In occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, è importante rinvigorire lo spirito del dialogo tra le Chiese cristiane con quanto ci esortano a fare papi, assemblee conciliari e sinodali.

di Sergio Ventura
23 Gennaio 2026
Per gentile concessione di
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Subito dopo la Giornata per il dialogo tra cattolici ed ebrei, nella Chiesa italiana è cominciata la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Nel percorso “para-liturgico” che ho proposto (qui) in seguito al primo Concistoro di Leone XIV, sono partito dalle indicazioni magisteriali relative al dialogo interreligioso provenienti dall’assemblea sinodale della Chiesa universale del 2024 (DF). Ora, di conseguenza, si tratterebbe di verificare quali siano quelle riguardanti il dialogo ecumenico, sempre con un occhio ai documenti del Concilio Vaticano II (in particolare Unitatis redintegratio [UR]) e ad Evangelii gaudium (EG), secondo quanto richiesto da Leone XIV e dalla stessa assemblea sinodale (DF 5).
I padri e le madri sinodali hanno innanzitutto voluto testimoniare «l’intensità della slancio ecumenico» (DF 137) che ha «arricchito» (DF 40; 138) il cammino sinodale della Chiesa universale [1]: i «delegati delle altre tradizioni cristiane» (DF 4; cf. EG 245) hanno offerto «testimonianze illuminanti» di condivisione sul piano delle relazioni fraterne, della carità, della preghiera e – a volte – del martirio (DF 23).
Tale «rinnovata esperienza di slancio ecumenico» (DF 56; cf. UR 4) ha trovato la sua fonte nel legame indissolubile, di cui si è preso atto in questi anni, tra sinodalità ed ecumenismo: entrambi, infatti, hanno come «fondamento» il Battesimo (DF 23; 40; 138; cf. UR 3) – ossia la «comune identità battesimale» pur nella «diversità di contesti» (DF 4) – ed entrambi sono finalizzati al «rinnovamento» ecclesiale (DF 3; cf. UR 6) e spirituale (DF 23; cf. UR 8).
Tale «riforma», ovviamente, richiede sia «processi di pentimento e di guarigione della memoria delle ferite passate, fino al coraggio della correzione fraterna in spirito di carità evangelica» (DF 23; cf. UR 4; 6; 7), sia la «valorizzazione dei contesti, delle culture e delle diversità e delle relazioni tra di loro» (DF 40: cf. UR 4; 12; 18).
Da un lato, infatti, «la storia ci consegna un retaggio di conflitti motivati anche in nome dell’appartenenza religiosa, minando la credibilità delle religioni stesse»: nello specifico, «fonte di sofferenza è lo scandalo della divisione tra comunioni cristiane, l’inimicizia tra fratelli e sorelle che hanno ricevuto lo stesso Battesimo» (DF 56), soprattutto alla luce della nota preghiera di Gesù per l’unità dei cristiani riportata in GV 17,20-23 (cf. UR 1; 8; EG 244, 246), il cui senso potrebbe essere così parafrasato: «come pretendete di essere credibili, nella testimonianza di un Dio che è Amore, se di fronte al mondo non siete riusciti ad amarvi sino al punto di ricomporre divisioni e conflitti?».
Dall’altro lato, però, i padri e le madri sinodali anche in tema di dialogo ecumenico hanno messo al centro l’importanza dello «scambio dei doni» in una «apertura reciproca», ossia la necessità di dare e ricevere (GS 44) le rispettive «ricchezze (…) senza presumere che siano nostra esclusiva proprietà» (DF 122; cf. Ut unum sint 28; UR 2; 4). Sia perché ciò sarebbe già «un segno efficace di quell’unità (…) che promuove la credibilità e l’incidenza della missione cristiana (cf. Gv 17,21)» (DF 122); sia, soprattutto, perché si tratta di «frutti copiosi di santità, di carità, di spiritualità, di teologia, di solidarietà a livello sociale e culturale» provenienti dall’analogo «impegno a incarnare l’unico Vangelo nella diversità dei contesti culturali, delle circostanze storiche e delle sfide sociali (…), in ascolto della Parola di Dio e della voce dello Spirito Santo» (DF 122; cf. UR 3-4). Così scrisse in merito papa Francesco:
«se realmente crediamo nella libera e generosa azione dello Spirito, quante cose possiamo imparare gli uni dagli altri! Non si tratta solamente di ricevere informazioni sugli altri per conoscerli meglio, ma di raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come un dono anche per noi… Attraverso uno scambio di doni, lo Spirito può condurci sempre di più alla verità e al bene» (EG 246; cf. UR 2-3) [2].
Alla nota obiezione – o giustificazione – di chi sosteneva e sostiene la giustezza di essersi divisi per amore della verità, non solo papa Francesco (cf. EG 26;40; 45; 116; 118) ma una lunga tradizione che il Vaticano ha rimesso al centro rispondeva e risponde che, viceversa, è anche l’amore ciò che permette di comprendere meglio e più a fondo quella verità a causa della quale ci siamo divisi – soprattutto se mal o poco compresa nel suo «ordine o “gerarchia”» interna (UR 11) – ma accedendo alla quale, soprattutto quando meglio e più approfonditamente compresa grazie all’amore, ritroveremo l’unità perduta (cf. UR 4).
Nell’ottica dello scambio dei doni, poi, è «emersa con forza» anche la richiesta di una maggiore formazione che, sia essa specifica (ai ministeri e alle forme di vita) o generale (alla sinodalità), dovrà avere «una dimensione ecumenica» (DF 147), a partire dalla formazione offerta nei «percorsi verso il ministero ordinato» (DF 148; cf. UR 10). Anche tale richiesta, ovviamente, comporta «un impegnativo cambio di mentalità e una rinnovata impostazione», oltre che «la disponibilità interiore a lasciarsi arricchire dall’incontro con fratelli e sorelle nella fede, superando pregiudizi e visioni di parte» (DF 147 – che specifica il più generale ma assai importante DF 42).
