IV Domenica
Tempo ordinario (A)
Matteo 5,1-12

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
(Letture: Sofonía 2,3; 3,12-13; Salmo 145; 1 Corinzi 1,26-31; Matteo 5,1-12).


mt-5-beati

Le Beatitudini, il più grande atto di speranza cristiano
Ermes Ronchi

Davanti al Vangelo delle Beatitudini provo ogni volta la paura di rovinarlo con i miei tentativi di commento, perché so di non averlo ancora capito. Perché dopo anni di ascolto e di lotta, questa parola continua a stupirmi e a sfuggirmi.

Gandhi diceva che queste sono «le parole più alte del pensiero umano». Ti fanno pensoso e disarmato, ma riaccendono la nostalgia prepotente di un mondo fatto di bontà, di sincerità, di giustizia, senza violenza e senza menzogna, un tutt’altro modo di essere uomini. Le Beatitudini hanno, in qualche modo, conquistato la nostra fiducia, le sentiamo difficili eppure suonano amiche. Amiche perché non stabiliscono nuovi comandamenti, ma propongono la bella notizia che Dio regala vita a chi produce amore, che se uno si fa carico della felicità di qualcuno il Padre si fa carico della sua felicità.

La prima cosa che mi colpisce è la parola: Beati voi. Dio si allea con la gioia degli uomini, se ne prende cura. Il Vangelo mi assicura che il senso della vita è, nel suo intimo, nel suo nucleo profondo, ricerca di felicità. Che questa ricerca è nel sogno di Dio, e che Gesù è venuto a portare una risposta. Una proposta che, come al solito, è inattesa, controcorrente, che srotola nove sentieri che lasciano senza fiato: felici i poveri, gli ostinati a proporsi giustizia, i costruttori di pace, quelli che hanno il cuore dolce e occhi bambini, i non violenti, quelli che sono coraggiosi perché inermi. Sono loro la sola forza invincibile.
Le beatitudini sono il più grande atto di speranza del cristiano. Il mondo non è e non sarà, né oggi né domani, sotto la legge del più ricco e del più forte. Il mondo appartiene a chi lo rende migliore.

Per capire qualcosa in più del significato della parola beati osservo anche come essa ricorra già nel primo dei 150 salmi, quello delle due vie, anzi sia la parola che apre l’intero salterio: «Beato l’uomo che non resta nella via dei peccatori, che cammina sulla via giusta». E ancora nel salmo dei pellegrinaggi: «Beato l’uomo che ha la strada nel cuore» (Sl 84,6).

Dire beati è come dire: «In piedi voi che piangete; avanti, in cammino, Dio cammina con voi, asciuga lacrime, fascia il cuore, apre sentieri». Dio conosce solo uomini in cammino.
Beati: non arrendetevi, voi i poveri, i vostri diritti non sono diritti poveri. Il mondo non sarà reso migliore da coloro che accumulano più denaro. I potenti sono come vasi pieni, non hanno spazio per altro. A loro basta prolungare il presente, non hanno sentieri nel cuore. Se accogli le Beatitudini la loro logica ti cambia il cuore, sulla misura di quello di Dio; te lo guariscono perché tu possa così prenderti cura bene del mondo.


Pittore Abruzzese, Serie di Patriarchi, Chiesa di Santa Maria ad Cryptas, tra il 1264 e il 1283, Fossa (L’Aquila)..jpg

Beati!
Enzo Bianchi

Sofonia 2,3; 3,12-13

Il profeta Sofonia annuncia il giorno del Signore (jom ’Adonai), del Veniente, perciò invita alla consolazione, rivolgendosi innanzitutto agli “umili della terra”, quei credenti curvati, umiliati e poveri che attendono la salvezza dal Signore. Se costoro confermano il loro impegno nell’adempiere la volontà di Dio e cercano la sua giustizia, mai confidando in se stessi, allora saranno al riparo nel giorno del Signore. Questi fratelli e sorelle sono una minoranza, un resto, non sono tutto Israele, ma proprio a loro è annunciato e promesso il futuro nella pace e nella pienezza della vita, perché sono i prediletti da Dio. Questi poveri non sono solo destinatari delle scelte di Dio, ma a causa della loro condotta sono esemplari per tutta la comunità dei figli di Israele.

Mt  5,1-12a

Il vangelo secondo Matteo, dopo aver testimoniato l’inizio della predicazione di Gesù in Galilea (cf. Mt 4,17) e aver annotato che molti si sentono attratti da lui nella speranza di essere guariti da diversi mali e dunque cominciano a seguirlo (cf. Mt 4,23-25), ci presenta Gesù che agisce come Mosè, quale maestro e liberatore di chi è alienato, in schiavitù. Si tratta del primo dei cinque discorsi di Gesù che Matteo riferisce nella sua opera (cf. Mt 5-7; 10; 13; 18; 24-25).

Siamo di fronte a una scena grande e solenne: seguito dalle folle, Gesù sale sulla montagna e, postosi là a sedere in posizione di maestro, dona il suo insegnamento attraverso un lungo discorso, che è Vangelo, cioè buona notizia per i poveri e gli umili, quei credenti non orgogliosamente autosufficienti i quali non confidano in se stessi ma nel Signore, cercando la sua giustizia e attendendo la salvezza da lui solo. Costoro sono il resto di Israele, secondo lo sguardo di Dio rivelato dai profeti (si veda la prima lettura: Sof 2,3; 3,12-13).

Gesù apre il discorso con alcune acclamazioni ripetute: “Beati!” (makárioi in greco, ’ashré in ebraico). Come tradurre questo grido? Felici? In cammino, secondo la scelta di André Chouraqui? Certo, l’aggettivo “beato” non esclude contraddizioni, fatiche e sofferenze, anzi è indirizzato proprio a chi vive una situazione di bisogno: povertà, pianto, persecuzione…, a chi a caro prezzo rinuncia alla violenza e all’aggressività, rinuncia alla vendetta, alla menzogna e all’ipocrisia del cuore. Beati! Per otto volte risuona questo grido di Gesù, che raggiunge gli ascoltatori chiedendo loro di leggere la propria situazione, di discernere con chi si collocano nel mondo e dunque di convertirsi, di cambiare modo di pensare e di comportarsi. Purtroppo lo dimentichiamo, ma le beatitudini hanno inscritta in sé la necessità urgente della conversione e, attraverso di essa, di conseguire la promessa che fa da cornice alle acclamazioni: “perché di essi è il regno dei cieli”.

