Vangelo della IV Settimana del Tempo Ordinario
Commento di Paolo Curtaz

Lunedì 2 Febbraio (FESTA – Bianco)
PRESENTAZIONE DEL SIGNORE
Ml 3,1-4 Sal 23 Eb 2,14-18 Lc 2,22-40: I miei occhi hanno visto la tua salvezza.
Martedì 3 Febbraio (Feria – Verde)
Martedì della IV settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
2Sam 18,9-10.14.24-25.30;19,1-4 Sal 85 Mc 5,21-43: Fanciulla, io ti dico: Alzati!.
Mercoledì 4 Febbraio (Feria – Verde)
Mercoledì della IV settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
2Sam 24,2.9-17 Sal 31 Mc 6,1-6: Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria.
Giovedì 5 Febbraio (Memoria – Rosso)
Sant’Agata
1Re 2,1-4.10-12 1Cr 29,10-12 Mc 6,7-13: Prese a mandarli.
Venerdì 6 Febbraio (Memoria – Rosso)
San Paolo Miki e compagni
Sir 47,2-13 Sal 17 Mc 6,14-29: Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto.
Sabato 7 Febbraio (Feria – Verde)
Sabato della IV settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
1Re 3,4-13 Sal 118 Mc 6,30-34: Erano come pecore che non hanno pastore.
Domenica 8 Febbraio (DOMENICA – Verde)
V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Is 58,7-10 Sal 111 1Cor 2,1-5 Mt 5,13-16: Voi siete la luce del mondo.
Lunedì 2 Febbraio (FESTA – Bianco)
PRESENTAZIONE DEL SIGNORE
Lc 2,22-40: I miei occhi hanno visto la tua salvezza.
NOTA: Quando questa festa ricorre in domenica, si proclamano le tre letture qui indicate; se la festa ricorre in settimana, si sceglie come prima lettura una delle due che precedono il Vangelo; il Salmo responsoriale è sempre lo stesso.
Il vecchio Simeone, certo della promessa ricevuta, riconosce Gesù e la salvezza di cui il Cristo è portatore e accetta il compiersi della sua esistenza.
Anche Anna, questa profetessa ormai avanti negli anni, che aveva però passato quasi tutta la sua vita in preghiera e penitenza riconosce Gesù e sa parlare di lui a quanti lo attendono. Anna e Simeone, a differenza di molti altri, capiscono che quel bimbo è il Messia perché i loro occhi sono puri, la loro fede è semplice e perché, vivendo nella preghiera e nell’adesione alla volontà del Padre, hanno conquistato la capacità di riconoscere la ricchezza dei tempi nuovi.
Prima ancora di Simeone e Anna è la fede di Maria che permette all’amore di Dio per noi di tramutarsi nel dono offertoci in Cristo Gesù.
Giovanni Paolo II nella “Redemptoris Mater” ci ricorda che “quello di Simeone appare come un secondo annuncio a Maria, poiché le indica la concreta dimensione storica nella quale il Figlio compirà la sua missione, cioè nell’incomprensione e nel dolore” (n. 16).
Lunedì della IV settimana del Tempo Ordinario
Mc 5,1-20: Esci, spirito impuro, da quest’uomo.
Vive fra i sepolcri, l’indemoniato. Nulla gli dà pace, nessuno riesce a tenerlo fermo: urla e grida, si percuote con le pietre, si fa del male. Come se Marco ci facesse capire che l’autolesionismo è di origine malvagia, demoniaca, che l’accusarsi di ogni nefandezza non fa piacere a Dio e ci sprofonda nell’abisso. Quante ne conosco di persone così! Sempre irrequiete e insoddisfatte di ciò che sono, della propria vita, delle proprie scelte. E alcune, purtroppo, pensano di far piacere a Dio comportandosi in quel modo! Confondono depressione con umiltà, poco consapevoli della propria concreta situazione, preferiscono farsi travolgere dai sensi di colpa piuttosto che guardare oggettivamente i propri pregi e difetti. Il Signore ci libera da una visione piccina e meschina di noi stessi, non siamo i giganti dei nostri sogni, né i nani delle nostre paure, ma uomini e donne che, scoprendosi discepoli, in cammino, in crescita, vedono loro stessi alla luce dello sguardo di Dio. Il Signore ci libera nel profondo, ci aiuta e vedere la realtà dalla parte di Dio. Certo: farlo richiede fatica, uscire da se stessi, lasciar andare (affogare) la miriade di pensieri negativi che rischiano di schiacciarci.
