IV settimana del Tempo Ordinario
Lectio divina a Marco 5,1-6,34
Silvano Fausti

Lunedì della IV settimana del Tempo Ordinario
Mc 5,1-20
ESCI, SPIRITO IMMONDO, DALL’UOMO (5,1-20)
Messaggio nel contesto
“Esci, spirito immondo, dall’uomo”. Immondoè lo spirito di morte che devasta e tiene legato l’uomo mediante la paura della morte. È lo stesso che ostacola la fede dei discepoli, scatenando le tempeste e impedendo di affidarsi a Gesù che dorme (brano precedente). Per giungere a credere, bisogna innanzi tutto che la Parola eserciti la sua autorità contro satana, che altrimenti subito la becca via, prima che attecchisca. Per questo la liturgia premette al battesimo la preghiera di liberazione dal male.
Il primo esorcismo viene dopo l’insegnamento di Gesù (1,21-28). Anche questo, più lungo e solenne, viene dopo il suo insegnamento in parabole, alla fine del quale la sua parola ha dominato il cielo e l’abisso. Ora sottomette il male, e, nel brano seguente, la malattia e la morte.
L’incontro tra Gesù e l’indemoniato fa vedere le resistenze e convulsioni nostre davanti alla sua parola. Infatti ci identifichiamo con la nostra schiavitù, e preferiamo il “nostro” male al “suo” bene (vv. 1-11).
L’episodio dei porci mostra pittorescamente la grande vittoria di Cristo (vv. 12 s). Il racconto e la costatazione del fatto suscita negli uditori impauriti le stesse reazioni dei demoni, che non vogliono aver a che fare con Gesù (vv. 14-17). Anche loro, come noi, sono invitati a riconoscersi nell’indemoniato, in modo da essere liberati e diventare come lui, che è “seduto, vestito e sano di mente” (v. 15).
Al suo desiderio di “essere con” Gesù, questi risponde inviandolo in missione (vv. 18-20). Ormai è apostolo, perché in grado di raccontare agli altri ciò che il Signore gli ha fatto, annunciando la sua misericordia (cf anche 1,40-45).
In lui, al di là delle sue resistenze, il seme ha fruttato bene! Lui stesso, a sua volta, lo semina tra i suoi fratelli ancora lontani. Con l’ex-indemoniato inizia la missione tra i pagani, ognuno dei quali è chiamato a fare in prima persona la sua stessa esperienza di incontro liberante col Signore.
Gesù è la discendenza di Eva, che schiaccia la testa al serpente antico (Gn 3,15). In lui l’uomo vince il suo vincitore, sconfiggendo il male e la sua radice: la menzogna che lo fa considerare estraneo a Dio e lo tiene nella paura della morte. La vittoria è conseguita ad armi pari con il nemico: alla sua parola falsa oppone quella vera, che s’impone con la sua autorità.
Davanti alla luce che le squarcia, le tenebre che dominano l’uomo tentano l’ultima difesa. Ma la notte non può non dissolversi all’apparire del sole.
Il discepolo nel brano precedente aveva paura e non aveva fede in Gesù. Ora la sua parola lo libera dal nemico e dal suoi terrori perché possa affidarsi ed “essere con lui” nel sonno e nel risveglio, per annunciarlo poi ai suoi fratelli.
Martedì della IV settimana del Tempo Ordinario
Mc 5,21-43
LA TUA FEDE TI HA SALVATA (5,21-43)
Messaggio nel contesto
“La tua fede ti ha salvata”, dice Gesù alla donna; e al padre della fanciulla morta: “Continua ad aver fede”. I due episodi, incastrati a sandwich e legati dalle parole “salvare”, “credere” e “toccare” (“prendere la mano”) si completano a vicenda e illustrano cos’è la fede e qual è la sua potenza. La fede è “toccare” Gesù, la sua potenza salva nella morte.
I cc. 4-5 delineano l’itinerario battesimale: messo in moto dalla Parola, è ostacolato dalle nostre paure (c. 4); passa attraverso l’esorcismo che ce ne libera, e giunge qui a “toccare” Gesù. La comunione con luivince la nostra malattia mortale e la stessa morte.
