III settimana del Tempo Ordinario
Marco 3,22-4,41
Lectio Divina sul Vangelo del giorno
di Silvano Fausti

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Lunedì-Martedì
Mc 3,22-30.31-35
CHI SONO MIA MADRE E I MIEI FRATELLI? (3,20-35)
1. Messaggio nel contesto
“Chi sono mia madre e i miei fratelli.?”. Ilproblema del brano è il discernere se siamo “con lui” o “contro di lui”. Siamo veramente “suoi” o estranei a lui, siamo “dentro” o “fuori”, ascoltiamo la sua chiamata o lo mandiamo a chiamare, lo seguiamo o vogliamo che lui ci segua, ci lasciamo acchiappare o lo vogliamo acchiappare, accettiamo il suo perdono o lo rifiutiamo, ascoltiamo lo Spirito o lo bestemmiamo? Tutti questi interrogativi toccano la questione della nostra salvezza, che consiste nell’essere “con lui” così come è in realtà, e non come lo vorremmo noi.
Il brano inizia dicendo che non potevano mangiare pane e termina con le parole di Gesù circa chi gli sta seduto intorno ad ascoltarlo: “Ecco mia madre e i miei fratelli: chi fa la volontà di Dio”.
Il vero cibo dell’uomo è la parola che esce dalla bocca di Dio (Dt 8,3), che esprime la sua volontà. Questa è pienamente compiuta da chi fa cerchio attorno a lui per ascoltarlo.
La voce dalla nube confermerà dicendo: “Questi è il mio Figlio diletto: ascoltate lui” (9,7). Lui è la Parola eterna del Padre. Ascoltandola, diventiamo sua madre e suoi fratelli: madre, come Maria, perché essa ha il potere di farci come lui. Uno infatti diventa la parola che ascolta. Il Padre ci vuole ascoltatori del Figlio perché ci vuole figli: ci mette con lui perché ci vuole come lui.
L’appartenenza alla “barchetta” non viene da privilegi. I “suoi” secondo la carne e il sangue non ne fanno ancora parte (vv. 21.31s), come neanche i sapienti, che credono di giudicare tutto, anche lo Spirito (vv. 22-30).
La vera famiglia di Gesù è fatta da chi lo ascolta (vv. 33-35). Tutto il capitolo seguente sarà sull’efficacia della sua parola, vero seme da cui crescono i figli di Dio.
Il brano precedente terminava con Giuda che lo tradì. Ora vediamo che lo tradiamo perché alla sua chiamata si oppone in noi una duplice controchiamata. La prima è quella dei “suoi”, ispirata dal buon senso e da buoni sentimenti, che lo vogliono sequestrare perché è pazzo. Infatti non cerca il proprio vantaggio e non sa sfruttare la situazione.
L’altra è quella degli “scribi”, che, invece di convertirsi, usano la loro sapienza per difendersi. Per loro è vero solo ciò che è utile per mantenere le loro certezze, falso ciò che le mette in discussione. Non interessa loro servire la verità, ma servirsi abilmente di essa per confermare le proprie opinioni religiose e le proprie posizioni di potere.
Gesù sta al centro del cerchio di quelli che “compiono la volontà di Dio”. Il Padre vuole che tutti siano con lui: l’ascolto del serpente ci rese figli del diavolo (Gv 8,44); l’ascolto di lui ci restituisce il nostro volto di figli.
Discepolo èchi entra nel cerchio dei suo ascoltatori. Diversamente, anche se ha tutti i titoli – fosse anche suo parente! – e tutta la sapienza teologica – fosse anche il miglior scriba! – in realtà sta fuori. Corre sempre il pericolo di essere come i suoi che lo amano, ma senza conoscerlo e volerlo così come è; oppure come gli scribi, che lo conoscono, ma non lo amano, e perciò lo giudicano secondo i loro “criteri religiosi”.
2. Lettura del testo (Vedi testo nel doc in allegato)
Mercoledì
Marco 4,1-20
E DAVA FRUTTO CHE VENIVA SU E CRESCEVA (4,1-9)
1. Messaggio nel contesto
“E dava frutto che veniva sue cresceva” oltre ogni attesa, dice Gesù del seme che sta seminando tra tante difficoltà.