Quella di oggi una festa preziosa nella tradizione della vita consacrata: come Gesù è “presentato” al cospetto di Dio, così i religiosi vogliono consegnare la loro vita alla tenerezza di Dio e a servizio del Regno.
Fa tenerezza immaginare la coppia di Nazareth incedere timidamente negli ampi spazi del ricostruito tempio, in mezzo ad un viavai di gente indaffarata, alle preghiere pronunciate ad alta voce, all’odore acre dell’incenso mischiato alla carne bruciata… Sono lì ad assolvere un gesto di obbedienza secondo la Legge mosaica: un’offerta da compiere per riscattare il primogenito, un rito che ricorda che la vita appartiene a Dio e a lui ne va riconosciuto il dono. Gesù obbedisce alla Legge, Dio si sottomette alle tradizioni degli uomini. Nell’obbedienza vuole cambiare le regole, nel solco della tradizione vuole ridare vitalità e senso ai gesti del suo popolo. Gesù è offerto al Padre, è donato da subito e quel gesto si ripeterà infinite volte nella sua luminosa vita. Gesù è e resta dono, diventa dono al Padre che ne fa dono all’umanità. E in questa logica del dono, oggi, desideriamo fortemente fare della nostra piccola vita un’offerta a Dio. Da lui l’abbiamo ricevuta, a lui vogliamo donarla: ciò che siamo sia utile alla realizzazione del Regno, ci aiuti a fare di ogni gesto, di ogni giorno, un atto consapevole di amore verso Dio e il suo progetto di salvezza…
Martedì della IV settimana del Tempo Ordinario
Mc 5,21-43: Fanciulla, io ti dico: Alzati!
Due dolori incrociano oggi i passi del Maestro Gesù: la disperazione di Giairo che sta perdendo la figlia adolescente e la paura della donna emorroissa che da anni cerca di guarire dalle sue perdite. Due dolori diversi si sovrappongono: il dolore di chi viene investito dalla durezza della vita e dal mistero della morte e il dolore di chi è vittima del pregiudizio culturale e religioso. A causa di una primitiva concezione della natura, si pensava che il principio vitale fosse contenuto nel sangue, perciò si evitava di entrare a contatto col sangue. Una donna era impura durante il suo ciclo mestruale: la donna in questione da dodici anni ha delle perdite.
Dodici anni senza contatto fisico, senza un abbraccio, nulla. Se tocca Gesù vìola una precisa norma. Ma lo fa. Gesù si accorge che qualcosa è accaduto, chiede spiegazione ai suoi discepoli scettici. Possiamo avvicinarci a Gesù mille volte, ma solo se abbiamo fede ne usciamo cambiati. Così la figlia di Giairo ritorna in vita ed è restituita alla gioia della sua famiglia. Chiediamo al Signore, oggi, di guarirci da ogni malattia, di risvegliare in noi l’adolescente entusiasta e affidiamogli chi è nel dolore del lutto, nella fatica della malattia.
Mercoledì della IV settimana del Tempo Ordinario
Mc 6,1-6: Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria.