La donna e la ragazza sono figura di tutti noi. Come la prima da dodici anni, cioè da sempre, perdiamo la vita, lontani dal Signore. Solo se lo tocchiamo siamo salvi, perché è lui la nostra vita. Come la seconda, in età da marito, moriamo malati d’amore (Ct 5,8) se non giunge lo Sposo che ci prende la mano. La nostra vita infatti è amarlo come siamo da lui amati.
Il tema centrale è quindi la fede, quel “toccare” che salva. Per quattro volte esce questa parola nei vv. 27-31, e in più si parla di imporre e prendere la mano (vv. 23.41).
Toccare suppone vicinanza. Forma prima e fondamentale diconoscenza, è contatto con l’altro. In esso il proprio limite diventa luogo di comunione. Ogni toccare inoltre è sempre reciproco: chi tocca, è toccato. C’è infine un tocco esteriore e uno interiore, che prende e trasforma il cuore.
Al toccare si contrappone lo schiacciare (vv. 24.31). Mentre questo sfocerà nell’impadronirsi e nell’uccidere Gesù, quello sprigiona da lui la sua forza di vita. La salvezza, invocata anche dai discepoli sulla barca, viene da questa fede. Essa ci permette di toccarlo e di essere afferrati da lui, che prima di noi e per noi ha dormito.
Nella donna vediamo inoltre il dinamismo della fede. Presuppone la costatazione di un male indebito e non accettato, col bisogno e l’incapacità di liberarsene; parte dall’ascolto di Gesù, che apre, dalla disperazione per la propria impotenza, alla fiducia nella sua potenza; giunge alfine a toccarlo di spalle, per diventare poi un colloquio faccia a faccia con lui.
In Giairo invece vediamo le qualità di questa fede: è una forza più grande di ogni paura, e consiste nel fidarsi totalmente di Gesù e della sua parola anche davanti alla morte.
Nella ragazza infine vediamo l’efficacia di tale fede: la risurrezione, la vittoria sul nemico ultimo dell’uomo ad essere annientato (1Cor 15,26).
Gesù èil Signore, lo sposo dell’uomo, che si unisce a lui comunicandogli la sua vita. Per questo lo spirito di morte cerca disperatamente di difendersi da lui (brano precedente). Ma inutilmente, perché lui, col suo sonno, è vicino a tutti e tocca tutti i dormienti.
Il discepolo è come la donna, la figlia di Sion che tocca Gesù ed è salva dal suo male; è come la ragazza morta, che risuscita al tocco dello Sposo.
Mercoledì della IV settimana del Tempo Ordinario
Mc 6,1-6
E SI MERAVIGLIAVA DELLA LORO NON FEDE (6,1-6a)
Messaggio nel contesto
“E si meravigliava della loro non fede”. Isuoi si meravigliano di Gesù, e si scandalizzano che la sapienza e l’azione di Dio sia in “questo” uomo, che ben conoscono.
Anche lui, a sua volta, si stupisce: venuto tra i suoi, non è accolto! Con Gesù ci troviamo davanti allo scandalo di un “Dio fatto carne”, che sottostà alla legge della fatica umana e del bisogno, del lavoro e del cibo, della veglia e del sonno, della vita e della morte. Lo vorremmo diverso. Ci piace condividere le prerogative che pensiamo sue; meno gradiamo che lui condivida le nostre, delle quali volentieri faremmo a meno.
Ma la sua “carne” è il centro della fede cristiana: riconoscerla o meno equivale a essere o meno da Dio (1Gv 4,2s). Nella sua umanità, in ciò che fa e dice, in ciò che gli facciamo e subisce – nella sua storia concreta, frutto maturo del cammino d’Israele – Dio si rivela e si dona definitivamente. In essa tocca ogni uomo e da essa fa scaturire la sua sapienza e la sua forza salvifica. Come una vena profonda di acqua perenne zampilla dalla sorgente, così Dio esce da sé e si comunica a tutti attraverso l’uomo Gesù di Nazaret.
