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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

(Letture: Isaia 58,7-10; Salmo 111; 1 Corinzi 2,1-5; Matteo 5,13-16)


Se hai come unica regola di vita l’amore,  sarai luce e sale
Ermes Ronchi

«Voi siete il sale, voi siete la luce della terra». Il Vangelo è sale e luce, è come un istinto di vita che penetra nelle cose, si oppone al loro degrado e le fa durare. È come un istinto di bellezza, che si posa sulla superficie delle cose, come fa la luce, le accarezza, non fa rumore, non fa violenza mai, ne fa invece emergere forme, colori, armonie e legami, il più bello che c’è in loro. Così il discepolo-luce è uno che ogni giorno accarezza la vita e ne rivela il bello, uno dai cui occhi emana il rispetto amoroso per ogni vivente.
Voi siete il sale, voi avete il compito di preservare ciò che nel mondo vale e merita di durare, di opporvi ai corruttori, di dare sapore, di far gustare il buono della vita.
Voi siete la luce del mondo. Una affermazione che ci sorprende, che Dio sia luce lo crediamo; ma credere che anche l’uomo sia luce, che lo sia anch’io e anche tu, con i nostri limiti e le nostre ombre, questo è sorprendente. E lo siamo già adesso, se respiriamo vangelo. La luce è il dono naturale di chi ha respirato Dio.
Quando tu segui come unica regola di vita l’amore, allora sei luce e sale per chi ti incontra. Quando due sulla terra si amano, diventano luce nel buio, lampada ai passi di molti, piacere di vivere e di credere. In ogni casa dove ci si vuol bene, viene sparso il sale che dà sapore buono alla vita.
Chi vive secondo il vangelo è una manciata di luce gettata in faccia al mondo (Luigi Verdi). E non facendo il maestro o il giudice, ma con le opere: risplenda la vostra luce nelle vostre opere buone.
Sono opere di luce i gesti dei poveri, di chi ha un cuore bambino, degli affamati di giustizia, dei mai arresi cercatori di pace, i gesti delle beatitudini, che si oppongono a ciò che corrompe il cammino del mondo: violenza e denaro.
La luce non illumina se stessa, il sale non serve a se stesso. Così ogni credente deve ripetere la prima lezione delle cose: a partire da me, ma non per me. Una religione che serva solo a salvarsi l’anima non è quella del Vangelo.
Ma se il sale perde sapore, se la luce è messa sotto a un tavolo, a che cosa servono? A nulla. Così noi, se perdiamo il vangelo, se smussiamo la Parola e la riduciamo a uno zuccherino, se abbiamo occhi senza luce e parole senza bruciore di sale, allora corriamo il rischio mortale dell’insignificanza, di non significare più nulla per nessuno.
L’umiltà della luce e del sale: perdersi dentro le cose. Come suggerisce il profeta Isaia: «Illumina altri e ti illuminerai, guarisci altri e guarirai» (Isaia 58,8). Non restare curvo sulle tue storie e sulle tue sconfitte, ma occupati della terra, della città. Chi guarda solo a se stesso non si illumina mai.

Avvenire


SALE E LUCE
Clarisse Sant’Agata 

Che Parola straordinaria oggi il Signore ci rivolge!

Non è tanto un’esortazione o un imperativo, perché possiamo diventare qualcosa che ancora non siamo, ma è una Parola che manifesta la nostra verità più autentica, quella che ci caratterizza come suoi discepoli.

Le due immagini che Gesù utilizza per descrivere i suoi uditori sono infatti introdotte da un verbo all’indicativo: “voi siete il sale della terra”, “voi siete la luce del mondo”. Non si tratta quindi di raggiungere un obiettivo fuori di noi, ma di accogliere un “dato di fatto”. Una verità che forse non è ancora evidente ai nostri occhi, ma che Gesù vede in noi, al di là delle nostre contraddizioni. E’ Gesù infatti che “rivela l’uomo a se stesso” (cfr. GS 22); Lui è l’unico che ci conosce e che oggi ci svela a noi stessi proclamando la nostra identità come farebbe qualcuno che vuole rendere manifesta la verità di una persona amata, al di là di quello che quello ha consapevolezza di essere.

In questo vangelo la Parola di Gesù fa quello che dice, opera nei discepoli quello che dice di loro, li manifesta “sale” e “luce” del mondo.

Quell’indicativo usato da Gesù è tipico del linguaggio performativo per cui la parola di qualcuno agisce sulla realtà trasformandola, o meglio “trasfigurandola”. Mi piace pensare che questa parola di Gesù su di noi operi una vera e propria “trasfigurazione” del discepolo.

Nell’episodio della sua trasfigurazione, infatti, Gesù non diventa “altro” da ciò che è, ma, sollevandosi il velo della Sua identità “ordinaria”, diviene manifesta a chi è presente la Sua verità, la Sua gloria. Oggi avviene un po’ la medesima cosa per ciascuno di noi: la Parola di Gesù solleva il velo che ci nasconde e ci rivela come “luce del mondo” e “sale della terra”.