Lo scenario del suo insegnamento è solenne ed evocativo: le folle, il mare, la barca. La parabola inizia e termina rispettivamente con l’invito: “Ascoltate”, “chi ha orecchi per ascoltare, ascolti”. La sua parola è il seme immortale, che ci rigenera (1Pt 1,23) a sua immagine, e ci fa entrare nella sua famiglia (brano precedente).
Ma sembra che nessuno gli presti ascolto! Ciò che fa piace a tutti; ma ciò che dice gli ha messo contro tutti. I farisei e gli erodiani lo vogliono uccidere, i suoi e gli scribi lo ritengono indemoniato e pazzo. Invece di successo miete fraintendimenti, incomprensioni e morte. 1 suoi amici, per primi, gli fanno notare che il suo modo di procedere è chiaramente fallimentare. Deve cambiarlo, o almeno fare degli sconti, prima di guastare tutto!
Gesù conosce bene questa tentazione, anche prima che gli altri gliela presentino. Attraverso questa parabola conferma la scelta già fatta, e spiega il mistero profondo della sua vita, che sarà anche quello della sua parola in noi, nella Chiesa e nel mondo: è il mistero del regno di Dio, quello di morte per la risurrezione.
Il Regno è paragonato costantemente al seme, la cui forza vitale specifica è provata e attivata proprio dalla sua morte. Questa, lungi dal distruggerlo, è la condizione perché germini e si manifesti in tutta la sua potenza. a differenza di ogni altra cosa, che marcisce e finisce.
Si accennava spesso al fatto che Gesù insegnava (1,14 s.21 s.39; 2, 2.13). Ora vediamo l’oggetto del suo insegnamento: è la sua stessa vita, spiegata con similitudini.
Tutto il cap. 4 dichiara il senso positivo della crisi del suo ministero in Galilea, anticipo di quanto avverrà a Gerusalemme. Non è un fallimento, ma il luogo della verifica. Le ostilità e la croce non vanificano, ma realizzano la salvezza di Dio, la cui debolezza è più forte di ogni potenza umana.
Queste parabole, mentre illustrano la storia di Gesù, ci danno anche il criterio di discernimento per essere tra i suoi e appartenere al suo regno. Non dobbiamo cercare il successo (vv. 3-9), la fama e la rilevanza (vv. 21-25), il protagonismo e la grandezza (vv. 26-32). L’opera di Dio passa attraverso le difficoltà, il fallimento, il nascondimento, l’irrilevanza, l’attesa paziente e la piccolezza, come ha fatto lui.
Queste sono le qualità del seme da cui nasce l’albero del Regno. Esso è come un chicco, che porta frutto abbondante non “nonostante”, ma “perché” muore (Gv 12,24).
Tutto il capitolo è strutturato su una serie di opposizioni: fallimento/successo, nascosto/manifesto, segreto/alla luce, inazione/azione, piccolezza/grandezza. In realtà l’unica opposizione è quella tra il pensiero di Dio, che non Il considera opposti, e quello dell’uomo, che vuole solo l’uno senza l’altro.
Sono parabole di speranza contro ogni speranza, o meglio, di una fede che sa che la parola di Dio è un seme e non può non produrre l’effetto per cui è mandata (Is 55,11). Le resistenze che incontra, rappresentate dai vari tipi di terreno, fanno parte dei costi, come nella semina.
Questa parabola è sapientemente costruita sul contrasto tra un insuccesso lungamente descritto e un risultato finale a sorpresa, rafforzato dal contrappunto. Con questa, come con le seguenti, Gesù vuol muovere alla fiducia in lui e nella sua parola, per non affogare nelle tempeste che le inevitabili difficoltà scatenano. Se guardo a queste, vengo meno; se guardo lui, sono rianimato. Per questo dice il salmista: “Tengo i miei occhi rivolti al Signore, perché libera dal laccio il mio piede” (Sal 25,15). La trappola tremenda infatti è la paura, che incanta e pietrifica chiunque la fissa.
Gesù parla alle folle dalla barca, seduto sul mare, e chiede ascolto. Richiama il Dio della creazione e dell’esodo, che trionfa sulle acque. È inoltre il nuovo Mosè, che comunica la nuova legge: “Ascoltate”. E infine la Parola stessa di Dio, che chiede udienza presso gli uomini per salvarli.
Discepolo ècolui che lo ascolta. La sua parola propone novità che liberano desideri, ma anche scatenano paure, suscitando nel cuore le resistenze sorde del male che vuol difendersi.