È un rincorrersi di meraviglie e di stupori il vangelo di oggi. Si meraviglia la folla per l’eloquenza di Gesù. Si meravigliano alcuni concittadini perché Gesù, il figlio di Giuseppe, fa il predicatore senza avere il patentino. Si meraviglia il Signore della loro incredulità. Nella vita ci possiamo stupire per cose positive, per eventi che ci cambiano l’orizzonte, per alcune scoperte, come la fede, che ci mettono letteralmente le ali. Ma, purtroppo, ci possiamo anche stupire per le cose negative, infarciti dai nostri pregiudizi religiosi. Gesù non è sufficientemente qualificato per dire le cose che stupiscono! E invece di guardare la luna, gli sciocchi di sempre guardano il dito che la indica. Anche noi, purtroppo, a volte ci fermiamo all’apparenza della Chiesa e di chi parla del vangelo. Invece di ascoltare con stupore la buona notizia, ci lasciamo turbare dalle inevitabili incoerenze che talora accompagnano l’annuncio. Stupiamoci, oggi, per le tante cose belle che ci circondano e che riconosciamo come immenso segno della bontà di Dio. E che Dio non abbia a stupirsi, oggi, della nostra incredulità, della nostra poca fede. Perché Dio non è quasi mai come ce lo immaginiamo.
5 Febbraio (Memoria – Rosso)
Sant’Agata
La preghiera di colletta chiede la misericordia del Signore “per intercessione di sant’Agata che risplende nella Chiesa per la gloria della verginità e del martirio”. Il martire si dona a Cristo per giungere a Dio mediante il sacrificio della vita; la verginità non ha senso se non nel dono.
La verginità cristiana è donarsi al Signore, rinunciare a se stessi per vivere unicamente per lui.
Ci gloriamo della nostra unione al mistero della passione e risurrezione di Gesù: è una gloria spoglia di ogni orgoglio perché fondata sulla unione a Cristo nella sua umiliazione per essergli uniti nella sua gloria.
Così sono vissute sant’Agata e le altre martiri vergini, in una verginità donata a Cristo nell’amore per lui, nella fiducia in lui, nella sua forza.
Domandiamo al Signore di aver il coraggio di gloriarci solo di lui e di accettare tutti gli avvenimenti in questa luce, cioè di vederli non dalla prospettiva del nostro interesse, ma per la possibilità che ci offrono di essere più profondamente uniti alla passione e alla vittoria di Cristo.
Giovedì della IV settimana del Tempo Ordinario
Mc 6,7-13: Prese a mandarli.
Siamo mandati a due a due per invitare la gente a convertirsi al Vangelo (non a noi!), per cacciare le opere dell’avversario e per guarire gli infermi, del corpo e dell’anima. L’annuncio non è una questione di spiriti solitari, di fuoriclasse della predicazione: è la testimonianza della comunione che rende credibili le parole che diciamo. Non dobbiamo contare su roboanti strutture organizzative ma sull’efficacia della Parola: è Dio che converte, non noi. Ma, ammonisce Gesù, bisogna essere realisti e mettere in conto qualche delusione, qualche fallimento. Davanti al rifiuto, Gesù chiede di non nutrire sentimenti di vendetta o di ripicca o anche solo di fastidio per la delusione che irrita il nostro ego spirituale, ma di voltare pagina, di scuotere la polvere dai calzari lasciando alle spalle ciò che non ha funzionato, senza farne una tragedia o un’occasione di scoraggiamento. A volte, nelle nostre comunità, si avverte un senso di disagio, di sconfitta, di rassegnazione, come se il mondo non ci capisse, come se fossimo destinati a perdere. Non è così: il Signore ci chiede di seminare, altri, dopo di noi, raccoglieranno.
6 Febbraio (Memoria – Rosso)
San Paolo Miki e compagni
Il salmo responsoriale che parla di lacrime e di gioia non è molto adatto per i martiri giapponesi, perché essi non hanno seminato nel pianto ma nella gioia. In quello che di loro si racconta, il meraviglioso è proprio nella gioia che irradiava dai loro volti mentre andavano al supplizio. Paolo Miki dopo essere stato condannato con gli altri, scrisse a un superiore della Compagnia di Gesù con semplicità: “Siamo stati condannati alla crocifissione, ma non preoccupatevi per noi che siamo molto consolati nel Signore. Abbiamo un solo desiderio, ed è che prima di arrivare a Nagasaki possiamo incontrare un Padre della Compagnia per confessarci, partecipare alla messa e ricevere l’Eucaristia. È il nostro unico desiderio”.