Ovviamente questa trasfigurazione della nostra identità di discepoli non è automatica, ma avviene solo se accogliamo la Parola di Gesù!

“Voi siete la luce del mondo” e “voi siete il sale della terra”: queste due parole di Gesù non hanno valore “assoluto”, cioè “sciolto” da una relazione che è la relazione con Gesù!

Nessuno di noi infatti può presumere di essere “luce del mondo” e “sale della terra” se non diviene portatore della “vera luce che è venuta nel mondo”, quella che “illumina ogni uomo” (Gv 1,9) e se non diffonde il gusto delle cose di Dio, testimoniando la sapienza che Gesù è venuto a inaugurare (“Poiché infatti, nel disegno sapiente di Dio, il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso. (…) Grazie a Dio voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione” cfr. 1Cor 1,21-22.30).

È Gesù infatti “la luce del mondo”!

Nel vangelo secondo Giovanni in modo particolare, Gesù si presenta così ai suoi discepoli: “Io sono la luce del mondo” (Gv 8,12); “finché sono nel mondo, sono la luce del mondo” (Gv 9,5); “Io sono venuto nel mondo come luce” (Gv 12,46). Gesù è una luce che non può restare nascosta, ma che è stata posta “sul candelabro”, “sul monte” del Golgota dove “farà luce a tutti quelli che sono nella casa” del mondo!

“Alla tua luce vediamo la luce” (Sal 36,10). Sì, alla Luce che è Gesù possiamo vedere la luce, cioè abbiamo la possibilità di vedere la realtà nella sua profondità e verità. Alla Sua luce è possibile camminare verso il compimento della vita (“chi segue me avrà la luce della vita”, Gv 12,8). Alla Sua luce i nostri occhi possono vedere che l’amore è più forte della morte e che non c’è esperienza di tenebra che possa essere definitiva.

Ed è Gesù il sale che da sapore alla vita.

Gesù infatti ha portato nel mondo un modo “altro” di vivere, una sapienza che non è quella del mondo o dei dominatori di questo mondo. E’ la sapienza che viene dall’alto (cfr. Gc 3,17), per la quale la vita è “gustosa” quando si consuma nell’amore, quando è vissuta per diffondere vita intorno a sé.

Come il sale, alimento non necessario per la sopravvivenza del mondo (si vive anche senza sale!), ma fondamentale per la qualità della vita del mondo. Il sale è elemento che cambia il sapore degli altri alimenti scomparendo, sciogliendosi in mezzo ad essi. Compie un’azione gratuita e nascosta, necessaria per rendere migliori gli altri alimenti; spesso, se usato nella giusta quantità, per esaltare il sapore degli altri cibi.

La “logica” del sale è profondamente evangelica. Di qui comprendiamo bene che l’unico sale che “non può perdere mai sapore” è Gesù stesso, Colui che vive fino alla fine la logica del dono di sé per la vita dell’uomo, degli altri.

Ora quindi possiamo intuire che solo restando uniti a Gesù, solo conservando la relazione con Lui, alimentandola continuamente, possiamo manifestare la nostra identità di “luce del mondo” e “sale della terra”.

E oggi, mentre Gesù ci proclama così, forse ci sta dicendo fra le righe di non perdere l’unico legame che ci rende “luce” e “sale”: quello con Lui!

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Per alcune domeniche il vangelo è estratto dal lungo “discorso della montagna” (cf. Mt 5,1-7,29), dove l’evangelista Matteo ha raggruppato diverse parole di Gesù, parole assai aperte a interpretazioni plurali.

Le prime parole di questo discorso sono le beatitudini (cf. Mt 5,1-12), parole programmatiche, di sostegno e consolazione ai discepoli: gli uomini e le donne che vivono le beatitudini, e dunque mostrano che Dio regna su di loro, che il regno di Dio in loro è venuto, possono anche essere significativi per quanti non sono discepoli di Gesù, per l’umanità tutta. Per esprimere questa significatività Gesù ricorre a due metafore che ancora oggi non cessano di intrigare i cristiani, di spingerli a un’attualizzazione attraverso varie domande, che discendono da quella essenziale: come cristiani, cosa siamo in mezzo agli altri uomini e donne?

La prima immagine è quella del sale: “Voi siete il sale della terra”. Perché il sale? Il sale dà sapore, gusto; il sale conserva gli alimenti, ne impedisce la decomposizione; infine, il sale fertilizza la terra. Ecco perché Gesù dice ai discepoli: “Voi potete essere il gusto della vita, la qualità della convivenza e la fecondità della storia. Se siete autentici miei discepoli, lo sarete!”. Parole, queste, che mi fanno arrossire, perché questo compito è grande e lo si può svolgere solo per grazia e a caro prezzo. Eppure essere sale fa parte della vocazione cristiana: dare vita, portare fecondità, essere nelle storia una forza che conserva il mondo.