2. Lettura del testo (Vedi testo nel doc in allegato)
TUTTO È IN PARABOLE (4,10-12)
1. Messaggio nel contesto
“Tutto è inparabole”, dice Gesù prima di spiegare quella che aiuta a comprenderle tutte. Anche la nostra vita è come una parabola dalla nascita alla morte, in cerca della parola che le diasenso.
La parabola è un parlare per immagini: cose ovvie e note illustrano altre, misteriose e ignote. La loro evidenza immediata siimpone, suggerendo però qualcosa che rimane un enigma per chi sta fuori, ma diventa chiaro per chi ha la chiave per entrare.
Dell’invisibile non possiamo parlare che attraverso il visibile. Se tutto il creato porta una traccia del volto di Dio, Gesù ne è l’icona perfetta. Tutta la sua vita è come un’unica parabola, che ci parla di altro: è l’esegesi del Padre, che in lui spiega pienamente le pieghe che celano il suo abisso increato.
In questo brano Gesù ci dice che, se vogliamo conoscere ilsegreto di Dio e del suo regno, dobbiamo dimenticare le nostre risposte già prefabbricate e guardare a lui, contemplandolo, lasciandociinterrogare su cosa vuol dirci. Troviamo la risposta solamente in un rapporto personale con lui, in un costante confronto, che esige coinvolgimento e disponibilità a cambiare. Solo così possiamo vivere dei dono che è venuto a portarci: il perdono di Dio, che ci rinnova la vita.
Una ricerca “staccata e scientifica” non approda a nulla. Chi vuoi rispondere da sé, senza interrogarlo e impegnarsi a convertirsi, resta “fuori”. Per lui la sua parola rimane un interrogativo senza risposta, una questione inevasa. Ma anche così non è inutile, perché lo lascia inquieto fino a quando, cercando nel modo giusto, troverà.
Gesù qui dice le disposizioni necessarie per capire la parola fatta carne e tornata Parola per incarnarsi in chiunque l’ascolta. Seminata nel mondo con l’annuncio, entra nella storia umana per illuminarla e nel cuore di ciascuno per salvarlo. Ma rimane incomprensibile al di fuori di un dialogo con lui.
Discepolo èchi si confronta con lui, ascoltandolo con sincerità e disponibilità a convertirsi al suo perdono. In questo brano sispiegano meglio i criteri di chi è dentro e di chi è ancora fuori della vera famiglia di Gesù (cf 3,31 ss).
2. Lettura del testo (Vedi testo nel doc in allegato)
NON INTENDETE QUESTA PARABOLA:
E COME CAPIRETE TUTTE LE PARABOLE?
(4,13-20)
1. Messaggio nel contesto
“Non intendete questa parabola: e come capirete tutte le parabole?”. Leparabole di Gesù sono introdotte da un imperfetto: “diceva”; la spiegazione alla comunità invece dal tempo presente: “dice”. La sua parola infatti è detta qui e ora per chi si lascia interrogare e interroga, disposto a convertirsi (brano precedente).
Questo brano ci dice delle reazioni negative che avvengono in noi quando ascoltiamo il vangelo. Èun’attualizzazione esemplare che fa la Chiesa primitiva, applicando a se stessa la parabola di Gesù (vv. 3-9), dopo aver sentito come ascoltare (vv. 10-12). Avere chiara la vicenda della Parola nel nostro cuore è aver la chiave per entrare in tutte le parabole.
Il seme che fruttifica attraverso difficoltà, crisi e morte (vv. 1-9), oltre che la vita di Gesù, illustra pure la sorte della sua parola in noi. Anche noi siamo chiamati ad avere fiducia in essa, perché è potenza di Dio: è seme suo, che germina per forza propria la sua stessa vita divina. Però è indispensabile che sappiamo smascherare l’azione del nemico che cerca di impedirne il frutto.
La sua opera di ostruzionismo trova in noi buoni alleati. Il primo è il buon senso, che, alienandoci nei nostri interessi materiali, ci rende impermeabili a tutto il resto.
Il secondo è la nostra fragilità, guardando alla quale siamo presi da sfiducia. Questa non lascia attecchire in noi la verità, se non in modo superficiale. Alla minima difficoltà, le nostre paure profonde prendono il sopravvento.
Il terzo alleato del nemico è il piacere, scambiato per gioia, che tende ad anestetizzarci, soffocando in noi la capacità di intendere.