Sì, il regno dei cieli è loro perché, se sono o diventano poveri, piangenti, miti, affamati e assetati di giustizia, misericordiosi, puri di cuore, operatori di pace, perseguitati per la giustizia, già ora nella vita sulla terra permettono a Dio di regnare su di loro, dunque il regno di Dio per loro è venuto, è la loro “porzione” (cf. Sal 16,5). Questa realtà sarà evidente nel mondo che verrà, ma la forza di Dio e la speranza del credente trasfigurano già il presente. Che cos’è il regno di Dio? Possiamo dire con semplicità che è l’amore di Dio che vince il male e la morte, e questa azione avviene già ora nei credenti che vivono la logica del Regno. Ma attenzione: il discorso della montagna aperto dalle beatitudini non è una carta o un codice, ma vuole essere un orientamento indicativo per una comunità che fa di Gesù Cristo il solo interprete della Legge di Dio e il solo giudice del comportamento umano. Perciò è un discorso che fa uso di iperboli, che può sembrare paradossale, che è in continuità con la Legge data a Mosè e nel contempo la trascende: nulla della Legge è contraddetto o svuotato (cf. Mt 5,18), ma tutto è sottomesso all’interpretazione fornitane da Gesù, l’interprete definitivo.

Cerchiamo dunque di ascoltare con semplicità le beatitudini, leggendole e rileggendole più volte, nella fede che la parola di Dio contenuta in esse può raggiungere senza commenti il nostro cuore e concederci non una conoscenza intellettuale, ma una sovraconoscenza (epígnosis), nell’adesione a Gesù, nella speranza che solo lui può innestare in noi, nella carità che è il suo Spirito santo effuso nei nostri cuori (cf. Rm 5,5). In questo senso, procediamo con una parafrasi delle beatitudini, per non svuotarle o, peggio ancora, fraintenderne il significato.

“Beati i poveri nello spirito”. Felicitazioni a quelli che sono poveri anche nello spirito (tô pneúmati), nel cuore, quelli che sono poveri materialmente ma leggono la loro condizione come un grido rivolto a Dio, che attende da lui esaudimento. Costoro, che sono curvati (‘anawim) dagli umani, davanti a Dio si sentono in attesa; hanno fede in Gesù, volto definitivo di Dio, colui che “da ricco che era, si è fatto povero per noi” (cf. 2Cor 8,9), che si è svuotato (cf. Fil 2,7) e dunque può accogliere i poveri nella sua comunione. Potremmo dire che questa prima beatitudine riassume tutte le altre.

“Beati quelli che piangono”, che sotto il peso del duro mestiere di vivere sono afflitti, feriti fino a doversi lamentare o, semplicemente, a piangere. Ci sono uomini e donne per i quali la vita difficilmente appare come un dono che li rallegra e che noi non sappiamo o non vogliamo consolare. Felicitazioni perché è certo che “saranno consolati” da Dio stesso (passivo divino) e già ora attraverso lo Spirito santo possono dare un senso alla loro sofferenza e non disperare. Secondo il profeta Isaia, anche consolare gli afflitti fa parte della missione del Messia (cf. Is 61,2), ma non si dimentichi che piangente è stato anche Gesù, nella sua vita (cf. Lc 19,41) e nella sua passione (cf. Eb 5,7).

“Beati i miti”. Ecco un commento alla prima acclamazione (per questo alcuni manoscritti la collocano al secondo posto). Infatti nel Sal 37,11 l’originale ebraico parla di “poveri”, termine reso con “miti” dalla versione greca dei LXX. Il regno di Dio non forse come sinonimo “la terra promessa” da ereditare? Ascoltando questo grido di Gesù, inoltre, si ricordano le parole con cui egli incarna tale beatitudine: “Io sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29), come il Servo del Signore profetizzato da Isaia, profeta non violento, uomo che non si impone (cf. Mt 12,15-21; Is 42,1-4).

“Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia”, che nel cuore hanno il desiderio che si compia non la propria giustizia ma quella di Dio, la giustizia che Dio vuole e fa, rendendo giusto il credente umile. È una giustizia che salva e che opera come nel Messia, reso da Dio “giusto e salvato” (nosha‘: Zc 9,9; cf. Mt 21,5). Non si può restringere questa beatitudine ai soli cristiani: molte persone che non hanno conosciuto Cristo hanno questa fame e per essa lottano, spendono la vita, restando “giusti”, coerenti con la loro passione. Chi può contestare questa felicitazione di Gesù? Chi può restringerla? Beati, perché Dio li sazierà con la giustizia definitiva del Regno, perché ci sarà il giudizio finale del Figlio dell’uomo e chi avrà avuto questa fame e agito di conseguenza sarà proclamato benedetto e invitato nel Regno (cf. Mt 25,34).

“Beati i misericordiosi”, quelli che praticano questo atteggiamento, carico di tenerezza e di perdono verso gli altri: tutti sono debitori verso gli altri, tutti hanno qualcosa che deve essere perdonato. E allora Gesù annuncia: felicitazioni a chi fa misericordia, perché Dio farà misericordia a lui (cf. Mt 6,14-15; 7,2; 18,35; Gc 2,13). Misericordia è cuore per i miseri, è perdono per chi ha peccato, è cura per chi si trova nel bisogno e nella sofferenza. Proprio su questa beatitudine saremo giudicati alla fine dei tempi: chi avrà omesso di fare misericordia all’affamato, all’assetato, allo straniero, all’ignudo, al malato, al prigioniero, non troverà misericordia (cf. Mt 25,41-45).

“Beati i puri di cuore”, quelli che hanno il cuore, fonte del loro sentire e operare, integro, indiviso, conforme a quello di Gesù. A Dio si chiede di avere un cuore unificato (cf. Sal 86,11), di togliere il cuore di pietra e donare un cuore di carne (cf. Ez 11,19; 36,26), in modo da non avere un cuore doppio (cf. Sal 12,3). Se c’è questa trasparenza, questa integrità, allora si ha il dono di vedere Dio nella fede e di vederlo nel Regno faccia a faccia.

“Beati gli operatori di pace”, quelli che lavorano per la riconciliazione, per la comunione tra i fratelli e le sorelle, tra tutti gli esseri umani; quelli che fanno cadere i muri, non erigono barriere, costruiscono ponti, rinnovano con convinzione il dialogo, si esercitano nella comunicazione mite e sincera. Costoro sono chiamati figli di Dio perché questa è la prima azione di Dio verso l’umanità: radunarla nella pace, riconciliarla.