Il compito è tanto grande quanto è poca la visibilità: il sale, infatti, è minuscolo e, messo nei cibi, scompare. Si dissolve in gusto e opera la conservazione contro ogni forza distruttiva. Certo – dice Gesù – “se il sale non sala più, se perde il suo sapore, non serve a nulla, e può essere buttato via e calpestato da tutti”. Snaturato nella sua qualità, non può più diventare sale. I cristiani sono dunque ammoniti in modo eloquente: devono conservare il sale, la fede-fiducia in Dio e negli uomini, e allora realizzeranno la loro vocazione; se invece sono come gli altri, se si piegano al “così fan tutti”, allora sono insignificanti. Non è il peso o la grandezza del sale che conta, ma la sua capacità di dare gusto e salare.

La seconda metafora, nella stessa forma della prima, proclama: “Voi siete la luce del mondo”. Se il sale si doveva nascondere e dissolvere nella pasta per realizzare la sua funzione, la luce invece appare innanzitutto visibile, portatrice di vita piena e di salvezza. Per questo il salmista confessava che la sua luce era il Signore: “Il Signore è mia luce e mia salvezza” (Sal 27,1), e questa luce del Signore si doveva riverberare su Gerusalemme, illuminarla fino a farla diventare luce e attrazione per tutte le genti (cf. Is 60,1-4).

Gesù vede la sua comunità autentica e fedele come luce – meglio, come riflesso della sua luce, perché lui è “la luce del mondo” (Gv 8,12) – e come una città ben visibile su un monte, non nascosta in una valle. Questa luce, la cui sola sorgente è Gesù Cristo, deve brillare nei suoi discepoli, e gli uomini devono accorgersene, scrutarla e compiacersi di essa. Nessuna ostentazione trionfalista, nessun atteggiamento di imposizione, perché occorre vigilare sempre per combattere contro la tentazione di “praticare la giustizia davanti agli uomini al fine di essere ammirati da loro” (Mt 6,1). 

D’altra parte, nessun tentativo di nascondimento, nessuna omertà, nessuna ideologia di presenza minimalista: né ideologia del nascondimento, né ideologia della presenza visibile. Se i cristiani vivono il Vangelo, se compiono azioni conformi al Vangelo e lo fanno con lo stile di Gesù, rendendo le loro opere non solo buone ma anche belle, allora gli uomini si porranno domande e riconosceranno il peso di Dio nella vita dei cristiani, ovvero daranno gloria al Padre che è nei cieli. Se Cristo è il sole, i cristiani – dice l’Apostolo Paolo – possono essere “astri che brillano di luce nel mondo” (Fil 2,15).

Ma su queste due metafore occorre un grande discernimento ecclesiale, per tenerle entrambe davanti agli occhi. A volte la chiesa è una piccola realtà presente come minoranza tra gli uomini non cristiani, quasi scompare, quasi non si vede più, eppure c’è ed è viva: c’è solo un po’ di cenere sopra la brace… A volte la chiesa, comunità piccola o grande, appare capace di eloquenza e di annuncio nel mondo. È una città posta sul monte, una fonte di luce che, senza essere arrogante né autosufficiente, fa dono agli uomini e alle donne della sapienza (sale) e del senso (luce) che ha trovato nel Vangelo del Signore Gesù Cristo.

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È un principio universale di pedagogia che “le parole volano e gli esempi trascinano”; che “un fatto vale più di mille parole”. Gesù lo conferma nel suo programma, annunciato nelle Beatitudini (vedi domenica precedente) e in tutto il discorso della montagna. Da buon pedagogo e da predicatore concreto ed efficace, Gesù lo spiega prendendo gli esempi quotidiani del sale e della luce (Vangelo), Il sale dà sapore ai cibi, cauterizza ferite, conserva alimenti; ma se perde forza e sapore (cioè la sua identità), non serve più a nulla e viene gettato via; il sale insipido è un controsenso (v. 13). Lo stesso vale per la luce: è fatta per illuminare le persone, la casa, il cammino, le cose… La lampada, il candelabro, la città posta sul monte (v. 14-15) sono altre immagini che chiariscono il messaggio di Gesù: la luce è fatta per brillare; una luce tappata o nascosta non serve a nessuno. Il sale e la luce, per loro natura, tendono ad espandersi e irradiare la loro presenza; comportano quindi un’idea di universalità.