La Parola, come incontra, anzi scatena in noi queste tre difficoltà, così le affronta e le supera, rispettivamente mediante la fede, la speranza e l’amore. La fede vince la menzogna che ce la fa sentire estranea; la speranza la radica in noi e rinverdisce il nostro cuore essiccato dalla paura; l’amore ce la fa vivere, superando ogni idolatria che la uccide. In questo modo il seme porta in noi la pienezza del suo frutto, che è la vita dei figli di Dio.
Gesù èla Parola di Dio seminata in noi. Il mistero del Regno nella storia è ormai quello del seme, che rivive in noi la sua stessa vicenda di allora.
Il discepolo intende il mistero di questa parola, che gli chiarisce l’enigma della sua esistenza. Conosce bene anche le proprie resistenze. Come Gesù, anche lui nutre fiducia, cosciente delle proprie difficoltà, ma soprattutto della potenza di Dio.
2. Lettura del testo (Vedi testo nel doc in allegato)
Giovedì
Marco 4,21-25
GUARDATE CIÒ CHE ASCOLTATE (4,21-25)
1. Messaggio nel contesto
“Guardate ciò che ascoltate!” Prendendo alla lettera queste parole di Gesù, ci si dice di guardare ciò che ascoltiamo. Ma come si può guardare una parola?! Sì, siamo chiamati a vedere lui, Verbo del Padre, piena identità tra ciò che è e ciò che dice. In questa contemplazione di lui attraverso la sua parola e della sua parola attraverso di lui comprendiamo il mistero del Regno.
Se prima parlava di seme, ora parla di luce – altra realtà terrestre adatta a illustrare misteri celesti. Inizio della creazione. principio di vita e intelligenza, essa è più che un attributo diDio. Egli è luce, e in lui non ci sono tenebre (1Gv 1,5); la sua parola è lampada per i nostri passi (Sal 119,105). Gesù stesso si proclama luce vera del mondo venuta per illuminare ogni uomo (Gv 8,12; 1,9).
Con queste brevi parabole Gesù spiega come mai il regno di Dio non si imponga con evidenza prepotente, ma siproponga con discrezione e modestia. Infatti la luce di Dio rimane una nube oscura al nostri occhi. La sua parola illumina, ma confondendoci sempre non poco e rivelando le nostre opacità.
Gesù si mostra al mondo non in modo spettacolare – come vorrebbero i suoi (Gv 7,4!), ma in tono umile e dimesso. Evita di mettersi in mostra, ci tiene a fuggire la pubblicità.
Nella sua vita esiste una tensione che a noi risulta incomprensibile: è luce, ma sta sotto il moggio; è rivelazione, ma è segreta; è manifestazione, ma nascosta. È un contrasto divino, in cui il Signore si fa vedere, ma sempre sotto il segno opposto a quello che noi attendiamo. Infatti la sua luce brillerà pienamente solo dalla croce. Questa è il lucerniere da cui si mostrerà a tutti, rivelando l’identità sua e di Dio.
A chi gli dice che è ora di farsi conoscere (vv. 21-22), Gesù risponde che è ora che ci mettiamo ad ascoltarlo bene, per conoscerlo (vv. 23-25).
Gesù èluce e vita del mondo. Ma solo nel nascondimento della croce svela il suo segreto, che è il mistero di Dio.
Il discepolo lo ascolta e lo contempla, lasciandosi permeare da lui, in un atteggiamento di fede e di accoglienza che Dio colma del suo dono.
2. Lettura del testo (Vedi testo nel doc in allegato)
Venerdì
Marco 4,26-34
E DORMA E VEGLI,
E DI NOTTE E DI GIORNO,
IL SEME GERMOGLIA E CRESCE LO STESSO (4,26-29)
1. Messaggio nel contesto
“E dorma e vegli, e di notte e di giorno, il seme germoglia e cresce lo stesso”. Non è l’azione dell’uomo che produce il Regno, ma la potenza stessa di Dio, nascosta nel seme.
Tante nostre ansie per il bene non solo sono inutili, ma dannose. Come il male ha in sé la propria morte e si uccide, così il bene ha in sé la propria vita e cresce da sé, in modo inarrestabile.
In queste parole Gesù evidenzia il contrasto tra l’inattività nostra e l’azione di Dio. Ma è solo apparente, perché egli agisce proprio dove noi sappiamo di non potere e attendiamo tranquilli con fiducia. L’efficacia evangelica è l’opposto dell’efficienza mondana.