Infine, “beati i perseguitati per la giustizia”, beatitudine sviluppata con una parola rivolta direttamente ai discepoli: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno”… Felicitazioni alle vittime dell’ingiustizia, dell’oppressione e della tirannia, perché hanno saputo fare resistenza e dunque affermare la giustizia di Dio contro l’ingiustizia di questo mondo. I discepoli devono saperlo: in un mondo ingiusto, il giusto è di imbarazzo, quindi è osteggiato e, se necessario, anche ucciso (cf. Sap 2,1-20). Come è accaduto ai profeti, come è accaduto a Giovanni il Battista, com’è accaduto a Gesù, così accade a chi segue la loro via. Ma, paradossalmente, felicitazioni, perché hanno piena comunione con Gesù in tutto, anche nelle sofferenze!

E così san Basilio può commentare: “Ogni nostra lotta per vivere le beatitudini è stata iniziata da Gesù Cristo stesso, che ce ne ha dato l’esempio”. Sì, è lui il primo a cui sono indirizzate le beatitudini.

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Il solenne annuncio della Nuova Legge 

(…) Le otto Beatitudini aprono in modo solenne il “Discorso della Montagna”. In esse Gesù definisce chi può essere considerato beato, chi può entrare nel Regno. Sono otto categorie di persone, otto porte di ingresso per il Regno, per la Comunità. Non ci sono altre entrate! Chi vuole entrare nel Regno dovrà identificarsi almeno con una di queste otto categorie…

1. Beati i poveri in spirito => di essi è il Regno dei Cieli

2. Beati i miti => erediteranno la terra
3. Beati gli afflitti => saranno consolati

4. Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia => saranno saziati
5. Beati i misericordiosi => otterranno misericordia
6. Beati i puri di cuore => vedranno Dio
7. Beati i promotori di pace => saranno figli di Dio

8. Beati i perseguitati per causa della giustizia => di essi è il regno dei cieli

IL NUOVO PROGETTO DI VITAOgni volta che nella Bibbia si cerca di rinnovare l’Alleanza, si ricomincia ristabilendo il diritto dei poveri e degli esclusi. Senza di questo, l’Alleanza non si rifà! Così facevano i profeti, così fa Gesù. Nelle beatitudini, Gesù annuncia il nuovo Progetto di Dio che accoglie i poveri e gli esclusi. Denuncia il sistema che esclude i poveri e che perseguita coloro che lottano per la giustizia. La prima categoria dei “poveri in spirito” e l’ultima categoria dei “perseguitati per causa della giustizia” ricevono la stessa promessa del Regno dei Cieli. E la ricevono fin da ora, nel presente, poiché Gesù dice “di essi è il Regno!” Il Regno è già presente nella loro vita.
Tra la prima e l’ultima categoria, ci sono sei altre categorie che ricevono la promessa del Regno. In esse appare il nuovo progetto di vita che vuole ricostruire la vita nella sua totalità mediante un nuovo tipo di rapporto: con i beni materiali (1a coppia); con le persone tra di loro (2a coppia); con Dio (3a coppia). La comunità cristiana deve essere un esempio di questo Regno, un luogo dove il Regno comincia a prendere forma fin da ora.

• LE TRE COPPIE: Prima coppia: i miti e gli afflitti: I miti sono i poveri di cui parla il salmo 37. Loro sono stati privati delle loro terre e le erediteranno di nuovo (Sal 37,11; cf Sal 37.22.29.34). Gli afflitti sono coloro che piangono dinanzi all’ingiustizia nel mondo e nella gente (cf. Sal 119,136; Ez 9,4; Tb 13,16; 2Pd 2,7). Queste due beatitudini vogliono ricostruire il rapporto con i beni materiali: il possesso della terra ed il mondo riconciliato.

SECONDA COPPIA: coloro che hanno fame e sete di giustizia ed i misericordiosi: Coloro che hanno fame e sete di giustizia sono coloro che desiderano rinnovare la convivenza umana, in modo che sia di nuovo d’accordo con le esigenze della giustizia. I misericordiosi sono coloro che hanno il cuore nella miseria degli altri perché vogliono eliminare le disuguaglianze tra fratelli e sorelle. Queste due beatitudini vogliono ricostruire il rapporto tra le persone mediante la pratica della giustizia e della solidarietà.

TERZA COPPIA: i puri di cuore ed i pacifici: I puri di cuore sono coloro che hanno uno sguardo contemplativo che permette loro di percepire la presenza di Dio in tutto. Coloro che promuovono la pace saranno chiamati figli di Dio, perché si sforzano affinché una nuova esperienza di Dio possa penetrare il tutto e riesca ad integrare il tutto. Queste due beatitudini vogliono ricostruire il rapporto con Dio: vedere la presenza di Dio che agisce in tutto, ed essere chiamati figlio e figlia di Dio

a cura dei Carmelitani


Chiamati alla sequela del Signore Gesù (Vangelo della scorsa Domenica), scopriamo i tratti che caratterizzano il nostro discepolato. Nella pagina del Vangelo di oggi, l’evangelista Matteo presenta prima di tutto i tratti del volto del Cristo, il Crocifisso Risorto, nel quale si compie la parola delle beatitudini, e poi i tratti di ogni cristiano, nella misura in cui somiglia al suo Maestro e Signore, Gesù Cristo.

Matteo colloca le beatitudini in apertura al ministero pubblico di Gesù, dopo le tentazioni nel deserto. In Gesù è possibile ravvisare il compimento del cammino sapienziale del popolo di Israele che, dopo essersi inoltrato nel deserto nel suo esodo verso la terra promessa, incontra Dio nella Parola che gli apre la Via della vita, quella stessa che si era fatta strada/Legge sul Sinai. Gesù infatti è per Matteo il nuovo Mosè che dona una nuova Legge/parola, come compimento di quella stessa che aveva sigillato l’alleanza sul monte Sinai. È la parola di una nuova Sapienza, quella parola sapiente e potente che permette di leggere la vita a partire dalla logica della croce (“quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti… Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione” 2 Lettura).

La parola delle beatitudini si comprende come beatitudine solo leggendola con la chiave della Parola della croce (cfr. 1Cor 1,18). È infatti la parola che il Figlio pronuncia sul monte, anticipazione di un altro monte, quello del Golgota, là dove il Figlio manifesta e porta a compimento la logica del Regno dei cieli. La prima e l’ultima beatitudine, in una inclusione straordinaria, indicano nel Regno dei cieli il dono che Dio prepara per coloro che condividono la beatitudine del Figlio, il Crocifisso risorto.