Gesù applica queste immagini, tratte dall’uso giornaliero, alle “opere buone” (in greco, le opere belle) dei suoi discepoli, i quali, immersi nel mondo, sono chiamati a dare e a conservare il gusto e il sapore del Vangelo alle realtà della vita di ogni giorno; ad essere punti di riferimento per chi vaga nell’oscurità, sbandato, in cerca del cammino. Naturalmente, ci avverte Gesù, la motivazione e lo scopo delle opere buone non è la vanità compiaciuta del discepolo, ma la gloria del Padre (v. 16). La luce è Gesù stesso, “luce per rivelarti alle genti” (Lc 2,32; LG 1). Ma la luce di Cristo non brilla nel mondo se i discepoli non sono essi stessi luce. Il discepolo ha-ed-è luce solo se segue Lui (Gv 8,12: canto al Vangelo). Gesù ha stima e si fida dei discepoli, affida loro la missione di essere sale e luce: senza di essi la terra sarebbe senza sapore né gusto, il mondo sarebbe nelle tenebre; la vita umana sarebbe insipida, oscura, senza senso. Gesù chiede ai suoi seguaci di condividere il dono più prezioso che hanno: la loro speranza, che dà sapore alla vita e luce a chi vive la notte della prova o vaga nell’incertezza.

Commentando l’immagine del candelabro, S. Giovanni Crisostomo diceva: “Non ti chiedo di abbandonare la città o che tu rompa le tue relazioni sociali. No, rimani in città: è qui che devi esercitare la virtù… Ne deriverebbe un bene considerevole”. È un messaggio tutto missionario, valido per ogni luogo e situazione: si tratta del valore della testimonianza di vita, come prima forma di evangelizzazione. La lettura assidua della Parola di Dio ci aiuta a scoprire che Dio è presente nella nostra storia quotidiana e ci porta a una graduale sintonia interiore ed esteriore con il Suo messaggio di vita.

In molti casi la testimonianza è l’unico modo possibile di essere missionari, soprattutto nei contesti di minoranza cristiana e di persecuzione; a volte è possibile soltanto essere chicco di grano che cade in terra e muore nel solco; il frutto verrà, più tardi (cfr. Gv 12,24). Negli anni ’60 del secolo scorso, che furono particolarmente difficili per la Chiesa in Sudan (espulsioni, restrizioni, carcere…), ai missionari che si chiedevano cosa fare, la Congregazione di Propaganda Fide rispose a nome del Papa con un messaggio riassunto in “tre P”: presenza, pazienza, preghiera. Se aggiungiamo anche povertà (come all’epoca del terrorismo in Perù, negli anni ’80-‘90), abbiamo la sintesi della testimonianza. Un vescovo asiatico consigliava ai nuovi missionari in difficoltà di coltivare in modo speciale “pazienzae preghiera”. Quando la testimonianza arriva fino al martirio, la luce dell’amore e del perdono brilla ancor più luminosa, arricchita dalla forza dell’intercessione.

Nella I lettura il profeta Isaia indica ben due volte quali sono le “opere buone” gradite al cuore di Dio: saziare l’affamato, vestire l’ignudo, introdurre in casa i miseri, senza tetto, togliere di mezzo l’oppressione… (v. 7.9). Le opere di misericordia hanno il loro linguaggio, fanno brillare la luce in mezzo alle tenebre (v. 8.10); curano le nostre ferite (v. 8); saranno il test per il giudizio finale (Mt 25). “Con le opere di carità ci chiudiamo le porte dell’inferno e ci apriamo il paradiso”. (San Giovanni Bosco).Le opere di misericordia e di promozione umana da sempre accompagnano, con la loro tipica eloquenza, la missione della Chiesa, sempre e quando siano compiute nella gratuità, senza mire proselitistiche o altri interessi (cfr. RMi 42.60). S. Josef Freinademetz, missionario verbita in Cina, diceva: “La carità è il linguaggio che tutti i popoli capiscono”. Le conversioni e i battesimi verranno in seguito, come doni dello Spirito, quando Lui vorrà.

La testimonianza missionaria – ci insegna San Paolo (II lettura) – si realizza con persone deboli e con mezzi fragili (v. 3), ma conta “sulla manifestazione dello Spirito” (v. 4) e la “potenza di Dio” (v. 5). “La luce e il sale sono elementifatti per uscire, per non restare chiusi in sé stessi, amano gli spazi, la profondità, l’orizzonte. Sono materia di alterità. La luce non illumina sé stessa, né il sale a sé stesso dà sapore. La luce si propaga, si diffonde. Il sale si mescola, penetra e dà gusto alle cose” (R. Vinco, San Nicolò, Verona). Essere sale e luce rivela la nostra identità e il nostro modo di essere: Essere alla maniera del sale e della luce. Essi non fanno violenza, non si impongono ma si diffondono dentro le cose, lavorano in silenzio. Siamo davanti a pagine di grande intensità missionaria.


“Oggi non c’è più fede. Una volta ce n’era tanta!”.