Noi diciamo: “Se lo vedessi, se lo toccassi, gli crederei!”. Nulla di più falso! I suoi l’hanno rifiutato proprio perché l’hanno visto e toccato anzi, schiacciato. Noi abbiamo sempre la possibilità di inventarcene uno a misura delle nostre fantasie. La fede non è accettare che Gesù è Dio – il Dio che pensiamo noi! – ma accettare che Dio, il Dio che noi non pensavamo, è questo uomo Gesù. Quel Dio che nessuno mai ha visto, lui ce l’ha rivelato (Gv 1,18). Lo scandalo della fede, uguale per tutti. è costituito dal fatto che la sapienza e la potenza di Dio parli e operi nella follia e nell’impotenza di un amore fatto carne, che sposa tutti inostri limiti, fino alla debolezza estrema della croce. Infatti “fu crocifisso per la sua debolezza” (2Cor 13,4).
Nel capitolo precedente abbiamo visto che la fede è “toccare”. Ora vediamo “chi” tocchiamo. Tocchiamo Gesù, il falegname che finirà sul legno della croce, segno di contraddizione per tutti (Lc 2,34), ma potenza e sapienza di Dio che salva tutti. La fede è accettare proprio luicome mio Dio e mio Signore.
Questo brano fa da cerniera tra l’istruzione sulla Parola e sul battesimo (cc. 4-5) e quella sull’eucaristia (6,6b-8,30). Mostra la non-fede, causa della morte di Gesù. Ma proprio così il seme, gettato sotto terra, diventerà pane di vita.
La sezione precedente terminava con la mano che si apre per accogliere la vita o si chiude per ucciderla (3,6). Qui vediamo che questa mano è la fede per toccarlo, o la non-fede per respingerlo.
In questo brano è portato a compimento il tema del rifiuto dei suoi, già annunciato in 3,6 e in Giuda che lo avrebbe tradito (3,19), e sviluppato poi in 3,20-35. Dietro si profila il rifiuto di Israele, ma anche quello costante del suo popolo nuovo. Pure chi crede di credere ha sufficiente sano buon senso per trovare disdicevole, sconveniente e scandaloso che Dio sia quest’uomo Gesù così come è, con ciò che consegue. “Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia! O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!” (Rm 11,32 s).
Gesù è respinto dai suoi come Salvatore e Signore, perché è uno di loro, allo stesso modo in cui Giuseppe fu disprezzato, osteggiato e svenduto dai suoi fratelli. Ma proprio così sarà per loro causa mirabile di salvezza.
Il discepolo, e la Chiesa stessa, deve sempre misurarsi sulla carne di Gesù, venduta per trenta sicli, il prezzo di un asino o di uno schiavo. Cardo salutis caro: la sua carne è cardine della salvezza! Infatti è sapienza e potenza, Dio stesso nella follia e impotenza del suo amore. La prima eresia – è e sarà sempre la prima! – fu minimizzare, trascurare o negare l’umanità di Gesù, che nella sua debolezza e stoltezza crocifissa è salvezza per tutti.
Giovedì della IV settimana del Tempo Ordinario
Mc 6,7-13
CHIAMA INNANZI I DODICI E COMINCIÒ A INVIARLI (6,6b-13)
Messaggio nel contesto
“Chiama innanzi i Dodici e cominciò a inviarli”. IDodici furono prima chiamati ciascuno singolarmente a seguirlo (cf 1,16-20; 2,14). Poi furono comunitariamente costituiti per “essere con lui” (3,14). Ora sono inviati ai fratelli a due a due.
Ci sono tre livelli di un’identica vocazione, con tre chiamate successive, che segnano rispettivamente il passaggio dalla dispersione alla sequela, dalla sequela alla comunione con lui, dalla comunione con lui alla missione verso tutti.