È beato colui che, a somiglianza del Figlio consegnato sulla croce, è tanto povero da vivere nell’unico affidamento al Padre: questo affidamento è seme del Regno presente, cioè permette al povero di scoprire Dio che regna sulla sua vita come unico Signore (“perché di essi è il Regno dei cieli”). Questa povertà/fede permette la comunione senza resistenze con il Figlio che ha spogliato se stesso (cfr. Fil 2) e che scopre al fondo della sua indigenza/umiliazione l’amore del Padre come unico tesoro e solo bene.

È la fede che dona il possesso del Regno, anticipando la partecipazione della sorte del Figlio, il Povero affidato alle mani del Padre (“Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”). La fede infatti permette di riconoscere nella debolezza della nostra vita (“quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto”) la stoltezza della croce nella quale è già all’opera la potenza dell’amore di Dio.

È come se sul versante della nostra umanità noi potessimo vedere solo l’esperienza della prima parte delle beatitudini (povertà, sofferenza, fame e sete di giustizia, mitezza, misericordia…) mentre, nella fede, ci diventa possibile vedere che Dio sta già introducendo la nostra vita nella seconda parte delle beatitudini (Regno, consolazione, sazietà…) proprio perché la beatitudine è la conformità al Figlio povero, afflitto, mite, affamato e assetato di giustizia, misericordioso, puro di cuore, uomo di pace, perseguitato, nell’Ora della sua Pasqua.

Si tratta di una nuova forma di sapienza che permette di leggere la vita non come sventura o maledizione di Dio, ma come esperienza nella quale Dio realizza il suo Regno, facendoci assomigliare ogni giorno di più al suo Figlio, Crocifisso e Risorto. Scoprire che la nostra vita è cammino di conformità al Figlio ci introduce nella beatitudine più grande, quella gioia che viene dall’essere figli nel Figlio (trattati dal Padre come ha trattato il Figlio), perché maturi anche in noi quell’amore “forte come la morte” che ha rovesciato la logica dei forti, dei sapienti e del mondo (2 lettura).

Poiché Dio sa che la nostra beatitudine è somigliare a Gesù, il suo Figlio, ci darà, lungo il corso della nostra vita, di accogliere la forma della Sua vita, a volte togliendoci ciò che noi classifichiamo nella logica della nostra beatitudine. “Farà restare” ciò che ci permetterà di essere beati, quella povertà che gli piace e che ci fa vivere affidati al Suo amore di Padre (cfr. 1 Lettura).

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Nella sequenza di epifanie, o progressive manifestazioni di Gesù (vedi domeniche precedenti), le Beatitudini (Vangelo) sono il programma della sua missione, la magna charta del popolo della nuova Alleanza, una specie di costituzione del Regno di Dio, valore da ricercare al di sopra di tutto (Mt 6,33). Prima di essere un messaggio etico di comportamenti, le Beatitudini sono una affermazione teologale del primato di Dio, dei suoi criteri e scelte, spesso in contrasto con le vie degli uomini. In realtà le Beatitudini sono una riaffermazione del primo comandamento: “Io sono il Signore tuo Dio, non avrai altro Dio fuori di me”. Avidità di ricchezze e di potere, violenza, sopraffazione, oppressione… sono contrarie al programma scelto da Gesù. Egli ha deciso di far crescere il suo Regno con persone che optano per la povertà, la mitezza, la purezza di cuore, la ricerca della pace, la misericordia, la riconciliazione, la sopportazione del male e dell’ingiustizia… Le Beatitudini ci ripropongono la priorità dell’annuncio del Dio vivente, l’invito essenziale a fidarsi di Dio. Perché “solo Dio basta” (S. Teresa d’Avila).

Gesù ha vissuto le Beatitudini e, solo dopo averle vissute, le ha proposte. Esse sono il suo autoritratto, tracciano il suo profilo interiore di vero Dio in carne umana. Prima di essere un programma predicato sul monte (v. 1), le Beatitudini sono la sua autobiografia, rivelano la sua identità intima, il suo stile, le sue scelte vitali. Contemplando la vita di Gesù povero, mite, puro, misericordioso, assetato di amore e di giustizia, operatore di pace, perseguitato e sofferente… è possibile ricostruire tutto il Discorso della Montagna, cominciando dalle Beatitudini.

L’autore della lettera agli Ebrei, nella sua riflessione biblica e teologica, spiega il senso di queste scelte di Gesù: “Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio” (Eb 12,2). Perciò il discepolo è invitato a correre, con perseveranza, senza stancarsi o perdersi d’animo, “tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (ivi). Anche Gesù cercava la sua felicità, come lo fa qualunque altro essere vivente. E l’ha trovata nella scelta delle Beatitudini. Questo è stato il suo cammino, e quindi deve essere anche il nostro. Nel programma delle Beatitudini, Gesù parla di sé, ma, al tempo stesso, parla di noi, descrive lo stile della nostra vita di discepoli. Parla di un cambio radicale. Le Beatitudini sono, infatti, un capovolgimento totale dei criteri umani; uno sconcertante andare controcorrente! Prenderle sul serio e viverle come ha fatto Gesù-genera un salto di qualità nella vita del mondo: un’autentica rivoluzione nell’amore!

Il profeta Sofonia (I lettura) esorta i “poveri della terra” a cercare il Signore, la giustizia e l’umiltà (v. 3), perché il Signore riserva un’attenzione speciale ai poveri e ai deboli (salmo). S. Paolo ce lo conferma, scrivendo ai Corinzi (II lettura) che Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto, debole, ignobile, disprezzato, nulla… “perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio” (v. 27-29). Ne è un esempio la comunità cristiana di Corinto, dove “non ci sono molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili” (v. 26). La stessa situazione si ripete quasi ovunque nelle giovani Chiese missionarie, soprattutto nel sud del mondo, dove l’annuncio del Vangelo e la crescita delle comunità cristiane si realizzano con mezzi scarsi e fragili, spesso in mezzo a persone semplici e umili, in situazioni di minoranza, incomprensione, ostilità. Nelle situazioni di precarietà, frequenti nel mondo missionario, si rivelano con più chiarezza la forza del Vangelo e la gratuità delle Beatitudini. (*) Sono un tesoro da custodire e da preferire ad altre proposte mondane e inquinanti.