A Gesù dicono che bisogna darsi da fare prima che sia troppo tardi: è ora di agire con urgenza e determinazione – come gli zeloti – perché non vada perduto il frutto delle sue fatiche. Ma lui risponde che, a tirar l’erba, non cresce. Solo si strappa. La vita ha il suo ritmo, che non puoi impunemente affrettare. Una volta gettato, il seme cresce da sé, con la calma di un fiume che va al mare. “Invano vi alzate di buon mattino, tardi andate a riposare e mangiate pane di sudore: il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno” (Sal 127,2).
Il regno di Dio è di Dio. Quindi l’uomo non può né farlo né impedirlo. Può solo ritardarlo un po’ – come una diga sul fiume.
“Non abbiate paura e vedrete la salvezza che il Signore oggi opera per voi. Il Signore combatterà per voi, e voi starete tranquilli” (Es 14,13 s), dice Mosè al popolo che si trova coi nemici alle calcagna e il mare davanti. La nostra salvezza sta nel volgerci a Dio; la nostra forza nell’abbandono confidente in lui (Is 30,5). Il nostro dimenarci non fa che affogarci. Chi ci salva è lui, il Signore unico di tutto e di tutti. Il credente lo sa e sta tranquillo. L’empio invece è come “un mare agitato, che non può calmarsi e le cui acque portano su melma e fango” (Is 57,20). Tutte le nostre inquietudini nel bene vengono non da Dio, ma dal nemico: sono segno di sfiducia e causa di perdizione.
Questa è la parabola assoluta della fede – quella che mancherà ai discepoli la notte di quello stesso giorno, quando lui “dormirà” ed essi veglieranno costernati (vv. 35-41).
Un contadino stava seduto ai bordi di un vasto campo pulito, senza un filo d’erba. Mandò altrove i bambini che volevano giocare a palla; fece deviare un viandante che lo stava calpestando per andare diritto alla sua meta; mandò via un prete che glielo chiedeva per costruire le opere parrocchiali. In quel campo c’era niente; ma il contadino lo contemplava già biondeggiante di messe. Non era un illuso: l’apparenza dava ragione agli inesperti; la realtà invece a lui, che aveva seminato e sapeva che il seme non delude.
Chi non ha la sapiente pazienza del contadino, distrugge con due mani ciò che fa con una.
Gesù ha seminato la Parola, ed è lui stesso il seme di Dio gettato nel campo della storia. Non è un’attività ulteriore ed esteriore che lo fa crescere. Ha solo bisogno della passività: una terra spoglia e pulita che accoglie, una pazienza fiduciosa che attende.
Il discepolo sa che la sua vita è un campo seminato, e non bisogna giocarci sopra (uomo estetico), nécalpestarlo per altri fini (uomo etico) né sovraedificarlo di opere sacre (uomo religioso). La terra è feconda in forza dei seme che già contiene. E, in attesa della mietitura, invoca “Maràna thà; vieni, o Signore”, volgendosi a colui che garantisce: “Sì, verrò presto. Amen” (1Cor 16,22; Ap 22,20). Egli crede nel Signore che dice: “Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Is 55,10 s).
2. Lettura del testo (Vedi testo nel doc in allegato)
È PIÙ PICCOLO DI TUTTI I SEMI DELLA TERRA (4,30-34)
1. Messaggio nel contesto
“È più piccolo di tutti i semi della terra”. Con queste parole Gesù descrive l’ultima qualità del Regno. Richiamiamo in sintesi anche le altre.
La prima è quella del fallimento, attraverso cui viene il successo; la seconda è quella del nascondimento, attraverso cui viene la rivelazione di Dio (vv. 21-25); la terza è quella dell’inefficienza umana, attraverso cui agisce la sua potenza (vv. 26-29). Ora, la quarta, è quella della piccolezza, in cui manifesta la sua grandezza.
La storia di Gesù nella sua carne (= debolezza) ci fa vedere il modo con cui Dio agisce, e ci dà il criterio di discernimento per leggere, valutare e scegliere secondo il suo Spirito. Per questo nelle contraddizioni abbiamo speranza, nel nascondimento fiducia, nell’inefficienza forza, nella piccolezza coraggio.