Come si misura la fede? Facendo riferimento alle statistiche, contando quanti sono coloro che partecipano alla messa domenicale, si accostano ai sacramenti, si sposano in chiesa, mandano i figli al catechismo? Si valuta forse dall’imponenza delle folle che intervengono nei raduni ecclesiali? Come si fa a sapere quando aumenta e quando diminuisce? È nelle solenni celebrazioni, curate fin nei minimi dettagli ed eseguite in modo impeccabile, che i cristiani appaiono come sale della terra e luce del mondo?

Una splendida parabola di Gesù (Mt 25,31-46) rivela quanto il modo di valutare di Dio sia diverso dal nostro. Più che alla pratica religiosa, alla fedeltà alle tradizioni, alla scrupolosa osservanza dei riti, egli si mostra interessato all’adesione concreta al suo progetto di amore per l’uomo. Brillano nel mondo, come raggi incantevoli della luce di Dio, coloro che condividono il pane con chi ha fame e l’acqua con chi ha sete, che vestono gli ignudi e ospitano chi non ha casa, che assistono il malato e difendono chi subisce ingiustizia.

Il criterio è chiarissimo eppure molti continuano a ridurre il loro rapporto con Dio all’adempimento scrupoloso di pratiche religiose. Questa potrebbe rivelarsi un giorno una tragica illusione. Solo la vita dei giusti, quella di chi crede alle beatitudini proposte da Gesù, è “come la luce dell’alba: cresce in splendore fino al meriggio” (Pr 4,18).

Prima Lettura (Is 58,7-10)

Così dice il Signore “7spezza il tuo pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne?
8 Allora la tua luce sorgerà come l’aurora,
la tua ferita si rimarginerà presto.
Davanti a te camminerà la tua giustizia,
la gloria del Signore ti seguirà.
9 Allora lo invocherai e il Signore ti risponderà;
implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”.
Se toglierai di mezzo a te l’oppressione,
il puntare il dito e il parlare empio,
10 se offrirai il pane all’affamato,
se sazierai chi è digiuno,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce,
la tua tenebra sarà come il meriggio”.

La pratica del digiuno è conosciuta presso tutti i popoli. Fin dai tempi più remoti si digiunava quando ci si trovava in situazioni di pericolo o si era colpiti da sventure, quando la grandine o le cavallette distruggevano i raccolti, quando le piogge tardavano. Questo sacrificio volontario aveva lo scopo di commuovere Dio, placarlo, convincerlo a porre fine ai suoi castighi. Durante i giorni di digiuno si indossavano abiti sdruciti, ci si cospargeva il capo di polvere e cenere, si rinunciava ai rapporti sessuali, non si faceva il bagno, si andava scalzi, si dormiva per terra.

La lettura di oggi va collocata nel contesto di uno di questi momenti di digiuno.

Siamo nel V secolo a.C., il tempo del post-esilio. Il popolo è tornato da Babilonia, ma le promesse fatte dai profeti tardano a realizzarsi. Invece della sospirata comunità pacifica si è instaurata una società dominata da arrivisti e profittatori. Ovunque ci sono violenze, angherie, discordie. Per convincere Dio a intervenire e porre rimedio alla situazione, si indice un digiuno nazionale, rigoroso, severo.

Nulla cambia, tutto continua come prima e in molti si insinua il sospetto che la pratica del digiuno sia inefficace. Ci si chiede: perché digiunare se il Signore non ascolta ed è come se non ci fossimo sottoposti a mortificazioni e rinunce? (Is 58,3).

La lettura di oggi dà una risposta a questo interrogativo.

La colpa del mancato cambiamento – spiega il profeta – non è del Signore, ma del modo errato di praticare il digiuno, ridotto a una sterile autopunizione, a una dolorosa penitenza. Questo digiuno non ottiene alcun risultato perché sottopone, sì, il corpo a privazioni, ma non cambia il cuore.

Il vero digiuno, quello che produce effetti prodigiosi, consiste nel condividere il proprio pane con chi ha fame, nell’ospitare in casa i miseri senza tetto, nel dare un vestito a chi è nudo, nel non distogliere gli occhi da chi, uomo come noi – nostra stessa carne, anche se diverso è il colore della sua pelle e sono differenti la cultura e la religione – vive al nostro fianco in condizioni disumane (v.7).

Questo comportamento nuovo ottiene miracoli: in breve tempo cura le ferite della società, risolve le situazioni di disagio, crea rapporti fraterni e fa nascere una comunità in cui splendono la giustizia e la gloria di Dio (v.8).

Nella seconda parte della lettura (vv. 9-10) viene indicata un’altra caratteristica del vero digiuno: l’impegno a togliere di mezzo ogni forma di oppressione, il puntare il dito e il parlare arrogante. Non basta fare la carità e l’elemosina, è necessario porre fine a tutti gli atteggiamenti di ambiziosa superiorità che causano umiliazioni, ingiustizie, discriminazioni.

