III Domenica
Tempo ordinario (A)
Matteo 4,12-23

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nazaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta». Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. (…)
(Letture: Isaia 8,23-9,3; Salmo 26; 1 Corinzi 1,10-13.17; Matteo 4,12-23)
E lasciarono tutto per Gesù, come chi trova un tesoro
Ermes Ronchi
Il Battista è appena stato arrestato, un’ombra minacciosa cala su tutto il suo movimento. Ma questo, anziché rendere prudente Gesù, aumenta l’urgenza del suo ministero, lo fa uscire allo scoperto, ora tocca a lui. Abbandona famiglia, casa, lavoro, lascia Nazaret per Cafarnao, non porta niente con sé, solo una parola: convertitevi perché il regno dei cieli è vicino. È l’annuncio generativo del Vangelo.
Convertitevi è l’invito a rivoluzionare la vita: cambiate visione delle cose e di Dio, cambiate direzione, la strada che vi hanno fatto imboccare porta tristezza e buio. Gesù intende offrire lungo tutto il Vangelo una via che conduca al cuore caldo della vita, sotto un cielo più azzurro, un sole più luminoso, e la mostrerà realizzata nella sua vita, una vita buona bella e beata.
Ed ecco il perché della conversione: il regno si è fatto vicino. Che cos’è il regno dei cieli, o di Dio? «Il regno di Dio verrà con il fiorire della vita in tutte le sue forme» (Giovanni Vannucci). Il regno è la storia, la terra come Dio la sogna.
Gesù annuncia: è possibile vivere meglio, per tutti, e io ne conosco la via; è possibile la felicità. Nel discorso sul monte dirà: Dio procura gioia a chi produce amore. È il senso delle Beatitudini, Vangelo del Vangelo.
Questo regno si è fatto vicino. È come se Gesù dicesse: è possibile una vita buona, bella e gioiosa; anzi, è vicina. Dio è venuto, è qui, vicinissimo a te, come una forza potente e benefica, come un lievito, un seme, un fermento. Che nulla arresterà.
E subito Gesù convoca persone a condividere la sua strada: vi farò pescatori di uomini. Ascolta, Qualcuno ha una cosa bellissima da dirti, così bella che appare incredibile, così affascinante che i pescatori ne sono sedotti, abbandonano tutto, come chi trova un tesoro. La notizia bellissima è questa: la felicità è possibile e vicina. E il Vangelo ne possiede la chiave. E la chiave è questa: la nostra tristezza infinita si cura soltanto con un infinito amore (Evangelii gaudium).
Il Vangelo ne possiede il segreto, la sua parola risponde alle necessità più profonde delle persone. Quando è narrato adeguatamente e con bellezza, il Vangelo offre risposte ai bisogni più profondi e mette a disposizione un tesoro di vita e di forza, che non inganna, che non delude.
La conclusione del brano è una sintesi affascinante della vita di Gesù. Camminava e annunciava la buona novella, camminava e guariva la vita. Gesù cammina verso di noi, gente delle strade, cammina di volto in volto e mostra con ogni suo gesto che Dio è qui, con amore, il solo capace di guarire il cuore. Questo sarà anche il mio annuncio: Dio è con te, con amore. E guarirà la tua vita.
Avvenire
Venire alla luce
Clarisse Sant’Agata
“La luce splende nelle tenebre”
“veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,5.9).
Matteo presenta l’inizio del ministero pubblico del Figlio come la rivelazione della Luce che è Gesù e che inizia a splendere a partire dalle tenebre di una realtà oscura e marginale quale è la “Galilea delle genti”. La Luce emerge dall’“ombra di morte” per diffondersi su tutto il popolo di Israele, fino agli “estremi confini della terra” (Mt 28,20). La luce, quando è presente, non può essere “fermata”. Così accade per la luce del Vangelo, così piccola nella notte di Betlemme, “illumina ogni uomo che la accoglie”
cfr. Gv 1,19-12). La luce che è Gesù “cresce” in una terra marginale, di confine con altre nazioni, la terra di Zabulon e Neftali, i territori di Israele più esposti all’inculturazione di popoli stranieri, là dove in passato il popolo aveva conosciuto deportazione e morte (da parte degli Assiri, come ci testimonia la prima lettura di oggi) e ora la commistione con le “genti”, con popoli stranieri che rendevano quella terra un crocevia di etnie e di fedi. Il Messia si manifesta nella porzione più oscura e marginale di Israele, non nel cuore della fede del popolo, che è Gerusalemme.
Di qui Gesù inizia a percorrere le vie degli uomini.
E anche noi possiamo scoprire Lui presente in ogni nostra situazione “di confine”, di “marginalità”, di “lontananza”, di commistione con altre cose. E proprio qui Lui ci chiama a seguirlo: “venite dietro a me” (Mt 4,19).
