quelli in carne e ossa.
Nominare i morti perché non restino invisibili
La preghiera educa la comunità a sentire la storia non come sfondo neutro o semplice cronaca di avvenimenti, ma come luogo teologico, dove Dio si fa trovare, intrecciandosi con le gioie e le sofferenze dell’umanità. Essa dovrebbe insegnarci a riconoscere la mano di Dio nelle vittorie e nelle tragedie, a leggere i segni della sua misericordia anche nelle pieghe del dolore, e a sentire che ogni vita, ogni nome, ogni grido conta davanti a lui. In questo senso, la liturgia non è solo rituale o parole recitate: è azione concreta, scuola di attenzione, compassione e responsabilità verso il mondo reale.
E se non impariamo a nominarli, i morti resteranno invisibili anche nella nostra preghiera.