Lettera del Dicastero per la vita consacrata in vista della Giornata mondiale del 2 febbraio
di Lorena Leonardi
28 gennaio 2026
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«Profezia della presenza e seme di pace» nelle pieghe della storia, i consacrati e le consacrate di tutto il mondo sono i destinatari della lettera firmata oggi, mercoledì 28 gennaio, da suor Simona Brambilla, missionaria della Consolata, prefetta del Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, dal pro-prefetto, il cardinale salesiano Ángel Fernández Artime, e dal segretario Tiziana Merletti, delle Suore Francescane dei Poveri.

La missiva, intitolata «Profezia della presenza: vita consacrata dove la dignità è ferita e la fede è provata», viene diffusa a pochi giorni dalla XXX Giornata mondiale ad essa dedicata, che si celebra lunedì 2 febbraio, festa della Presentazione del Signore, e culmina con la messa presieduta da Leone XIV nella basilica di San Pietro alle 17.

I vertici del Dicastero scrivono che nel corso dell’ultimo anno, durante viaggi e visite pastorali, hanno incontrato i volti di molti consacrati, chiamati a condividere «situazioni complesse»: contesti segnati da conflitti, instabilità sociale e politica, povertà, emarginazione, migrazioni forzate, minoranze religiose, violenze e tensioni: tutti elementi che «mettono alla prova la dignità delle persone, la libertà e a volte la stessa fede». Ma, proseguono, tali esperienze al contempo svelano quanto sia «forte» la dimensione «profetica» della vita consacrata come «presenza che resta»: accanto ai popoli e alle persone «ferite», là dove il Vangelo si vive in condizioni di «fragilità e prova».

Un «restare» che assume volti e fatiche «diverse», come differenti sono le complessità delle società, attraversate da «fragilità istituzionali e insicurezza, pressioni e restrizioni per le minoranze religiose, solitudini, polarizzazioni, nuove povertà e indifferenza», migrazioni, disuguaglianze e violenze diffuse».

Nel documento si articola una riflessione sul concetto del «restare» evangelico, che non è mai «immobilità», men che meno «rassegnazione», bensì «speranza attiva» capace di generare «atteggiamenti e gesti di pace» mediante «parole che disarmano», «relazioni che testimoniano» il dialogo e «scelte che proteggono» i piccoli, anche quando sono richieste «pazienza», «perseveranza» e «coraggio» nella denuncia di situazioni e strutture che negano la dignità e la giustizia.

Proprio «come seme che accetta di morire perché la vita fiorisca», nella capacità di restare si esprime la profezia di tutta la vita consacrata. Nelle sue varie forme, viene rimarcato nella lettera, «una sola profezia prende corpo»: restare con amore, «facendo della propria vita la Parola per questo tempo e per questa storia». E dentro questa «profezia del restare» matura una testimonianza di pace, intesa come «un cammino esigente e quotidiano» che la rende «artigiana di pace».

Il documento si conclude con un grazie ai consacrati e alle consacrate per la perseveranza e l’invito a rimanere, sulla scia del Giubileo ad essi dedicato il 10 ottobre scorso, pellegrini di speranza sulla via della pace.