La prima parola di Gesù è un invito a riconoscere ed accogliere la Luce che si manifesta in Lui: “convertitevi perché il regno dei cieli è vicino”. Se il Regno dei cieli, che è Gesù, si è avvicinato, cioè si è rivelato presente in mezzo agli uomini, allora siamo chiamati a una scelta. Possiamo continuare a camminare nelle tenebre, rimanendo là dove la Luce ci ha trovati, oppure possiamo scegliere di lasciarci illuminare pienamente, di venire alla luce e permettere a questa Luce di trasformare la nostra esistenza, la nostra mentalità, i nostri pensieri, le nostre azioni: “la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio” (Gv 3,19-21).
La rivelazione della luce che è Dio (e che Gesù ha fatto risplendere nel mondo) non può lasciare indifferenti: davanti ad essa, o si sceglie di seguire la via che è venuta ad illuminare (solo se c’è luce ci si vede per poter camminare), o si sceglie la morte e le tenebre (anche quando apparentemente non si sceglie nulla, perché voltare le spalle alla luce implica il non vedere bene la direzione della nostra vita)…
E subito Matteo di racconta di come alcuni uomini si sono lasciati interpellare dalla luce di Gesù che passava nella loro vita.
La chiamata dei primi discepoli avviene “mentre Gesù camminava sulla riva del mare”. Gesù sceglie sempre di passare per luoghi “di confine”, sulla soglia fra la terra e il mare. E Matteo, facendo riferimento al lago di Galilea come “mare” fa riferimento all’immaginario biblico per cui il mare è il simbolo del male, di forze minacciose e sconosciute, di ciò che ha ostacolato l’esodo dall’Egitto e di cui l’ebreo ha paura. E’ qui che Gesù si presenta nella vita di questa manciata di uomini, intenti nel loro lavoro quotidiano, sulla soglia fra la vita e ciò che la minaccia. “Erano pescatori”, cioè uomini che avevano a che fare con il mare. Come ognuno di noi, in ogni situazione di vita in cui si trova, ha sempre a che fare con il proprio “mare”, con forze che si oppongono al buon esito della sua fatica giornaliera per vivere.
E’ qui che Gesù vede due coppie di fratelli, Pietro e Andrea prima e poi Giacomo e Giovanni, e rivolge loro la parola più bella e più esigente: “venite dietro a me”. Tutti erano intenti al loro lavoro, si occupavano di ciò che sapevano fare per vivere: “gettavano le reti” e “riparavano le loro reti”. E Gesù li chiama. Dio chiama senza preavviso. Mentre noi ci stiamo occupando e preoccupando di altro. Non aspetta le nostre buone disposizioni interiori, o le condizioni ottimali perché possiamo scegliere di seguire Lui.
Quanta forza (d’amore e d’attrazione) deve aver avuto la parola di Gesù per strappare queste due coppie di fratelli dalla loro vita quotidiana per farne i suoi discepoli! E quante volte questa chiamata si è ripetuta nella storia, attirando alla sequela di Gesù uomini e donne di ogni tempo!
“Venite dietro a me”. Notiamo che nel vangelo di Matteo la vocazione dei primi discepoli ha una caratteristica particolare: Gesù “vide due fratelli” (riferendosi a Simone e Andrea) e poi “vide altri due fratelli” (parlando di Giacomo e Giovanni). Prima di vedere Simone e Andrea o Giacomo e Giovanni nella loro identità “singolare”, Gesù vede la loro esperienza di relazione, il loro essere “fratelli”. Gesù inizia a costituire la sua comunità con uomini che portano inscritta in sé la vocazione ad essere fratelli, che ne hanno già iniziato a fare esperienza, con due “cellule” di fratelli. Questo non significa che Gesù non possa chiamare anche “figli unici”! Ma, mi sembra che Matteo qui sottolinei come la Chiesa si edifichi sulla capacità dei discepoli di Gesù di essere “fratelli” (in Mt 18 si approfondirà cosa implichi questa relazione fra fratelli), una “capacità” che non viene da noi (il fratello non è mai qualcuno che ci scegliamo, ma che ci viene donato da altri) e che, seguendo Gesù, viene dilatata all’infinito: “voi siete tutti fratelli” (Mt 23,8).
E si tratta non semplicemente di essere fratelli fra noi, ma fratelli di Gesù.
Queste due coppie di fratelli quindi, nel momento in cui lasciano tutto per seguire Gesù, entrano in relazione con il “primogenito di molti fratelli” (Rm 8,29). E’ così infatti che li chiamerà il Risorto (solo in Matteo), dopo la sua pasqua, quando dirà alle donne in riferimento ai suoi discepoli: “andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea, là mi vedranno” (Mt 28,10).
Entrando nel mondo Gesù fa venire alla luce una comunità di fratelli.
Camminare dietro a Lui li svelerà come tali. Seguendo Lui, attraversando le tenebre della sua pasqua, scopriamo la nostra vocazione ad essere fratelli, suoi e fra di noi: “Dio è luce… se camminiamo nella luce siamo in comunione gli uni con gli altri” (1Gv 1,5.7); “le tenebre stanno dirandandosi e già appare la luce vera… Chi ama suo fratello rimane nella luce” (1Gv 2,8-10).
http://www.clarissesantagata.it
Convertitevi!