Dopo questo nuovo chiarimento, il profeta riprende, con insistenza quasi eccessiva, il tema della condivisione del pane. Vuole che il popolo assimili l’interesse, la premura, la sollecitudine di Dio nei confronti di chi ha fame.

La conclusione della lettura introduce il tema della luce che verrà ripreso nel vangelo: se praticherai questa nuova giustizia “brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra diverrà come il meriggio”.

Gli israeliti si ritenevano luce del mondo per la loro devozione a Dio, per la pratica religiosa impeccabile: solenni liturgie, canti e preghiere, sacrifici e olocausti. Non era questo il culto gradito al Signore; non erano queste le opere che avrebbero fatto diventare Israele luce del mondo, ma la pratica della giustizia e dell’amore all’uomo.

Seconda Lettura (1 Cor 2,1-5)

1 Io, o fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. 2 Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso. 3 Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione; 4 e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, 5 perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.

I cristiani di Corinto – lo abbiamo sottolineato domenica scorsa – non appartenevano alle classi sociali elevate, erano tutti di umili origini, gente che non contava nella società (1 Cor 1,26). Questo fatto è interpretato da Paolo come un segno della preferenza di Dio per le persone disprezzate e senza meriti.

La sua scelta non va però intesa come un rovesciamento classista (sarebbe una nuova discriminazione), ma come logica conseguenza dell’amore di Dio: egli non ama chi può vantare dei meriti, ma chi ha bisogno del suo amore.

Nel brano di oggi l’Apostolo riprende e sviluppa questo tema ponendo a confronto la sapienza umana e la potenza di Dio e porta l’esempio concreto della sua persona.

Comincia con un richiamo alla sua predicazione (vv. l-2). Non si è presentato a Corinto per insegnare una nuova dottrina. Se lo avesse fatto, avrebbe avuto bisogno di possedere la “sublimità del linguaggio e della sapienza”. In Grecia era apprezzata la sapienza, la capacità – come diceva Platone – di “indagare il vero in quanto vero; sollecitudine dell’anima sostenuta dalla retta ragione”. Ogni discorso privo del supporto della dimostrazione razionale e delle risorse prestigiose del pensiero dei filosofi era deriso e ritenuto frutto di ignoranza, di creduloneria, di religiosità ingenua.

In questo contesto culturale Paolo ha annunciato un messaggio umanamente assurdo: ha chiesto di credere alla proposta di vita fatta da un uomo giustiziato.

Non fu solo il contenuto della sua predicazione ad essere scandaloso. Era la sua stessa persona – debole, timorosa, incapace di parlare – ad essere la meno indicata a portare avanti con successo una così grande missione (vv. 3-5). Al riguardo circolava fra i corinzi una battuta che aveva provocato la reazione risentita dell’Apostolo “Le sue lettere – si diceva – sono dure e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la sua capacità di fare discorsi è modesta” (2 Cor 10,10).

Della sua scarsa abilità oratoria, Paolo era cosciente; ne aveva avuto una dimostrazione ad Atene quando aveva tentato, senza successo, di convincere gli ascoltatori ricorrendo al linguaggio sublime dei filosofi (At 17,16-34) e un anno dopo, a Troade, ne ebbe la riconferma: durante la sua predica un giovane si era addormentato ed era caduto dalla finestra (At 20,9).

Malgrado questa mancanza di supporti umani, il vangelo aveva avuto una notevole diffusione a Corinto. Come mai? – viene da chiedersi. Perché – spiega Paolo – la parola di Dio è forte per se stessa e la sua penetrazione nel cuore degli uomini non dipende dai mezzi umani, ma dalla “manifestazione dello spirito e della sua potenza”. L’Apostolo non si riferisce ai prodigi, ai miracoli che avrebbero convinto i corinzi ad accogliere il vangelo, ma al frutto dello spirito: la forma di vita nuova che, pur in mezzo a miserie e debolezze umane, era stata adottata da molti membri della comunità.

Vangelo (Mt 5,13-16)

13 Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.
14 Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, 15 né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. 16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.

Per definire i discepoli e la loro missione, nel vangelo di oggi Gesù impiega una serie di immagini. Li indica anzitutto come il sale della terra (v.13).

I rabbini d’Israele erano soliti ripetere: “La Toràh – la Legge santa data da Dio al suo popolo – è come il sale e il mondo non può stare senza sale”. Facendo propria questa immagine e applicandola ai discepoli, Gesù sa di usare un’espressione che può suonare provocatoria. Non smentisce la convinzione del suo popolo che ritiene le sacre Scritture “sale della terra”, ma afferma che anche i suoi discepoli lo sono, se assimilano la sua parola e si lasciano guidare dalla sapienza delle sue beatitudini.

Sono molte le funzioni del sale e probabilmente Gesù intende riferirsi a tutte.