Questo brano è un “breviario di viaggio”, perché gli inviati non dimentichino di riprodurre il volto di chi li invia. È la carta di identità della Chiesa apostolica, ossia mandata da Gesù – la cui missione fu inpovertà, e passò attraverso fallimento, nascondimento, impotenza e piccolezza (cf c. 4).
Chi è mandato ai fratelli riceve il più grande dono del Padre: è pienamente associato al Figlio, partecipe del mistero che annuncia.
Con l’invio dei Dodici, Gesù non è più solo. Comincia ad essere il primo di numerosi fratelli, un chicco che già si è moltiplicato. Questa prima missione ad Israele è già un raccolto che si fa semina per un altro successivo, che sarà sempre più abbondante, fino alla fine dei tempi, quando tutti gli uomini mangeranno il pane del Figlio.
Qui inizia la “sezione dei pani” (6,6b-8,30). Dopo quella sulla Parola e sul battesimo (3,7-5,43), segue la catechesi sull’eucaristia, alla fine della quale Gesù sarà riconosciuto. Egli infatti si rivela come Cristo e Signore proprio in quanto amore che per noi si fa pane e vita.
L’annuncio dell’evangelo è sempre in povertà, perché proclama la croce che ha salvato il mondo. I Dodici, e quelli dopo di loro, devono avere grande cura di vivere i valori del Regno che annunciano: sono quelli che Gesù ha esposto nelle parabole del c. 4, dopo averli vissuti in prima persona. La tentazione più grossa è ritenere che ci siano altri mezzi più adatti al fine.
Più che di ciò che bisogna dire, Gesù si mostra preoccupato di ciò che bisogna essere. Ciò che sei, grida più forte di ciò che dici.
È vero che la parola di Dio è efficace di per sé; non è la mia testimonianza a renderla credibile. Tuttavia la mia controtestimonianza ha il potere di renderla incredibile. Nel male ho sempre un potere maggiore che nel bene: non so creare un fiore: so però distruggerlo!
La povertà che Gesù “ordina” non è di tipo stoico. Viene dalla gioia di chi ha scoperto il tesoro (Mt 13,44), e conduce alla vittoria sul peccato del mondo – che consiste nella brama di avere, di potere e di apparire, strumenti mortali escogitati dalla paura della morte.
La sua povertà non è una privazione, ma un valore sommo, anzi la somma dei valori della sua vita. Infatti Dio, essendo amore, è povero. Il suo avere è il suo essere, e il suo essere è essere dell’altro, nel dono di sé del Padre al Figlio e del Figlio al Padre, nell’unico Spirito.
Anche per noi la povertà è la condizione per amare. Infatti finché hai cose, dai cose; quando hai nulla, dai te stesso. Solo allora ami veramente, e puoi condividere.
Inoltre ciò che hai, ti divide dall’altro; ciò che dai, ti unisce, e ti fa solidale con lui. Finché non sei povero, ogni cosa che dai è solo esercizio di potere.
La povertà è poi verità: tu non sei ciò che hai, ma ciò che dai; e solo se hai nulla, dai te stesso e sei te stesso. È anche libertà dall’idolo che domina il mondo – ildio mammona che garantisce la soddisfazione di ogni altro desiderio. È inoltre Il volto concreto della fede, che ti fa porre tutta la fiducia in Dio come Padre tuo e Signore di tutto. È infine bisogno di accoglienza. Per essa l’apostolo fa l’esperienza di figlio, che è bisogno di accoglienza, dando all’altro l’opportunità di esercitare in prima persona la misericordia del Padre.
Già nell’AT povertà, piccolezza e impotenza sono i mezzi che Dio sceglie per vincere (cf Sam 2,1-10; Es 3,11; 4, 10; Gdc 7,2). Infatti ha scelto ciò che è stolto e debole per confondere i sapienti e i forti, ciò che è ignobile, disprezzato e nulla, per ridurre al nulla le cose che sono (1Cor 1,27 s).
D’altra parte tutti noi conosciamo la grazia del Signore nostro Gesù Cristo, che da ricco che era si fece povero per noi, perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà (2Cor 8,9).