Enzo Bianchi
Brevi note su Isaia 8,23-9,3
La prima lettura, tratta dal profeta Isaia – dai capitoli 7-12 definiti “Libro del Dio-con-noi (’Immanuel) –, ci annuncia l’azione di un uomo chiamato appunto Emmanuele, un bambino nato come dono di Dio (cf. Is 7,10-14), il quale regnerà portando liberazione e pace. La sua azione inizia proprio a partire dalle regioni più a nord della terra santa, quelle di Zabulon e di Neftali, che erano state umiliate dagli Assiri con l’invasione del 722 a.C. Proprio questa terra divenuta impura, chiamata Galilea delle genti pagane, precipitata nelle tenebre di morte, vedrà per prima la luce della liberazione. In essa, infatti, risuonerà il primo annuncio della buona notizia da parte di Gesù, come testimonia il vangelo secondo Matteo.
Matteo 4,12-23
Matteo è l’evangelista “scriba”, che costantemente mette in risalto il compimento delle Scritture dell’Antico Testamento nella vita di Gesù. Ciò che avviene nella vicenda di Gesù è compimento della parola di Dio contenuta nelle Legge, nei Profeti e nei Salmi (cf. Lc 24,44). Anche l’inizio del ministero pubblico di Gesù deve essere letto in questa prospettiva, perché non il caso, né il destino, la necessità, determinano gli eventi, ma la libera volontà di Gesù, che desidera essere obbediente al Padre in conformità alle sante Scritture.
Quando Gesù ebbe notizia che Giovanni il Battista, il maestro che egli seguiva come un discepolo (opíso mou: Mt 3,11), era stato arrestato e imprigionato da Erode, allora “si ritirò (verbo anachoréo) in Galilea”, lasciando la Giudea e soprattutto la regione tra Giordano e mar Morto dove Giovanni aveva predicato e battezzato. Questo ritirarsi, che è un allontanarsi, si ripeterà altre volte nella vita di Gesù (cf. Mt 9,24; 12,15; 14,13; 15,21), come già era avvenuto quando Giuseppe, suo padre secondo la Legge, si era ritirato in Galilea per fuggire da Archelao (cf. Mt 2,22-23). In questo caso non è però Nazaret, la borgata in cui Gesù era cresciuto, il luogo del suo ritirarsi, bensì Cafarnao, città sul lago di Tiberiade, città di frontiera, luogo di transito e tappa importante sulla via del mare che metteva in comunicazione Damasco e Cesarea, il porto sul Mediterraneo. Qui a Cafarnao Gesù sceglie una casa come dimora sua e del gruppo che lo seguirà nella sua avventura profetica.
Matteo non dimentica la promessa del profeta Isaia su questa terra periferica che era stata la prima regione umiliata e oppressa dall’invasore assiro nell’VIII secolo a.C., quando le tribù di Zabulon e di Neftali qui residenti furono vinte, deportate ed esiliate. Il profeta aveva osato guardare al futuro lontano, quando Dio avrebbe dato inizio alla redenzione e al raduno del suo popolo, a partire da questa regione diventata terra impura popolata di pagani, crocicchio delle genti. Ecco dove viene ad abitare Gesù, ecco la compagnia che sceglie, questa frontiera disprezzata dai giudei: proprio da qui Gesù inizia la sua predicazione. Questa regione vede dunque “sorgere” una grande luce, la luce di Cristo e del suo Vangelo.
Da quel momento Gesù inizia a predicare, in piena continuità con la predicazione del Battista: “Convertitevi (metanoeîte), perché il regno dei cieli si è avvicinato” (= Mt 3,2). La chiamata è alla conversione, al cambiamento di mentalità, di atteggiamento e di stile nel vivere quotidiano: non un gesto isolato, estemporaneo, ma l’assunzione di un “altro” modo di vivere, segno concreto del “ritorno” a Dio. Da un lato la conversione richiede un lasciare e un assumere, è dunque un’ora che scandisce un prima e un dopo. D’altro lato, essa diventa un’istanza continua, una dinamica da imprimere nella propria vita giorno dopo giorno, perché non si è mai convertiti una volta per sempre. Questa conversione ha un solo scopo: permettere che Dio regni, che sia l’unico Signore nella vita del credente. “Convertitevi!” è stata una parola di Giovanni, di Gesù, di Pietro (cf. At 2,38), ed è la prima parola che la chiesa deve rivolgere a quanti incontra. Il Regno avviene là dove uomini e donne permettono a Dio di regnare in loro attraverso la conversione. Per costoro il regno dei cieli (o regno di Dio, secondo Marco e Luca) si è avvicinato, può essere realtà già qui sulla terra, dove Dio regna.