La prima e più immediata è quella di dare sapore ai cibi. Fin dai tempi antichi il sale è diventato per questo il simbolo della “sapienza”. Anche oggi si dice che una persona ha “sale in testa” quando parla in modo saggio, oppure che una conversazione è “senza sale”, quando è noiosa, priva di contenuto. Paolo conosce questo simbolismo, infatti, ai colossesi raccomanda: “La vostra conversazione sia sempre gradevole, condita con sale” (Col 4,6).

Intesa così, l’immagine indica che i discepoli devono diffondere nel mondo una saggezza capace di dare sapore e significato alla vita. Senza la sapienza del vangelo che senso avrebbero la vita, le gioie e i dolori, i sorrisi e le lacrime, le feste e i lutti? Quali sogni e quali speranze potrebbe alimentare l’uomo su questa terra? Difficilmente andrebbe oltre quelli suggeriti dal Qoelet: “ È meglio mangiare, bere e godere dei beni nei pochi giorni di vita che Dio dà: è questa la sorte dell’uomo” (Qo 5,17).

Chi è imbevuto del pensiero di Cristo assapora invece altre gioie, introduce nel mondo esperienze di felicità nuove e ineffabili, offre agli uomini la possibilità di sperimentare la stessa beatitudine di Dio.

Il sale non serve solo per dare sapore ai cibi. È usato anche per conservare gli alimenti, per impedire che divengano avariati.

Questo fatto richiama la corruzione morale e, per associazione d’idee, le forze negative, gli spiriti maligni. Contro di loro gli antichi orientali si premunivano usando il sale. È a questa convinzione atavica che si collega, ancor’oggi, il rito di spargere il sale per immunizzare da malefici e iettature.

Il cristiano è sale della terra: con la sua presenza è chiamato a impedire la corruzione, a non permettere che la società, guidata da princìpi malvagi, si decomponga e vada in disfacimento. Non è difficile constatare, ad esempio, che, dove non c’è chi richiama, chi rende presenti i valori evangelici, si diffondono più facilmente la dissolutezza, l’odio, la violenza, la sopraffazione. In un mondo dove è messa in dubbio l’intangibilità della vita umana, dal suo sorgere al suo spegnersi naturale, il cristiano è sale che ne ricorda la sacralità. Dove si banalizza la sessualità e le convivenze e gli adulteri non sono più chiamati con il loro nome, il cristiano richiama la santità del rapporto uomo-donna e il progetto di Dio sull’amore coniugale. Dove si cerca il proprio tornaconto, il discepolo è sale che conserva, ricordando a tutti e sempre la proposta, eroica a volte, del dono di sé.

Il sale era usato anche per confermare l’inviolabilità dei patti: i contraenti compivano il rito di consumare insieme pane e sale o sale soltanto. Questo accordo solenne era detto “alleanza di sale”. È chiamata con questo nome l’alleanza eterna stipulata da Dio con la dinastia di Davide (2 Cr 13,5).

I cristiani sono sale della terra anche in questo senso. Testimoniano l’indefettibilità dell’amore di Dio: mostrano che nessun peccato potrà mai incrinare il patto di fedeltà che lo lega all’uomo e, con la loro vita, danno prova che anche all’uomo è possibile rispondere a questo amore, basta lasciarsi guidare dallo Spirito.

La “parabola” del sale si conclude con un richiamo ai discepoli a non divenire “insipidi”. L’immagine assume una connotazione piuttosto sorprendente: i chimici assicurano che il sale non si corrompe, eppure Gesù mette in guardia i discepoli dal pericolo di perdere il proprio sapore. Per quanto possa apparire strano, Gesù li considera capaci di fare qualcosa di assurdo, di impossibile, come rovinare il sale: possono far perdere al vangelo il suo sapore.

C’è un solo modo di combinare questo guaio: mischiare il sale con altro materiale che ne alteri la purezza e la genuinità. Il vangelo ha un suo gusto e bisogna lasciarglielo, non va snaturato, altrimenti non è più vangelo.

La parabola del sale è raccontata subito dopo le “beatitudini”. Il cristiano è sale se accoglie integralmente le proposte del Maestro, senza aggiunte, senza modifiche, senza i “ma”, i “se” e i “però” con cui si tenta di ammorbidirle, di renderle meno esigenti, più praticabili.

Per esempio, Gesù dice che bisogna condividere i propri beni, che si deve porgere l’altra guancia, perdonare settanta volte sette… è questo il gusto caratteristico del sale evangelico. Ma incombe sempre la tentazione di aggiungerci un po’ di “buon senso”: non si deve esagerare, bisogna pensare anche a se stessi, se si perdona troppo gli altri se ne approfittano, non si deve ricorrere alla violenza, a meno che non sia necessario… È così che il vangelo viene “addolcito”, che diventa “praticabile”… ma perde il suo sapore. È il fallimento della missione, indicato metaforicamente con l’immagine del sale gettato sulla strada: viene calpestato, come la polvere cui nessuno presta attenzione né attribuisce alcun valore.