È nota l’ammirazione di Gandhi (del quale ricorre l’anniversario dell’assassinio: 30.1.1948) e di altri leaders spirituali non cristiani per le Beatitudini predicate da Gesù. Il programma delle Beatitudini esige la conversione interiore degli evangelizzatori, senza la quale non sono possibili né missione ad gentes, né attività pastorale, né vero ecumenismo. Le Beatitudini di Gesù non sono solo uno stile o un metodo, ma il contenuto essenziale, il cuore dell’annuncio missionario.


Vuoi essere felice per qualche ora? Inebriati di vino. Vuoi esserlo per qualche anno? Prenditi i piaceri che la vita ti offre. Lo suggerisce anche il Qoelet: “Va’, mangia con gioia il tuo pane, bevi il tuo vino con cuore lieto. Il profumo non manchi sul tuo capo. Goditi la vita con la sposa che ami per tutti i giorni della tua vita fugace” (Qo 9,7-9).

Ma come essere felici sempre?

La gioia non si identifica con il piacere che, pur’essendo voluto e benedetto da Dio, è effimero, caduco e tante volte sfocia in tristezza e delusione: “Anche nel riso il cuore prova dolore e il godimento può finire in pena” (Pr 14,13).

La Bibbia attesta un paradosso: la gioia vera e duratura nasce dall’impegno, dalla rinuncia, dall’abnegazione, dal sacrificio e si accompagna al dolore. “Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi” – dichiara Paolo ai filippesi (Fil 1,24). Ai cristiani perseguitati, Giacomo raccomanda: “Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove”( Gc 1,2) e Pietro: “Esultate di gioia indicibile e gloriosa” (1 Pt 1,8-9).

Qual è il segreto di questa gioia?

Lo rivela Gesù: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20,35). Beato non è chi accumula e trattiene egoisticamente per sé i beni, ma chi, condividendo, si fa povero per soccorrere chi è nel bisogno.

Una proposta sconcertante. Accettarla è un rischio, ma ce la garantisce lui.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Beato chi non conserva nulla per sé e si fa povero per amore”.
Prima Lettura (Sof 2,3; 3,12-13)

2,3 Cercate il Signore
voi tutti, umili della terra,
che eseguite i suoi ordini;
cercate la giustizia,
cercate l’umiltà,
per trovarvi al riparo
nel giorno dell’ira del Signore.
3,12 Farò restare in mezzo a te
un popolo umile e povero;
confiderà nel nome del Signore
13 il resto d’Israele.
Non commetteranno più iniquità
e non proferiranno menzogna;
non si troverà più nella loro bocca
una lingua fraudolenta.
Potranno pascolare e riposare
senza che alcuno li molesti.

Vi fu un tempo in cui Dio sembrava alleato dei ricchi: il benessere, la fortuna, l’abbondanza di beni, la posterità numerosa erano considerati segni della sua benedizione (Dt 28,1-14). Leggendo l’AT ci si rende conto che l’ideale dell’israelita è la ricchezza, non la povertà.

Un po’ alla volta però in Israele la mentalità cambia. Soprattutto in seguito alla predicazione dei profeti, si comincia a capire che la ricchezza, più che una benedizione di Dio, è spesso frutto di imbrogli, di soprusi, di sfruttamento degli operai, di angherie, di abili raggiri, di ingiustizie. I poveri non sono più considerati dei maledetti a causa della loro empietà, ma delle vittime in balìa dei potenti. Ai miseri – grida sdegnato Michea – “si strappa la pelle di dosso e la carne dalle ossa” (Mic 3,2).

Sofonia vive pochi anni prima della distruzione di Gerusalemme, quindi, in un periodo di caos sociale e politico. Pur essendo di estrazione borghese, egli si scaglia contro gli alti dignitari della corte, contro i commercianti, contro gli empi (Sof 1,8-12) e contro tutti coloro che commettono ingiustizie. Minaccia l’imminente castigo di Dio e, come ultima possibilità di salvezza, indica l’immediata “conversione al Signore”.

Nella lettura di oggi, il profeta chiarisce, con un invito, cosa implica il “ritorno al Signore”: “Cercate il Signore, come tutti gli umili del paese, cercate la giustizia, cercate l’umiltà” (v. 3).

Convertirsi significa divenire come gli umili, come i poveri.

È la prima volta che nella Bibbia la parola povero è impiegata con una connotazione nuova: non indica più solo una condizione sociale ed economica, ma un atteggiamento religioso interiore. Per Sofonia, povero è colui che, non possedendo alcuna sicurezza, si affida interamente a Dio e si sottomette alla sua volontà.

Nel giorno del castigo – assicura il profeta – Dio lascerà sopravvivere nel paese “un popolo umile (povero) e senza risorse, un resto d’Israele, che cercherà rifugio nel nome del Signore” (vv. 12-13).

Dopo Sofonia questo nuovo significato del termine “povero” ebbe molta fortuna. La spiritualità della “povertà” ebbe uno sviluppo sempre maggiore e fu all’origine di un grande numero di salmi in cui la parola “povero” è stata impiegata come sinonimo di pio, giusto, timorato di Dio. Nel contesto di questo movimento spirituale va collocato il messaggio di Gesù.

Seconda Lettura (1 Cor 1,26-31)

26 Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. 27 Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, 28 Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, 29 perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio. 30 Ed è per lui che voi siete in Cristo Gesù, il quale per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, 31 perché, come sta scritto: “Chi si vanta si vanti nel Signore”.

Abbiamo accennato la scorsa domenica ai problemi della comunità di Corinto: discordie, divisioni, invidie, gelosie. Come aveva potuto una chiesa, inizialmente tanto fervente, cadere così in basso?

Risponde Paolo: è accaduto perché fra i cristiani si è infiltrato lo spirito devastante della competizione; ognuno cerca di dominare sugli altri, di essere superiore, di essere “ricco”.

Come giudica Dio chi si comporta in questo modo?

La lettura espone i suoi gusti: egli non sceglie i ricchi ma i poveri, gli emarginati, coloro che sono ritenuti senza valore. Per convincersene – dice Paolo – basta considerare la condizione della comunità di Corinto: non ci sono nobili, sono pochi i ricchi, gli aristocratici, gli uomini eruditi e dotati di grande cultura; quasi tutti sono poveri, a volte addirittura miserabili. È un segno delle preferenze di Dio che sceglie i piccoli, predilige coloro che sono insignificanti agli occhi del mondo, per arricchirli dei suoi doni.

Vangelo (Mt 5,1-12)

1 Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. 2 Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
3 “Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
4 Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.
5 Beati i miti,
perché erediteranno la terra.
6 Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
7 Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
8 Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
9 Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
10 Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”.