Così viene sintetizzata da Matteo l’attività di Gesù in Galilea, un’attività profetica sulla scia di quella del Battista, un’attività che chiama, attira discepoli capaci di conversione. Per questo segue il racconto di due chiamate, quelle dei primi quattro discepoli. Il racconto è semplice, sobrio, non indugia su particolari e soprattutto non presta attenzione ai processi psicologici che pure devono essere stati vissuti in questo evento. Anche in questo caso il racconto è plasmato sul modello della chiamata profetica (cf. 1Re 19,19-21) e vuole essere una testimonianza esemplare per ogni lettore del vangelo. Gesù passa lungo il mare di Galilea, cioè il lago di Gennesaret, dove si trovano pescatori e barche. Gesù innanzitutto “vede”, con il suo sguardo penetrante e capace di discernimento, “due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettano le reti in mare”. Mentre sono intenti al loro lavoro e fanno il loro mestiere, sono raggiunti dalla parola di Gesù che è parola efficace, già in questo racconto è parola del Kýrios, del Signore: “Venite dietro a me (opíso mou), vi farò pescatori di uomini”.
Vi è qui indubbiamente una lettura dossologica della vocazione, un racconto che non può dimenticare il ruolo futuro di Simon Pietro: ecco perché la parola di Gesù come una promessa cambia il lavoro di Pietro, pescare pesci, in quello che sarà il suo ministero, pescare uomini, cioè radunare i destinatari del Vangelo nella rete della chiesa. A questa parola i due fratelli rispondono senza dilazione, prontamente, abbandonando la loro professione (le reti) per seguire Gesù. Certo, Luca colloca in un altro contesto la vocazione di Pietro, dopo una pesca miracolosa (cf. Lc 5,4-11) e il quarto vangelo fornisce un resoconto diverso del primo incontro tra Pietro e Gesù (cf. Gv 1,40-42); ma ciò che è essenziale in questi diversi racconti è la scelta libera, sovrana di Gesù, che chiama, e la pronta obbedienza alla sua parola da parte dei futuri discepoli. E così segue il racconto della vocazione dell’altra coppia di fratelli, Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo. Stessa dinamica, con l’aggiunta della precisazione che i due fratelli non lasciano solo la barca, ma anche il padre; c’è dunque una rinuncia alla professione e alla famiglia, c’è una reale rottura tra ciò che si era e ciò che si diventa alla sequela di Gesù. La risposta del chiamato (nessuna auto-candidatura al discepolato!) è incondizionata e senza dilazioni, ieri come oggi.
Ma in questi racconti dobbiamo anche percepire il “non detto” riguardo a questa sequela che è diversa dal rapporto maestro (rabbino)-discepolo ai tempi di Gesù. Normalmente era il discepolo che sceglieva il maestro, che si faceva servo del rabbino o lo retribuiva per l’insegnamento ricevuto. Gesù invece precede sempre il discepolo, eleggendolo, chiamandolo, poi si mette al suo servizio, fino a lavargli i piedi (cf. Mt 13,1-15). Gesù è davvero un rabbi paradossale!
Il nostro brano è concluso da un “sommario” che riassume tutta l’attività di Gesù:
percorreva la Galilea, in una predicazione itinerante,
insegnava nelle sinagoghe dove si radunavano i credenti di Israele,
proclamava a tutti la buona notizia del regno di Dio ormai avvicinatosi
e curava ogni sorta di malattie e di infermità in quelli che incontrava.
Subito il potere di Gesù si manifesta con la sua forza di attrazione: molti vanno da lui, peccatori sui quali regna il demonio e malati di varie infermità, mentre le folle cominciano ad ascoltarlo e a seguirlo (cf. Mt 4,24-25). Così il Regno è annunciato, anzi offerto da Gesù come una realtà che il credente può accogliere: basta che lasci regnare Dio su di sé, ed ecco che il regno di Dio è inaugurato.
Chiamati alla conversione e alla Missione
Romeo Ballan, mccj
Il Vangelo di questa domenica presenta l’inizio della vita pubblica di Gesù con un messaggio di vita e di speranza: Egli è veramente il nuovo inizio, è venuto a portare la vita nuova e abbondante per tutti (cfr. Gv 10,10). Egli è compagno di viaggio, alleato e amico di ogni popolo e cultura. Egli è venuto a dare pienezza e portare a compimento le più profonde aspirazioni di ogni persona e di tutti i popoli. Molto chiara è la parola di Papa Francesco a questo riguardo.
Fin dalle sue prime manifestazioni in pubblico (Vangelo), Gesù si presenta come un missionario itinerante: di villaggio in villaggio, insegna, predica la buona notizia del Regno, guarisce malati, chiama discepoli… (v. 23). Non inizia la sua missione nel tempio, né in altri luoghi importanti e religiosi come Gerusalemme, ma in zone periferiche, fra i lontani, gli eterodossi, i meno religiosi, semipagani, gli impuri a contatto con i pagani. Tali erano (considerati) gli abitanti della Galilea (v. 15), regione al nord della Palestina. Lasciando Nazareth, Gesù va ad abitare a Cafarnao, cittadina di frontiera, con una dogana per le mercanzie in transito lungo la “via del mare” (v. 13.15), la strada imperiale che univa Egitto, Palestina, Siria e Mesopotamia. Fin dall’antichità, quindi, la Galilea era una zona di incrocio di popoli, un crocevia sottoposto al passaggio di truppe e al controllo dei traffici, con le conseguenti contaminazioni, corruzione e ricadute morali.