La seconda funzione assegnata ai discepoli è quella di essere città posta sul monte (v. 14).

Ancor’oggi, lo sguardo di chi percorre le strade dell’alta Galilea è attratto dai numerosi villaggi posti sulle cime delle montagne e lungo i clivi delle colline. È impossibile non notarli e, specialmente in primavera, quando i vermigli anemoni ricoprono le campagne che li circondano, appaiono deliziosi. Quasi sempre gli scavi archeologici comprovano che le sommità, sulle quali sorgono, erano abitate fin dai tempi più remoti.

Gesù, cresciuto in uno di questi villaggi, li ha indicati ai discepoli come un’immagine della loro missione: con la loro vita fondata su principi nuovi, essi dovranno richiamare l’attenzione del mondo.

Non è l’invito a farsi notare, a mettersi in mostra. Un simile atteggiamento contraddirebbe la raccomandazione a non praticare le buone opere davanti agli uomini, per essere notati, a non suonare la tromba per richiamare l’attenzione quando si fa l’elemosina (Mt 6,1-2).

Il richiamo di Gesù è a un famoso testo di Isaia, dove si annuncia che il monte del tempio del Signore “sarà eretto sulla cima dei monti, sarà più alto dei colli e ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli… Poiché da Gerusalemme uscirà la parola del Signore” (Is 2,2-5).

D’ora in avanti – assicura Gesù – non sarà più a Gerusalemme che i popoli guarderanno, ma alle comunità dei suoi discepoli. Saranno loro ad attirare gli sguardi ammirati degli uomini… se avranno il coraggio di impostare la vita sulle sue beatitudini.

Collegata all’immagine del monte c’è quella della luce (vv. 14-16).

I rabbini dicevano: “Come l’olio porta luce al mondo, così Israele è luce per il mondo” e ancora: “Gerusalemme è luce per le nazioni della terra”. Si riferivano al fatto che ritenevano Israele depositario della sapienza della legge che Dio, per bocca di Mosè, aveva rivelato al suo popolo.

Qualche rabbino aveva però intuito che non solo la parola delle sacre Scritture, ma anche le opere di misericordia erano luce e sosteneva che il primo ordine dato da Dio all’inizio della creazione: “Sia la luce!” si riferiva non a una luce materiale, ma alle opere dei giusti.

Chiamando i discepoli “luce del mondo”, Gesù dichiara che la missione affidata da Dio a Israele era destinata a continuare attraverso di loro. Sarebbe apparsa in tutto il suo splendore nelle loro opere di amore concrete, verificabili. Sono queste opere che Gesù raccomanda di “far vedere”. Non vuole che i suoi discepoli si limitino ad annunciare la sua parola senza impegnarsi, senza lasciarsi compromettere, senza giocarsi la vita su questa parola.

La prova che gli uomini sono stati raggiunti da questa luce si avrà quando essi daranno gloria al Padre che sta nei cieli.

La loro reazione potrebbe però essere anche opposta e inattesa. Potrebbero essere infastiditi dalle opere buone dei cristiani e reagire indispettiti.

Non si deve subito presupporre che questo dipenda da una loro disposizione malevola. In genere non è il bene che disturba, ma la percezione di qualche ombra di esibizionismo, di qualche cedimento all’ambizione, alla vanità, all’autocompiacimento. Queste sbavature, nemmeno consapevoli, che accompagnano spesso anche i gesti più nobili, privano l’opera buona della sua caratteristica più squisita, più sublime, più “divina”: il soave profumo del disinteresse e della totale gratuità.

I discepoli sono chiamati a compiere il bene senza attendersi alcun plauso, alcuna ammirazione, “la loro destra non deve sapere ciò che fa la sinistra” (Mt 6,3). Non è a loro che dovranno essere rivolte le lodi, ma a Dio.

L’ultima immagine è deliziosa: veniamo introdotti nell’umile dimora di un contadino dell’alta Galilea dove, alla sera, si accende una lampada di terracotta ad olio, la si pone su un supporto di ferro e la si colloca in alto, in modo che possa illuminare anche gli angoli più reconditi dell’abitazione. A nessuno passerebbe per la mente di nasconderla sotto un vaso.

L’invito è a non occultare, a non velare le parti più impegnative del messaggio evangelico. I discepoli non devono preoccuparsi di difendere o di giustificare le proposte di Gesù, devono solo annunciarle, senza paura, senza timore di venire derisi o perseguitati. Esse saranno per gli uomini come una lampada che “brilla in un luogo oscuro finché non spunti il giorno e si levi la stella del mattino” (2 Pt 1,19).

Per gentile concessione di
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