L’uomo ha sempre sentito un profondo bisogno di incontrare Dio, di interrogarlo, di conoscere i suoi pensieri, di scoprire i suoi disegni. Ma dove trovarlo? Dove fissare un appuntamento con lui? Nei tempi antichi si pensava che il luogo ideale fossero le cime dei monti, quelle, soprattutto, che la tradizione indicava come luoghi sacri. Anche Israele condivideva questa concezione religiosa. Abramo, Mosè ed Elia hanno fatto le loro esperienze spirituali più forti “sul monte”.

Matteo colloca il primo discorso di Gesù su un monte. La devozione cristiana lo ha identificato con la collina che domina Cafarnao. Le suore che la custodiscono l’hanno trasformata in un’oasi di pace, di raccoglimento, di riflessione, di preghiera. Passeggiando sotto gli alberi maestosi, accolti dal fruscio delle foglie mosse dalla brezza che scende dalle vette innevate del Libano, contemplando dall’alto il lago che tante volte è stato solcato dalla barca di Gesù e dei discepoli, ci si sente quasi naturalmente portati ad elevare lo sguardo al cielo e il pensiero a Dio.

Per quanto possa essere suggestiva questa esperienza, il monte di cui parla Matteo non va inteso in senso geografico, ma nel suo significato teologico. Più che un luogo reale, “monte” è qualunque luogo o momento in cui ci si apre alla parola di Dio.

Possiamo visualizzare la scena: Gesù abbandona la pianura. È come se uscisse dalla terra dove si muovono gli uomini “normali”, quelli che si regolano secondo la “saggezza”, l’astuzia di questo mondo, quella “scaltrezza” maligna che porta a ragionare così: “la salute è tutto”, “ciò che conta è il successo”, “beato chi ha un grosso conto in banca”, “felice chi può viaggiare, divertirsi, chi non si priva di alcun piacere”, “a me interessa solo il sesso”, “sacrificarmi, fare delle rinunce per gli altri? Non ci penso proprio!”…

Sarà un uomo riuscito colui che condivide simili proposte di vita? Cosa ne pensa Dio?

Per non correre il rischio di sprecare la nostra esistenza è necessario conoscere il suo giudizio. Oggi accompagniamo Gesù sul monte per ascoltare le sue proposte di felicità, di successo, di beatitudine. Saranno proposte sconcertanti, addirittura insensate per chi ha la mente frastornata dalle proposte suggerite dalla “saggezza” degli uomini. Ascoltiamole e cerchiamo di capirle.

Beati i poveri in spirito

Difficile dire in quanti modi sia stata interpretata questa beatitudine. Qualcuno l’ha banalizzata, sostenendo che essa è riferita ai miserabili, agli straccioni, ai mendicanti. Sarebbero loro le persone ideali delle quali Dio si compiace e dunque andrebbero lasciati nella loro condizione, anzi, bisognerebbe far sì che tutti diventassero come loro. Si tratta evidentemente di una interpretazione assurda, deviante, contraria a tutto il resto del vangelo. La comunità cristiana ideale non è quella in cui tutti sono indigenti, ma quella in cui “non c’è più alcun povero” (At 4,34).

Altri pensano che “poveri in spirito” siano coloro che, pur mantenendo il possesso dei loro beni materiali, riescono a non legarvi il cuore. Altri ancora ritengono che i poveri sono beati perché presto smetteranno di esserlo. Le ipotesi serie, sostenute da ottimi autori, sono almeno una dozzina. Qual è quella giusta?

Sappiamo bene cosa significa essere poveri: vuol dire non possedere nulla. Ma cosa significa in spirito?

Nei confronti della ricchezza Gesù non ha mai assunto un atteggiamento di disprezzo. Anche la “ricchezza disonesta” per lui diveniva buona quando era distribuita ai poveri (Lc 16,19), tuttavia, benché non l’abbia mai condannata, l’ha considerata un ostacolo pericoloso, insormontabile per molti, ad entrare nel regno dei cieli (Mt 19,23) e, a chi lo voleva seguire, ha chiesto la rinuncia a tutti i beni: “Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo” (Lc 14,33).

È nel contesto di questa esigenza irrinunciabile di distacco totale e di condivisione con i poveri di tutto ciò che si possiede che va letta la nostra beatitudine.

Gesù non esalta la povertà in quanto tale. Aggiungendo la specificazione in spirito, chiarisce che non tutti i poveri sono beati. Devono considerarsi tali solo coloro che, per libera scelta, si spogliano di tutto. Poveri in spirito sono coloro che decidono di non possedere nulla per sé e di mettere tutto ciò che hanno a disposizione degli altri.

Si badi bene: povero secondo il vangelo non è colui che non possiede nulla, ma colui che non trattiene nulla per sé.

Qualche esempio ci può aiutare a capire. Il proprietario di una grande ditta può essere ricco o povero. È ricco se impiega gli utili che ricava dalla sua attività per soddisfare i propri capricci o quelli dei suoi familiari; è povero (pur possedendo grandi capitali) se vive in modo dignitoso, ma non spreca nulla per il superfluo, se gestisce la ricchezza preoccupandosi dei bisogni dei più deboli, se investe i suoi soldi per creare altri posti di lavoro…

Chi ha raggiunto una posizione sociale prestigiosa è ricco se diventa altezzoso, umilia i meno fortunati, pensa solo a se stesso; se invece mette le proprie capacità e doti a servizio degli altri, se si rende disponibile per chiunque abbia bisogno del suo aiuto è povero in spirito.

Anche chi è miserabile può non essere “povero in spirito”. Non lo è se maledice se stesso e gli altri, se tenta di migliorare la propria condizione con la violenza e con l’inganno, se pensa di liberarsi da solo disinteressandosi degli altri, se sogna di divenire a sua volta ricco o di sostituirsi ai ricchi.

La povertà volontaria, la rinuncia all’uso egoistico di tutti i beni che si possiedono (intelligenza, bel carattere, conoscenze, diplomi, posizione sociale, denaro, tempo libero…) non è qualcosa di facoltativo, non è un consiglio riservato ad alcuni che vogliono essere eroici o più perfetti degli altri. È ciò che contraddistingue il cristiano.

Si noti che la promessa che accompagna questa beatitudine non rimanda a un futuro lontano, non assicura l’entrata in paradiso dopo la morte, ma annuncia una gioia immediata: di essi è il regno dei cieli. Dal momento in cui si sceglie di essere e di rimanere poveri, si entra nel “regno dei cieli”, nel mondo nuovo inaugurato da Cristo.