L’evangelista Matteo vede che la profezia di Isaia (I lettura) si è compiuta con la presenza di Gesù (Vangelo, v. 14-17), che inizia una missione carica di speranza (v. 23), sulla base, però, di un esigente programma di conversione a Dio e di impegno per il suo Regno: “Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino” (v. 17).
Con questa iniziale scelta di campo, Gesù mostra che i primi destinatari del suo Vangelo e del Regno non sono i giusti, gli osservanti o quelli che si ritengono tali, ma i lontani, gli esclusi… È l’inizio umile di una missione che avrà orizzonti universali, e che sarà portata avanti dai discepoli e dai loro successori, chiamati a seguire Gesù per essere, in ogni parte del mondo, “pescatori di uomini” (v. 19).
La vocazione per il Regno comporta sempre un esodo, una partenza, spesso anche geografica, lasciare qualcuno e qualcosa; c’è sempre un distacco, un uscire dal proprio egoismo e dal proprio ambiente ristretto. Qui Gesù lascia Nazareth (v. 13); Abramo uscì dalla sua terra e dalla sua parentela (Gen 12); così due gruppi di fratelli, chiamati da Gesù a seguirlo, lasciano reti, barca e padre (v. 20.22). In ogni caso, la vocazione non è mai una partenza verso il vuoto: è un lasciare qualcosa per seguire Qualcuno, una partenza all’incontro di un Altro. Al primo posto c’è sempre l’incontro e l’attaccamento alla persona di Gesù.
Questa vocazione-missione affonda le sue radici in una conversione (“Convertitevi…”: v. 17), un cambio di mentalità, un orientamento nuovo verso Dio e il suo Regno, di cui Gesù Cristo è la pienezza. La conversione a Cristo comporta la sequela e la missione, l’essere ben radicati in Lui e ben inseriti nelle strade del mondo: “vi farò pescatori di uomini” (v. 19).
La proposta missionaria e vocazionale di Gesù (Vangelo) è globale: si articola in quattro momenti:
- 1. sguardo alla situazione del mondo: popolazioni lontane e periferiche, poco religiose (v. 13-16);
- 2. invito alla conversione del cuore verso Dio e il suo Regno (v. 17);
- 3. incontro e sequela di Cristo: “venite dietro a me…” (v. 19.21);
- 4. missione nel mondo: “pescatori di uomini” (v. 19), dediti soprattutto ai deboli e malati (v. 23).
La missione pubblica di Gesù ha inizio nella Galilea delle genti (v. 15) e, secondo il Vangelo di Matteo, Gesù risorto la concluderà pure in Galilea (Mt 28,7.10.16), inviando da là gli Apostoli in missione fra tutte le nazioni (Mt 28,19).
Quanto durerà la notte?
Fernando Armellini
“Giuda, preso il boccone, uscì subito. Ed era notte” (Gv 13,30). Poche parole per descrivere una scena drammatica: un uomo, ormai in balia dei suoi folli progetti, abbandona Cristo-luce e viene inghiottito dall’oscurità.
L’uomo teme il buio della notte e si rincuora quando scorge i primi segni dell’alba. Le sentinelle scrutano l’orizzonte, aspettando l’aurora (Sal 130,6); lunghe sono le notti di chi, arso dalla febbre, è angosciato dagli incubi ed è stanco di rigirarsi fino al mattino (Gb 7,3-4).
Attende un raggio di luce anche chi è precipitato nelle tenebre del vizio, della menzogna, dell’ingiustizia; attende un raggio che gli annunci la fine di una dolorosa notte e l’inizio di un nuovo giorno.
Sentinella, quanto resta della notte? – chiede il profeta (Is 21,11). Quanto durerà ancora nel mondo il buio del male e del peccato? Quando gli uomini saranno “liberati dal potere delle tenebre”? (Col 1,13).
Paolo invita alla speranza: “ È ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino” (Rm 13,11-12).
Il conflitto luce-tenebre continua, nell’attesa del giorno senza fine, quando “non vi sarà più notte e non ci sarà più bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà” (Ap 22,5).
Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Eravamo tenebre, ora siamo luce. Fa’, o Signore, che ci comportiamo da figli della luce”.
Prima Lettura (Is 8,23b-9,3)
23 In passato umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano e il territorio dei gentili.
9,1 Il popolo che camminava nelle tenebre
vide una grande luce;
su coloro che abitavano in terra tenebrosa
una luce rifulse.
2 Hai moltiplicato la gioia,
hai aumentato la letizia.
Gioiscono davanti a te
come si gioisce quando si miete
e come si gioisce quando si spartisce la preda.
3 Poiché il giogo che gli pesava
e la sbarra sulle sue spalle,
il bastone del suo aguzzino
tu hai spezzato come al tempo di Madian.
