Quando tutto sembra finito,
è l’ora di ricominciare!
Anno A – Tempo Ordinario – 3a Domenica
Domenica della Parola di Dio
Matteo 4,12-23:
“Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare…
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli [Pietro e Andrea]… E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli [Giacomo e Giovanni]… e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo”.
Iniziamo oggi la lettura del Vangelo di Matteo, che ci accompagnerà per più di trenta domeniche (tranne durante il tempo quaresimale e pasquale).
Il brano del Vangelo di questa domenica racconta l’inizio del ministero pubblico di Gesù. Oggi egli entra in scena pubblicamente! Quanto è successo prima – il battesimo e il soggiorno nel deserto – era soltanto un preambolo. Vediamo come avviene questa sua partenza.
Crisi e discernimento
Tutto inizia da un evento drammatico: l’arresto di Giovanni, un momento di crisi anche per Gesù. Giovanni era un amico e un punto di riferimento. La sua scomparsa dalla scena avrà lasciato i suoi discepoli nello sconcerto. “Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea”. Sembra una fuga. Lascia la Giudea e si ritira a casa sua. Questa battuta di arresto si trasforma in un momento decisivo di discernimento. Gesù sente che il movimento iniziato da Giovanni non deve scomparire. Qualcuno deve continuarlo. Gesù si sente interpellato dal Padre: è arrivato il suo momento, ora tocca a lui! E allora Gesù esce allo scoperto: “Lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare”. E così, quando tutto sembrava finito, tutto ricomincia!
Spesso pensiamo che Gesù sapesse tutto in anticipo, che tutto fosse chiaro per lui, in partenza: la sua identità, la sua missione, le mosse da fare, i tempi… Alcuni credono, addirittura, che già dal grembo materno Gesù fosse cosciente di essere il Figlio di Dio. Ma questo sarebbe ignorare l’incarnazione. Gesù, come ognuno di noi, “cresceva” (Luca 2,40). Nel battesimo prende coscienza di essere il Figlio di Dio, nel deserto si interroga sul suo messianismo…
Siamo nel mistero insondabile dell’autocoscienza di Gesù, che tuttavia è inseparabile dal mistero dell’incarnazione. Anche Gesù ha dovuto passare attraverso i dubbi, le incertezze, la riflessione sugli eventi, la preghiera per discernere la volontà del Padre. “Egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato” (Ebrei 4,15). Uomo come noi, ha dovuto imparare, anche in modo drammatico: “Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì” (Ebrei 5,8).
Camminare, la condizione del cristiano
Nel Vangelo di oggi attira l’attenzione la rilevanza data ai verbi di movimento. Compaiono ben nove volte. Camminare diventa il modus vivendi di Gesù e dei suoi discepoli, cioè di quelli che gli stanno dietro. Gesù lascia il suo villaggio Nàzaret e va ad abitare a Cafàrnao, scegliendo questa città come base della sua missione. È solo il punto di partenza perché subito dopo inizia a percorrere tutta la Galilea, la Palestina e i territori confinanti. Non si fermerà più, fino al suo ritorno dal Padre, che l’aveva inviato. La sua dimora sarà la via, a tal punto che lui stesso diventerà la Via (Giovanni 14,6).
La strada aperta da Gesù sarà designata “la Via” e i cristiani “seguaci della Via” (Atti degli Apostoli 9,2). E da allora tutto accade nel cammino. Quindi, non c’è condizione più contrastante con la vocazione del cristiano di quella di essersi fermato, di pensare di aver camminato abbastanza o, peggio ancora, di sentirsi arrivato. Una fede accomodata, rifugiata nella tana delle proprie sicurezze, siano esse umane o ecclesiali, è una fede senza respiro, paralizzata.
Da dove si parte? Da dove siamo, dalla nostra “Galilea”, dal nostro ambito di vita, dalla nostra quotidianità, dalla “Galilea delle genti”, una società paganizzante. Lì si manifesterà la “grande luce” (vedi prima lettura: Isaia 8,28-9,3).
Dove si va? La meta è il “monte della missione”, il traguardo finale del Vangelo di Matteo (28,16-20). E l’itinerario? Non lo sappiamo. Sappiamo solo che dobbiamo seguire Gesù. Forse nemmeno lui lo conosce in anticipo. Anche lui è guidato dallo Spirito e dagli eventi della vita. Anche per lui, il Viandante, non c’è una strada già tracciata. Camminando, si apre il cammino!… Sarà un viaggio forse più insicuro, soggetto a imprevisti, ma respireremo il sapore della libertà e della novità!
Quale equipaggiamento prendere? Non ci serviranno degli zaini stracolmi. Ci serve solo la Parola. L’espressione biblica scelta per la Domenica della Parola di Dio, che oggi celebriamo, è: “La parola di Cristo abiti tra voi” (Colossesi 3,16). “Paolo non chiede che la Parola sia soltanto ascoltata o studiata: egli vuole che essa ‘abiti’, cioè prenda dimora stabile, plasmi i pensieri, orienti i desideri e renda credibile la testimonianza dei discepoli” (dalla presentazione del Messaggio). Quindi, non basta mettere la Bibbia nel nostro zaino. Occorre che la Parola diventi carne della nostra carne, per poter dire come Paolo: “Cristo vive in me” (Galati 2,20).
Un augurio:
Che la strada si apra davanti a te,
che il vento soffi sempre alle tue spalle,
che il sole inondi e riscaldi il tuo volto,
che Dio ti custodisca nel palmo delle sue mani!
(Benedizione Irlandese)
P. Manuel João Pereira Correia, mccj

P. Manuel João, comboniano
Riflessione domenicale
dalla bocca della mia balena, la sla
La nostra croce è il pulpito della Parola