Questa beatitudine non è un messaggio di rassegnazione, ma di speranza: nessuno più sarà bisognoso quando tutti diverranno “poveri in spirito”, quando metteranno i doni che hanno ricevuto da Dio a servizio dei fratelli, come fa Dio che, pur possedendo tutto, è infinitamente povero: non trattiene nulla per sé, è dono totale, è amore senza limiti.

Beati coloro che soffrono

La sofferenza non è cosa buona. Dio non prova piacere quando gli uomini sono nel dolore, non è lui che invia sventure e tribolazioni. Egli non vuole che gli uomini patiscano.

Quando Gesù proclama beati gli “afflitti” impiega un termine ben noto a chi conosce la Bibbia. Nel libro di Isaia si parla degli “afflitti”: sono coloro che non hanno una casa in cui abitare, che non hanno campi da coltivare perché l’eredità dei loro padri è stata usurpata da estranei, che si devono mettere a servizio di proprietari terrieri senza scrupoli, che devono subire ingiustizie, soprusi, malversazioni, umiliazioni (Is 61,7).

A queste persone che hanno il cuore affranto, che siedono nella cenere e che vestono l’abito da lutto (Is 61,3) il profeta rivolge un messaggio di speranza. Dio sta per intervenire – assicura – e capovolgerà la situazione, toglierà le cause del lutto: “Allieterà gli afflitti di Sion, darà loro una corona invece della cenere, l’olio di letizia invece dell’abito di lutto, il canto di lode invece di un cuore mesto” (Is 61,3).

Nella sinagoga di Nazareth Gesù applica a sé questa profezia (Lc 4,21). Egli è venuto per dare compimento alle promesse di Dio. Gli “afflitti”, coloro che provano un profondo dolore di fronte a una società ancora dominata dall’ingiustizia, coloro che sono insoddisfatti e si attendono da Dio la salvezza, saranno consolati. La venuta del Regno ha iniziato a eliminare tutte le situazioni che sono causa di dolore e di lacrime.

Beati i miti

L’aggettivo “mite” richiama l’idea della persona rassegnata che non reagisce alle provocazioni, che accetta passivamente e senza lamentarsi le ingiustizie. È quest’uomo che rifugge da ogni conflitto (ma che rivela forse anche una personalità piuttosto debole) che viene proclamato beato?

Il termine “mite” usato da Gesù è ripreso dall’AT e, più precisamente, dal Salmo 37. In questo testo sono chiamati “miti” coloro che sono stati privati dei loro diritti, della loro libertà, dei loro beni. Sono poveri perché i potenti hanno sottratto loro il campo, la casa, i pochi risparmi e magari addirittura i figli e le figlie. Sopportano l’ingiustizia senza nemmeno poter protestare. Non si rassegnano, ma si rifiutano di ricorrere alla violenza per ristabilire la giustizia. Non si lasciano guidare dall’ira, non alimentano sentimenti di odio e di vendetta. Confidano in Dio e attendono la venuta del suo regno.

Gesù si è presentato come “mite” (Mt 11,29; 21,5), non nel senso di “debole, timido, pusillanime”. Egli ha vissuto conflitti drammatici, ma li ha affrontati con le disposizioni di cuore che caratterizzano i “miti”: ha rifiutato l’uso della violenza, è stato paziente, tollerante, si è fatto servo di tutti.

Beati sono coloro che, di fronte alle ingiustizie, assumono i suoi stessi atteggiamenti. Costoro riceveranno da Dio il possesso di una terra nuova, di una condizione nuova. In essa sbocceranno relazioni umane pacifiche e dunque sarà la fine delle sopraffazioni e delle violenze che caratterizzano il mondo ancora in balìa delle “beatitudini” della “pianura”.

Tutti conosciamo situazioni simili a quelle descritte nel Salmo 37. Sappiamo che nel mondo esistono angherie e soprusi cui bisogna porre fine. Vogliamo lasciare in eredità ai nostri figli “una terra” nuova, migliore di quella in cui viviamo. Purtroppo, l’ansia per la giustizia porta a volte a coltivare pensieri e sentimenti e a compiere azioni che non sono quelle dei “miti”. Gesù ricorda ai suoi discepoli che l’eredità della “terra” è promessa ai miti, non ai violenti.

Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia

La fame e la sete sono i bisogni più impellenti che l’uomo sperimenta. È con quest’ansia incontenibile che i discepoli di Cristo devono cercare “la giustizia”.

Ma di quale giustizia si tratta? Di quella che viene amministrata nei nostri tribunali? Beati sono forse coloro che godono quando a un criminale viene inflitta la meritata punizione?

Non è questa la giustizia di cui si deve aver fame e sete. Questa spesso non è altro che ritorsione, vendetta, rappresaglia, crudeltà, sadismo perché si gode a veder soffrire chi ha fatto del male. Gesù sta parlando di un’altra giustizia, quella di Dio.

Dio è giusto, non perché retribuisce secondo i meriti, ma perché, con il suo amore, “rende giusti” coloro che sono malvagi. È giusto perché “vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1 Tm 2,4).

Per noi “giustizia è fatta” significa: il colpevole è stato punito. Per Dio la “giustizia è fatta” quando un malvagio diviene giusto. La sua giustizia è sempre e solo salvezza, è il ricupero di chi si è fatto del male commettendo il peccato.

Chi prova questa fame e questa sete per la salvezza del fratello “sarà saziato”. Condividerà la gioia stessa di Dio “che non vuole che nessuno si perda” (Gv 6,39), “che non ha piacere della morte del malvagio, ma piuttosto vuole che si converta e viva” (Ez 18,23).

Beati coloro che compiono opere di misericordia

Questa beatitudine sembra inserirsi nella contrapposizione fra magnanimità e desiderio di punire i colpevoli. Pare un invito a far prevalere sempre la compassione e il perdono.

Questo è certamente uno degli aspetti della “misericordia” e si accorda bene con la raccomandazione di Gesù: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato” (Lc 6,36-37). Ma non esaurisce la ricchezza di questo termine biblico.

Nella Bibbia la “misericordia”, più che un sentimento di pietà, è un’azione in favore di chi ha bisogno di aiuto. L’esempio più chiaro è quello del samaritano che – dice il testo greco – ha compiuto la misericordia nei confronti dell’uomo aggredito dai banditi (Lc 10,37).