Ad eccezione del primo versetto, abbiamo già ascoltato questa lettura durante la messa della notte di Natale. Per una comprensione più completa del testo si può quindi fare riferimento alla spiegazione che è stata data.
La profezia va ambientata storicamente nella seconda metà del secolo VIII a.C., epoca della grande espansione assira in tutto il medio Oriente. Anche le tribù di Zabulon e Neftali, situate nel settentrione d’Israele, furono coinvolte in questi sconvolgimenti politico-militari: devastazioni, violenze, deportazioni, imposizione di pesanti tributi furono le conseguenze dell’invasione degli eserciti venuti dalla Mesopotamia.
La drammatica situazione è presentata da Isaia come un’umiliazione, permessa dal Signore, come un trionfo dell’oscurità sulla luce.
Nella regione della Galilea era come se fosse tornato il caos che regnava prima della creazione quando “le tenebre ricoprivano l’abisso” (Gn 1,2). Le fertili terre oltre il Giordano sembravano avvolte nel buio di una notte senza fine. Ovunque regnava, incontrastata, la morte. Il popolo avvilito aveva ormai perso ogni speranza, si era rassegnato a vedere la gloriosa “Via del Mare” che, passando per la Palestina, congiungeva l’Egitto alla Mesopotamia, per sempre presidiata dai tracotanti soldati assiri.
In questo momento di abbattimento generale ecco risuonare la voce del profeta che annuncia l’aurora di un nuovo giorno: “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse” (9,1).
È la promessa di un capovolgimento della situazione. Con il suo sguardo lungimirante, Isaia vede gli eserciti assiri, responsabili del disastro nazionale, ritirarsi e Israele riprendere la sua vita nella gioia e nella pace.
La luce cui il profeta si riferiva era certamente un nuovo re, discendente della famiglia di Davide, destinato a portare a compimento la missione di dissolvere le tenebre introdotte dagli invasori stranieri. Probabilmente egli pensava ad Ezechia, il bambino nel quale aveva riposto tante speranze.
Cosa accadde storicamente?
Nulla. Gli assiri continuarono ad occupare le terre di Zabulon e di Neftali per un altro centinaio d’anni ed Ezechia che tentò di sottrarsi al loro giogo “fu rinchiuso in Gerusalemme come un uccello in gabbia” – come si legge in un’iscrizione di Sennacherib ritrovata a Ninive. E allora? Il profeta si era ingannato?
La prospettiva storica che noi abbiamo è assai angusta e limitata: se non vediamo realizzarsi immediatamente i nostri progetti pensiamo che Dio si sia dimenticato di noi. Egli realizza le sue promesse, ma in modo inatteso e nel tempo da lui stabilito.
Se i sogni degli uomini del tempo di Isaia si fossero adempiuti, agli oppressori assiri sarebbero succeduti altri oppressori, perché questa è la logica del mondo: chi perde viene eliminato e chi vince deve subito confrontarsi con altri pretendenti.
Dio non entra in questo conflitto. Guarda dall’alto e tiene saldamente in pugno la situazione. Ha un progetto che sconvolge alla radice la logica ripetitiva e inconcludente della lotta per il potere.
La profezia si è realizzata, secondo la logica di Dio, 750 anni dopo.
Quando Gesù è comparso lungo le rive del lago, il regno degli assiri era già crollato da centinaia d’anni, ma l’oscurità del mondo non si era dissolta. Era l’oscurità del male, della violenza, della sopraffazione, della corruzione, dell’egoismo. Questa tenebra ha cominciato a diradarsi – come dirà Matteo nel vangelo di oggi – solo quando, con l’inizio della vita pubblica di Gesù, una luce ha brillato sui monti della Galilea.
Seconda Lettura (1 Cor 1,10-13.17)
10 Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d’intenti. 11 Mi è stato segnalato infatti a vostro riguardo, fratelli, dalla gente di Cloe, che vi sono discordie tra voi. 12 Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: “Io sono di Paolo”, “Io invece sono di Apollo”, “E io di Cefa”, “E io di Cristo!”.
13 Cristo è stato forse diviso? Forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati?
17 Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il vangelo; non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo.
Quando scrive la prima lettera ai corinzi, Paolo si trova ad Efeso, la capitale politica e religiosa della provincia romana dell’Asia, il luogo d’incontro fra le culture d’oriente e d’occidente, la sede di maestri e di artigiani famosi. Lì si ritrovano marinai, soldati, commercianti provenienti da tutto il mondo.
Un giorno giungono in questa città, provenienti da Corinto, alcuni membri della famiglia di Cloè (v. 11) che recapitano a Paolo una lettera, inviatagli dai cristiani di quella comunità.