Come già a proposito del dialogo interreligioso, tutto questo volare alto non resta però nei cieli della teologia o della spiritualità, ma plana anche sul terreno delle strutture che dovrebbero concretizzarlo. Per questo, i padri e le madri sinodali hanno previsto che negli organismi di partecipazione, seguendo «criteri (…) appropriati a ciascun contesto» territoriale, sarà «opportuno prevedere la partecipazione di rappresentati di altre Chiese e Comunioni cristiane» (DF 106); inoltre, dovranno svolgersi «assemblee ecclesiali a tutti i livelli con una certa regolarità (…) aprendosi all’ascolto del contributo di altre Chiese e Comunioni cristiane» (DF 107). Tutto ciò, soprattutto quando si tratterà di praticare quel «discernimento che permetterà ai Vescovi, collegialmente, di assumere le decisioni (…) relative alla missione della Chiesa» (DF 127), beneficiando di «una maggiore apertura, capacità di analisi della realtà e pluralità di prospettive» (DF 106).
Lo stesso vescovo di Roma, nell’esercizio del suo Primato, viene coinvolto da questa «sfida fondamentale» di rinnovamento ed approfondimento per finalità sinodali ed ecumeniche (DF 137; cf. Ut unum sint 95 e le «proposte concrete» nel Documento del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani Il Vescovo di Roma). Anche le «pratiche sinodali», alla luce della maggiore attenzione richiesta per quelle «dei nostri partner ecumenici», dovranno essere sempre più immaginate in forme «ecumeniche, fino a forme di consultazione e discernimento su questioni di interesse condiviso e urgente», come «la celebrazione di un Sinodo ecumenico sull’evangelizzazione» (DF 138) o «la fede cristologica» o «una data comune della Pasqua» (DF 139). Infine, il valore sempre più attuale e condiviso della trasparenza ci chiede di «rendere conto reciprocamente di ciò che siamo, di ciò che facciamo e di ciò che insegniamo» (DF 138).
In conclusione, per tutti questi aspetti positivi, oltre che per «i progressi nelle relazioni ecumeniche (…), i documenti di dialogo e le dichiarazioni che esprimono la fede comune» (DF 40; cf. UR 4; 9; 18), non stupisce che i padri e le madri sinodali abbiano ribadito «l’impegno della Chiesa Cattolica a proseguire e intensificare il cammino ecumenico» (DF 40), nella speranza della «recezione dei frutti del cammino ecumenico nelle pratiche ecclesiali» (DF 40) [3]. Anche qui, però, è necessario porci la seguente domanda: a livello di CEI, di diocesi o di singola parrocchia, dal punto di vista sia della visione teologica che delle strutture che la sostengono, come stiamo messi con queste autorevoli indicazioni sinodali, papali e conciliari? Onestamente, quanto nelle Chiese che sono in Italia si pensa e si pratica il dialogo ecumenico? Quanto ci si ferma invece a messaggi ed eventi, a volte incisivi ma altre volte decisamente più irrilevanti?
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[1] Sulla stessa linea si pone il paragrafo 28 del Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia: « I flussi migratori degli ultimi decenni hanno reso più ampia e variegata rispetto al passato la presenza sul nostro territorio di fedeli appartenenti ad altre Chiese cristiane. Il cammino ecumenico avviato dal Concilio Vaticano II ha portato frutti significativi a livello di accordi teologi ci: oggi è però quanto mai necessario quell’ecumenismo radicato nella vita quotidiana del popolo di Dio che è determinante per l’avanzamento verso la sospirata unità visibile dei cristiani».
[2] Nel Decreto conciliare sull’ecumenismo si possono leggere in modo articolato i doni che, anche secondo la Chiesa cattolica, lo Spirito Santo ha riversato nelle Chiese ortodosse (UR 14-17) e nelle Comunità evangeliche (UR 20-23). . D’altronde, «parecchi ed eccellenti (…) elementi o beni», da cui «la stessa Chiesa è edificata e vivificata», si trovano «fuori dei confini visibili della Chiesa cattolica» (UR 2).
[3] A tal fine, nel paragrafo 28 del Documento di sintesi succitato «l’Assemblea sinodale avanza le seguenti proposte: a) che la CEI proponga, a partire dai Consigli di Chiese Cristiane (CCC) già presenti nel territorio italiano, un’Assemblea delle presidenze dei CCC coordinata dai Responsabili delle Chiese Cristiane che sono in Italia; b) che la CEI favorisca la diffusione e la recezione degli accordi teologici maturati nei dialoghi ufficiali tra la Chiesa cattolica e le altre Chiese cristiane, promuovendone lo studio nei Seminari, l’approfondimento nella predicazione e l’integrazione nei percorsi di catechesi; c) che le Chiese locali e le istituzioni teologiche promuovano una formazione ecumenica solida e articolata, attraverso corsi specifici e un’attenzione trasversale nelle diverse discipline teologiche, includendo la conoscenza delle tradizioni delle altre Chiese e dei principali documenti del dialogo interconfessionale; d) che le Chiese locali promuovano e sostengano, almeno a livello interdiocesano o di regione ecclesiastica, un Consiglio locale delle Chiese cristiane, volto alla conoscenza reciproca tra le varie comunità e alla collaborazione negli ambiti di comune interesse; e) che le Chiese locali condividano con le comunità appartenenti alle varie Confessioni cristiane e alle diverse religioni le azioni volte alla protezione del creato, alla costruzione di un’economia più giusta, al contrasto dell’oppressione e dell’esclusione