Le istituzioni religiose non hanno ancora maturato buona dimestichezza con le trasformazioni, convinte che la sopravvivenza risieda più nel conservare che nell’innovare, condannandosi così a morte lenta ma certa.

di Stefania Baglivo
2 Febbraio 2026
Per gentile concessione della rivista
https://rocca.cittadella.org
È fisiologico nella vita di ogni istituzione, sia civile che religiosa, imbattersi in tempi di crisi, innescati principalmente dai cambiamenti che rapidamente interessano il vivere umano. Ed è altrettanto fisiologico che l’istituzione in fase critica attivi tutte le proprie risorse pratiche e intellettuali per compiere quella trasformazione interna senza la quale non si potrebbe avere continuità nel tempo. Tuttavia le istituzioni religiose non hanno ancora maturato buona dimestichezza con le trasformazioni, convinte che la sopravvivenza risieda più nel conservare che nell’innovare, condannandosi così a morte lenta ma certa. È fisiologico anche questo.
Tra le istituzioni religiose, la vita consacrata è una delle più emblematicamente in crisi, non solo numericamente ma soprattutto per le difficoltà strutturali interne di cui la carenza numerica è solo una conseguenza. Si continua ad attribuire la responsabilità della mancata risposta vocazionale (secondo l’accezione solita, anche se errata, di chiamata alla vita religiosa) dei giovani alla loro stessa incapacità di ascolto o di coraggio (!), senza prendere davvero atto del fatto ormai evidente che il problema è invece interno agli istituti religiosi e non è transitorio o locale, ma radicato e strutturale. Per difficoltà strutturali interne si intende quell’ampio ventaglio di problemi irrisolti che la maggior parte degli istituti non riesce ad affrontare con decisione e strumenti adatti. A cominciare dalla formazione: al giovane o all’adulto che mette piede in una comunità religiosa viene richiesto implicitamente un vero processo di regressione e infantilizzazione, necessario all’esercizio dell’obbedienza per come attualmente è concepita e praticata. Dal punto di vista relazionale, inoltre, le comunità religiose vivono forme di immaturità, se non di abuso spirituale e psicologico, che intessono la vita quotidiana ordinaria quasi inconsapevolmente, scambiate addirittura per virtù. L’esercizio del potere, che la retorica continua a chiamare servizio, risponde sovente a dinamiche di dominio e competizione che la forma sinodale non è riuscita ancora a scalfire. Lo studio, la riflessione, la maturazione intellettuale restano spesso al margine della formazione, trasformando quelli che sono stati per secoli i maggiori centri di produzione culturale in luoghi puramente devozionali mai all’altezza di un dialogo serio con le donne e gli uomini del nostro tempo.
Prendere davvero in mano la situazione della vita consacrata oggi è responsabilità di tutta la Chiesa, non dei soli religiosi, caricati dalle aspettative di perfezione che il magistero pone sulle loro spalle… spalle talvolta più deboli di quelle degli altri in verità. È responsabilità di tutti scavare insieme e scoprire il tesoro nascosto, seppellito sotto la terra di una teologia della vita consacrata tutta da ripensare. Il tesoro nascosto della comunità cristiana sinodale, della quotidianità condivisa, della testimonianza autentica di povertà, della castità di relazioni rispettose e adulte, dell’obbedienza ai segni dei tempi. Così, forse, ci sarà un futuro per la vita consacrata nella Chiesa.