Vediamo in questo la gioia della speranza fondata sulla fede che è feconda di frutti di carità. Evidentemente soltanto la fede era fondamento della loro grande gioia, che dimostrarono anche sulla croce. Essere crocifissi con Cristo era per loro grande onore perché credevano con tutta l’anima che Cristo si era dato per loro e per la loro salvezza.
“Il Figlio di Dio mi ha amato e ha dato se stesso per me”. La croce appare alla fede come il sommo dell’amore di Cristo e dell’amore che noi possiamo dare a lui. In questa fede essi erano pieni di speranza e di gioia.
La loro speranza era non la ricompensa, ma il martirio: speravano che Gesù li avrebbe sostenuti fino alla morte e avrebbe permesso loro di offrire la vita con un amore senza limiti. Il pensiero di imitarlo dando la vita per gli altri era fonte di grande esultanza.
Per commentare il loro martirio si potrebbero prendere le parole della lettera di Pietro: “Rendete conto della speranza che è in voi con dolcezza e rispetto”. Dall’alto della sua croce Paolo Miki continuava a predicare Cristo e a testimoniare la sua speranza. Diceva ai presenti: “Io sono giapponese come voi, non sono uno straniero ed è a causa della mia fede in Cristo che sono condannato. Nella situazione estrema in cui mi trovo potete credere alla mia sincerità. Non ho nessuna voglia di ingannarvi e vi dichiaro che non c’è via di salvezza se non nella fede in Cristo”. E continuava, manifestando che la fede e la speranza gli riempivano il cuore di intensa carità: “Cristo vuole che perdoniamo a chi ci fa del male e preghiamo per loro. Io dunque perdono a tutti quelli che hanno contribuito alla nostra morte e auguro loro di convertirsi, perché anch’essi si salvino”.
E anche tutti i suoi compagni sorridevano e cantavano preghiere dall’alto della croce.
Possiamo pensare che talvolta è più difficile essere gioiosi nelle circostanze ordinarie della vita che in quelle straordinarie, nelle quali la grazia sostiene in maniera speciale. Ma abbiamo altri esempi a illuminare la vita quotidiana. E’ a proposito della sua vita quotidiana che san Paolo dice: “Sono crocifisso con Cristo e non son più io che vivo, ma Cristo vive in me”. La croce di Cristo illuminava le sue numerose, e niente affatto gloriose, difficoltà di ogni giorno: egli stesso parla di tribolazioni umilianti.
Ma nella fede egli ne vedeva il senso di profonda unione a Gesù, ed era lieto nella speranza, paziente nella tribolazione e insegnava questa via di gioia ai cristiani.
Domandiamo al Signore di farci giungere alla stessa unione vitale con lui che vediamo nella vita di questi martiri e di tanti santi.
Venerdì della IV settimana del Tempo Ordinario
Mc 6,14-29: Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto.
Ci sono dei potenti, ieri e oggi, che pensano di avere la Storia fra le mani, che si illudono di contare, di pesare, di determinare il destino degli uomini. E, purtroppo, a volte accade proprio così: la storia è piena di dittatori, di demagoghi, di violenti che pensano di cambiare il corso degli eventi a partire dalle proprie intuizioni politiche e sociali. Re e vassalli, tutti convinti di passare alla storia. Come Erode Antipa, il figlio incapace di Erode il grande, fratello di Filippo e Archelao. A lui è toccata la Galilea e un titolo che non ha nulla a che vedere con la potenza del padre despota. Roma stessa gli toglierà ogni incarico a causa della sua condotta violenta e finirà i suoi giorni in esilio nelle Gallie. Per un attimo Erode sembra essere attirato dalla cruda predicazione del Battista che non ha paura di condannare la sua condotta morale: Erode ha come amante sua nuora e non pare preoccuparsene! La storia la conosciamo: storia di un re pavido che si fa manipolare da una donna gelosa e dalla paura di perdere la faccia davanti agli ospiti. Piccolo despota che pensa di uccidere il più grande dei profeti e che, invece, viene ricordato dalla storia solo grazie a Giovanni il precursore…
Sabato della IV settimana del Tempo Ordinario
Mc 6,30-34: Erano come pecore che non hanno pastore.