La venuta del Regno è ostacolata non dalla cattiveria degli uomini le persecuzioni anzi l’affrettano! – bensì dalla stupidità dei buoni. La nostra inesperienza spirituale è la più grande alleata dei nemico. Questi cidà volentieri molto zelo quando manchiamo di sapienza evangelica, perché usiamo per il Regno quegli strumenti che il Signore scartò come tentazioni – esattamente il successo, la pubblicità, l’efficienza e la grandezza.
Le parabole sono uno specchio del volto di Gesù e dei suo ministero. Ci aiutano a conoscerlo, perché lo possiamo amare e testimoniare così com’è, non come ce lo inventiamo noi.
Con queste parole sul chicco di senapa, Gesù risponde a chi è deluso della piccola comunità che ha messo in piedi. Il messia non doveva riunire attorno a sé tutto il popolo e dominare tutte le nazioni? Perché allora limita la sua azione a una ristretta cerchia di persone, dicui cura con pazienza l’identità, senza cercare una rilevanza più grande? Ma questo è lo stile diDio, che desidera verità e libertà, non certezze e consenso.
Se pianti un grosso tronco, nasce niente; se pianti un piccolo seme, cresce un albero. Gesù non mira al successo e non fa sconti alle masse: vuole persone autentiche, che abbiano le medesime caratteristiche di quel seme che è lui stesso. Una piccola candela illumina più di mille notti; e alla sua fiamma tutti possono accendere.
Gesù èla grandezza di Dio che per noi si è fatto piccolo, fino alla morte e alla morte di croce. Proprio così diventa il grande albero, dove ciascuno e tutti possono trovare accoglienza.
Il discepolo rispecchia il suo spirito di “minorità e servizio”. Questo vince il male del mondo, che è desiderio di grandezza e di potere.
2. Lettura del testo (Vedi testo nel doc in allegato)
Sabato
Marco 4,35-41
PERCHÉ SIETE PAUROSI COSÌ? COME NON AVETE FEDE? (4,35-41)
1. Messaggio nel contesto
“Perché siete paurosi così? Come non avete fede?”, chiede Gesù ai suoi. Hanno ascoltato la sua parola. Ma l’hanno ricevuta come essa è veramente, quale parola di Dio, che opera in colui che crede (1Ts 2,13)?
Dominati dai loro pensieri e dalle loro paure, non hanno ancora fede. Non osano andare a fondo con lui. Il battesimo è essere associati a lui nella sua morte e nella sua risurrezione. Questo racconto è un’esercitazione battesimale per vedere se la Parola ha prodotto il suo frutto: la fiducia per abbandonare la propria vita con lui che dorme e si risveglia.
Lo stesso giorno delle “parabole”, i discepoli falliscono l’esame. Ma l’esperimento non è inutile; fa uscire le difficoltà del loro cuore, tardo e lento a credere.
La Parola dovrà entrare in tutte le loro paure. Ma prima deve evidenziarle, anzi suscitarle e farle uscire allo scoperto, per poterle vincere.
È notte, sul mare in tempesta Gesù dorme tranquillo. I suoi, che sono con lui, nelle sue stesse difficoltà, gridano di angoscia. Non capiscono questo sonno, immagine del suo abbandono alla morte. Dormendo, egli realizza la fiducia espressa nelle parabole. I discepoli, al contrario, sono in balia della disperazione.
La Parola, caduta “sulla via”, non è attecchita. È entrata superficialmente; ma sotto c’è la pietra del loro cuore, che impedisce loro di affidarsi al Signore.
Questa diffidenza può dissolversi solo quando si risponde alla domanda: “Chi è costui?”. L’apparente inazione del suo sonno è la massima azione in nostro favore: dorme per essere con noi anche nella valle oscura. E proprio qui si alza con tutta la potenza di JHWH, placando ogni tempesta, anche quella del nostro cuore.
Gesù ci viene rappresentato nel suo mistero profondo: la notte, mentre dorme, egli è il seme gettato, la luce nascosta, la forza automatica dei Regno, la piccolezzadelchicco di senapa. Ma il seme germina morendo, la luce brilla nelle tenebre, la forza vince con la calma, la piccolezza diventa grande albero. Lo costateremo solo al suo risveglio. I discepoli si chiedono: “Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare lo ascolta?”. Èla domanda fondamentale del vangelo.
Il discepolo ècolui che, dopo aver ascoltato la Parola, si affida a Gesù che dorme, al di là delle proprie paure. Sulla sua parola accetta di andare a fondo con lui – l’alternativa è andare a fondo senza di lui! – nella speranza diemergere con luia vita nuova.