Prima di leggerla, l’Apostolo vuole avere notizie di quella chiesa e i suoi ospiti, all’inizio un po’ esitanti – non sanno se dire o non dire – finiscono per raccontare tutto ciò che sanno, senza reticenze. A Corinto la vita della comunità è penosa: ci sono discordie scandalose, sono sorti partiti che si richiamano al nome di un apostolo (qualcuno si gloria di appartenere a Pietro, altri ad Apollo, altri a Paolo); sui comportamenti morali… meglio stendere un pietoso velo: ci sono dissolutezze di cui si vergognerebbero persino i pagani; nelle celebrazioni eucaristiche ogni gruppo si isola e si disinteressa degli altri; non parliamo poi delle invidie, delle critiche, delle mormorazioni… Insomma, la gente di Cloè – come suol dirsi – vuota proprio il sacco.
Deluso e preoccupato, Paolo ascolta in silenzio. Per un momento forse pensa al fallimento di tutta la sua missione evangelizzatrice, ma poi si riprende e decide di scrivere ai cristiani di Corinto. È così che è nata la lettera che ci viene proposta in queste domeniche.
Il primo argomento che affronta riguarda i dissidi, i contrasti, la nascita di partiti in quella comunità ed è il brano ripreso nella lettura di oggi. “Cristo è stato forse diviso? Forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati?” (v. 13). Sono parole dure che rivelano la gravità della situazione.
A provocare discordie erano – allora come oggi – gli egoismi, il desiderio di dominare, di prevalere, di imporsi agli altri. Paolo chiarisce: gli apostoli non sono dei padroni, ma dei servi; non sono loro i salvatori, il Salvatore è uno solo, Cristo.
La luce del vangelo – accesa da Paolo – aveva brillato a Corinto, ma l’oscurità del peccato e le tenebre della morte erano ancora molto dense e stentavano a dissolversi.
Vangelo (Mt 4,12-23)
12 Avendo intanto saputo che Giovanni era stato arrestato, Gesù si ritirò nella Galilea 13 e, lasciata Nazaret, venne ad abitare a Cafarnao, presso il mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, 14 perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:
15 Il paese di Zàbulon e il paese di Nèftali, sulla via del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti; 16 il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce; su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte una luce si è levata.
17 Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”.
18 Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori.
19 E disse loro: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini”. 20 Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono. 21 Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedèo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. 22 Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono.
23 Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.
Sono tre le parti che costituiscono il brano evangelico odierno. Anzitutto, con una citazione del profeta Isaia, viene introdotta l’attività di Gesù in Galilea (vv. 12-17); poi c’è il racconto della vocazione dei primi quattro discepoli (vv. 18-22); infine, in una frase, è riassunta l’attività di Gesù (v. 23).
Dopo la conclusione della missione del Battista, da Nazaret Gesù si trasferisce a Cafarnao che diviene il centro della sua attività per quasi tre anni.
Cafarnao era un villaggio di pescatori e agricoltori che si estendeva per circa trecento metri lungo la riva occidentale del lago di Genesaret. Non era rinomato come la città di Tiberiade – dove risiedeva il tetrarca Erode Antipa – o come la ricca e prospera Magdala, famosa per le sue fiorenti industrie del pesce salato e della tintoria; tuttavia godeva di un certo prestigio: si trovava lungo la “Via del mare” – la celebre strada imperiale che dall’Egitto e passando per Damasco conduceva in Mesopotamia – e segnava il confine fra la Galilea e il Golan che apparteneva a Filippo (un altro figlio di Erode il grande). Era un luogo di frontiera, con una dogana dove veniva riscosso il dazio su tutte le mercanzie.
Matteo non si limita ad annotare il cambiamento di residenza di Gesù, accompagna l’informazione con il richiamo a un testo della Scrittura. Per comprenderne il significato va tenuto presente che la Galilea era abitata da israeliti considerati da tutti come dei semi-pagani, perché nati dall’incrocio di vari popoli. I giudei di Gerusalemme li disprezzavano perché li ritenevano poco istruiti, ignoranti della legge, corrotti nei costumi e poco osservanti delle disposizioni rabbiniche. Erano guardati con diffidenza anche a causa delle loro tendenze sovversive in campo politico (furono dei galilei a dare inizio al movimento zelota, responsabile delle sanguinose rivolte contro l’impero romano).
In questa regione situata ai margini della terra santa, in questa “Galilea dei pagani” (v. 15), Gesù inizia la sua missione e, con questa sua scelta, indica chi sono i primi destinatari della sua luce: non i giudei puri, ma gli esclusi, i lontani.
Ammirato di fronte alla fede del centurione – il capo del distaccamento di soldati romani che risiedevano a Cafarnao – un giorno esclamerà: “In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande. Ora vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori” (Mt 8,10-11). Anche ai sommi sacerdoti e agli anziani farà notare il sorprendente capovolgimento: “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” (Mt 21,31).
Il cambiamento di residenza – fatto in sé abbastanza banale – è stato letto da Matteo nel suo significato teologico, come l’adempimento della profezia di Isaia: “Il popolo immerso nelle tenebre vide una grande luce; su quelli che abitavano in terra e ombra di morte una luce si è levata” (v. 16). Con l’inizio dell’attività pubblica di Gesù, fra i monti della Galilea è brillata l’aurora del nuovo giorno, è sorta la luce di cui parlava il profeta.