È colmo di attenzioni, il Signore Gesù. Anzitutto nei confronti dei suoi più stretti collaboratori che vede affaticati dalle tante attività che compiono per seguirlo. Vede che sono stanchi, generosi ma consumati dalle troppe cose da fare e, allora, decide di dare un taglio all’agenda per restare e riposare con loro, per una specie di week-end dell’anima che aiuti tutti a riprendere fiato. Come sarebbe bello se, nella Chiesa, ci si accorgesse delle fatiche altrui! Se i nostri Vescovi, almeno d’ogni tanto, si occupassero del benessere reale dei loro collaboratori, i preti! Se le comunità prestassero attenzione alla qualità della vita di chi ha consacrato la vita per il vangelo e per loro stesse! Poche attenzioni, concrete, legate alla vita quotidiana, al cibo, all’igiene, alla compagnia… Succede, ed è uno strazio dell’anima, incontrare vecchi sacerdoti che hanno dato la vita per il Regno e che finiscono la loro esistenza dimenticati da tutti… E Gesù, una volta giunto nel luogo del riposo, si rimette a insegnare agli uomini, perché vede che hanno bisogno di lui. Nemmeno il riposo per il Signore diventa un idolo, e lascia che la compassione prevalga sul diritto alla vacanza. Che bello!
Domenica 8 Febbraio (DOMENICA – Verde)
V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Is 58,7-10 Sal 111 1Cor 2,1-5 Mt 5,13-16: Voi siete la luce del mondo.
Se metto un grosso cucchiaio di sale nella zuppa, sarà immangiabile. Ce ne vuole solo un pizzico, che basta ad insaporirla. O, senza utilizzare un’immagine, anche se non ci sono che pochi uomini a sopportare con buon umore, bontà e indulgenza le debolezze del loro prossimo (e le loro, in più!), a non essere solo preoccupati di imporsi, di perseguire i propri scopi e i propri interessi, questo pugno di uomini ha la possibilità di cambiare il proprio ambiente, contribuendo a che il nostro mondo resti umano. Il nostro mondo sarebbe povero, inumano e freddo se non ci fossero uomini che danno prova di questa cordialità e di questa generosità spontanee.
Essere il sale della terra: siamo abbastanza fiduciosi per credere al carattere contagioso della bontà? O ci accontentiamo di temere il potere contagioso del male? Un pizzico di sale basta a dare gusto a tutto un piatto.
Ognuno di noi, anche se si sente isolato, ha la fortuna di poter cambiare il clima che lo circonda! Gesù ci crede capaci: voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo! Lo siamo?
Splendete e illuminate
Wilma Chasseur
1) Siamo sale?
Sale della terra e luce del mondo! Ecco cosa il Signore ci chiede di essere in questo Vangelo.
C’è più che mai bisogno di luce, in un mondo dove sembra che l’uomo stia perdendo sempre più, non solo il lume della fede, ma addirittura quello della ragione; e se c’è una cosa che spaventa sono proprio le tenebre! Da bambini, tutti abbiamo fatto l’esperienza dalla paura del buio; quando poi queste tenebre non sono solo assenza di luce esterna, ma ottenebrano addirittura la mente umana facendole compiere efferatezze innominabili, allora spaventano ancor molto di più!
E’ dunque quanto mai urgente essere luce del mondo!
