Dall’omaggio a Lumumba tra gli spalti a una finale dai contorni surreali, i momenti salienti del torneo
L’edizione 2025/26 della AFCON si è chiusa a Rabat con il trionfo del Senegal, ma i 28 giorni di torneo hanno offerto spunti che vanno ben oltre il verdetto del campo. Tra l’integrazione massiccia della tecnologia e il peso crescente dei campionati locali, la competizione ha mostrato una maturità tecnica senza precedenti

19 Gennaio 2026
Vincenzo Lacerenza
Per gentile concessione di
Rivista NIGRIZIA

È finita ieri sera a Rabat, in un clima surreale, dopo un finale hollywoodiano. Tra il Senegal che si riprende la coppa e un Marocco che mastica amaro, rimandando ancora una volta l’appuntamento con la storia, questa AFCON ci lascia in eredità molto più di un albo d’oro aggiornato. È stata la coppa dei droni e dei dati, ma anche quella delle grandi stelle al tramonto e dei tifosi diventati icone. Abbiamo scelto cinque momenti e temi che ci ha regalato questa splendida edizione, e che ricorderemo a lungo.

1. L’epilogo romanzesco di Rabat

La finale di ieri tra Senegal e Marocco è già storia. Non per l’1-0 finale firmato da Pape Gueye al 4′ del primo tempo supplementare, ma per ciò che è accaduto al minuto 98. Sullo 0-0, l’arbitro congolese Ndala assegna un rigore contestatissimo ai padroni di casa. La reazione del Senegal è di quelle plateali: il CT Pape Thiaw ordina alla squadra di abbandonare il campo. «A mente fredda chiedo scusa al calcio, ma in quel momento la percezione di ingiustizia era insopportabile. Gli errori dell’arbitro si devono accettare, ma nella foga del momento non ho riflettuto», ha dichiarato il successore di Cissé nel post-partita.

Per quattordici minuti il calcio si è fermato. Mentre i tifosi marocchini schiumavano rabbia e la sicurezza faticava a contenere le invasioni di campo, solo Sadio Mané è rimasto al centro del cerchio di centrocampo, facendo da mediatore tra compagni, arbitro e delegati CAF. Il Senegal è rientrato in campo.

Il resto sembra essere uscito dalla penna immaginifica di un Osvaldo Soriano: Brahim Díaz ha tentato un “cucchiaio” presuntuoso che Édouard Mendy ha bloccato con facilità irrisoria. Da quel momento, l’inerzia psicologica è cambiata e i Leoni della Teranga si sono presi la loro seconda coppa grazie ad una meraviglia di Pape Gueye, facendo piombare i tifosi marocchini in un dramma sportivo dal quale sarà molto difficile riprendersi.

2. Il ritorno dei “local boys”

Con l’allargamento delle rose a 27 giocatori, molte federazioni hanno occupato gli slot extra con talenti locali, alzando la media complessiva. In questa edizione si è registrato un dato storico: oltre il 35% dei convocati proveniva dai campionati africani, un balzo netto rispetto al misero 12% di dieci anni fa. Club come i Mamelodi Sundowns (Sudafrica) e l’Al Ahly (Egitto), per dire, hanno prestato blocchi di 8-10 giocatori alle rispettive nazionali.

3. Michel Kuka: l’uomo-copertina di questa edizione

L’immagine simbolo del torneo non appartiene a un calciatore, ma a un tifoso della Repubblica democratica del Congo: Michel Kuka Mboladinga. Kuka ha assistito a tutte le partite dei Leopardi restando completamente immobile, in piedi su un podio improvvisato, con il braccio alzato e lo sguardo fisso verso l’orizzonte.

Un tributo vivente a Patrice Lumumba, eroe dell’indipendenza congolese. Kuka non ha battuto ciglio per 115 minuti contro il Benin e per i 90 contro il Senegal. Il suo “personaggio” è crollato solo agli ottavi contro l’Algeria: al gol di Boulbina al 119′, la statua si è sgretolata in un pianto dirotto. È stato portato fuori dallo stadio a braccia dai tifosi, ancora rigido come un monumento, in una delle scene più toccanti mai viste in una tribuna africana.

4. Una Coppa “datata”

Se il talento è naturale, la vittoria è stata scientifica. Questa è stata l’AFCON del “Data-Driven”. La CAF stessa ha infatti implementato per la prima volta la piattaforma “Red Zone”, un hub tecnologico che ha messo a disposizione di tutte le 24 nazionali (attraverso i rispettivi analisti) strumenti di video-analisi e metriche avanzate in tempo reale.

Le selezioni non si sono limitate ai classici video, ma hanno sfruttato un sistema integrato di telecamere tattiche grandangolari che catturano ogni movimento in campo, processando istantaneamente i Big Data forniti da fornitori come Opta. Questo ha permesso ai CT di monitorare parametri critici come le frequenze di pressione, le distanze tra le linee e il metabolic power dei giocatori.

«Il nostro obiettivo era livellare il campo di gioco attraverso la conoscenza», ha spiegato Belhassen Malouche, capo del Technical Study Group della CAF. «Grazie alla piattaforma Red Zone, anche le nazionali con meno risorse hanno potuto analizzare le transizioni e le palle inattive degli avversari con la stessa precisione dei top club mondiali, riducendo drasticamente il gap tattico».

5. L’assurda maledizione dei portieri dell’Uganda

Se il calcio è spesso questione di sfortuna, l’Uganda ha riscritto le leggi della statistica. In una singola partita della fase a gironi, le “Gru” hanno dovuto effettuare tre sostituzioni di portieri per infortunio. Il dato surreale? La Nigeria ha vinto 3-1. Ognuno dei tre portieri in campo ha subito un gol. Da non credere, come l’epilogo assurdo di ieri sera.