I rabbini del tempo di Gesù insegnavano che Dio è misericordioso perché compie opere di misericordia e specificavano: “Dio vestì gli ignudi – quando ricoprì con foglie Adamo ed Eva: Gn 3,21 – così voi dovete vestire gli ignudi. Egli visitò i malati – difatti andò a trovare Abramo quando soffriva per la circoncisione e visitò la sterile Sara: Gn 18,1 – così voi dovete visitare i malati. Egli confortò coloro che erano in lutto – quando consolò Isacco dopo la morte del padre: Gn 25,11 – così voi dovete confortare coloro che sono in lutto. Egli seppellì i morti – fu lui che seppellì Mosè: Dt 34,6 – così voi dovete seppellire i morti”.

Misericordiosi sono coloro che, come Dio, compiono opere di misericordia, sono coloro che si impegnano perché le persone bisognose trovino sempre ciò di cui necessitano.

Sono beati perché nel mondo nuovo, all’apparizione del Regno, anch’essi, quando avranno bisogno di aiuto, troveranno chi tenderà loro la mano.

Beati i puri di cuore

La purità è una delle caratteristiche più marcate della religiosità giudaica. Qualunque contatto con i culti pagani, con tutto ciò che richiama la morte, con tutto ciò che è immondo doveva essere evitato. Da questa esigenza di purità erano nati i divieti, le minuziose disposizioni dei rabbini, la vigilanza ossessiva, lo sforzo continuo di tenersi lontani da ciò che era percepito come contrario alla santità di Dio. Siccome però le trasgressioni erano inevitabili, ecco che i giudei si vedevano costretti a compiere incessantemente riti purificatori: abluzioni, aspersioni, lavaggi, sacrifici (Mc 7,3-4).

A Gesù non interessavano queste pratiche esteriori, a lui premevano la lealtà, la rettitudine.

Non c’è nulla di esterno all’uomo che lo possa contaminare: “Non capite – spiegava ai discepoli – che tutto ciò che entra nella bocca, passa nel ventre e va a finire nella fogna? Invece ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore. Questo rende immondo l’uomo. Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. Queste sono le cose che rendono immondo l’uomo, ma il mangiare senza lavarsi le mani non rende immondo l’uomo” (Mt 15,17-20).

I puri di cuore sono coloro che hanno un comportamento etico conforme alla volontà di Dio, coloro che hanno il cuore indiviso, coloro che non amano contemporanemente Dio e gli idoli.

Non ha il cuore puro colui che serve due padroni, colui che ha una condotta che non si accorda con la fede che professa, colui che ama Dio, ma mantiene nel cuore il rancore verso il fratello, colui che non commette l’azione cattiva, ma è adultero nel suo cuore (Mt 5,28).

I puri di cuore sono beati perché a loro, e solo a loro, è concesso di fare una profonda esperienza di Dio.

Beati coloro che si impegnano per la pace

Fra le opere di misericordia raccomandate dai rabbini del tempo di Gesù, la più meritoria era mettere pace, ricostruire l’armonia fra le persone. Ogni azione tesa a riportare la pace – si diceva – attira le benedizioni di Dio sull’uomo.

Beato è certamente colui che, senza ricorrere alla violenza e all’uso delle armi, si impegna con tutte le sue forze a porre fine alle guerre e ai conflitti; beato è colui che si frappone fra i contendenti e tenta di convincerli al dialogo, alla concordia, alla pace.

Ma nella Bibbia la parola “pace” (shalom) non significa solo assenza di guerre. Indica il benessere totale, implica l’armonia con Dio, con gli altri e con se stessi, la prosperità, la giustizia, la salute, la gioia.

Gli “operatori di pace” sono coloro che si impegnano affinché questa vita colma di ogni bene sia possibile per ogni uomo. Ad essi viene riservata la più bella delle promesse: Dio li considera suoi figli.

Beati i perseguitati per la giustizia

Ci sono sofferenze, tribolazioni, mali che colpiscono in modo imprevisto e senza che siano stati voluti. Ma ce ne sono altri che accompagnano necessariamente certe decisioni. Gesù non ha illuso i suoi discepoli, ha detto chiaramente che chi si schiera dalla parte “della giustizia” di Dio pagherà certamente cara la sua scelta. Non ha promesso una vita facile, agiata, colma di successi; non ha assicurato gli applausi e il consenso degli uomini. Con insistenza ha ripetuto che l’adesione a lui comporta la persecuzione: “È sufficiente per il discepolo essere come il suo maestro e per il servo come il suo padrone. Se hanno chiamato Beelzebul il padrone di casa, quanto più i suoi familiari!” (Mt 10,24-25).

Della persecuzione dei giusti si parla spesso anche nell’AT. Nei Salmi ci si imbatte nel giusto che chiede a Dio: “Liberami dalla stretta dei miei persecutori” (Sal 7,2); “Quando farai giustizia dei miei persecutori? A torto mi perseguitano: vieni in mio aiuto” (Sal 119,84.86). Geremia è osteggiato, calunniato, rinchiuso in una cisterna.

Ci aspetteremmo di trovare, già nell’AT, la beatitudine che riguarda i perseguitati, invece niente. Questi vengono elogiati per la loro fermezza e rettitudine, a loro è promesso un glorioso destino futuro (Sap 2-5), ma non vengono mai proclamati beati.

Nell’AT la persecuzione è considerata un male e l’uomo che la subisce non può essere felice finché essa dura. Il giusto sarà benedetto, annunciano gli scrittori sacri, ma solo a partire dal momento in cui Dio interverrà per porre fine alle malversazioni cui è sottoposto.

Nel NT la prospettiva cambia. Colui che soffre per la sua fedeltà al Signore è proclamato beato nel momento e per il fatto stesso di essere perseguitato. La persecuzione non è il segno del fallimento, ma del successo. È un motivo di gioia perché prova che è stata fatta la scelta giusta, quella secondo la “sapienza di Dio”.

È inevitabile che coloro che portano avanti la proposta di una società basata sulla logica “del monte” siano perseguitati. Essi mettono in crisi le istituzioni in cui i forti prevalgono sui deboli, i ricchi sui poveri, i privilegiati sui meno favoriti, i padroni sui servi. Gli oppressori si rendono conto che la venuta del Regno minaccia la loro posizione, per questo aggrediscono con violenza chiunque si impegni per porre fine alla sopraffazione, all’arroganza, alla povertà, all’ingiustizia, alla discriminazione.

Gesù ha suggerito il comportamento da tenere nei momenti di persecuzione: “Ora io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori” (Mt 5,44). A sua volta Paolo raccomanda: “Benedite coloro che vi perseguitano” (Rm 12,14). L’unica forza capace di rompere la spirale della violenza è quella dell’amore e del perdono.

Per gentile concessione di
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