2) Siamo luce?
Ma per essere luce dobbiamo essere illuminati. Si sente spesso dire a livello individuale: “La mia coscienza non mi rimprovera niente, per me non osservare questo o quel comandamento non è un male”. Oppure, a livello collettivo, si emanano leggi contro la vita, contro la famiglia, e si giustificano dicendo che chi le fa’, trova che siano un bene per la società. Ma la coscienza va illuminata! L’uomo deve saper riconoscere il bene oggettivo dal male oggettivo. Oggettivamente parlando il pesce marcio puzza, se poi a qualcuno piace questo odore, ciò non toglie che è sempre puzzolente. Dobbiamo ritrovare, sia a livello individuale che collettivo, la sanità di giudizio che definisce male ciò che è male e bene ciò che è bene. Chi poi ha il potere e il dovere di legiferare, deve a maggior ragione, avere la coscienza illuminata, se no è come un cieco che guida altri ciechi e tutti cadono nel pozzo.
Occorre dunque diffondere la verità, usando tutti i mezzi che sono a nostra disposizione. Il Papa ce ne dà l’esempio usando i mezzi di comunicazione -compreso Internet- come cassa di risonanza della verità. In un mondo dove i mass media diventano spesso casse di risonanza per diffondere l’errore, noi dobbiamo controbilanciare la situazione, usando questi stessi mezzi per diffondere la verità, altrimenti si cade in una forma di oscurantismo a rovescio (si tiene all’oscuro il bene e si lascia diffondere il male).
3) Dove va messa la lucerna?
“Non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il candelabro perché faccia luce a quanti sono nella casa”. C’è un tempo per rimanere nascosti e un tempo per risplendere, un tempo per tacere e un tempo per parlare. Abbiamo visto domenica scorsa, che Gesù per primo, scoccata l’ora stabilita dal Padre, è uscito dal silenzio e ha proclamato la verità. Il silenzio è necessario per percepire questa parola di verità che deve procedere dal Suo Spirito, e non dal nostro, ma una volta percepita, dev’essere annunciata. Se vogliamo essere autentici cristiani, dobbiamo diventare come dei canali che trasmettano l’acqua viva della verità; ma la funzione del canale è appunto quella di lasciar scorrere l’acqua, non di bloccarla. Dobbiamo dare agli altri il meglio di noi stessi, ma il meglio non siamo noi, è Lui, cioè quest’acqua viva che ci abita e che vuole comunicarsi e diffondersi (“il bene è diffusivo di sé”). Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Già san Tommaso d’Aquino diceva che è più perfetto dare agli altri i frutti della propria contemplazione che contemplare soltanto, come è più perfetto illuminare che risplendere soltanto.
La contemplazione della verità, che non solo è luce, ma è la persona stessa di Cristo (“Io sono la via, la verità, la vita”), deve far nascere il bisogno di comunicarla questa verità, a quanti brancolano ancora nel buio dell’errore e magari della disperazione, e accendere così, tante fiammelle ancora spente e tanti cuori ancora assiderati nel gelo dell’assenza di Dio.
E così tanti nostri fratelli e sorelle, ancora pellegrini nella notte, troveranno quella luce e quel fuoco che Gesù è venuto a portare e che ora vuole comunicare loro attraverso di noi.
“Gloria a te o Cristo, luce di verità e sole di giustizia che sei venuto a dimorare nella tua Chiesa ed essa ne è stata illuminata; sei venuto nella tua creazione ed essa ne rifulge tutta quanta. I peccatori si sono accostati a te e sono stati purificati; i ciechi t’hanno visto e i loro occhi si sono aperti; i morti hanno udito la tua voce e si sono levati e anche le anime tenebrose si sono accostate alla luce. Tu sei il mattino splendente, la luce senza tramonto: si aprano gli occhi dei nostri cuori e il nostro sguardo non si stacchi mai dalla tua folgorante luce.” (Liturgia orientale)