La Conferenza episcopale italiana (Cei) ha messo in chiaro che la finanza deve prendere le distanze dall’industria delle armi

Il cardinale Zuppi, presidente della Cei © Meeting Rimini/Flickr

Andrea Di Turi
20.01.2026
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C’è l’esigenza di una «presa di distanza da quelle realtà economiche che sostengono la produzione ed il commercio di armi»: lo sottolinea la Nota pastorale pubblicata a dicembre dall’Ufficio nazionale per le Comunicazioni sociali della Cei, la Conferenza episcopale italiana. Una presa di posizione netta, quella dei vescovi italiani. Che va in direzione diametralmente opposta alla narrazione bellicista imperante e alle potenti spinte che vengono esercitate, in Italia e in Europa, per normalizzare la “finanza armata”.

La Cei invoca la «pace disarmata e disarmante» di Papa Leone XIV

Il titolo della nota, “Educare a una pace disarmata e disarmante”, dice già molto riprendendo le primissime parole pronunciate da Papa Leone XIV appena eletto al soglio pontificio. La prefazione è del presidente della Cei e arcivescovo di Bologna, il cardinale Matteo Zuppi, che a maggio dell’anno scorso figurava fra i candidati più accreditati alla successione a Papa Francesco. Il testo prevede quattro capitoli: 1) L’oggi e la storia; 2) Memoria di annunci di pace; 3) Beati i costruttori di pace; 4) Conclusioni.

Le parole citate all’inizio giungono sul finire del documento. Precisamente al capitolo terzo, paragrafo e) “La difesa, mai la guerra”, sottoparagrafo iii) “Produzione e commercio di armi”. Probabilmente avranno fatto fischiare le orecchie a Roberto Cingolani, amministratore delegato di Leonardo, la maggiore azienda italiana della difesa, finita di recente in tribunale per le armi vendute a Israele. Ma forse anche a tutti coloro che continuano a investire nelle aziende del settore della difesa. Magari facendosi scudo del rating Esg più adatto a dipingere questi investimenti come sostenibili, visto che definirli etici forse è troppo anche per chi sposa la narrazione bellicista senza se e senza ma. Qualcuno prima o poi arriverà a parlare di “armi etiche”? Si vedrà.

La Cei chiede alla finanza e ai risparmiatori di allontanarsi dall’industria delle armi

«Ogni arma è orientata all’uccisione o al ferimento di qualcuno», è scritto in apertura del sottoparagrafo citato. A contestazione dell’affermazione abusata e strumentalizzata secondo cui «le armi sarebbero realtà moralmente neutra, il cui senso dipenderebbe solo dall’uso che se ne fa». Se si vogliono contrastare i meccanismi e le dinamiche perversi innescati dalla produzione e dal commercio di armi, secondo il documento della Cei la prima esigenza è quella di rafforzare la normativa. Servono dunque vincoli al possesso di armi, contrasto alla loro esportazione verso Paesi dove esiste il rischio di violazione dei diritti umani, controllo degli armamenti. C’è anche una stoccata all’Unione europea e al suo piano di riarmo che, per la Cei, potrebbe allentare ulteriormente una normativa continentale già ora meno forte di quella nazionale.

La seconda esigenza chiama in causa direttamente la finanza. «Occorre evitare – si legge nel documento – la speculazione da parte di investitori che, sostenendo gli acquisti di titoli azionari dell’industria militare, contribuiscono all’economia di guerra e indirizzano, seppur inconsapevolmente, l’impegno militare da parte dei governi». Parole inequivocabili. Alle quali si aggiungono poi delle istruzioni in un certo senso operative quando si citano «obiezione bancaria» e «disinvestimento» dai soggetti finanziari coinvolti nella dinamiche dell’industria bellica. Descrivendole come un’«opzione importante» a disposizione di singoli e comunità che vogliano esprimere una volontà di pace.

C’è spazio anche per considerazioni sull’«obiezione professionale», vale a dire la scelta di non lavorare per le aziende di armi. «Una scelta che può essere onerosa in tempi di crisi del mercato del lavoro, ma che proprio per questo va segnalata e sostenuta», si legge nella Nota.

Il balzo in avanti della Cei rispetto alle precedenti Linee guida sulla finanza etica

Sul rapporto della finanza e degli investimenti con il settore delle armi, la posizione della Cei era stata espressa nelle linee guida “La Chiesa cattolica e la gestione delle risorse finanziarie con criteri etici di responsabilità sociale, ambientale e di governance”. Le avevano elaborate la Commissione episcopale per il servizio della carità e la salute e la Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace.

Le linee guida chiarivano quali fossero i criteri di esclusione da utilizzare per indirizzare in modo etico le attività economiche e finanziarie. Li raggruppava in categorie a seconda del tema a cui facevano riferimento: protezione della vita, sostegno della dignità umana, sostegno alla giustizia economica, cura dell’ambiente, protezione degli animali, sostenibilità degli investimenti.

In riferimento alla protezione della vita, fra i settori nei quali non investire si indicava la produzione e il commercio di armamenti. Al riguardo si sottolineava che «la Dottrina Sociale della Chiesa condanna qualsiasi forma di corsa agli armamenti sia di tipo convenzionale che non, e opera per contrastare le gravi distorsioni derivanti da spese militari eccessive e sproporzionate». Tuttavia si ricordava che un’arma può anche essere utilizzata per difesa, ad esempio dalla polizia. Per questo, si lasciava aperta la porta a eventuali deroghe per finalità di difesa.

Ma era il febbraio 2020, quasi sei anni fa. Ora la Nota Pastorale sembra fare un deciso balzo in avanti, in un certo senso sgombrando il campo da possibili fraintendimenti. «Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno», si legge nei Vangeli (Matteo 5, 37). Ecco, in riferimento agli investimenti nell’industria delle armi, il parlare della Cei è stato chiaro: «No».