Questa lezione l’avevano appresa bene Pietro e Giovanni, quando compirono il primo miracolo della Chiesa nascente. Fecero camminare lo storpio con le parole: “Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina” (At 3,6). Se avessero avuto argento e oro, avrebbero fatto un’opera buona, magari un istituto per storpi! Ma la fede può venire solo dall’annuncio fatto in debolezza, perché è libera risposta alla parola di Cristo.
Per vincere lo spaventoso Golia, David dovette liberarsi dell’armatura così bella che il re gli aveva offerto: “Non posso camminare con tutto questo” (1Sam 17,39). Per vincere, Gedeone dovette ridurre il suo potente esercito da 30.000 a 300: erano troppo numerosi perché Dio li facesse vincere (Gdc 7,1 ss)! L’efficacia divina dell’annuncio è inversamente proporzionale all’efficienza dei mezzi umani.
Dobbiamo essere fortemente persuasi che la salvezza viene dalla croce, svuotamento che rivela Dio. Guai se la nostra potenza o sapienza la vanifica (1Cor 1,17). Per questo Paolo si presenta in debolezza, con molto timore e trepidazione, riponendo tutta la sua sapienza in Cristo, e in Cristo crocifisso (1Cor 2,2 s). E dice: “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,10) – forte della fiducia in Dio, la cui debolezza è più forte degli uomini.
Gesù invia i suoi in povertà, come il Padre ha inviato lui.
I discepoli, attraverso la missione, sono chiamati alla forma più alta di vita cristiana: sono pienamente associati al Figlio, che, conoscendo l’amore del Padre, è spinto verso tutti i fratelli.
Venerdì della IV settimana del Tempo Ordinario
Mc 6,14-29
LEVARONO LA SUA SPOGLIA
E LA DEPOSERO IN UN SEPOLCRO (6,14-29)
Messaggio nel contesto
“Levarono la sua spoglia, e la deposero in unsepolcro” Con queste parole termina la storia di Giovanni, presagio di quella del Signore. Il racconto fu occasionato dalla domanda su chi è Gesù. L’invio in missione ha suscitato in giro il problema della sua identità. E il tema centrale di Marco, che troverà una prima risposta alla fine della sezione dei pani. Infatti egli è riconoscibile solo nel pane, memoriale della sua morte e risurrezione.
Questo brano ci dice innanzitutto perché non lo si riconosce. Erode non può intendere la Parola, perché ha spento la voce che la proclama.
L’uccisione del Battista è la consumazione del peccato. Ultimo dei profeti, egli denuncia l’adulterio del popolo – impersonato dal suo re che non ama il Signore, suo sposo. Chi, invece di convertirsi alla sua parola, preferisce fame tacere la voce, si toglie la possibilità stessa diconversione.
Chi non pratica la giustizia, e non è disposto a cambiar vita, non può cercare i1 Signore e pretendere di trovarlo. Gli rimane una fame e sete di verità inappagate. È il terribile silenzio di Dio (cf Am 8,11 s). E Dio tace, solo perché non vuole e non può condannare. Ma il suo silenzio è l’annuncio più forte del nostro peccato e della sua misericordia.
Inoltre questo brano, posto dopo l’invio in missione, indica il destino del testimone. In greco testimone si dice “martire”. Il termine significa “uno che si ricorda” – si ricorda della sua missione anche a costo della vita.
La sorte di Giovanni prelude quella di Gesù e di quanti saranno inviati. Può sembrare poco confortante. Ma l’uomo deve comunque morire. La differenza tra morte e martirio sta nel fatto che la prima è la fine, il secondo il fine di una vita. Il martire infatti testimonia fin dentro e oltre la morte l’amore che sta a principio della sua vita.
Infine il banchetto di Erode nel suo palazzo fa da contrappunto a quello imbandito da Cristo nel deserto. Il primo ricorda una nascita, festeggiata con la morte; il secondo prefigura il memoriale della morte del Signore, festeggiato come dono della vita. Gli ingredienti del primo sono ricchezza, potere, orgoglio, falso punto di onore, lussuria, intrigo, rancore e ingiustizia – il tutto affogato nella salsa di una coscienza infelice, perplessa, ambigua, debole e, alfine, svenduta, con il macabro piatto finale di una testa mozzata in mano a una fanciulla. La storia mondana non è altro che una variazione, monotona fino alla nausea, di queste vivande velenose.