L’ultimo versetto di questa prima parte presenta il proclama di Gesù: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino” (v. 17).
Convertirsi non equivale a “diventare un po’ migliori, pregare meglio, fare qualche opera buona in più”, ma “cambiare radicalmente modo di pensare e di agire”. Chi ha coltivato progetti di morte deve aprirsi a scelte di vita, chi si è mosso nelle tenebre deve volgersi verso la luce. Solo se si è disposti a operare questo cambiamento si può entrare nel regno dei cieli (non in paradiso, ma nella condizione nuova di chi ha scelto di giocarsi la vita sulla parola di Cristo).
Nella seconda parte del brano è raccontata la vocazione dei primi quattro discepoli.
Non è il resoconto della chiamata dei primi apostoli (i quattro evangelisti narrano il fatto in modo assai diverso l’uno dall’altro), ma è un brano di catechesi che vuole far comprendere cosa comporta per il discepolo dire sì a Cristo che invita a seguirlo. È un esempio, un’illustrazione di cosa significhi convertirsi.
Va notata anzitutto l’insistenza sui verbi di movimento. Gesù non si ferma un istante: “Camminava lungo il mare… Andando oltre… Percorreva tutta la Galilea” (vv. 18.21.23).
Chi è chiamato deve rendersi conto che non gli sarà concesso alcun riposo, che non ci sarà alcuna sosta lungo il cammino. Gesù vuole essere seguito giorno e notte e per tutta la vita, non ci sono momenti in cui si è dispensati dagli impegni assunti.
La risposta poi dev’essere pronta e generosa come quella di Pietro, Andrea, Giovanni e Giacomo che “subito, lasciate le reti, la barca e il padre lo seguirono” (vv. 20.22).
L’abbandono del proprio padre non va frainteso. Non significa che chi diviene cristiano (o sceglie la vita religiosa e consacrata) si deve disinteressare dei propri genitori. Nel popolo giudaico il padre era il simbolo del legame con gli antenati, dell’attaccamento alla tradizione. È questa dipendenza dal passato che deve essere rotta, quando costituisce un impedimento ad accogliere la novità del vangelo. La storia, le tradizioni, la cultura di ogni popolo devono essere rispettate e valorizzate. Tuttavia, sappiamo che non tutti gli usi, i costumi, gli stili di vita tramandati sono conciliabili con il messaggio di Cristo.
La richiesta di Gesù fa riferimento alla scelta drammatica che i primi cristiani erano chiamati a fare: se sceglievano di divenire discepoli venivano rifiutati dalla famiglia, misconosciuti dai genitori, espulsi dalle sinagoghe ed esclusi dal loro popolo.
Anche oggi per qualcuno potrebbe ripresentarsi l’ineludibile alternativa fra l’amore per “il padre” e la scelta di Cristo. Basti pensare a cosa comporta per un musulmano, per un giudeo, per un pagano, per un buddista l’adesione al cristianesimo.
Per tutti comunque, lasciare il padre implica l’abbandono di tutto ciò che è incompatibile con il vangelo.
All’invito a seguirlo, Gesù aggiunge l’incarico: “Vi farò pescatori di uomini” (v. l9).
L’immagine è presa dall’attività svolta dai primi apostoli. Non stavano pescando con l’amo, ma con la rete e la loro opera consisteva nel tirar fuori dal mare (così è chiamato – in modo improprio – il lago di Galilea) i pesci.
Ora, nel simbolismo biblico, il mare era la dimora del demonio, delle malattie e di tutto ciò che si oppone alla vita. Era profondo, oscuro, pericoloso, misterioso, terribile. Nel mare vivevano i mostri e in esso, anche i più abili marinai non si sentivano sicuri.
Pescare uomini significa tirarli fuori dalla condizione di morte in cui si trovano, vuol dire sottrarli alle forze del male che, come acque impetuose, li dominano, li travolgono e li sommergono.
Il discepolo di Cristo non teme le onde e coraggiosamente le affronta, anche quando sono impetuose. Non dispera di salvare un fratello, anche se questi si trova in situazioni umanamente disperate: è schiavo della droga, dell’alcool, delle passioni sfrenate, del suo carattere irascibile, aggressivo, intrattabile… Non c’è alcuna situazione che non possa essere ricuperata dal discepolo di Cristo.
La terza parte (v. 23) riassume con tre verbi ciò che Gesù compie in favore degli uomini: insegna, quindi è luce per ogni uomo; predica la buona Novella, cioè annuncia a tutti una parola di speranza, assicura che l’amore di Dio è più forte del male dell’uomo e cura i malati. Non si limita a proclamare la salvezza, ma la realizza con gesti concreti, mostrando ai discepoli cosa sono chiamati a fare: devono creare, attraverso l’annuncio del vangelo, uomini nuovi, una società nuova, un mondo nuovo.
Per gentile concessione di:
http://www.settimananews.it
I commenti sono chiusi.