Il pasto del Signore invece ha la semplice fragranza del pane, che riempie la sera fresca di un deserto che fiorisce – amore che si dona e germina in condivisione e fraternità.
In sintesi: Giovanni, di cui si dice che è morto e risorto, è il preannunciodel destino di Gesù, che è lo stesso dei suoi apostoli appena inviati. È quello del seme, già illustrato nelle parabole, che costituirà l’oggetto della “Parola” nella seconda parte del vangelo.
Nella missione si compie la comunione piena con Gesù: con lui si partecipa alla sua stessa compassione per il male del mondo, e in lui e come lui si diventa pane di vita per gli altri.
L’apostolo perfetto è il martire, che giunge all’identità col suo Signore. Erode, scambiando Gesù con il Battista, dice senza saperlo una grande verità. Anche Paolo, perseguitando i cristiani, si sentirà dire da Cristo: “Perché mi perseguiti?” (At 9,4 s).
Lui stesso affermerà poi di compiere in sé a favore dei fratelli ciò che ancora manca alle sofferenze di Cristo (Col 1,24).
Gesù, attraverso la figura del Battista, ci è presentato come il risorto, santo e giusto, ucciso ingiustamente. È il primo annuncio della sua morte e risurrezione, scritto non con parole, ma con il sangue del testimone.
Il discepolo, inviato a testimoniare in povertà, avrà la stessa sorte del Battista, vivendo così il mistero fecondo del seme che sparge. Però prima deve riconoscersi rispecchiato in Erode e nel vari personaggi di contorno, che raffigurano le sfaccettature del male che abita nel suo cuore, causa dell’uccisione del Giusto.
Sabato della IV settimana del Tempo Ordinario
Mc 6,30-34
VENITE VOI SOLI IN DISPARTE (6,30-33)
Messaggio nel contesto
“Venite voi soli in disparte”, dice Gesù ai suoi che rientrano dalla prima semina, per condurli sul posto dove darà il pane. Nella sinagoga (= “riunione”) al centro sta la Parola; qui al centro sta colui che li ha inviati, e ora li invita in solitudine, nel deserto. Sarà la nuova sinagoga, popolo riunito per ascoltare la sua parola e ricevere il suo cibo.
Questo brano redazionale è il preludio immediato che inquadra e dàla chiave interpretativa per la moltiplicazione dei pani. Ci dice le caratteristiche di fondo della Chiesa, che è in stretta connessione con l’eucaristia. Infatti l’eucaristia fa la Chiesa, e la Chiesa fa l’eucaristia.
La comunità dei discepoli innanzitutto è costituita dal riunirsi davanti a Gesù, unico referente di tutti e di ciascuno. La missione, come parte da lui, così porta a lui, senza distogliere da lui, anzi conducendo a lui gli altri.
In questa riunione o “sinagoga” c’è un confronto di ciò che si fa e si dice con quanto lui ha fatto e detto (At 1,1), misura di tutto. La nostra profezia è il ricordo di lui, compimento di ogni promessa.
In questo dialogo con la Parola sentiamo l’invito al deserto, ossia all’esodo, per trovare il vero riposo, in intimità con lui, che ci comunica il suo segreto. Sarà l’eucaristia, dove mangiamo e viviamo con lui e di lui, insieme a tutti quelli che lo vorranno seguire.
Gesù ècolui che chiama all’esodo e invita al deserto. La legge e la manna saranno la sua parola e il suo pane.
I discepoli, chiamati per essere con lui ed essere inviati, diventano una comunità che fa di lui il centro del proprio agire, pensare e parlare.
Nel confronto con lui percepiscono il suo invito al deserto, dove, nella solitudine con lui, Parola fatta pane, troveranno il loro cibo.